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Calcio

“Dov’è la vittoria?”: le verità scomode del calcio italiano

Fabio Bandiera

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In questo libro affronto il dualismo nord sud raccontando le due italie del pallone che altro non sono che la risultante di centocinquant’anni di un’unità imposta dall’alto che di fatto ha consolidato esponenzialmente il gap di un paese che gira a due velocità”. Parole forti dello scrittore Angelo Forgione che ben descrivono il senso di Dov’e la vittoria, un affresco dalle tinte forti dell’Italia pallonara che attraversa implacabilmente la torbida storia di un paese che anche nel football palesa irrimediabilmente le sue ataviche contraddizioni. Immergersi nella lettura di questo libro è come rivedere più volte lo stesso film alla ricerca ogni volta di qualche dettaglio, agghiacciante, che precedentemente c’era sfuggito tra scandali di ogni tipo, intrecci e malaffare che permeano le trecentoquarantsei pagine ben scritte ed egregiamente documentate. Abbiamo avuto il piacere di incontrare il giovane scrittore napoletano per discutere a briglie sciolte le varie matasse di cui è intrisa la sua ultima fatica letteraria.

Buongiorno Angelo, cosa ti ha spinto e qual è la tesi portante del tuo libro?

Mi occupo di meridionalismo intellettuale e di dualismo Nord-Sud, che è un unicum nel panorama europeo. Ci sono diversi aspetti del costume e della cultura d’Italia che ne sono diretta emanazione, ed è impensabile che l’espressione dello sport nazionale ne sia immune. Ho approfondito la storia del calcio italiano e mi sono imbattuto inevitabilmente nelle implicazioni politico-economiche generate dall’unità nazionale del secondo Ottocento. Col mio libro ho voluto rappresentare la realtà di un Sud tagliato fuori dallo sviluppo del Paese, e quindi anche dal calcio, e quando ha potuto misurarsi direttamente col Nord era già in forte ritardo. Quel ritardo, come quello economico, è ancora lungi dall’essere annullato, e persisterà finché esisteranno due Italie e diverse velocità economiche. Le squadre del Sud non vincono quasi mai lo Scudetto e faticano a restare in Serie A quelle volte che riescono ad arrivarci.

I centocinquant’anni della mancata unità italiana traspaiono chiaramente nello sviluppo del libro. Ma il calcio cosa c’entra?

È un fatto che il movimento del nascente football italiano sia stato “catturato” dall’appena sorto “triangolo industriale” Torino-Genova-Milano. Tra l’altro vi era anche un filone nascente nel Nord-Est, ma Torino si organizzò per prendersi quel nuovo aspetto ludico che mostrava progresso, e lo fece con la fondazione, nel 1898, dell’attuale FIGC. Al primo campionato non invitò un club di Udine che aveva già vinto un primo torneo italiano nel 1896. Il Campionato italiano doveva esprimere la modernità di quel Nord dirigente che trascurava il Sud dopo averlo impoverito, ma anche l’altro Nord. Anche la Nazionale italiana, dal 1910 e per molti anni, disputò le sue prime partite solo in quelle tre città. Col tempo, la FIGC aprì al resto del Nord. Al Sud, ma pure al Centro, le squadre vennero destinate a gironi minori e a competizioni organizzate da mecenati stranieri, come la Coppa Lipton, un torneo voluto dal magnate inglese del tè e disputato da squadre di Napoli e Sicilia. Neanche il terremoto del 1908 servì a commuovere i ricchi e ad accettare la richiesta della città di Messina, perché il Football avrebbe contribuito a sollevare lo spirito cittadino. Si creò un divario tecnico enorme, al quale pose fine solo il regime fascista di Benito Mussolini, che con la “Carta di Viareggio” del 1926 impose ai dirigenti dei club del Nord la nazionalizzazione del Football e l’inclusione delle squadre di Roma e Napoli nella massima serie nazionale, ma anche di Firenze. Solo nel 1928 la Nazionale di Calcio scese al Sud, e disputò la prima partita a Roma. Poi, in seguito, con la crescita di competitività del calcio meridionale, si aggiunsero anche altri club del Centro-Sud. Ma le differenze restarono evidenti. 

Grande industria, grande finanza, politica e football. Un unicum indissolubile e vincente? La favola del Cagliari scudettato ne è lampante controprova?

Certo. Dietro a quel miracolo c’erano gli industriali petrolchimici con sede a Milano, Angelo Moratti e Angelo Rovelli e con loro i politici democristiani, tutti interessati a portare le raffinerie in Sardegna. Solo con quei capitali fu possibile fare la squadra da scudetto e far parlare dell’Isola a un’Italia che quasi si dimenticava che esistesse. Renderla italiana significava legittimare ed evidenziare il “Piano per la Rinascita della Sardegna”, varato nel 1962. Poi, con la crisi petrolifera del 1973, i petrolchimici lombardi si defilarono, il Cagliari crollò e finì in Serie B, da dove era arrivato.

Come in ogni equazione prestabilita c’è sempre la variabile impazzita, Diego Armando Maradona. Il sud sottomesso vince e alza la cresta? Il razzismo ad esso connesso torna ad esplodere?

Ai democristiani serviva una squadra competitiva alla Campania del post-terremoto. Fu grazie al loro interessamento che poté arrivare il più grande calciatore del mondo. E guarda caso, anche l’Avellino fece il suo exploit, per otto anni consecutivi in Serie A. Si infiammò il razzismo, proprio mentre nasceva la Lega Nord, ma in realtà quello era nato proprio negli anni Settanta, etichettando i cagliaritani come “pecorai” e “banditi”, e i napoletani come “colerosi”, e poi “terremotati”.

Gli scandali recenti che hai perfettamente documentati – Totonero, Passapartopoli, Calciopoli, Scommessopoli – sono tutte facce della stessa medaglia, d’altronde siamo italiani, no?

 È triste dirlo, ma purtroppo il Paese, nel 1861, è nato dalla corruzione e dai sotterfugi, e gli scandali furono immediati, alcuni sotterrati e alcuni esplosi clamorosamente, come quello della Banca Romana. La deprimente condizione non è mai mutata, e nell’ultima classifica della corruzione internazionale redatta da Transparency International l’Italia, in Europa, precede solo Montenegro, Grecia, Serbia, Bulgaria, Albania e Bosnia. Del resto viviamo in un Paese che si è dovuto dotare di una autorità nazionale anticorruzione. Si può mai credere che il calcio italiano sia un’isola felice? 

Processi lenti, potenti assolti e una stampa forte coi deboli e debole coi forti?  Un quadro drammatico

Mancano strumenti efficaci, e le strategie difensive spesso si basano sulla prescrizione, quel granitico cardine che prospetta l’estinzione della pena e sul quale poggia la corruzione. I tempi della Giustizia civile e penale sono intempestivi, e numerosissimi procedimenti si spengono nell’inapplicabilità delle sentenze. I processi sportivi che sono diventati penali hanno prodotto colpevoli nelle squadre più importanti, spesso intoccabili perché prescritti. Difficilmente la stampa fa il proprio dovere, e nel pluralismo delle interpretazioni, dettate da troppe opinioni di parte, non ne viene fuori la realtà dei fatti.

Il libro è uscito nel 2015, nessuna querela e nessuna richiesta di rettifica. Chi tace acconsente?

Niente di niente. Quando sono chiariti fatti concreti e documentati, non conviene a nessuno creare polveroni, soprattutto quando si tratta di un libro che, per intuibili motivi, non gode della luce dei riflettori. Chi tace, spesso, è interessato a starsene in silenzio.

Nelle tue considerazioni finali tieni a ribadire che il tuo intento non è quello di sabotare, ma di ricostruire e raccontare. E’ cambiata l’ottica con la quale assisti allo show. Il tifoso è cieco e legato al campanile, come se ne esce? E’ un problema culturale?

Non se ne esce, ma non è un problema tipicamente italiano. Il calcio è nato proprio con lo scopo di distrarre le masse. Gli industriali inglesi crearono tornei del “dopolavoro” per sedare le proteste e i malcontenti dei loro operai, i quali iniziarono ad accendersi in rivalità e attriti tra loro, frammentando il fronte di ribellione. Mussolini fece più o meno lo stesso, incanalando il calcio nella psicologia delle folle. Il tifo è divisione, il calcio è divisione. Bisognerebbe che le masse iniziassero a vederlo come uno spettacolo, accettando ogni esito sul campo. In Italia la situazione è peggiore per l’eccessivo attaccamento dei tifosi e perché spesso anche gli addetti ai lavori riscaldano gli animi. È sì un problema culturale. Del resto, il calcio italiano è in difficoltà, non solo per questo ma anche per questi tristi motivi.

 

 

 

 

1 Commento

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  1. Antonio Pianelli

    febbraio 23, 2017 at 3:34 pm

    Letto e divorato. Finalmente, dopo 120 anni di calcio italiano e 150 di Unità, un libro completo che attraverso il pallone, racconta la verità su tutti gli aspetti sociali, politici e finanziari che tengono l’Italia spaccata in due. Consigliata la lettura a tutti, a Nord, a Sud e nelle Isole, ma svestendosi del tifo per questa o quella squadra che non consente di vedere quello che invece c’è da vedere, e che Forgione, già eccezionale nel suo primo libro ‘Made in Naples’, ci mostra in modo chiaro, con dati, ricerche, studi e fonti. Questo eccezionale saggio ci fa capire perché il Nord vince e il Sud no, ci chiarisce chi ha manipolato e come, e ci insegna la nostra storia.

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Calcio

St. Pauli: i Pirati tedeschi che giocano contro l’odio

Ettore zanca

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Contro slogan di intolleranza e razzismo o provvedimenti che prendono a calci il buon senso, parlando di panini e mense autorizzate solo per pochi, contro l’autorità che si travisa dietro la legge per fare provvedimenti dubbi, una delle soluzioni sarebbe andare in un quartiere a luci rosse, poi, vedere una partita.
No, non è una boutade, è la realtà.

Ad Amburgo c’è un motto, esistente da sempre in quella che viene definita la Venezia del nord: «I posteri abbiano cura di conservare degnamente la libertà che gli antenati partorirono.». 
Già avete capito che qui la democrazia passeggia libera e anche un po’ libertina. Infatti al suo interno, c’è il covo, o l’alcova di un quartiere a luci rosse, che si confonde con portuali che farebbero arrossire un camallo, per la loro forza espressiva. Una zona in cui poco tempo fa perfino un serial killer era meglio girasse scortato.

Dentro questo ventre, o meglio, monte di Venere della città, alberga una squadra. Il suo nome è St. Pauli FC. Gioca in seconda divisione e fino a poco tempo fa sognava di scontrarsi e battere i cugini dell’Amburgo, famosi per avere un orologio che segnava da sempre il loro non essere mai retrocessi, fino all’anno scorso.

Il St. Pauli non è una squadra trascendentale, si suda salvezze impossibili e spesso con giocatori che si applicano tanto, ma poco ottengono. Eppure l’amore per questa squadra è incondizionato. Intanto perchè è una squadra dichiaratamente antinazista e multirazziale. Non è raro, come quest’anno, trovare sulle loro maglie ricamato anche l’arcobaleno, simbolo di pace e di molto altro. Inoltre sono una a polisportiva che ospita molti ragazzi che stanno lontani dalla strada.

I ragazzi di marrone vestiti però hanno tanti motivi per far battere i cuori dei rudi portuali. Intanto lo stadio e le sue zone limitrofe sono sede di vaste iniziative di creatività, musica pittura, scrittura e arti varie, qui sono bene accette e stimolate.

Poi tutto quanto quello che la squadra decide, viene concertato con i tifosi più rappresentativi, che cercano sempre insieme ai giocatori di organizzare incontri benefici o iniziative a favore delle categorie più deboli e svantaggiate.
Una delle giornate più belle, allo stadio del St.Pauli, si ebbe quando si giocò contro la Lampedusa Hamburg Football Club, nel 2013, una squadra improvvisata di migranti, venuti appunto da Lampedusa e rifugiatisi qui. La partita servì a finanziare acquisti di cibo, coperte e vestiti, inoltre la società cercò attivamente di favorire l’integrazione di chi era arrivato in questo covo di bellissimi pirati del calcio.

Già perchè il simbolo della squadra è la bandiera del Jolly Roger, quella dei pirati, portata per scherzo da alcuni tifosi tanti anni fa e rimasta nella tradizione del club. Inoltre, piccolo particolare, andatevi a vedere le maglie che hanno indossato dal 2014 ad adesso, sono delle meraviglie.

Insomma un posto dove la democrazia non è solo un modo per sciacquarsi la bocca. Già perchè anche a guardare un compagno di squadra a cui passare il pallone, dovremmo ricordare che “compagno”, ha origine dall’etimo del “mettere il pane in comune”, dividerlo.
E perchè forse bisogna ripartire da una forma di bellissima pirateria ribelle e sana, perchè tutto non vada a puttane. E non mi riferisco al quartiere a luci rosse, stavolta.

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Predrag Pasic: una scuola calcio per resistere alla Guerra

Simone Nastasi

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Compie oggi 60 anni Predrag Pasic, l’ex calciatore dell’ex Jugoslavia, che è voluto tornare in Patria per amore della sua terra e del suo popolo. Vi raccontiamo la sua storia e quella della scuola calcio da lui fondata per dare un calcio alla Guerra.

Ero orgoglioso di essere un cittadino di una città così aperta tutti. Solo a Sarajevo si potevano ascoltare le campane delle Chiese Cattoliche, i suoni delle Moschee e vedere gli ebrei andare in Sinagoga”. Agli inizi degli anni Novanta Sarajevo è ancora la città simbolo del multiculturalismo. La “Gerusalemme dei Balcani”. Aperta a tutti, dove le tre religioni convivono; l’Oriente e l’Occidente si incontrano e cristiani, musulmani ed ebrei possono finalmente darsi la mano. Una “città gioiello”, un laboratorio di integrazione etnica e religiosa. Fino a quando anche qui prevalgono i nazionalismi e arriva la guerra a distruggere tutto. E in poco tempo Sarajevo diventa una città ferita.

I palazzi sono deturpati dalle bombe. Molti di essi non esistono più: diventano solo un cumulo di macerie. La gente ha paura ad uscire per strada.  A molte ore del giorno c’è il coprifuoco. Non c’è più traccia di quella che può essere considerata una vita sociale. Non ci sono persone che camminano; non ci sono bambini che giocano per la strada.

Predrag Pasic, a Sarajevo, è tornato da qualche anno. Ha voluto terminare qui la sua carriera di calciatore, nella sua città, di ritorno dalla Germania, dove ha vestito le maglie di Stoccarda e Monaco 1860. E’ voluto tornare in patria per indossare la maglia della sua squadra del cuore: il FK Sarajevo. Quando nel 1992 scoppia la guerra, è ancora un calciatore in attività. Deve decidere che cosa fare. Potrebbe andare via, all’estero. Strappando magari un altro contratto con qualche altra squadra che lo cerca. Ma Pasic, invece, decide di restare. E in una città che per colpa della guerra è diventata l’ombra di se stessa annuncia di voler fondare una scuola calcio per bambini. Per aiutarli a tornare a giocare. Per qualcuno, l’idea di aprire una scuola calcio in una città assediata dalle bombe e con la gente nel mirino dei cecchini è semplicemente “una pazzia”. Ma ciò nonostante Pasic decide di andare avanti.

E’ così che nasce la scuola calcio di Bubamara. Vicino ad un cimitero che prima era un campo di calcio. Pasic è il suo fondatore e vuole che la scuola calcio sia prima di tutto un punto di incontro. Non vuole sentir parlare di nazionalismi. Non vuole ascoltare la gente come Radovan Karadzic che prima di diventare il temuto leader dei serbo-bosniaci era lo psicologo della sua squadra l’FK Sarajevo. Niente muri, soltanto ponti. Come quello che i bambini che si iscrivono alla Bubamara devono attraversare ogni volta per arrivare al centro sportivo. Sempre sotto l’occhio vigile dei cecchini, che sul ponte, hanno i fucili puntati. Oggi a distanza di anni, sono in molti a credere che Pasic abbia avuto ragione. Ventiquattro anni dopo la scuola calcio di Bubumara è ancora lì. Nel frattempo, le cose sono cambiate in meglio. Grazie al progetto Intercampus, la scuola calcio ha ricevuto il sostegno dell’Inter. E i ragazzi che giocano al Bubumara indossano la maglia nerazzurra. La soddisfazione più grande per Pasic è comunque sempre quella di vederli giocare. Con un piccolo rammarico. “La gente che mi incontra per strada mi ricorda sempre come calciatore. Vorrei che mi  riconoscesse per il Bubamara

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Quelli che sono stati anche figli di Beppe Viola

Ettore zanca

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Il 17 Ottobre 1982 ci salutava quel genio giornalistico, ma non solo, di Beppe Viola. Un uomo unico nel suo genere che è rimasto nella memoria di tutti. Per ricordarlo vi riproponiamo l’intervista alla figlia Marina, che ha scritto un libro a lui dedicato, facendoci scoprire quel Beppe che solo una figlia può conoscere.

Marina Viola ha un cognome importante, almeno lo è per chiunque si avvicini a lei dall’esterno. Perchè lei è figlia di una icona del giornalismo sportivo e non solo. Un uomo poliedrico e geniale, un punto di riferimento per chi parla e scrive di sport ancora adesso. Autore anche di una canzone indimenticabile, E la vita, la vita, cantata da Cochi e Renato e da Enzo Jannacci. Ma anche dei dialoghi di “romanzo popolare”, film con Ugo Tognazzi, Michele Placido e Ornella Muti. Marina ha scritto un libro in cui invece mostra l’animo intimo di quest’uomo, parliamo di Beppe Viola, il signor “Quelli che”. Parliamo insieme a Marina di questo manoscritto, del suo percorso. Mio padre è stato anche Beppe viola, il titolo.

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Il libro su tuo papà dà l’impressione di un buon vino in decantazione, è stato un percorso di consapevolezza graduale, un rimettere a posto le tessere di un mosaico. Quando scrivevi di lui, che spirito avevi? Le parole venivano fluide o è stato un percorso ad ostacoli?

Stava crescendo in me il terrore di dimenticarmi alcuni dettagli della mia vita con lui. Quando è morto avevo solo 15 anni, e già molte cose si stavano offuscando. Questo desiderio di mettere nero su bianco i miei ricordi e in qualche modo cementarli da qualche parte è stato il motivo che mi ha spinto a scrivere di lui. Spesso quindi scrivevo esattamente quello che la mia mente ricordava in certe occasioni: quando andavamo con lui alla RAI, o quando eravamo in vacanza insieme, o quando sono andata con lui a intervistare Umberto Tozzi o a fare una pubblicità per l’olio IP. In quei casi è stato abbastanza facile scrivere, perché era un po’ come raccontare un film. Poi ci sono stati alcuni passaggi difficili, per esempio quando mi sono sentita in dovere di analizzare, in un certo senso, questa figura emblematica che era mio padre, nascosto nell’ombra della sua popolarità. L’ostacolo più difficile da superare è stato raccontare alcuni episodi pertinenti al rapporto fra i miei genitori, che finora non erano mai stati discussi né all’interno della nostra famiglia e men che meno pubblicamente. Sapevo di far soffrire mia mamma e le mie sorelle, ma ho deciso comunque di parlarne, perché altrimenti non sarebbe stato un racconto onesto. Ma mi è costata moltissima fatica, devo ammetterlo.

Emerge un padre di grande cuore, dai molti gesti per dimostrarlo, una sorta di sanbernardo emotivo, dannoso, ma mai pernicioso, irruento, di cuore. Tanto da lasciare una traccia forte in molte persone, che anche dopo la sua scomparsa vi sono venute a dare prova del loro affetto. Sembra che tua mamma con la sua pazienza fosse l’ideale contraltare, come è stato il loro amore, che impressioni ti ha lasciato e che patrimonio?

A parte appunto un periodo difficile nella loro relazione, mia madre e mio padre si amavano moltissimo. Sono cresciuti insieme, e si conoscevano intimamente come poche altre persone. Il loro rapporto (da quel che mi posso ricordare) era basato su un profondo rispetto e era estremamente bilanciato: mio madre sapeva che non avrebbe mai potuto chiedere a suo marito di non volare via e fare il marito e il papà tradizionale. Non avrebbe funzionato. E mio padre sapeva che mia madre sarebbe stata una compagna perfetta con cui condividere una famiglia, ma non solo: per mio padre mia madre è stato forse l’unico punto fisso della sua vita: una persona estremamente intelligente e sensibile con cui confidarsi e a cui tornare, sempre e comunque. C’è anche da dire che erano altri tempi, e che allora i papà non si prendevano le responsabilità che si prendono adesso. Poi, fortunatamente per la moglie ma anche per i figli, la figura del papà è diventata più prominente nelle famiglie.

Da tutto il libro sembra emergere un dato interessante, più che le parole, nella vostra famiglia hanno contato i gesti. Si dimostrava il proprio amore con quelli. Molto bella ad esempio, la scena dell’orologio, tua mamma si tiene un ricordo di tuo papà molto significativo, senza dire una parola. è giusta questa impressione?

Mah, non saprei. Quando muore qualcuno così improvvisamente, quello che rimane sono le sue cose, che assumono d’un tratto un’importanza enorme, per esempio, appunto, l’orologio. Ci sono alcune cose che mi ricordano moltissimo mio padre, per esempio la sua scrivania, in sala. Quando vado a Milano mi piace sedermi su quella sua sedia e osservare il mondo da lì. Ma credo che tutto questo sia abbastanza normale per chi, come me non ha che alcuni ricordi. Un papà, specialmente per una figlia femmina, è una figura essenziale, e cerco spesso di rivivere alcune sensazioni, inventandomele, ovviamente.

Che cosa ti ha trasmesso sapere che alcune pietre miliari della canzone ironica italiana, del giornalismo, dei film, vengono da tuo papà, come hai vissuto questo suo continuare nelle cose che ha fatto?

Mah, mio padre non ci ha mai coinvolto nel suo lavoro, in parte perché eravamo piccole e in parte perché non gliene fregava assolutamente nulla di far sapere a noi o a nessuno i contributi che dava a amici e colleghi. Certamente è bello ritrovare il suo lavoro e le sue parole in alcune canzoni, o alcuni dialoghi nei film a cui ha partecipato ascrivere la sceneggiatura. Noi non eravamo interessate al fatto che mio padre fosse giornalista o men che meno famoso, anche perché per noi era solo il nostro papà.

Hai avuto nella tua vita alcuni momenti non facili, per cui hai combattuto, che cosa diresti di te, in questo momento? Come ti vedi nei tuoi traguardi e nelle tue lotte da fare?

Come tutti, anche io ho avuto la mia bella dose di momenti non facili, per esempio un figlio severamente autistico e con la sindrome di Down, che è sì il mio fiore all’occhiello, ma anche abbastanza difficile da gestire. Fortunatamente ho un marito molto bravo che supporta e sopporta ogni mio momento difficile e mi aiuta a superarlo. Non solo, ho il supporto di mia mamma e delle mie sorelle che anche se lontane sento vicinissime. Non vedo la vita o le sue difficoltà come una lotta da superare, ma piuttosto come delle opportunità di crescita e di esplorazione. Solo così, credo, si può raggiungere un certo strano tipo di cosa che qualcuno insiste a chiamare felicità.

Vi invito a porre una piccola attenzione in più a questa ultima frase, che credo contenga un buon modo di vedere la vita, anche quando sembra tutto prossimo al crepaccio del nulla.

Quelli che la vita la vivono esistendo, a volte fin troppo brevemente, come Beppe Viola, perchè la vita l’e bela.

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