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Calcio

El Clásico de Avellaneda: Rivalità, manichini e la maledizione dei sette gatti neri

Patrick Iannarelli

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El Clásico de Avellaneda: Rivalità, manichini e la maledizione dei sette gatti neri

I fatti di Buenos Aires in occasione della sfida di ritorno valevole per la finale di Copa Libertadores tra River Plate e Boca Juniors al Monumental, che hanno spinto i vertici della Conmebol a rimandare la partita e optare per lo spostamento in una sede neutrale fuori dall’Argentina (a Madrid 9 dicembre) al fine di affievolire in qualche modo il fuoco di un derby senza precedenti, rappresentano solo una delle tante sfaccettature che assume il calcio nella terra di Maradona. Tante sono, infatti, le partite sentite che ogni anno ripropongono tensioni che si mescolano a una passione senza limite e che spesso sfociano in situazioni che quel limite lo passano abbondantemente. Una di queste è sicuramente il derby di Avellaneda tra Racing e Independiente.

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Calcio in Argentina: una questione di vita o di morte

Sacro e profano. La storia del calcio si è sempre mescolata tra questi due elementi viscerali, che hanno portato a vivere una passione come se fosse qualcosa di ultraterreno, che nella sua accezione più estrema significa proprio oltre la vita. E in Argentina questo lo hanno trasformato in un dogma, in uno stile di vita, nella voglia di prevalere sull’altro. Ad ogni costo. I motivi per cui il futbol è vissuto come se fosse qualcosa che va oltre sono tantissimi: stiamo parlando di un paese spesso dilaniato da una crisi economica e da un implosione interna che ti fa aggrappare all’unica cosa che non rimane a brandelli anche dopo tantissimi calci. Una palla appunto, per respirare un pizzico di vita in un luogo dimenticato da tutti, anche da chi lassù dovrebbe vigilare con qualche azione positiva, almeno secondo la cultura religiosa di un’intera popolazione. E quella intera popolazione devota a Dio e al Cattolicesimo, non può assolutamente credere che un partita di calcio duri soltanto 90’. Soprattutto in una città portuale di circa 350.000 anime dove l’astio non arriva per una camiseta diversa nei colori, ma affonda le sue radici in una guerra civile tra poveri mai sopita e spesso voluta da chi ha altri sporchi interessi.

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E il manichino con la maglia rivale, appeso ad una corda e con la scritta che recita testualmente “Puta Violada”, è solamente un atto esagerato portato all’estremo, che evidenzia uno scontro tra classi sociali identiche ma mai così lontane per via di due colori diversi.

Racing Club – Independiente: El clasico de Avellaneda

Gli attori protagonisti sono i supporter del Club Atlético Independiente, che impiccarono un manichino con la maglia del Racing Club de Avellaneda: i vicini che si odiano, anche per via di due Stadi a distanza di nemmeno 300 metri in linea d’aria. Una rivalità che definire sentita sarebbe riduttivo, tanto da portare nel 1967 ad un episodio che passerà alla storia. La Maldiciòn de los siete gatos negros avvenne durante la trasferta del Racing in Scozia, volati in Europa per giocarsi l’andata della finale di Coppa Intercontinentale. I tifosi dell’Independiente penetrano all’interno del Cilindro, stadio del Racing, e seppelliscono i cadaveri di sette gatti neri. Arriverà la Coppa, ma dopo questo episodio l’Academica non vincerà più nulla, mentre gli odiati vicini conquisteranno nell’ordine 9 titoli nazionali, 5 Libertadores, una Coppa Sudamericana, una Recopa Sudamericana e una Coppa Intercontinentale. Si ribalta lo Stadio, si distrugge letteralmente il campo, ma viene trovata una sola carcassa di quel povero gatto. Ma per un popolo credente non basta: contromaledizioni ed esorcismi, che portano ad un solo titolo nel 2001. Ovviamente non basta per placare le polemiche, anche se il Principe Milito sbloccherà questa maledizione portando la squadra della sua città al trionfo dopo tredici anni.

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Il calcio come via di fuga

La maledizione prosegue, ma anche quella rivalità che ti fa sorridere se vista da lontano, ma che spesso supera quel confine tra sacro e profano. E in Argentina questo varco è davvero sottile. Si passa ad impiccare un manichino scrivendo sul dorso parole fortissime, che in un momento storico simile fanno storcere il naso. Si possono fare tantissimi ragionamenti sulla correttezza o meno del gesto, ma guai a scadere nel banale con una semplice definizione. In Argentina il calcio non è un gioco, è qualcosa che va oltre la vita. Perché in un momento storico perennemente difficile, in una bolla di povertà in cui questo Stato è racchiuso ormai da secoli, il calcio è stato portato e insegnato dagli stranieri, ma è stato veicolato in un’unica direzione, ovvero quello di far sfogare una popolazione perennemente stanca di subire invasioni non richieste. E non è un caso che i due stadi si guardano in faccia tra di loro.

Perché in Argentina, nonostante tutto, ci vogliono gli “huevos” per scendere in campo, vivere la vita e credere in qualcosa di ultraterreno.

1 Commento

1 Commento

  1. Constantino Ficili

    Dicembre 4, 2018 at 8:37 am

    già in Italia dove un qualunque Genny a’ carogna scende in campo e comanda arbitri e giocatori è diverso, vero?

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