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Giochi di palazzo

Doping: Il rapporto McLaren sulla Russia e il naufragio del buon senso

Andrea Muratore

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La vicenda connessa alla pubblicazione del tanto discusso Rapporto McLaren, commissionato dalla WADA (World Anti Doping Agency), sulla turbolenta problematica del doping nello sport russo sta assumendo connotazioni a dir poco grottesche. La gravità della questione è acuita da una serie di ambiguità che ne stanno distorcendo e, in certi casi, sviando le discussioni a riguardo: i lapidari, gravissimi commenti della WADA, lesta nel denunciare l’esistenza di un presunto sistema di doping di Stato in Russia, la condotta ambivalente dei media mainstream occidentali, notoriamente ostili a prescindere al paese governato da Vladimir Putin e dediti a utilizzare lo sport come un mezzo di proseguimento della politica con altri mezzi, e la sostanziale assenza di oggettività del rapporto “indipendente” commissionato dalla WADA contribuiscono a disegnare un quadro a tinte chiaroscure al cui interno si intravedono tuttavia le trame oramai note a tutti gli osservatori attenti e disincantati. In altre parole, l’esplosivo rapporto presentato come la prova inconfutabile del ritorno ai tempi bui del doping di Stato dei paesi del Patto di Varsavia si può inserire in una strategia di più ampio respiro, inquadrabile in quella “Guerra Fredda 2.0” di cui avevamo già parlato su Io Gioco Pulito. Tale strategia risulta essere volta a esporre la Russia e a colpirla perennemente ai fianchi sul piano mediatico, presentando questa nazione in continuazione nella parte del “cattivo” di turno, cercando di screditarne l’immagine e, di conseguenza, di erodere per vie traverse un’influenza internazionale che a molti, e ben noti, attori di primo piano dello scenario mondiale non può che risultare invisa.

Non si sta in questo modo dicendo che organismi come la IAAF o la WADA perseguano coscientemente tali propositi: tuttavia, l’elevata esposizione mediatica dedicata ai critici della Russia attivi in tutti i campi, dal fronte politico interno al sistema sportivo, non possono non influenzare indirettamente indagini e commissioni. Dato che del contenuto esplicito del rapporto McLaren si è parlato ampiamente su Il Fatto Quotidiano e in tutti gli altri organi di informazione di primo piano, sarà bene discutere dei punti più oscuri e delle falle palesi riscontrabili, approcciandosi alla questione in maniera oggettiva, tanto nel rapporto della WADA quanto nel quadro generale dell’attuale strategia di perenne messa in stato d’accusa del mondo sportivo russo.

Innanzitutto, come detto in precedenza il vulnus principale del rapporto McLaren è rappresentato dall’eccessiva soggettività e dalla ridotta profondità del processo di redazione che ne ha preceduto la pubblicazione. Richard McLaren ha infatti fatto affidamento quasi esclusivamente sulle dichiarazioni dell’ambiguo Grigory Rodchenkov, ex capo del laboratorio anti-doping di Mosca fuggito negli Stati Uniti dopo che si erano avuti i primi sentori della tempesta in arrivo e, proprio in Russia, erano state aperte indagini a suo carico proprio in relazione alle maniere di svolgimento dell’importante incarico a cui era destinato. Nessuna richiesta di chiarimenti e spiegazioni è stata inoltrata al diretto interessato della questione, il Ministero dello Sport russo guidato da Vitaly Mutko, e McLaren, intervistato a riguardo di questa sua manchevolezza da Russia Today, ha dichiarato di non aver avuto sufficiente tempo per consultare tutte le fonti a disposizione e, soprattutto, di aver ritenuto superfluo la consultazione dei diretti interessati vista la conferma data alle dichiarazioni di Rodchenkov dalle analisi forensi commissionate dal team da lui guidato incaricato della redazione del rapporto. Se la prima dichiarazione basterebbe a far sorgere più di un dubbio sull’oggettiva attendibilità del rapporto, il fatto che la squadra di McLaren abbia deciso di non rivelare al grande pubblico la tecnica utilizzata al fine di dimostrare la manomissione dei campioni raccolti dal laboratorio di Mosca nelle scorse stagioni sportive rende tali dubbi, tali perplessità, sempre più concrete e pone interrogativi non di secondo piano. Come mai, infatti, la principale agenzia dedita al contrasto della piaga del doping non dovrebbe garantire la diffusione e l’utilizzo generale di una tecnica di indagine sviluppata dagli analisti di McLaren e, a detta del curatore del rapporto, innovativa nel suo contributo alla lotta al doping al fine di scoprire eventuali, ulteriori casi di manipolazione in altri paesi del mondo? In che maniera è lecito avvallare uno studio che, seppur presentato come indipendente, pecca proprio del fondamentale requisito dell’oggettività?

Porsi domande di questo tipo aiuta a gettare un nuovo sguardo sulla questione, ma al tempo stesso non consente di esaurirla in maniera soddisfacente. Oltre alla cedevolezza dell’impianto accusatorio autoreferenziale promulgato dalla WADA, infatti, va evidenziato l’elevato grado di distorsione subito nelle ultime settimane dall’intero dibattito sulla questione del doping nel sistema sportivo russo, che è trasceso sino a livelli inaccettabili portando numerosi osservatori e commentatori a conclusioni affrettate sulla base di presupposti in diversi casi fuorvianti.

Va innanzitutto fatta chiarezza sul ruolo assunto nella questione doping dal principale esponente politico chiamato in causa nella vicenda, il ministro dello Sport russo Vitaly Mutko. Il CIO ha lo ha infatti interdetto dai Giochi impedendogli di presentarsi a Rio de Janeiro in qualità di rappresentante della Russia, alla stregua di quanto disposto nei confronti di tutti gli altri esponenti delle istituzioni sportive del paese citate nel rapporto WADA, sebbene “Mutko non sia menzionato nella relazione come l’esecutore diretto degli atti di cui si sospettano le persone interessate [dal rapporto]”, come dichiarato dal portavoce del Cremlino Dmitry Peskov. Bersagliato pesantemente dai media e additato frettolosamente come il vertice del (sinora presunto) sistema di doping di Stato, Mutko si è trovato in una posizione decisamente poco invidiabile nonostante le sue dichiarazioni e le sue mosse prese in prevenzione del dilagare del doping negli ultimi mesi, e al tempo stesso il suo coinvolgimento è stato preso a pretesto per giustificare l’intempestiva decisione di commissariamento dell’intero Comitato Olimpico russo deliberata dal CIO nella giornata di mercoledì 20 luglio.

L’effetto-slavina indotto dal Rapporto McLaren, infatti, ha causato una reazione a catena e portato a un’escalation inaspettata e improvvisa, dato che sono bastati pochi giorni per far sì che nuovamente a essere messa in discussione fosse, prima di tutti i reali imputati che sarebbe stato doveroso perseguire, la Russia in quanto tale. La Russia e i suoi sportivi, dunque, che si vorrebbe additare come colpevoli in partenza, senza mostrare le evidenze accusatorie né concedere prove in difesa. La paventata minaccia di esclusione integrale degli atleti russi da Rio de Janeiro, in estensione della sanzione dell’IAAF dello scorso giugno, rischierebbe di creare un caso senza precedenti di ingiustificata colpevolizzazione di un intero sistema a scapito della legittima contribuzione alla correzione delle sue contraddizioni interne. Nonostante il CIO abbia, in un primo momento, deciso di rimandare la decisione sulla sospensione degli atleti russi, la decisione di commissariamento pone le basi per una futura espansione della progressiva estromissione della federazione di Mosca dal consesso sportivo internazionale. L’eccessiva foga punitiva potrebbe portare a rimettere in discussione l’assegnazione di diversi grandi eventi futuri alla Russia, tra i quali non possono non spiccare i Mondiali di calcio del 2018. Risulta difficile immaginare quanto potrebbe giovare al risanamento del sistema sportivo russo far terra bruciata al suo interno e al suo intorno, condannandolo a un isolazionismo sulla base di un rapporto sinora ben lungi dall’essere risolutivo nell’intricata faccenda venutosi a creare e sanzionandolo in maniera straordinariamente severa rispetto al metro utilizzato nel passato dal CIO e dagli altri organi di governo dello sport planetario.

Logiche della vecchia Guerra Fredda dominano dunque i giorni nostri: lungi dal seguire la razionalità, sul caso doping in Russia i media e gli addetti ai lavori occidentali hanno preferito imbastire una trama fondata sul pregiudizio, l’equivoco e le verità di comodo, preferendo uniformarsi al clima dominante della contrapposizione geopolitica oggigiorno in atto piuttosto che dedicarsi ad analizzare obiettivamente le questioni sul terreno, alla stregua di quanto fatto da federazioni come la IAAF e la WADA, divenute più o meno inconsapevolmente strumenti di dinamiche più grandi di loro. Nella grigia dicotomia tra “buoni” e “cattivi”, tra i quali la polarizzazione è accentuata e catalizzata dalle dichiarazioni tutte da verificare di Rodchenkov, si cerca di dimostrare che la ragione stia tutta da una sola parte, addossando torti e colpe inevitabilmente all’avversario designato, nuovamente individuato nell’orso russo contro cui si apre una caccia senza quartiere. Non riescono a capire, gli intransigenti fustigatori della Russia, quanto le loro mosse rischino, uniformando gli avversari del doping ai bari, gli atleti onesti ai manipolatori di provette, la stragrande maggioranza di sportivi russi dediti semplicemente alla coltivazione dei propri sogni alla piccola, deplorevole, cricca del doping, di creare un clima di grigia uniformità che sommergendo i disonesti finirebbe al tempo stesso per epurare anche i più integerrimi. Come ha detto Ettore Messina, “una punizione totalitaria rinforzerebbe solo il falso vittimismo di coloro che sono colpevoli”, facendo sì che, una volta di più, a pagare siano l’onestà e il buon senso.

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Altri Sport

Sport e Molestie: una Storia di abusi sessuali, pedofilia e proposte indecenti

Emanuele Sabatino

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Negli ultimi tempi una vera e propria bomba è scoppiata nel mondo. Da Asia Argento in poi, come un effetto domino, il mondo ha “scoperto” le dinamiche becere di alcuni ambienti, le loro infami regole interne dove se le accetti sei dentro se ti opponi meglio cambiare lavoro. Tramutato nel concreto, dal punto di vista di una donna: se vieni molestata devi stare zitta, altrimenti addio sogni di carriera.

Nell’ipocrisia generale ed il finto stupore di chi da anni sapeva e non ha mai detto nulla facendo finta di cadere dalle nuvole, pian piano tantissime donne sono uscite allo scoperto denunciando i loro carnefici. Tra queste, va detto, alcune hanno visto un’opportunità per tornare alla ribalta dove un lungo periodo nel dimenticatoio facendo anche confusione tra avanche e molestie. Ma questo è un altro discorso.

L’ultima vicenda in ordine cronologico è certamente quella legata a Cristiano Ronaldo. L’asso portoghese, nuova speranza bianconera per la conquista della Champions, è finito al centro dei riflettori dopo che la polizia di Las Vegas ha riaperto le indagini in merito alle dichiarazioni di Kathryn Mayorga secondo le quali la ragazza sarebbe stata stuprata da CR7 nel 2009. A queste parole, hanno fatto seguito altre donne, di cui non si conosce l’identità, che hanno fatto eco a quanto detto dalla Mayorga. Ora per Ronaldo si prospettano tempi difficili e la necessità di dimostrare che quanto trapelato sia falso, con il rischio di veder compromessa la sua carriera da sportivo e quella puramente legata agli sponsor e a fattori economici.

Non è solo Hollywood quindi ad essere finito in questo turbinio di accuse e controaccuse ma anche lo sport è pienamente coinvolto in queste vicende legate ad abusi e molestie di tipo sessuale.

PENN STATE E L’ABUSO SU MINORI:

Era il 2011 quando Jerry Sandusky, assistente del coach della squadra di football americano a Penn State venne prima accusato e poi condannato per abuso su minori. Il numero delle vittime si è fermato a quota 45 e la pena per lui furono 60 anni di carcere. Il coach di Penn State, Joe Paterno, una leggenda, fu costretto a dimettersi perché accusato di aver coperto il collega .

NASSAR E LE GINNASTE:

125 ragazze molestate è invece il record di Larry Nassar, dottore sportivo della nazionale americana di ginnastica e di Michigan State, vero e proprio mostro senza limiti. Per lui la condanna a 25 anni di prigione.

HOPE SOLO E BLATTER:

Anche la campionessa e portiere della nazionale di calcio americana Hope Solo è uscita allo scoperto su una molestia subita nel corso della sua carriera ad opera dell’ex numero 1 della FIFA Blatter. Solo è conosciuta per una vita molto al di sopra delle righe, la sua denuncia riguardava una palpata al sedere subita dall’alto dirigente calcistico che ha smentito ovviamente l’accaduto.

P COME PREMIER, P COME PEDOFILIA:

Anche la Premier League non è stata immune alle molestie. Quattro ex giocatori decisero di parlare alla BBC in merito a quanto accadeva nei settori giovanili di alcune squadre inglesi quando muovevano i primi passi nel football. A finire sul banco degli imputati l’ex tecnico dei vivai di alcune delle maggiori compagini britanniche, Barry Bennell, già accusato di pedofilia e di altri 23 capi d’accusa collegati, e finito in carcere negli anni 90.

Ad aprire il vaso di Pandora ci pensò la prima volta, nel 1997, Ian Ackley, che dichiarò di essere stato molestato sessualmente almeno 100 volte dal tecnico ai tempi in cui allenava le giovanili del Crewe Alexandra, nel periodo in cui aveva un’età compresa tra i 10 e i 14 anni. A fare da eco alle parole di Ackley, altri giocatori che attraverso il Mirror e il Guardian hanno confermato le sue parole, dichiarando che anche loro sono state vittime della attenzioni sessuali del tecnico.

ANCHE MARADONA:

Anche il pibe de oro è finito nella cronaca per una presunta molestia nei confronti della giornalista russa Katerina Nadolskaya finita nuda nella stanza di albergo di Maradona per “un’intervista”. La cosa è passata molto in sordina, fosse successo ora il caso avrebbe avuto un risvolto mediatico di gran lunga superiore. Lei disse che Maradona l’ha molestata mentre il suo entourage le tirava delle banconote in faccia, il pibe de oro racconta invece che lei si spogliò di sua intenzione contro la sua voglia.

NAZIONALE SVEDESE E LA PASSIONE PER IL DICK-PIC:

Gunilla Axen, ex giocatrice di calcio della nazionale svedese ha confessato che dal 2003 al 2010 riceveva, insieme ad altre due sue colleghe, foto del pene di alcuni giocatori della nazionale maschile svedese. Non ha fatto i nomi dicendo che solo il fatto che questi “signori” possano sentire una cosa li impaurirà talmente tanto da non farlo mai più.

FAUSTO CUSANO E LA CASTRAZIONE CHIMICA:

Fausto Cusano, ex allenatore romano di una scuola calcio dell’Eur a Roma, è stato prima accusato e poi condannato per abusi su minori. Aveva narcotizzato alcune vittime prima di abusarne e installato delle microcamere negli spogliatoi. La polizia trovò infatti in casa sua tantissime cassette con materiale pedopornografico. In sede di processo riconobbe la sua malattia tanto da chiedere di venirne liberato mediante l’utilizzo della castrazione chimica così da farlo tornare ad una vita normale.

 

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Calcio

Spie, Detective e Ricatti: così fallisce il Fair Play Finanziario

Emanuele Sabatino

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Che il calcio non sia più uno sport ma un business sembra abbastanza chiaro, così come è chiaro che le squadre non siano più semplici società sportive ma vere e proprie aziende di caratura internazionale. Proprio per questo, come il mondo delle “corporate” impone, è possibile imbatterci nello spionaggio industriale.

Ed ecco allora che questo accade nei confronti del Fair Play Finanziario che spesso è stato circumnavigato da tantissimi top club europei grazie anche ai loro detective privati. Andiamo con ordine.

L’esperto di finanza sportiva Kieran Maguire ha rilasciato tempo fa un’intervista al sito Starsport, ecco le sue scioccanti parole: “Può il FFP essere aggirato? Semplicemente sì. Se hai un fine commercialista e un avvocato aggressivo si è in grado di aggirare ogni clausola del FFP e scoprirne tutte le falle. So per certo che alcuni dei maggiori top club europei hanno assunto detective privati per indagare nel privato degli ispettori della UEFA in cerca del marcio per ricattarli. Su questo non c’è alcun dubbio”.

FFP è entrato in vigore nella stagione 2011/2012 e ha dato alla UEFA la possibilità di sanzionare i club che spendono più soldi di quanti ne ricavano per tante stagioni consecutive. Questo avrebbe dovuto portare, in teoria, un equilibrio delle forze delle diverse squadre portando oltre ad un equilibrio economico, con club più stabili da questo punto di vista, anche ad uno tecnico inteso come maggior competitività di club prima svantaggiati e quindi competizioni più incerte e meno prevedibili.

Il passaggio di Neymar per 220 milioni di euro dal Barcellona al PSG ha aperto una nuova era che ha fatto scoprire l’inadeguatezza di questa regola, divenuta inefficace e facilmente aggirabile per quelli che vogliono spendere a piacimento e una scusa per quelli che, invece, di spendere tanto non hanno proprio intenzione, procurando l’effetto contrario a quello atteso di equilibrio.

Come successe per il crollo immobiliare americano del 2007/2008, dove chi doveva controllare, i dipendenti delle società di ratings, oltre a non farlo inviavano curriculum e venivano poi assunti da quelle banche che dovevano controllare e combattere, stessa cosa avviene nel calcio con il FFP: “Alcune persone che hanno scritto le regole del FFP sono state successivamente reclutate dai grandi team europei. Se uno scrive le regole sa anche quali sono i punti di forza e di debolezza delle stesse, e dove possono essere aggirate.”

Il fallimento del FFP è sotto gli occhi di tutti e per questo calcio che sta pian piano morendo bisogna trovare un’alternativa valida per renderlo veramente democratico e meritocratico. E c’è già chi pensa ad un salary cap all’americana. Ma questa è un’altra storia…

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Calcio

Calcio e Malavita: quando la ‘Ndrangheta mise le mani nella Curva della Juventus

Luigi Pellicone

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Dopo l’addio a sorpresa di Marotta alla Juventus si è tornati a parlare dell’inchiesta che vedeva coinvolta la società bianconera con la malavita organizzata. Alcuni quotidiani non hanno escluso un collegamento tra il divorzio con l’ex DG e la vicenda in oggetto. Al riguardo, Sigfrido Ranucci di Report ha annunciato un’inchiesta choc che andrà in onda il 22 Ottobre. Ecco la cronistoria in 3 atti.

Estate 2016. La morte di Raffaele “Ciccio” Bucci, il capo ultras della Juventus suicidatosi a Fossano, scuote la tifoseria organizzata bianconera sin dalle fondamenta. Crepe in cui si insinuano storie poco chiare e ancor meno edificanti. Infiltrazioni malavitose. Storie che con il tifo hanno poco a che fare.

Chi era Raffaele Bucci? Quali erano  i suoi legami con la Juventus? Cosa lo ha spinto a togliersi la vita? E perchè si parla di criminalità organizzata? La ‘Ndrangheta è  arrivata in curva Scirea? Sembra un romanzo giallo. Proviamo a ricostruirlo in tre atti. Partendo da un presupposto necessario: la Juventus si dichiara non responsabile e non al corrente di nulla. E non ci sono indagati nella società bianconera. Restano alcuni dubbi: come è possibile, soprattutto in un apparato funzionale come quello juventino, che il nome del club più titolato e prestigioso d’Italia sia avvicinato a una delle associazioni criminali più pericolose del mondo?

PRIMO ATTO: BIGLIETTI E BOSS IN CURVA SCIREA

Tornelli e biglietti nominativi non bastano. Il percorso dei tagliandi “brevi manu” è difficilmente controllabile. Anche la Juventus, sebbene abbia uno stadio di proprietà, non è esente dal bagarinaggio. Il biglietto nominativo è, di base, cedibile, tranne che nei  big match o nelle partite considerate a rischio. Resta impossibile stabilire se chi cede il biglietto tragga guadagni o meno. Alla corte: potere e guadagni sono nelle mani di chi? Appare difficile, in ogni caso, acquisire tanti tagliandi senza i placet della società. Dunque non è insensato porsi una domanda: la Juventus è consapevole di cosa accade all’interno del proprio stadio?

Secondo le indagini condotte dal Tribunale di Torino, la malavita organizzata è presente all’interno degli spalti dello Stadium. E non certo spinta dalla passione sportiva. La vendita dei biglietti è un business che rende parecchio e, di conseguenza, un’attività appetibile dai criminali.

La procedura è semplice: la Juventus pratica il prezzo normale: poi chi acquista cede il biglietto con un “sovrapprezzo” e ottiene il proprio margine di guadagno.

I “Bravi Ragazzi”, gruppo ultrà bianconero, finiscono nel mirino della magistratura nel novembre del 2014: scattano le manette ai polsi di A. P.  37 anni, leader del gruppo. É di Torino, ma di origini siciliane. Dalla “sua” Agrigento partono carichi di droga che raggiungono una concessionaria di auto compiacente. I veicoli, ovviamente guidati da altri esponenti della organizzazione, raggiungono le mete. Subito dopo l’arresto del tifoso, la moglie, P.F., depone un dettagliatissimo verbale. I “Bravi Ragazzi” gestiscono gli abbonamenti: A.P. ne sottoscrive parecchi, anche utilizzando fotocopie di documenti, e poi li rivende con un sovrapprezzo. Un mercato lucrosissimo, secondo il GIP Stefano Vitelli: cifre da 4-5 mila euro a partita. Considerando una base di 22 impegni casalinghi della Juventus assolutamente “certi” (19 partite di campionato e tre del girone di Champions League) i conti  divengono interessanti: dai 90mila ai 120mila euro. Somme a cui si aggiungono i guadagni derivanti dal traffico di stupefacenti. Un business troppo appetibile che non lascia indifferente la ‘Ndrangheta.

I calabresi decidono di entrare allo Stadium in grande stile: i margini dell’affare sono interessanti. Enormi. L’Italia è un feudo bianconero. Lo Stadium ha solo 40 mila posti a fronte di una domanda di milioni di tifosi.

Il 14 aprile del 2013 Giuseppe Sgrò, Saverio Dominello e Marcello Antonino partono da Rosarno. Sono legati alla famiglia Pesce, dei “Gotha” della ‘Ndrangheta. Il 21 aprile si gioca Juventus-Milan. É il momento decisivo: il clan “annuncia” il suo ingresso in Curva Scirea. Srotola lo stendardo “Gobbi”. Fabio Farina, secondo gli inquirenti,  è il primo (e debole) anello di congiunzione. Utile sopratutto per ottenere l’ok degli storici club ultras. Ai “Viking” è sufficiente la patente di “juventinità”. Dino Mocciola, invece, capo dei Drughi, vuole un incontro. Il dado è tratto. Il colloquio chiude l’intesa? Di certo, secondo gli inquirenti,  ‘Ndrangheta e boss iniziano ad entrare in possesso dei biglietti. Come?  Dino Mocciola non può entrare allo stadio. Chi era al suo posto, in quel periodo? Già, proprio Raffaele “Ciccio” Bucci

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SECONDO ATTO: L’NDRANGHETA TIFA JUVE?

Criminalità organizzata, calcio e ultras. La morte di Raffaele Bucci non convince la magistratura. “Ciccio” era un testimone prezioso per le inchieste. Sucidio o suicidato? L’unica certezza, secondo l’inchiesta, è che la Ndrangheta avesse messo piede nello Stadium.

Il gruppo finito nel mirino della magistratura è sostenuto da Rocco e Saverio Dominello appartenenti alla famiglia Pesce/Bellocco, uno dei clan più potenti della ‘Ndrangheta. Attualmente sono agli arresti,  dopo l’operazione che ha sgominato la cosca che operava in Piemonte.

Fra i vari “appalti”, della ‘Ndrina anche il calcio. E non da poco tempo. Il 14 aprile del 2013 Rocco e Saverio Dominello, con Giuseppe Sgrò, viaggiano verso Torino per concludere gli accordi in un bar di Montanaro con la curva e ottengono il “si”. Dino Mottola, il capo dei Drughi, dà l’ok. Il rererente dei drughi, all’epoca è Raffaele “Ciccio” Bucci.

I “calabresi” appaiono “ufficialmente” per la prima volta il 21 aprile 2013, in occasione della sfida di cartello Juventus – Milan. Si organizzano, srotolano lo strisicone “i gobbi”. Sono un gruppo di tifosi a tutti gli effetti. Riconosciuti dalla società e, come consuetudine, godono di alcuni benefit.

La Juventus è una passione. La curva, di più. É un affare. Il business è sempre più appetibile. La ‘Ndrangheta si infiltra e ha pieni poteri: Dominello gestisce gli affari con Fabio Germani, storico capo ultras bianconero. Fabio Germani è il fondatore di “Italia Bianconera” organizzazione di tifosi. É il tramite che unisce i calabresi ad Alessandro D’Angelo. D’Angelo il security manager della Juventus. É proprio Germani a presentarlo a Dominello. D’Angelo non è indagato perchè secondo gli inquirenti non vi sono prove che conoscesse i legami fra Dominello e la malavita.

La cooperazione è fruttuosa per il clan: la malavita ottiene tagliandi che rivende a prezzo maggiorato. A volte, anche troppo: la chiave è in un mail inviata da un tifoso svizzero infuriato che paga 620 euro un biglietto che ne costava 140. Un incidente di percorso che suscita ulteriori riflessioni: chi e come lo ha permesso? Possibile che in un club cosi capillarmente organizzato quale è la Juventus nessuno sappia niente?

La rabbia, monta, poi scema. Infine si trasforma in quieto vivere. Stefano Merulla, responsabile della biglietteria Juventus, richiama D’Angelo che a sua volta si rivolge a Germani. Una sorta di summit. Nessuno vuole problemi. I pm disegnano il quadro. Procedura semplice, risultato immediato: concessione di biglietti, un occhio chiuso (anche due) sul bagarinaggio e guadagni per tutti: benefit per i tifosi, pace fra  i vari gruppi organizzati e nessuna guerra fra ultras e società.

Il clan a quanto emerge dalle inchieste, sa come tessere le fila: si rifornisce di biglietti e li rivende. In occasione di un Juventus-Real Madrid, Germani si “rifornisce” direttamente da Marotta. Anche l’AD non è nel registro degli indagati. Ha avuto contatti con Dominello, ma dichiara di non sapeva chi fosse. Nei rapporti fra cosche e membri della società si inserisce persino un provino: il figlio di Umberto Bellocco, uno del clan legati ai Pesce di Rosarno, comunque scartato.

Mafia, calcio, spalti. Secondo le dichiarazioni, nessuno all’interno della Juventus sapeva chi fossero i Dominello. La società li ritiene tifosi come un altri, sebbene ne avesse colto l’influenza in curva Scirea. La pax, come conditio sine qua non, la garantivano loro. E tanto bastava. In Curva, però, le tensioni erano latenti. Bucci, che sino al 2014 controllava i controllori, si allontana da capo ultras e dalla Scirea, cui era inviso. Il suo suicidio arriva inaspettato dopo una convocazione della Procura come personaggio “informato dei fatti”. Ma chi era “Ciccio” Bucci?

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TERZO ATTO: IL VOLO DI “CICCIO”

Raffaele “Ciccio” Bucci, 41 anni, originario di San Severo, residente a Margarita, e una lunga militanza bianconera. Prima per passione, poi per  lavoro. Capo ultras dei “Drughi ma solo “in pectore”. Prende il posto di Geraldo “Dino” Mocciola, anni 52, leader storico e carismatico della curva bianconera. Di fatto, un re senza corona. L’impero è di Dino Mocciola, impossibilitato a frequentare gli spalti: sconta una condanna di 20 anni per l’omicidio di un carabiniere. Poi il Daspo. Lo “Stadium”, per lui è chiuso.

In sua assenza, “Ciccio” si distingue per capacità imprenditoriali e di aggregazione. É lui a gestire gli affari del gruppo più importante della Curva Scirea. Biglietti per gli ultras, merchandising con i simboli dei “Drughi”, tagliandi da rivendere a prezzi maggiorati per finanziare il gruppo. Il ragazzo si distingue. E convince la Juventus a puntare su di lui. Diviene il braccio destro di Alberto Pairetto. Un cognome familiare: Alberto è il figlio dell’arbitro ed ex designatore Pierluigi ed è anche “Head of Events” della FC Juventus: gestisce gli eventi. “Ciccio”, sebbene lavori come guardia giurata presso la Telecontrol, è una sorta di persona fidata. L’anello che congiunge tifoseria e società. Una investitura che non fa piacere alla “Scirea”. Che lo esclude.

Dal 2014 “Ciccio” sparisce dalla curva e smette di essere il referente dei “Drughi”. Dissidi con Mocciola, si dice. E non solo. C’è qualcosa di molto più serio: altri supporter lo accusano di non curare gli interessi della curva. E non sono tifosi qualsiasi. L’allontanamento di “Ciccio” dalla curva coincide con l’ingresso di un nuovo gruppo ultras che, si dice, sia sostenuto dalla criminalità organizzata calabrese. ‘Ndrangheta. I nuovi tifosi sono sostenuti da Rocco e Saverio Dominello e Fabio Germani. Fabio Germani è il fondatore di “Italia Bianconera”.

L’inchiesta della Procura si lega, per certi versi, a quanto accade a Bucci: gli inquirenti hanno sospetti pesantissimi e non escludono che “Ciccio” possa aver ricevuto minacce. Il tifoso è convocato come “informato dei fatti”. Interrogato, non convince né il pm Monica Abbatecola, né il capo della Mobile di Torino, Marco Martino. Secondo alcune indiscrezioni, subito dopo la deposizione, è minacciato. Da chi? Domande senza risposta, interrogativi destinati a cadere nel vuoto. Lo stesso vuoto che ha scelto “Ciccio”. Chi lo conosceva bene, nel giorno dei funerali, sostiene che “ha preferito morire, piuttosto che parlare”. Bucci, dopo l’incontro in Procura, telefona alla ex moglie (i due si stavano separando). É la sua ultima telefonata: si getta dal cavalcavia della Torino – Savona, a Fassone. Un volo senza ritorno che porta con sé terribili segreti?

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