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Eurolega 2016: la notte del riscatto del Cska Mosca, campione d’Europa

Andrea Muratore

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La notte del riscatto. Questo il titolo perfetto per celebrare la serata conclusiva dell’Eurolega 2015-2016, che ha visto i russi del CSKA Mosca riconquistare il trono cestistico continentale superando i turchi del Fenerbahçe per 101-96 al termine di una partita epica, garantendosi il settimo trionfo nella competizione. La finale, nella quale si sono sfidate le due principali protagoniste di una delle stagioni di Eurolega più avvincenti che si ricordino, è stata giocata con ritmi altissimi dai raffinatissimi interpreti scesi in campo, tra i quali il serbo Milos Teodosic, che ha fugato una volta per tutte la nomea di “perdente di successo” affibbiatagli da numerosi critici a seguito delle numerose prestazioni non esaltanti nelle precedenti esperienze alle Final Four, e ha visto il CSKA esorcizzare lo spettro delle rimonte avversarie e portare a casa la coppa dopo un overtime nonostante la dilapidazione del vantaggio di 20 punti costruito nel corso dei primi due quarti.

Vero e proprio spot per il gioco del basket, la finale di Eurolega è stata un vero e proprio Giano bifronte, avendo conosciuto da un lato l’assoluto strapotere della formazione russa nel corso del primo tempo, sostenuta dal tambureggiante ritmo garantito dalle fantasiose giocate di Teodosic e dai canestri del MVP francese Nando De Colo, e dall’altro la furiosa riscossa dei turchi nelle due frazioni conclusive dei tempi regolamentari. Spronati dalla grinta di coach Želimir Obradović, andato a un passo dalla sua nona affermazione personale nella competizione, i giocatori del Fenerbahçe hanno infatti recuperato il pesante passivo di 50-30 con cui la partita è andata alla pausa lunga e, trascinati dall’estro di Bobby Dixon e dal carisma del nostro Gigi Datome, hanno progressivamente eroso il margine costruito punto su punto dal CSKA nella prima frazione.

Minuto dopo minuto, i russi vedevano i turchi avanzare inesorabilmente, anche a causa della precaria situazione falli in cui il CSKA si è ritrovata a causa della scelta, protratta troppo a lungo, di colpire sistematicamente il lungo ceco Jan Vesely per spezzare le azioni offensive degli avversari e sfruttare la scarsa vena del centro dalla lunetta. Lo sguardo ansioso del presidente del CSKA, Andrej Vatutin, perennemente ripreso dalle telecamere, è perfetto indicatore dell’insicurezza che attanaglia il team moscovita, divenuto negli anni avvezzo a subire clamorosi sorpassi da parte degli avversari in partite di Final Four. E mentre nel quarto periodo la squadra russa arrivava letteralmente ad evaporare, le streghe delle passate edizioni di Eurolega ritornavano ad aleggiare sulla Mercedes-Benz Arena di Berlino. Lungo, troppo lungo, era l’elenco delle rimonte subite dal CSKA nella fase più calda dell’Eurolega, causa di tracolli che hanno impedito ai russi in passato di capitalizzare al meglio molte delle loro ultime tredici apparizioni (in quattordici edizioni!) all’atto decisivo della competizione. Il Barcellona nel 2010, l’Olympiacos nel 2012 e 2015, il Maccabi Tel Aviv nel 2014 hanno spezzato le ambizioni di una squadra che aspettava questo successo dal 2008, anno dell’ultima affermazione della grandissima formazione guidata in panchina da Ettore Messina. Un finale che sembrava destinato a ripetersi quando, a pochi secondi dalla fine, il Fenerbahçe ha saputo mettere addirittura il naso avanti con i due tiri liberi del greco Sloukas, autore dei punti dell’83-81 a cui ha posto rimedio un canestro in extremis del centro ex Chicago Bulls Viktor Khryapa, che ha concesso al CSKA la possibilità di disputare il tempo supplementare, durante il quale Teodosic e De Colo hanno ripreso i fili del discorso interrotto nel corso del secondo tempo e condotto a suon di giocate spettacolari la formazione allenata da Dimitris Itoudis al successo finale.

È una grande storia di uomini, quella del CSKA campione d’Europa. Del riscatto di Teodosic si è già accennato in apertura di articolo: dotato di un QI cestistico sopraffino, playmaker di suprema fattura capace di individuare ogni pertugio utile per rifornire di assist i compagni, vero e proprio allenatore in campo nelle situazioni maggiormente delicate se calato nel contesto di squadra con le giuste motivazioni, per il fuoriclasse serbo le maggiori difficoltà si sono sempre palesate proprio in situazioni di criticità. Associate alle rimonte subite dal CSKA vi sono state, nelle edizioni precedenti dell’Eurolega, vere e proprie scomparse di Teodosic dal contesto di gioco della squadra, eclissi fatali che gli avevano impedito sino a poche ore fa di potersi fregiare del titolo di campione d’Europa. La vittoria premia a 29 anni uno dei migliori talenti della sua generazione, anima e cuore della Serbia che vive negli ultimi anni un vero e proprio Rinascimento della sua tradizione nel mondo del basket, testimoniato eloquentemente dal brillante argento ottenuto nell’ultima Coppa del Mondo alle spalle dei soli Stati Uniti d’America.

Per Nando De Colo il trionfo in Eurolega giunge a coronamento di una stagione che ha definitivamente consacrato la guardia nativa del Passo di Calais tra i grandi del panorama cestistico europeo, portando De Colo a fregiarsi del titolo di MVP della stagione regolare e della fase finale dell’Eurolega, nonché dello scettro di miglior realizzatore della competizione. La sua storia è per certi versi parallela a quella del nostro Gigi Datome, che si deve accontentare della seconda piazza ma ritenersi comunque estremamente soddisfatto della sua annata eccellente, la perfetta cartolina di presentazione dopo le delusioni professionali dell’avventura sui parquet NBA, dai quali anche De Colo è svernato definitivamente nel 2014 per ottenere consacrazione in campo europeo.

Grande soddisfazione anche per il coach dei neocampioni d’Europa, il greco Dimitris Itoudis, capace di ottenere la prima grande vittoria da capo allenatore dopo esser stato per tredici anni il fidato consigliere e vice allenatore di Obradović ai tempi del grande Panathinaikos, che il santone serbo condusse cinque volte sul tetto d’Europa tra il 1999 e il 2012, e che ora è stato capace di superare il suo maestro nella più importante occasione che gli potesse capitare. È un tornado ai microfoni Itoudis e ne ha ben donde: la sua straripante contentezza basta a certificare l’importanza cruciale di un successo la cui ricerca era diventata quasi un’ossessione per una piazza troppo spessa delusa da cocenti fallimenti e ora libera di esternare anche nella maniera plateale sentimenti da troppo tempo repressi. A fine partita anche il presidente Vatutin, avendo visto scongiurato l’ennesimo suicidio dei suoi, è libero di partecipare alla vittoria figlia del lavoro di un allenatore da lui fortemente sponsorizzato, come lo era stato Ettore Messina, e di alzare il braccio di Itoudis al cielo assieme all’ospite d’onore della serata, Sergei Borisovich Ivanov, capo dello staff personale del presidente Vladimir Putin, responsabile del suo ufficio esecutivo ed ex Ministro della Difesa della Federazione Russa. La presenza di Ivanov testimonia l’interesse generato in Russia dalla partita e l’importanza assunta dall’affermazione CSKA nel dare lustro al mondo sportivo del paese, che risponde sul campo alle numerose accuse infamanti (e in certi casi infami) riguardanti il dilagare del doping, recentemente rilanciate da una serie di articoli del New York Times aventi più il carattere del documento di propaganda stile Guerra Fredda che quelli della pubblicazione rigorosa e oggettiva.

Libera di concedersi al suo tripudio, la squadra moscovita aggiunge un nuovo alloro a un palmares sontuoso e si candida a fungere da punto di riferimento per il basket europeo anche negli anni a venire. Per quanto riguarda gli sconfitti di oggi, la finale di Berlino ha consegnato al Fenerbahçe una crescita ulteriore della sua credibilità come membro dell’èlite continentale e dimostrato le enormi potenzialità di una squadra che a lungo durante l’evolversi del torneo ha saputo fungere da punto di riferimento ed esempio per tutte le altre, mettendo in scena un gioco scintillante e giungendo con serie possibilità all’atto conclusivo, nel quale la vittoria è sfumata più per la scarsa lucidità nei passaggi decisivi che per l’importante passivo accumulato nei primi due quarti, senza il quale non ci sarebbe mai stata la baldanzosa rimonta che ha portato i turchi a un passo dal sovvertimento dei destini dell’incontro.

Applausi, solo applausi per un Obradović ancora affamato di vittorie e risultati nonostante le colossali dimensioni del suo medagliere, carico di 34 trofei tra competizioni europee e nazionali, impreziosito dagli ori ottenuti a Europei e Mondiali alla guida della Jugoslavia e destinato in futuro a accrescere le sue dimensioni vista la grinta che ancora caratterizza un assoluto protagonista del basket dei nostri tempi. L’abbraccio finale tra l’allievo e il maestro, tra Itoudis e un Obradovic completamente paonazzo dopo le profonde strigliate assestate ai suoi nel corso del match è l’immagine-emblema di una stagione tra le più avvincenti di sempre per l’Eurolega, conclusasi in maniera romanzesca con una partita che entrerà di diritto nella storia del basket europeo, un vero spot per la promozione di un torneo la cui qualità aumenta visibilmente stagione dopo stagione.

1 Commento

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  1. Il Baskettaro

    maggio 17, 2016 at 9:25 am

    Onore al Mosca, ma grande Gigi Datome

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Calcio

L’Antipatico Van Gaal, l’uomo Louis

Francesco Cavallini

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Compie 67 anni oggi Louis Van Gaal, uno dei tecnici più vincenti della storia del calcio. Un carattere forte, per molti antipatico, il tecnico olandese ha mostrato con il suo addio un lato che nessuno conosceva.

Da che mondo è mondo, vincere rende antipatici. Lo cantava anche Morrissey, we hate it when our friends become successful. E se siamo in grado di invidiare i nostri amici, figuriamoci qualcuno che non conosciamo e che già di suo non fa molto per accaparrarsi le nostre simpatie. Prendiamo Louis Van Gaal. Vincente come pochi, odiato come quasi nessun altro. Sarà quel volto perennemente corrucciato, l’espressione severa o quell’aura di superiorità che sembra sprizzare da ogni poro. O forse la causa è la sua profonda conoscenza calcistica, quella capacità di comprendere il gioco più bello del mondo che pochi hanno, che l’ha portato a far risorgere l’Ajax dalle sue ceneri e a vincere ovunque andasse.

Bravo, ma antipatico. Un uomo solo al comando, che porta con sé il fardello di una reputazione ormai dura da cancellare. Reputazione che probabilmente si è anche guadagnato, nel corso di una carriera da allenatore quasi trentennale. I suoi addii al veleno e i suoi ritorni in grande stile sono rinomati quasi quanto le sue vittorie. Un lungo filo rosso di scontri, incomprensioni e polemiche, ingredienti immancabili in ogni sua esperienza manageriale. Un palmarés come quello di Van Gaal dovrebbe garantire genuflessioni al suo passaggio un po’ ovunque. Del resto, su ogni panchina, nazionale esclusa, ha lasciato perlomeno un trofeo. Eppure non c’è mai quell’unanimità di pensiero, quel comune accordo sulla leggendarietà della sua figura che altri, vedi Ancelotti, riescono a guadagnarsi in ogni dove. Lui non piace a tutti. Soprattutto, non piace a chi ha un ego simile al suo. Lì, il conflitto è pressoché inevitabile. In un’idea di calcio in cui tutti sono utili ma nessuno indispensabile, chiunque, anche il Pallone d’Oro, deve piegarsi alla logica di squadra. E non importa che Rivaldo creda di rendere meglio da trequartista, se Van Gaal decide che deve giocare ala, il brasiliano deve adattarsi. Perché Van Gaal è testardo. A volte è un pregio, molte altre un difetto enorme.

Gli si chiede spesso di scendere dal suo piedistallo, ma lui quel piedistallo se l’è costruito con cura, con la consapevole mancata accettazione di un qualsiasi confronto con gli altri. Una volta che ha stabilito un’opinione, solo l’ortodossia più totale può garantire un accordo. Le critiche? Che vadano a farsi benedire, in particolare se provengono dagli odiati giornalisti. Amici della stampa, me ne vado. Complimenti. Il primo addio al Barcellona è il perfetto riassunto di una carriera intera. Vincente, ma mai amato. Forse accettato, di certo mal sopportato. Anche a casa sua. L’Ajax, che a lui tanto deve, lo richiama più volte come direttore tecnico, ma quando è costretto a lavorare con altre icone del club dalla personalità importante, come Koeman o, peggio ancora, Crujiff, lo scontro è garantito. In ogni città c’è spazio per un solo sceriffo, che deve necessariamente chiamarsi Aloysius Van Gaal. Per chiunque altro, le regole sono semplici. Niente personalismi, nessuno spazio per i sentimenti o la gratitudine, a Monaco di Baviera come a Manchester. Contano solo il cervello e le gambe.

Un tipo del genere porta persino a dubitare della effettiva presenza di un cuore sotto l’immancabile cravatta. Fa pensare che l’olandese sia un cyborg insensibile, il cui unico obiettivo è accumulare trofei, fama e denaro. Ma non è così. Il mondo se ne è accorto a inizio 2017, quando la facciata del manager di ghiaccio crolla inesorabilmente davanti alle difficoltà della vita umana. Cosa se ne fa Louis Van Gaal dei milioni cinesi se non è in grado di riportare il sorriso a sua figlia, che in quel periodo ha perso suo marito? Dà più emozioni alzare un’altra Champions oppure trascorrere il tempo che ti resta assieme alla donna, tua moglie, che ami? Già, l’amore. La più improbabile delle motivazioni, per uno come Van Gaal. Quella che offusca il cervello, che non fa ragionare, che a volte ti porta a scelte totalmente assurde. E che ora è lo specchio dell’anima di un uomo, che per anni si è auto-dipinto come una statua in un eremo solitario, ma che come tutti noi ride, piange e, soprattutto, ama. E quindi ha lasciato il calcio Van Gaal, tornando ad essere semplicemente Louis. Lascia la prosopopea delle dichiarazioni pre-partita, l’adrenalina dei novanta minuti e le polemiche del giorno dopo. Se ne è andato dal calcio con pochi amici e molti critici, come era naturale che fosse. Ma con quell’addio, per l’ultima volta in carriera, ha vinto. Ha vinto quell’apprezzamento, quel calore e quella stima che per anni si è volontariamente negato, uscendo tra tanti applausi e qualche lacrima. Perché i trofei soddisfano il cervello. L’amore, quello vero, accarezza il cuore.

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Calcio

L’Orlando City e i seggiolini arcobaleno in memoria della strage del Pulse

Gianluca Pirovano

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Il nuovo stadio di Orlando, inaugurato il 24 Febbraio 2017 in tempo per la data della prima gara ufficiale, contro il New York City, del 5 Marzo dello stesso anno, è un piccolo gioiellino da 25mila posti a sedere, interamente dedicato al calcio.

Un impianto che lo scorso anno finì al centro della cronaca per una decisione presa dal Presidente della squadra  che ha emozionato e mostratogrande vicinanza verso la popolazione della città della Florida, squarciata dall’attacco omofobo avvenuto proprio il 12 Giugno del 2017.

La franchigia viola, in MLS dal 2015, ha deciso infatti di colorare 49 seggiolini del nuovo stadio con i colori dell’arcobaleno.

Il motivo? Orlando, come dicevamo, è stata teatro di una delle peggiori stragi nella storia degli Stati Uniti. 49 morti e più di 50 feriti in seguito ad una sparatoria all’interno del Pulse, locale notturno frequentato dalla comunità omosessuale cittadina.

 “Sono posti che saranno visti da tutto lo stadio, proprio dietro le panchine, e questo ci è sembrato un buon modo per ricordare quel giorno” ha raccontato Phil Rawlins, presidente dell’Orlando City.

I seggiolini sono stati posti nella tribuna Ovest, settore 12.

Non una scelta casuale.

“Il settore è il 12 perché la data della strage è il 12 giugno” ha aggiunto Rawlins.

Chiudendo la presentazione dell’iniziativa e ringraziando chi ha reso possibile realizzarla, Phil Rawlins ha ricordato come scelte di questo tipo rafforzino l’immagine del club ed il suo obiettivo di creare una comunità “inclusiva, variegata ed aperta a tutti”.

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Sport & Integrazione

I bambini israeliani e palestinesi giocano insieme

Matteo di Medio

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Il Primo Giugno si festeggia la Giornata Mondiale del Bambino. Per l’occasione vi raccontiamo la bellissima iniziativa in cui, grazie ad un videogame, i giovani palestinesi e israeliani, vittime innocenti di un conflitto senza fine, giocano insieme, scoprendosi e condividendo.

Ormai le tecnologie e i videogame si stanno pian piano togliendo la cattiva reputazione di essere il male assoluto e la rovina dei giovani. Gli Esports sono diventati a tutti gli effetti degli Sport 2.0 con il riconoscimento da parte del Cio come disciplina e si sta tentando addirittura di farla rientrare nel calendario olimpico.

Esistono casi in cui i videogiochi ricoprono un ruolo fondamentale e rompono definitivamente con gli stereotipi della critica che vorrebbe abolire del tutto l’uso di questi nuovi strumenti come elemento di svago.

Riprendendo quanto scritto da Edwin Evans-Thirlwell nel sito Motherboard.com, raccontiamo il progetto portato avanti da Uri Moshol.

Uri Moshol, ex CEO della società di software Incredibuild, nonché ex militare dell’esercito israeliano, sfruttando il grande interesse verso il mondo del gioco digitale da parte delle ultime generazioni, ha realizzato un programma di carattere sociale per contrastare il clima di odio ed intolleranza religiosa sul territorio della Striscia di Gaza tra Israele e Palestina che ora più che mai è tornato ad essere rovente con conseguenze tragiche e sanguinose per tutta la popolazione.

La Games For Peace (G4P), con sede a Tel-Aviv, è un’organizzazione no profit che, attraverso videogames multiplayer ha l’obiettivo di formare ed informare i giovani delle comunità ebraiche e palestinesi, impegnati in partite online, sul tema dell’integrazione e del rispetto della diversità di fede verso quelle persone che fin da piccole vengono educate al disprezzo del diverso.

L’idea di Moshol nasce dopo una partecipazione nel 2013 ad una Conferenza a New York di Games for Change, organizzazione che pone l’attenzione sul ruolo positivo che i giochi possono avere all’interno della società. Uri è rimasto talmente colpito da questa realtà, non essendo un esperto del settore, da voler esportare questa nuova visione dell’universo videoludico anche verso i territori che ha più a cuore come la Palestina e Israele. Con l’aiuto di esperti del settore, ha individuato come la migliore strada da percorrere l’utilizzo di giochi già esistenti, piuttosto che crearne nuovi ad hoc, per combattere il razzismo e gli stereotipi verso culture che tra loro, in alcuni casi, non sono mai venute a contatto, non si sono mai confrontate.

Il motivo principale di utilizzare videogame già conosciuti è stato dettato dall’intento di creare, sin da subito, coinvolgimento ed adesione da parte dei giovani. Proprio per questo, il gioco scelto per il progetto G4P è stato Minecraft. Con milioni di copie vendute, il videogame creato dalla Mojang nella persona del Presidente Markus Persson, poi venduto per la cifra record di 2,5 miliardi di dollari alla Microsoft, ha come obiettivo quello di costruire città ed edifici di vario genere in un mondo virtuale nel quale il giocatore è il protagonista.

Come racconta Moshol, in alcuni casi, attraverso il videogame, molti bambini si mettevano in contatto per la prima volta con il mondo “dall’altra parte”.

Il progetto Games for Peace porta avanti due diverse iniziative: nella prima, la “Play for Peace”, viene chiesto, ad un numero indefinito di giocatori, di collaborare insieme online per costruire la città. Nella prima occasione di incontro virtuale, il 17 gennaio 2014, parteciparono 50 giovani provenienti da Israele, Palestina, Cisgiordania ed Egitto con l’obiettivo di creare la “Città della Pace”. Alla quinta edizione, nel luglio dello stesso anno, bisognava costruire uno stadio di calcio per i Mondiali.

In queste occasioni, così come nelle altre, le reazioni sono state più che positive e confortanti, tolti singoli casi di comportamenti abusivi, come quando un giocatore cominciò a creare svastiche ovunque. La risposta del resto della comunità fu esemplare: tutti insieme si sono adoperati a cancellarle immediatamente.

La seconda iniziativa è la “Play to Talk”, dove ragazzi di due scuole diverse si sfidano nella costruzione di una città, attraverso la cooperazione e la condivisione di informazioni, pur essendo di religioni od estrazione diversa. Al termine della sessione di gioco, vengono organizzati degli incontri reali tra i giocatori così da commentare tutti insieme l’andamento della partita e conoscersi un po’.

Moshol evidenzia come la Games for Peace stia portando a risultati promettenti e l’evidenza di quanto esposto sta nel fatto che molti giocatori sono rimasti in contatto tramite i social network o addirittura attraverso una frequentazione offline.

L’obiettivo finale del CEO è quello di esportare il G4P in tutto il mondo e in tutte quelle zone dove l’intolleranza e la mancanza di integrazione è il pane quotidiano per le giovani generazioni, diffondendo un messaggio universale senza bandiere o ideologie.

Questa volta, mettiamo da parte la facile critica verso i videogiochi, i peggiori nemici di mamme e papà “disperati”, e poniamo l’attenzione, riconoscendone il merito, sul ruolo che, grazie a persone illuminate come Moshol, la tecnologia ludica può avere per superare ostacoli vecchi un’eternità e far conoscere ai propri figli una realtà che gli è sempre stata tenuta nascosta.

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