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Euro2016: Ecco come la Francia si prepara alle minacce del terrorismo

Andrea Muratore

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L’imminente inizio degli Europei di Francia rende sempre più attuale il tema scottante della sicurezza negli stadi che ospiteranno la rassegna calcistica continentale. Dopo le stragi di Parigi di gennaio e novembre 2015, la questione a riguardo è divenuta probabilmente la più discussa tra quelle inerenti la manifestazione, venendo progressivamente interessata da un dibattito continuo, a tratti talmente preponderante sulle questioni propriamente tecniche o sportive da risultare ripetitivo e pedissequo.

Lo spettro del Terrore aleggia, orrido e minaccioso, sopra le città che ospiteranno Euro 2016. Il duplice flop dei servizi di sicurezza nel garantire la prevenzione contro gli attentati nel paese ha portato il governo e il comitato organizzatore a sviluppare misure antiterrorismo decisamente massicce, tanto da rendere l’imminente edizione del torneo la più presidiata di sempre. I numeri messi in campo dalla Francia in questo contesto sono ragguardevoli: tra sicurezza pubblica e agenzie private, in vista della rassegna sono stati mobilitati circa 90.000 agenti: 42.000 appartengono alla Polizia, che è già pronta a dispiegare 5.000 uomini alle diverse frontiere, 30.000 alla Gendarmeria, 5.000 alla Protezione Civile (2.500 pompieri) e 13.000 alle decine di agenzie private reclutate come supporto. Un vero e proprio esercito sarà dunque il presidio di Euro 2016, e il suo mantenimento sarà assicurato 24 ore su 24, sotto il controllo del Ministero dell’Interno e di specifiche centrali anti-crisi che faranno riferimento a un’unità di analisi dei rischi destinata a restare in funzione a tempo indeterminato. Molti dei poliziotti impiegati sono stati scelti in unità appositamente addestrate a gestire le crisi relative agli attacchi terroristici, e alcuni di essi sono veri e propri veterani in materia avendo già avuto il battesimo operativo nelle difficili ore successive alle stragi di Charlie Hebdo e del Bataclan.

Colpita due volte al cuore lo scorso anno, la Francia dunque non baderà a spese per cercare di controllare il suo più grande spauracchio nel corso del mese che vedrà gli occhi del continente intero puntati sulle otto città che ospiteranno la fase finale degli Europei. Tuttavia, l’imponenza dei numeri non rappresenta un’assoluta garanzia contro eventuali episodi connessi al terrorismo. Criticabili sono in primo luogo le dimensioni stesse del programma: più che da una razionalità organizzativa, esse sembrano essere guidate dalla necessità di mostrare apertamente agli occhi dei francesi e degli europei che il paese vigila, controlla, supervisiona. La pervasività dei controlli non ne assicura la capillarità: la psicosi vissuta negli ultimi mesi dalla Francia e dai francesi è stata la diretta conseguenza dell’azione di cellule relativamente piccole e autonome di combattenti che hanno fatto dell’imprevedibilità la propria forza.

In un contesto del genere, il dispiegamento di imponenti forze di sicurezza è funzionale maggiormente alla rassicurazione della popolazione circa la volontà di mantenere l’ordine piuttosto che alla garanzia di un’effettiva prevenzione degli attentati. In altre parole, la Francia ha puntato sul numero ancora prima che sulla praticità: visto che i reparti scelti dell’antiterrorismo inquadrati nel RAID (organo competente della Polizia francese) sono relativamente poco corposi, si è voluto sopperire alla carenza di specialisti con un aumento delle forze mobilitate. Più logica in tal senso è stata la decisione presa dal Ministro dell’Interno Bernard Cazeneuve di assegnare ai ritiri ciascuna delle ventiquattro compagini qualificatesi per l’Europeo due agenti del RAID, che saranno i responsabili della sicurezza del pernottamento e delle trasferte delle squadre: in questo campo si è deciso di agire alla luce dell’ottimizzazione delle risorse umane, preferendo giustamente la qualità dell’addestramento dei pochi agenti scelti alla quantità.

Ma oltre al controllo delle otto città che ospiteranno la fase finale, dei ritiri delle nazionali e dei punti di ritrovo dei tifosi sarà importante per l’apparato di sicurezza garantire un regolare afflusso degli spettatori alle partite e processi celeri e efficienti di controllo agli ingressi. Il protocollo stilato dal comitato organizzatore di Francia 2016 è stato messo alla prova nell’ultima partita della stagione transalpina, la finale della Coppa di Francia tra Paris Saint Germain e Olympique Marsiglia, prima della quale sono state riscontrate numerose falle nei sistemi messi in atto. In particolar modo, veementi critiche sono state indirizzate sulla scarsa celerità dell’ingresso ai tornelli dovuta alla rigidità eccessiva delle perquisizioni di cui sono stati oggetto i tifosi, ispezionati palmo a palmo a discrezione dei controllori. La strettezza del protocollo è dettata dalla stessa esigenza in base alla quale si è deciso lo schieramento di consistenti forze di polizia: nutrire la volontà della gente di sentirsi protetta, anche a costo di ingolfare l’afflusso a una partita dell’Europeo per sezionare zaini pieni di bibite e patatine, appare una necessità ben più impellente del mettere a punto concrete e produttive misure di sicurezza.

Non va infine dimenticato che un’ulteriore criticità che la Francia si sta trovando ad affrontare in queste settimane potrebbe in maniera abbastanza diretta creare problemi di ordine pubblico e di logistica potenzialmente forieri di conseguenze sulla gestione di Euro 2016. L’ondata di mobilitazioni, scioperi e manifestazioni di centinaia di migliaia di francesi nelle principali città del paese contro la riforma del lavoro voluta da Hollande, infatti, non accenna a placarsi e ha oramai raggiunto dimensioni superate solo dalla storica marea di protesta vissuta durante il celebre Maggio Francese” del 1968. Gli Europei cadono dunque nel momento in cui il braccio di ferro tra il governo Hollande e i lavoratori scontenti giunge alla massima asprezza, ed è tutta da verificare la capacità delle forze dell’ordine di gestire contemporaneamente due criticità di tale portata contemporaneamente in città come Parigi o Marsiglia: al di là della minaccia terroristica, il problema di gestire eventuali complicazioni di ordine pubblico in uno dei due scenari potrebbe ripercuotersi anche sul secondo.

A pochi giorni dall’inizio dell’Europeo, dunque, il problema che attanaglia gli organizzatori da mesi tiene ancora banco. La speranza è che la manifestazione possa essere una festa di sport e che la paura possa restare fuori dagli stadi francesi. Nell’ultimo anno e mezzo, la Francia ha conosciuto due volte le peggiori manifestazioni del Terrore: la volontà condivisa è che il mese di competizione che animerà gli stadi francesi possa rappresentare l’occasione per assestargli un deciso e sonoro calcio.

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Sport & Integrazione

Giornata Mondiale della Pace: I bambini israeliani e palestinesi giocano insieme

Matteo di Medio

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Il 21 Settembre si celebra la Giornata Mondiale della Pace ONU. Per l’occasione vi raccontiamo il grande insegnamento che i bambini israeliani e palestinesi hanno dato a tutti coloro che non credono che un futuro migliore sia possibile.

Ormai le tecnologie e i videogame si stanno pian piano togliendo la cattiva reputazione di essere il male assoluto e la rovina dei giovani. Gli Esports sono diventati a tutti gli effetti degli Sport 2.0 con il riconoscimento da parte del Cio come disciplina e si sta tentando addirittura di farla rientrare nel calendario olimpico.

Esistono casi in cui i videogiochi ricoprono un ruolo fondamentale e rompono definitivamente con gli stereotipi della critica che vorrebbe abolire del tutto l’uso di questi nuovi strumenti come elemento di svago.

Riprendendo quanto scritto da Edwin Evans-Thirlwell nel sito Motherboard.com, raccontiamo il progetto portato avanti da Uri Moshol.

Uri Moshol, ex CEO della società di software Incredibuild, nonché ex militare dell’esercito israeliano, sfruttando il grande interesse verso il mondo del gioco digitale da parte delle ultime generazioni, ha realizzato un programma di carattere sociale per contrastare il clima di odio ed intolleranza religiosa sul territorio della Striscia di Gaza tra Israele e Palestina che ora più che mai è tornato ad essere rovente con conseguenze tragiche e sanguinose per tutta la popolazione.

La Games For Peace (G4P), con sede a Tel-Aviv, è un’organizzazione no profit che, attraverso videogames multiplayer ha l’obiettivo di formare ed informare i giovani delle comunità ebraiche e palestinesi, impegnati in partite online, sul tema dell’integrazione e del rispetto della diversità di fede verso quelle persone che fin da piccole vengono educate al disprezzo del diverso.

L’idea di Moshol nasce dopo una partecipazione nel 2013 ad una Conferenza a New York di Games for Change, organizzazione che pone l’attenzione sul ruolo positivo che i giochi possono avere all’interno della società. Uri è rimasto talmente colpito da questa realtà, non essendo un esperto del settore, da voler esportare questa nuova visione dell’universo videoludico anche verso i territori che ha più a cuore come la Palestina e Israele. Con l’aiuto di esperti del settore, ha individuato come la migliore strada da percorrere l’utilizzo di giochi già esistenti, piuttosto che crearne nuovi ad hoc, per combattere il razzismo e gli stereotipi verso culture che tra loro, in alcuni casi, non sono mai venute a contatto, non si sono mai confrontate.

Il motivo principale di utilizzare videogame già conosciuti è stato dettato dall’intento di creare, sin da subito, coinvolgimento ed adesione da parte dei giovani. Proprio per questo, il gioco scelto per il progetto G4P è stato Minecraft. Con milioni di copie vendute, il videogame creato dalla Mojang nella persona del Presidente Markus Persson, poi venduto per la cifra record di 2,5 miliardi di dollari alla Microsoft, ha come obiettivo quello di costruire città ed edifici di vario genere in un mondo virtuale nel quale il giocatore è il protagonista.

Come racconta Moshol, in alcuni casi, attraverso il videogame, molti bambini si mettevano in contatto per la prima volta con il mondo “dall’altra parte”.

Il progetto Games for Peace porta avanti due diverse iniziative: nella prima, la “Play for Peace”, viene chiesto, ad un numero indefinito di giocatori, di collaborare insieme online per costruire la città. Nella prima occasione di incontro virtuale, il 17 gennaio 2014, parteciparono 50 giovani provenienti da Israele, Palestina, Cisgiordania ed Egitto con l’obiettivo di creare la “Città della Pace”. Alla quinta edizione, nel luglio dello stesso anno, bisognava costruire uno stadio di calcio per i Mondiali.

In queste occasioni, così come nelle altre, le reazioni sono state più che positive e confortanti, tolti singoli casi di comportamenti abusivi, come quando un giocatore cominciò a creare svastiche ovunque. La risposta del resto della comunità fu esemplare: tutti insieme si sono adoperati a cancellarle immediatamente.

La seconda iniziativa è la “Play to Talk”, dove ragazzi di due scuole diverse si sfidano nella costruzione di una città, attraverso la cooperazione e la condivisione di informazioni, pur essendo di religioni od estrazione diversa. Al termine della sessione di gioco, vengono organizzati degli incontri reali tra i giocatori così da commentare tutti insieme l’andamento della partita e conoscersi un po’.

Moshol evidenzia come la Games for Peace stia portando a risultati promettenti e l’evidenza di quanto esposto sta nel fatto che molti giocatori sono rimasti in contatto tramite i social network o addirittura attraverso una frequentazione offline.

L’obiettivo finale del CEO è quello di esportare il G4P in tutto il mondo e in tutte quelle zone dove l’intolleranza e la mancanza di integrazione è il pane quotidiano per le giovani generazioni, diffondendo un messaggio universale senza bandiere o ideologie.

Questa volta, mettiamo da parte la facile critica verso i videogiochi, i peggiori nemici di mamme e papà “disperati”, e poniamo l’attenzione, riconoscendone il merito, sul ruolo che, grazie a persone illuminate come Moshol, la tecnologia ludica può avere per superare ostacoli vecchi un’eternità e far conoscere ai propri figli una realtà che gli è sempre stata tenuta nascosta.

 

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Calcio

L’Antipatico Van Gaal, l’uomo Louis

Francesco Cavallini

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Compie 67 anni oggi Louis Van Gaal, uno dei tecnici più vincenti della storia del calcio. Un carattere forte, per molti antipatico, il tecnico olandese ha mostrato con il suo addio un lato che nessuno conosceva.

Da che mondo è mondo, vincere rende antipatici. Lo cantava anche Morrissey, we hate it when our friends become successful. E se siamo in grado di invidiare i nostri amici, figuriamoci qualcuno che non conosciamo e che già di suo non fa molto per accaparrarsi le nostre simpatie. Prendiamo Louis Van Gaal. Vincente come pochi, odiato come quasi nessun altro. Sarà quel volto perennemente corrucciato, l’espressione severa o quell’aura di superiorità che sembra sprizzare da ogni poro. O forse la causa è la sua profonda conoscenza calcistica, quella capacità di comprendere il gioco più bello del mondo che pochi hanno, che l’ha portato a far risorgere l’Ajax dalle sue ceneri e a vincere ovunque andasse.

Bravo, ma antipatico. Un uomo solo al comando, che porta con sé il fardello di una reputazione ormai dura da cancellare. Reputazione che probabilmente si è anche guadagnato, nel corso di una carriera da allenatore quasi trentennale. I suoi addii al veleno e i suoi ritorni in grande stile sono rinomati quasi quanto le sue vittorie. Un lungo filo rosso di scontri, incomprensioni e polemiche, ingredienti immancabili in ogni sua esperienza manageriale. Un palmarés come quello di Van Gaal dovrebbe garantire genuflessioni al suo passaggio un po’ ovunque. Del resto, su ogni panchina, nazionale esclusa, ha lasciato perlomeno un trofeo. Eppure non c’è mai quell’unanimità di pensiero, quel comune accordo sulla leggendarietà della sua figura che altri, vedi Ancelotti, riescono a guadagnarsi in ogni dove. Lui non piace a tutti. Soprattutto, non piace a chi ha un ego simile al suo. Lì, il conflitto è pressoché inevitabile. In un’idea di calcio in cui tutti sono utili ma nessuno indispensabile, chiunque, anche il Pallone d’Oro, deve piegarsi alla logica di squadra. E non importa che Rivaldo creda di rendere meglio da trequartista, se Van Gaal decide che deve giocare ala, il brasiliano deve adattarsi. Perché Van Gaal è testardo. A volte è un pregio, molte altre un difetto enorme.

Gli si chiede spesso di scendere dal suo piedistallo, ma lui quel piedistallo se l’è costruito con cura, con la consapevole mancata accettazione di un qualsiasi confronto con gli altri. Una volta che ha stabilito un’opinione, solo l’ortodossia più totale può garantire un accordo. Le critiche? Che vadano a farsi benedire, in particolare se provengono dagli odiati giornalisti. Amici della stampa, me ne vado. Complimenti. Il primo addio al Barcellona è il perfetto riassunto di una carriera intera. Vincente, ma mai amato. Forse accettato, di certo mal sopportato. Anche a casa sua. L’Ajax, che a lui tanto deve, lo richiama più volte come direttore tecnico, ma quando è costretto a lavorare con altre icone del club dalla personalità importante, come Koeman o, peggio ancora, Crujiff, lo scontro è garantito. In ogni città c’è spazio per un solo sceriffo, che deve necessariamente chiamarsi Aloysius Van Gaal. Per chiunque altro, le regole sono semplici. Niente personalismi, nessuno spazio per i sentimenti o la gratitudine, a Monaco di Baviera come a Manchester. Contano solo il cervello e le gambe.

Un tipo del genere porta persino a dubitare della effettiva presenza di un cuore sotto l’immancabile cravatta. Fa pensare che l’olandese sia un cyborg insensibile, il cui unico obiettivo è accumulare trofei, fama e denaro. Ma non è così. Il mondo se ne è accorto a inizio 2017, quando la facciata del manager di ghiaccio crolla inesorabilmente davanti alle difficoltà della vita umana. Cosa se ne fa Louis Van Gaal dei milioni cinesi se non è in grado di riportare il sorriso a sua figlia, che in quel periodo ha perso suo marito? Dà più emozioni alzare un’altra Champions oppure trascorrere il tempo che ti resta assieme alla donna, tua moglie, che ami? Già, l’amore. La più improbabile delle motivazioni, per uno come Van Gaal. Quella che offusca il cervello, che non fa ragionare, che a volte ti porta a scelte totalmente assurde. E che ora è lo specchio dell’anima di un uomo, che per anni si è auto-dipinto come una statua in un eremo solitario, ma che come tutti noi ride, piange e, soprattutto, ama. E quindi ha lasciato il calcio Van Gaal, tornando ad essere semplicemente Louis. Lascia la prosopopea delle dichiarazioni pre-partita, l’adrenalina dei novanta minuti e le polemiche del giorno dopo. Se ne è andato dal calcio con pochi amici e molti critici, come era naturale che fosse. Ma con quell’addio, per l’ultima volta in carriera, ha vinto. Ha vinto quell’apprezzamento, quel calore e quella stima che per anni si è volontariamente negato, uscendo tra tanti applausi e qualche lacrima. Perché i trofei soddisfano il cervello. L’amore, quello vero, accarezza il cuore.

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Calcio

L’Orlando City e i seggiolini arcobaleno in memoria della strage del Pulse

Gianluca Pirovano

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Il nuovo stadio di Orlando, inaugurato il 24 Febbraio 2017 in tempo per la data della prima gara ufficiale, contro il New York City, del 5 Marzo dello stesso anno, è un piccolo gioiellino da 25mila posti a sedere, interamente dedicato al calcio.

Un impianto che lo scorso anno finì al centro della cronaca per una decisione presa dal Presidente della squadra  che ha emozionato e mostratogrande vicinanza verso la popolazione della città della Florida, squarciata dall’attacco omofobo avvenuto proprio il 12 Giugno del 2017.

La franchigia viola, in MLS dal 2015, ha deciso infatti di colorare 49 seggiolini del nuovo stadio con i colori dell’arcobaleno.

Il motivo? Orlando, come dicevamo, è stata teatro di una delle peggiori stragi nella storia degli Stati Uniti. 49 morti e più di 50 feriti in seguito ad una sparatoria all’interno del Pulse, locale notturno frequentato dalla comunità omosessuale cittadina.

 “Sono posti che saranno visti da tutto lo stadio, proprio dietro le panchine, e questo ci è sembrato un buon modo per ricordare quel giorno” ha raccontato Phil Rawlins, presidente dell’Orlando City.

I seggiolini sono stati posti nella tribuna Ovest, settore 12.

Non una scelta casuale.

“Il settore è il 12 perché la data della strage è il 12 giugno” ha aggiunto Rawlins.

Chiudendo la presentazione dell’iniziativa e ringraziando chi ha reso possibile realizzarla, Phil Rawlins ha ricordato come scelte di questo tipo rafforzino l’immagine del club ed il suo obiettivo di creare una comunità “inclusiva, variegata ed aperta a tutti”.

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