Connettiti con noi

Calcio

Due squadre, uno stadio ed un arcipelago: le Isole Scilly ed il campionato più piccolo al mondo

Matteo Calautti

Published

on

Chiudete gli occhi ed immaginate di essere su un campo di calcio, pronti a darvi battaglia con gli avversari come ogni weekend. Nell’ultima giornata avete vinto la sfida con la vostra diretta concorrente per la vittoria del campionato, essendo quindi pronti per un’altra battaglia. Ora aprite gli occhi. Chi vi ritrovate davanti? Nuovamente la vostra rivale per la vittoria finale. Impossibile? Nient’affatto. Significa che vi trovate nelle Isole Scilly, arcipelago inglese nel quale si disputa il campionato più piccolo al mondo: quello conteso dai Woolpack Wanderers e dai Garrison Gunners.

Trattasi di Guinnes World Record. E come potrebbe essere altrimenti? Tutto è cominciato in questo arcipelago composto perlopiù da cinque isole principali situate a circa 50 km dalla Cornovaglia, la regione più a sud ovest dell’isola britannica. Un arcipelago di duemila abitanti la cui superficie complessiva si estende per circa 16 km quadrati. Una superficie, per intenderci, undici volte più piccola di quella che occupa l’intero comune di Milano ed un numero di abitanti diciassette volte inferiore di quello del comune di Aosta.

Erano gli anni ’20 quando venne ideata la prima competizione calcistica nell’arcipelago, la Lyonnesse Inter-Island Cupnella quale si sfidavano le rappresentative delle isole. Una competizione, quella “interinsulare”, che durò fino agli anni ’50, in cui rimasero solamente due squadre: Rangers e Rovers. Il 1984 fu l’anno della svolta per il calcio scilliano: vennero rinominate le due compagini rimaste, dando vita così alle odierne Woolpack Wanderers e dai Garrison Gunners, rispettivamente in maglia amaranto con maniche azzurre ed in maglia gialla con due strisce laterali blu.

Una competizione, il Lioness Shield, che vede sfidarsi le due eterne rivali per diciassette volte (talvolta tredici, stando a diverse fonti) ogni domenica mattina alle 10:30 da metà novembre fino a metà a marzo circa, fino a decretare una vincitrice di questo particolare “Scudetto”. Un campionato che negli ultimi vent’anni è stato spesso deciso all’ultima giornata. Nel 2010, per esempio, gli Wanderers godevano di un vantaggio di 18 punti sotto Natale, avendo teoricamente ipotecato la vittoria. Tuttavia, nelle restanti giornate i Gunners andarono vicini ad una storica rimonta, perdendo però il titolo all’ultima giornata a causa di una sconfitta per 2-1. Inutile dire, inoltre, che non esistano partite in casa e partite in trasferta. Entrambe le compagini disputano le loro sfide al Garrison Field di St Mary’s, l’isola più estesa contenente la capitale dell’arcipelago, ovvero Hugh Town con i suoi circa mille abitanti. È previsto anche un terzo tempo a fine partita, durante il quale tutti i giocatori si ritrovano allo Scillonian Pub a discutere sulla sfida tra birra e patatine.


Interessante anche il metodo attraverso il quale viene decisa la composizione delle due squadre ad inizio campionato, definito dai più come “metodo oratorio“. I due capitani, dopo essersi incontrati ed aver sorteggiato che sarà il primo a scegliere, cominciano a selezionare i giocatori uno ad uno, componendo così due squadre da venti giocatori. Inutile affermare che, quindi, un giocatore che fino all’anno prima indossava la casacca degli Wanderers si ritrovi nella stagione successiva a lottare per i Gunners e viceversa. Non è previsto calciomercato durante l’anno a meno che una delle due squadre non risulti decimata causa infortuni o problemi lavorativi. Un metodo di selezione, sostengono gli atleti, che mantiene equilibrato il Lioness Shield, nonostante attualmente gli Wanderers si trovino in vantaggio per quanto riguarda il numero di trofei nella propria bacheca.

Ma ci sono altri aspetti bizzarri, che trasudano però allo stesso tempo passione da tutti i pori. Uno su tutti? Poteva una “federazione” calcistica composta da due sole squadre limitarsi ad una singola competizione? La risposta è chiaramente negativa. Esistono infatti due coppe nazionali, chiamate rispettivamente Wholesalers Cup e Foredeck Cup, con la formula di andata e ritorno. Ma non è tutto. Infatti, la stagione viene aperta dal Charity Shield, ovvero la supercoppa di lega in cui teoricamente si sfiderebbero la vincitrice del campionato e la vincitrice di una delle due coppe nazionali, ma che in pratica viene contesa dalle stesse due squadre scilliane. Inoltre, annualmente viene allestita una rappresentativa composta dai migliori giocatori di Wanderers e Gunners per sfidare in casa una squadra di Truro ed occasionalmente contro una compagine di Newlyn, due città della Cornovaglia. Infine, nel Boxing Day viene organizzata la cosiddetta “Old Men versus the Youngsters“, partita in cui si sfidano i veterani del campionato contro i più giovani.

Ma quanto possono essere giovani i giocatori che partecipano al campionato scilliano? Nel 2011 il giocatore più anziano era Chas Wood, ex segretario della lega, alla veneranda età di 70 anni. Intervistato sul sito ufficiale della FIFA nel 2011, affermò che in cinque delle precedenti otto stagioni il campionato era stato deciso nell’ultima sfida. Inoltre, l’ex segretario ha anche simpaticamente affermato il seguente concetto: «Certamente sarebbe bello giocare contro altre squadre, ma giocare contro la stessa squadra ogni settimana è meglio che non poter giocare affatto a calcio». Attualmente il segretario è Andrew Hicks, il quale ha rivelato a Qui Livorno che «per i giocatori la lega è una grande parte della loro vita e dà loro la possibilità di svagarsi durante i weekend». Durante l’intervista ha parlato anche delle difficoltà, perlopiù logistiche in relazione al clima, a cui l’arcipelago andrebbe incontro cercando di iscriversi ad un campionato ufficiale inglese. «I trasporti sono molto difficili», ammise Hicks, aggiungendo che «non ci sarebbe un vero e proprio finanziamento per permettere tutto questo ai calciatori». Passionale, infine, la chiusura: «Così continuiamo a prendere parte a quello che per noi è il campionato migliore del mondo».

Quale il futuro della lega? Essendo l’età media discretamente alta, urgerebbe un ricambio generazionale verso cui però i veterano sono molto diffidenti. Infatti, a causa delle avverse condizioni climatiche e della crisi dal punto di vista lavorativo, comunque combattuta dal governo locale, i giovani spesso cercano fortuna all’estero per poi non tornare più. Dave Stonebank manager ed allora giocatore scilliano, intervistato da The Guardian nel 2006, affermò proprio che «i posti di lavoro sono limitati ed acquistare una casa è molto costoso», facendo riferimento per esempio a 300 mila sterline per un appartamento con due camere da letto. L’ex segretario Wood, nello stesso reportage di The Guardian, ammise che il numero dei giocatori fosse in calo e che l’età media fosse sui trent’anni, alzatasi ulteriormente durante le successive stagioni.

Un giocatore è invece balzato agli onori della cronaca scilliana per esser tornato a giocare nell’arcipelago. Trattasi di Andy Hicks, tornato a 22 anni per diventare un costruttore di navi nella sua terra natale. «Quanto giochi contro lo stesso avversario per più di una dozzina di volte», ha affermato a The Guardian, «conosce tutti i tuoi trucchi e tu tutti i suoi». «Sarebbe bello viaggiare ogni tanto», ha concluso il figliol prodigo. In questo caso, tuttavia, nel 2008 fu la montagna a raggiungere Maometto. Infatti, l’Adidas scelse l’arcipelago per la sua campagna pubblicitaria Dream Big, permettendo ai giocatori scilliani di passare del tempo con i campioni inglesi Steven Gerrard e David Beckham, all’epoca capitano del Liverpool e giocatore dei Los Angeles Galaxy. E c’è chi sostiene che abbiano anche sfigurato al cospetto dei “campioni” popolari dell’isola. Una multinazionale mastodontica in un ecosistema calcistico tanto minimale quanto passionale.

Il campionato più piccolo del mondo. Tratto da una storia vera.

Calcio

Fasce e lacci arcobaleno, ma il Calcio resta ancora uno sport omofobo

Matteo Luciani

Published

on

Il 14 Ottobre 1979 negli Stati Uniti, a Washington, si svolse la prima marcia per i diritti LGBT. A distanza di anni le cose sono migliorate, ma grandi problemi rimangono palesemente. Anche lo Sport soffre le stesse criticità. In particolare il calcio, dove è quasi impossibile mostrarsi per quello che si è.

Novembre 2016: i capitani delle squadre della Premier League indossano fasce color arcobaleno mentre tutti i calciatori scendono in campo con i lacci delle scarpe dello stesso tipo. La ragione? Tutto ciò è parte integrante della campagna anti-omofobia ‘Rainbow Laces’ promossa dall’organizzazione Stonewall.

L’evento viene visto dai media come un grande passo per uno sport spesso ritenuto reticente nei confronti delle comunità LGBT; ma lacci e fasce arcobaleno sono veramente un segno tangibile di progresso nel trasformare il calcio in uno spazio in cui i giocatori LGBT si sentano liberi di esprimere la propria sessualità anche in pubblico?

Francamente, no.

È piuttosto singolare, infatti, che soltanto un ex atleta della Premier League, passato pure in Serie A per una fugace apparizione con la maglia della Lazio, il tedesco Thomas Hitzlsperger, abbia ufficialmente fatto coming out (peraltro, soltanto a carriera conclusa) quando il 2% della popolazione maschile britannica oggi si identifica come gay e si è a conoscenza del fatto che oltre 500 giocatori della Premier League, tra passato e presente, sono omosessuali.

Hitzlsperger affermò, riguardo alla sua dichiarazione pubblica, di essersi ispirato a quanto fatto dal cestista John Amaechi, dal tuffatore Tom Daley, dalla stella gallese di rugby Gareth Thomas e dall’ex calciatore di Leeds United e LA Galaxy Robbie Rogers; il tedesco spiegò pure di sperare che il proprio gesto potesse aiutare altri colleghi a fare lo stesso.

Parole, purtroppo, poco utili se si pensa che addirittura il presidente della FA, Clarke, non certo il primo venuto, ha recentemente dichiarato che sarebbe “impossibile” per un giocatore attuale fare coming out poiché la lega non sarebbe in grado di proteggerlo a sufficienza dagli attacchi esterni di tifosi avversari.

Di certo, il precedente dell’ex attaccante del Norwich City e del Nottingham Forest, Justin Fashanu (peraltro, il primo calciatore di colore ad essere pagato un milione di sterline nel calcio inglese), in tal senso, ha segnato un profondo solco.

Fashanu, uscito allo scoperto nel 1990, decise di porre fine alla sua vita soltanto otto anni dopo a causa degli enormi problemi (lavorativi e non) che il suo coming out gli aveva creato.

Presso il già citato ‘Rainbow Laces Summit’, diversi atleti britannici si sono riuniti per discutere sul modo in cui poter aiutare la comunità LGBT nel mondo dello sport.

Due stelle dell’hockey britannico, Kate e Helen Richardson-Walsh, regolarmente sposate, sono intervenute, così come il rugbista Keegan Hirst.

A quanto pare, soltanto il calcio è rimasto così indietro sull’argomento.

In tal senso, durante il vertice, il presidente Clarke, ha dichiarato che il calcio è “due decenni indietro” rispetto alla possibilità di diventare oggi un posto sereno anche per gli omosessuali.

Clarke ha affermato che sta tentando di parlare con molti calciatori gay del mondo inglese, in merito alla chance di effettuare il coming out, ma che, tuttavia, nessuno si sente veramente tranquillo all’idea.

Mancherà ancora molto, in Inghilterra e non, per rendere anche il calcio uno sport più civile?

Continua a leggere

Calcio

Dario Fo: il Premio Nobel che amava il calcio “vecchie maniere”

Matteo di Medio

Published

on

Il 13 Ottobre 2016 moriva Dario Fo, uno degli artisti italiani più stimati al mondo. Un uomo che aveva capito come sarebbe finito il nostro calcio e l’aveva detto chiaro e tondo.

Sono passati due anni esatti della morte del premio nobel per la letteratura Dario Fo. Dopo giorni di ricovero all’ospedale Sacco di Milano, l’istrionico drammaturgo salutava il mondo, lasciando una traccia indelebile nel panorama artistico nazionale ed internazionale. Un uomo senza peli sulla lingua, in prima fila nelle battaglie contro i poteri forti. Logiche di potere che nel tempo hanno coinvolto tutti i livelli della società compreso lo sport, in particolare il calcio.

Dario Fo, che in un’intervista aveva dichiarato di aver praticato da dilettante il nuoto di fondo e la corsa di montagna, evidenziò il cambiamento radicale che l’universo sportivo ha vissuto nel corso del tempo, passando da una logica popolare verso una visione solo legata al business e al successo a tutti i costi. Lo sport come specchio di una collettività che stava perdendo la dignità e l’allontanamento dei valori di comunità che il popolo italiano, e non solo, stava vivendo e che, tragicamente, vive quotidianamente. “Quando ero giovane io, accadeva che fare dei viaggi, andare in un’altra città al seguito della tua squadra del cuore era costoso ed un privilegio che si concedeva ai gruppi di supporters ufficiali dell’équipe. Ora ci sono questi “faccendieri” che organizzano trasferte e chiamano chi vogliono loro, approfittando dei soldi che circolano in quantità maggiore nelle casse delle squadre. Questo mutamento radicale di sistema ha provocato la creazione di un clima più acuto, più esacerbato, aggressivo. Lo sport ora è diventato un affare da gestire, come in una lotta tra multinazionali, con conseguente perdita di valori, quelli genuini che nutrivano le discipline. Quello spirito della correttezza sportiva che caratterizzava i tempi miei non c’è più o c’è sempre meno: mi riferisco al motto del “Vinca il migliore”, non un modo di dire puro e semplice, piuttosto un sentire vero, profondo, che albergava nell’animo dei giocatori e degli atleti“. Accuse forti che risultano essere tremendamente profetiche visti i tempi moderni e la direzione che lo sport sta prendendo giorno dopo giorno, anche in tema di demonizzazione a tutti costi dei tifosi:Quando perdi le relazioni con il prossimo, perdi la dignità, la generosità verso il tuo compagno, verso il collega e il “diverso” diventa il tuo principale nemico, da aggredire, da mortificare“.

Forte e diretto come sempre, si scagliò contro il razzismo e i “poveri” del calcio: “I giocatori che vengono dall’Africa nei grandi club italiani sono pagati meno. E’ una guerra di poveri contro i ricchi. Diverso è per il Rugby, uno splendido sport non ancora macchiato dalle grandi logiche del guadagno e del potere. Tutto il contrario del football americano, che vive la sua giornata di gloria con la finale di Super Bowl“. Sempre il business al centro della critica e la guerra contro quei Presidenti di calcio spinti solo da mire affaristiche. Ed è stato proprio il calcio moderno ad allontanarlo dalla passione per il pallone, in particolare per la sua Inter di cui era tifoso: “Ero tifoso dell’Inter di Meazza, ma ho smesso di seguire da vicino questo sport quando sono iniziate le manfrine e lo si usava per fare politica. Certe cose non mi piacciono. Adesso mi appassiono soprattutto per la Nazionale che spero torni ad essere vincente come nel 2006“. Così diceva nel 2014 quando Thohir era a capo della squadra nerazzurra da poco più di un anno. E anche per il magnate indonesiano, l’artista varesino non lesinò bordate che, anche in questo caso, risultarono essere in linea con quanto sarebbe accaduto in tempi non sospetti con il passaggio di proprietà al gruppo cinese Suning: “Pensate che si senta a casa a Milano? Che abbia dentro lo spirito milanese? Oppure credete che sia venuto qua perché considera l’Inter un affare? Purtroppo non c’è più la dimensione greca dello sport, la voglia di confrontarsi che avevano tutte le Polis. Gli anni sono passati e i valori sono diversi“.

Ma non risparmiò neanche il Milan e la città in generale:”Lo sport è lo specchio della società e in questo caso della città. Io fingo di non interessarmene ma in realtà il calcio un po’ lo seguo e non posso non accorgermi che si sono perse la chiarezza, la pulizia e l’esempio che Milano ha dato per anni. Sfoglio i giornali e leggo solo di ‘business’, di ‘progetti’, di giocatori da comprare e vendere come se il mondo del pallone fosse diventato il mercato degli Obej Obej. Prima le due società milanesi non erano così“.

Dedicò anche un libro ad un pugile sinti, raccontando la storia di Johann Trollmann, deportato nei campi di concentramento nazisti.

Un personaggio scomodo che ha sempre detto quello che pensava, giusto o sbagliato che fosse, e che, per quel che concerne lo sport, aveva centrato in pieno le dinamiche che lo stanno lentamente portando al collasso.

Continua a leggere

Calcio

Bruno Neri, storia del calciatore partigiano che non si piegò al Fascismo

Simone Nastasi

Published

on

Il 12 Ottobre 1910 nasceva a Faenza, Bruno Neri, il calciatore partigiano divenuto simbolo della Resistenza al Regime Fascista. Lo celebriamo raccontando la sua storia e quel gesto che gli valse la gloria eterna.

 

Anche l’Italia ha avuto il suo Carlos Caszely. Il calciatore ribelle che non ha voluto accettare il corso della storia. Che non si è piegato al cambio di potere in atto all’interno del suo Paese, il Cile: fuori la democrazia e dentro la dittatura militare. Che ha sbagliato un calcio di rigore importante o si è fatto espellere in una partita dei Mondiali e soltanto, a quanto pare, per fare uno screzio al tiranno. Beccandosi perciò gli strali del generale Augusto Pinochet.

Molti anni prima di Carlos Caszely c’è stato chi ha voluto anticipare le sue gesta. Ribellandosi al potere governante e diventando un “eroe” popolare, ma non per quanto fatto vedere sul campo, ma fuori. E’ successo in Italia. Ai tempi del fascismo. Quando Bruno Neri vestiva la maglia della Fiorentina. Ancora oggi, lo ricordano come il “calciatore partigiano”. Per via di quella sua militanza antifascista che lo portò, una volta scoppiata la guerra, a decidere di imbracciare perfino le armi.

Ma il gesto che entrerà per sempre negli almanacchi della storia del calcio, accadrà in un giorno del 1931. Quando a Firenze si deve inaugurare il nuovo stadio progettato dall’architetto Pier Luigi Nervi. Un impianto voluto direttamente dal Duce, che infatti sarà progettato a forma di lettera “D”.  Si sarebbe chiamato “Giovanni Berta”, in onore del celebre squadrista fiorentino. Per poi negli anni successivi, diventare dapprima lo “Stadio Comunale” e poi successivamente (come si chiama oggi) “Artemio Franchi”.

La partita inaugurale è prevista il 13 settembre del 1931. Quel giorno è infatti in programma la sfida tra la squadra di casa la Fiorentina e la compagine austriaca dell’Admira Vienna. Sugli spalti gli spettatori presenti sono 12 mila. Lo stadio può contenerne molti di più ma i lavori non sono ancora stati terminati. Prima del fischio di inizio è previsto (come di norma) il saluto alle autorità presenti in tribuna. Per l’occasione, quel giorno, allo stadio “Berta” ci sono anche il podestà fiorentino Della Gherardesca e altri gerarchi fascisti . Quando l’arbitro fischia, i giocatori della Fiorentina sollevano il braccio destro per omaggiare i rappresentanti del regime. Tutti meno che uno. Lui, Bruno Neri il quale sarà l’unico di quella formazione a non rivolgere verso le autorità il consueto “saluto romano” (come fece, allo stesso modo, Matthias Sindelar in occasione di Germania-Austria). Nonostante sia ancora un calciatore,  Bruno Neri è già un convinto antifascista. Il quale, molti anni più tardi, dopo l’armistizio di Cassibile nel 1943, deciderà di arruolarsi nella Resistenza partigiana. Assumendo il ruolo di comandante del Battaglione Ravenna, con il nome di battaglia “Berni”.

La guerra, tuttavia, non gli impedisce di continuare a giocare a pallone. Con la maglia del Faenza, nel 1944, partecipa infatti al campionato Alta Italia. Sarà quello, l’ultimo campionato della sua vita. Morirà infatti, il 10 luglio del 1944 dopo uno scontro a fuoco con i soldati tedeschi avvenuto ad Eremo di Gamogna, sulle montagne dell’Appenino tosco-Romagnolo. Da quel giorno, Bruno Neri detto “Berni” diventerà per tutti il calciatore partigiano.

Continua a leggere

Trending

Copyright Io Gioco Pulito srls | Mail: redazione@iogiocopulito.it | Direttore Responsabile Antonio Padellaro | Sito web realizzato da Why Not Web Communication