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Pugilato

Don King, storia del più controverso e iconico uomo della boxe (senza indossare i guantoni)

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Don King, storia del più controverso e iconico uomo della boxe (senza indossare i guantoni)

Nell’ultimo secolo di pugilato – lo sport più importante ma anche più tormentato della storia umana – non esiste una figura tanto controversa quanto quella di Donald “Don” King.
Con i capelli sparati al cielo e la rapidissima parlata a “mitragliatrice”, egli rimane uno dei più caratteristici e riconoscibili uomini dello sport mondiale. Per decenni ha guadagnato cifre a sei o più zeri grazie a furbizia, scaltrezza, ma anche una buona dose di genialità.

Il suo capolavoro fu l’organizzazione di quello che sarebbe divenuto il più celebre evento sportivo della storia, il 30 ottobre 1974, il “Rumble in the Jungle”, match leggendario tra Muhammad Ali e George Foreman combattuto a Kinshasa, nell’allora Zaire, alle quattro del mattino per esigenze televisive.
Incastonato nello Zaire Music Festival, il match fu il coronamento di una tre-giorni di musica funk, con BB King e James Brown a rendere il tutto indimenticabile. Purtroppo, molto del frutto di tanta straordinarietà di eccellenze afroamericane andò a beneficio del dittatore Mobutu, il quale non si discostò di molto dai crudeli sovrani belgi che lo avevano preceduto sul territorio.

Foreman e il suo clan, prima dell’inizio dell’incontro, che non fu preceduto da match di sotto-cartello, pregarono per la vita di Ali, poiché a tutti appariva evidente l’enorme differenza di forza e potenza tra i due atleti. Con la solita fortuna di King, Ali non solo sopravvisse, ma offrì pure al mondo uno dei più sorprendenti ed inimmaginabili KO di cui ci si ricordi.

Nato a Cleveland nel 1931, Donald King lasciò gli studi universitari, che aveva intrapreso per divenire avvocato, per dedicarsi al proprio picchetto di scommesse clandestine che tanti soldi gli stava fruttando.
Il 2 dicembre del 1954, dopo aver riscosso alcune poste di scommesse illegali, subì una rapina che innescò una colluttazione, a seguito della quale uccise un certo Hillary Brown, che era un uomo a dispetto del nome, sparandogli alla schiena.
Alla corte riuscì a dimostrare che, nonostante portasse un revolver di fabbricazione russa mai denunciato, avesse agito per legittima difesa. Al termine il reato fu derubricato a “justifiable homicide”, omicidio giustificabile, una particolare definizione del codice penale statunitense inquadrata tra volontario e colposo. King evitò così una lunga reclusione.

Dodici anni più tardi, però, il 20 aprile del ‘66, partecipò ad un brutale pestaggio che portò alla morte di Sam Garrett, un impiegato presso la sua sala scommesse che, pare, avesse sottratto alle casse seicento dollari.
Incarcerato, King ebbe nuovamente la sorte che il giudice trasformasse l’accusa da omicidio di secondo grado in colposo: uscì sulla parola nel 1971 e, qualche anno più tardi, ricevette il perdono definitivo.

Compiuti trent’anni, libero e scaltro, diede inizio alla sua carriera di promoter di boxe.
Con totale assenza di scrupoli, contratti capestro e capacità comunicativa, King dominò la scena degli anni ’70, ’80 e ’90.
Quando un suo campione metteva il titolo in palio, lo sfidante era costretto a firmare la clausola per la quale, in caso di vittoria, King sarebbe divenuto anche il suo promoter: in tal maniera, chiunque ne uscisse vincitore, King avrebbe continuato a rappresentare il campione del mondo.

Nel 1972 fu promotore di un evento di beneficenza a favore di un ospedale di Cleveland, la sua città, il Forest City Hospital, per il quale Muhammad Ali si prestò a combattere gratuitamente un match d’esibizione; fu accertato che degli 85.000 dollari raccolti, alla struttura ne giunsero solamente 1.500, dopo che alla cifra di partenza fu trattenuto il “modesto” appannaggio per la società di King.

Nel 1983 organizzò dodici incontri per un titolo mondiale, mentre nel 1994 ne promosse ben quarantasette.
Don King prendeva sempre più piede nel panorama pugilistico mondiale, forte di accresciuta esperienza, amicizie influenti e una diabolica mente priva di incertezze o esitazioni.
I procedimenti penali che lo coinvolsero, sin dagli anni ’70, sono giunti a numeri impressionanti, nell’ordine del migliaio; Donald King, allo stato delle cose, è uno degli uomini più perseguiti di sempre.

Nel 2011, al compimento degli ottant’anni, il cumularsi delle sanzioni lo costrinse alla vendita della propria lussuosa villa di Malapan, in Florida.
Recentemente, si è aggiunta la perdita della compagna di una vita, Henrietta, a sancirne il definitivo knock-out: Donald King è ora un vecchio che deve condividere i propri ultimi anni di vita con la consapevolezza di tante pessime scelte a pesargli, si spera, sulla coscienza.

Senza il suo genio, però, noi appassionati di tutto il mondo non potremmo sgranare gli occhi davanti alle immagini degli incontri leggendari di Manila e di Kinshasa e di altri del Madison e di Las Vegas.

Quei capelli, ora un po’ più radi, che tuttora paiono pettinati in conseguenza di una folgore, sono un indimenticabile segno di ciò che va e ciò che non va nel pugilato mondiale.
Quando non li vedremo più, però, questo è quasi certo, ci mancheranno.
Perché con Don King, al di là del personaggio di dubbia moralità che è stato, se ne andrà un patrimonio di tenacia e dinamismo, di autentiche gemme di genialità che, grazie a noi appassionati, gli sopravviveranno per molto tempo ancora.

Nipote di un insegnante sammarinese migrato nei licei delle vallate alpine, sono nato a Padova nel ’70 ed ho chiuso il cerchio di itinerante storia familiare rientrando nell’antica repubblica del Titano quand’ero trentenne. Avevo prima vissuto in varie parti d’Europa, dei Caraibi e dell’Africa grazie a diversi, talvolta avventurosi, impieghi giovanili. Al contrario, ora, lavoro in banca. Ho coronato il mio amore per le lingue e le letterature straniere all’Università di Urbino, compiendo gli studi in una lunga e poco gloriosa carriera accademica. Appassionato sportivo, ho praticato con alterne fortune il pugilato, il windsurf, il calcio, la canoa olimpica. Seguo il rugby con piglio da intenditore. La scorsa estate ho attraversato l’Adriatico in kayak nel suo punto più largo. Scrivo di boxe perché ne vale la pena: il ring trattiene tra le corde le storie che la fantasia di un romanziere non potrebbe mai eguagliare.

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