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Calcio

El Maestro Tabarez e le Origini della Garra Charrua

Ettore Zanca

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El Maestro Tabarez e le Origini della Garra Charrua

E’ iniziata ieri notte la Copa America 2019. La manifestazione continentale anche quest’anno vedrà  in panchina Oscar Tabarez, l’allenatore dell’Uruguay che incarna perfettamente lo spirito della squadra che allena. Un uomo che malgrado la malattia non si è mai fermato combattendo proprio come i giocatori della Celeste.

Garra Charrúa. 
Nasce in Uruguay, riferita al calcio, soprattutto ma è estesa a tutto il Sudamerica. In Europa la si riconosce solo come Garra, per simboleggiare la grinta di non arrendersi mai nemmeno di fronte al fato più beffardo. L’origine della parola è composita. Garra è l’artiglio, pronto a smembrare le carni, pronto ad affondare. La parola Charrúa, invece ha radici più atroci e complesse.

I Charrúa erano un popolo originario delle pampas. Gente che vedendosi rubare le terre dal colonialismo nel 1500, si oppose fieramente uccidendo anche parecchi soldati ed esploratori. Fino al genocidio di Salsipuedes furono imprendibili. Nel 1831 il primo presidente uruguagio, Fructuoso Rivera, ne deportò 300 fino a Montevideo, dove gli indigeni si rifiutarono di riconoscere superiorità e predominio e vennero sterminati nei modi più disparati. Passati per le armi fatti morire di fame e stenti, torturati. Da allora il nome di questo popolo associato alla garra, è simbolo di fierezza e non mollare mai. Una parte che gli Uruguagi hanno recuperato dalle proprie radici.

L’Uruguay come nazionale è così. Fondata sul collettivo e fiera. E questo mondiale lo sta giocando con garra, come giocò quello del 1950. In quell’anno la squadra si giocava il titolo mondiale contro il Brasile. Al Maracanà. Provate a pensarlo vuoto, già mette i brividi. Ora pensatelo pieno di un inferno di tifo verdeoro che prepara la festa della vittoria. I giocatori uruguagi che vengono riconosciuti per strada, vengono salutati con le 4 dita, il minimo dei gol che i brasiliani sostengono che gli faranno. Negli spogliatoi prima della partita, scende un dirigente della “Celeste” sudato e spaventato. Va da Obdulio Varela, il capitano, l’uomo simbolo della garra e gli dice: “cumplimos (abbiamo fatto quello che dovevamo) se non prendiamo più di tre gol”. Varela, contro tutto e tutti, anche contro i suoi stessi connazionali, guardò malissimo il dirigente, lo appese al muro e ringhiò: “cumplimos, si somos campeones”. L’Uruguay vinse buttando il Brasile nel lutto.

Adesso la Celeste è guidata da un uomo che sta dimostrando una garra da titano. Oscar Tabarez, detto “El maestro”. Il tecnico ha la sindrome di Guillain-Barrè, una malattia che attacca i centri nervosi con una progressiva degenerazione, fino ad arrivare agli organi respiratori e al cuore. Tabarez però non ha alcuna intenzione di smettere, allena i suoi spostandosi con una minicar per il campo, va in panchina con le stampelle. E non si accontenta di quello che ha già ottenuto, tanto, tra cui un titolo sudamericano.

E quando gli hanno chiesto se nonostante la malattia degenerativa fosse contento di quello che aveva vinto e del suo percorso, “El maestro” disse “la miglior ricompensa è continuare il cammino”. E allora continua, Oscar, insieme alla tua Celeste. Fino a che puoi, fino a insegnare la tua garra a chi si lamenta per molto meno di una malattia degenerativa, fino a insegnare anche a noi, che non “cumplimos” solo vegetando, ma “cumplimos si somos campeones”, ognuno a modo suo, ognuno nel suo inferno quotidiano, che dobbiamo ammutolire come uno stadio che ci rema contro.

Blogger freelance, amante del fresco profumo della legalità e del mare della sua terra, la Sicilia. Tifoso uno e trino, per ragioni di sangue, ha nel cuore il Palermo, il Toro e la Samp. Convinto fino al midollo che la vita sia un immenso circo di storie da ascoltare, oppure uno stadio. In ogni caso un posto pieno di vite degne di essere raccontate. Specie quelle di chi non ha voce. Ha per colonna sonora Enrico Ruggeri e i suoi portafortuna sono un ragno e un asterisco. Il suo motto è la frase di Leonida quando gli intimarono di deporre le armi e arrendersi. Molòn Labè. Venitevele a prendere se avete coraggio.

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