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Calcio

Disfatta cinese. Da dove riparte il calcio a Pavia?

Lorenzo De Vidovich

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Sarebbe dovuto essere l’inizio di un nuovo ciclo spinto dalla crescita degli investimenti cinesi nel calcio europeo. Invece, a pochi chilometri da Milano, dove l’oriente si è preso entrambe le squadre, l’esperienza di Xiadong Zhu si è rivelata disastrosa, portando al quarto fallimento nella storia del Pavia. Dopo due anni, la Pavia cinese ha chiuso i battenti, e i tifosi hanno riposto nel cassetto i sogni di serie B, sfiorati nella stagione 2014-2015. Se da un lato il campionato cinese tenta di essere sempre più competitivo, e dall’altro l’ingresso non solo in importanti club, ma anche in Infront e Fifa dimostra il costante interesse cinese verso l’Europa, la pecora nera Pavia mostra un’esperienza tutt’altro che rosea. Quali sono le colpe degli investitori cinesi? Perché hanno alzato bandiera bianca dopo appena due stagioni? E, last but not least, da dove riparte il Pavia?

L’ERA ZHU – È il 4 luglio 2014, Pierlorenzo Zanchi, ormai storico presidente del Pavia, ufficializza la vendita del club a Xiadong Zhu, presidente del fondo Pingy Shangai Investment con un alter-ego italiano Agenzia per l’Italia, che si occupa di promozione e consulenza finanziaria per gli investitori cinesi, cui fa capo David Wang. Con il 100% delle quote, la cordata cinese si proietta subito verso l’alto, manifestando senza mezzi termini di puntare alla Serie B, categoria che per il Pavia vuol dire preistoria, poiché non la tocca dagli anni ’50. In un’intervista che Wang rilasciò a Calcio&Finanza, emergeva però fin da subito un rapporto particolare col mondo del pallone, sebbene le parole fossero spontanee: «non avevamo mai pensato di entrare nel mondo del calcio. Molto casualmente, dopo aver verificato le possibilità di business in questa zona, ci abbiamo pensato e abbiamo deciso di impegnarci in questo progetto». Tutto legato al business, quindi. Non fa una piega, per persone dedite completamente al mondo dell’imprenditoria, che ci tenevano a ricordare come interessasse «maggiormente il territorio piuttosto che lo sport vero e proprio». Ciononostante, i nuovi proprietari mettono subito tanti progetti sul tavolo. Un’Academy per formare sportivi cinesi, un riammodernamento dello stadio Pietro Fortunati, inagibile per un eventuale salto di categoria: «abbiamo già avviato i lavori […] faremo il possibile per riempire lo stadio, rendendolo più bello e più vivibile», affermava Wang. A questi commenti incoraggianti fa da eco il pensiero di Zhu, che attraverso il calcio desiderava far conoscere l’area Pavese ai concittadini cinesi: «è una città bellissima, ormai mi sento anch’io un po’ pavese». Si parte, e con un’ingente serie d’investimenti, il fondo cinese spende e spande, portando la squadra ai playoff di Lega Pro nella stagione 2014-15, forte del terzo posto, dietro a Novara e Bassano. Andrea Ferretti è capocannoniere del campionato con 16 reti.

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Il sogno dura poco: al primo turno c’è il Matera, che elimina il Pavia nella gara secca: 2-1 ai supplementari, segna Pagliarini al 120’. Sfuma la B, si riparte dalla seconda stagione in Lega Pro, ma qualcosa inizia a scricchiolare, e non riguarda la squadra, che comunque in campo fa più fatica rispetto all’anno scorso. Si fanno strada le ombre cinesi, e la Covisoc chiede chiarimenti a Zhu. Il bilancio 2014-2015 è in rosso, c’è una voragine di 7,2 milioni di euro, e diverse voci ambigue: 1,2 milioni di servizi non specificati, 500.000€ di oneri di gestione. A maggio 2015 era già emersa l’incertezza dei soldi destinati a coprire le perdite. Provengono da Hong Kong, ma non si sa nulla di più. Per la Covisoc questa manovra non va bene: i finanziamenti da Hong Kong risultano quasi opera di un mecenate ignoto, e non c’è legame con la proprietà del Pavia. Zhu non dichiara la provenienza senza un perché, giustificando che il tutto è a stretto circuito di Pingy Investiment. In ogni caso, quello degli azzurri non è il proverbiale bilancio in negativo di molte squadre di Lega Pro. A Luglio 2015 Massimo Londrosi, prima di lasciare la presidenza della società finanziaria di controllo, presenta un esposto a Guardia di Finanza, Procura e FIGC per bilancio falso o quantomeno redatto in maniera scorretta. Con sempre più tenebre che aleggiano su Pavia, il secondo campionato di marca cinese termina al nono posto. Niente playoff e gli avvistamenti dei proprietari a Pavia e dintorni diventano sempre più sporadici. In più, a fine stagione si annunciano sfoltimento rosa e ridimensionamento del budget (sebbene circoli la voce di Zhu nella cordata che punta al Milan!). Ad un certo punto però in città affiora un interrogativo legittimo: che fine ha fatto Mr. Zhu?

IL VIDEOMESSAGGIO – Zhu ricompare con un videomessaggio da Shanghai, riportato da SportPavia24: «in questi ultimi tempi sono state dette molte cose sul mio conto, alcune vere, altre false». Zhu chiarisce subito di ave preso una squadra allo sbando e ultima in classifica, portandola in un anno ai playoff, con un investimento di dieci milioni di euro, «dai quali vi è stato un ritorno di poche centinaia di migliaia di euro dai biglietti venduti e dalla partecipazione degli sponsor». Poi scarica la responsabilità verso gli italiani che gestiscono il club mentre lui è in Oriente per affari: «ci siamo fidati ma ad un certo punto ci siamo resi conto che c’erano dei problemi. Molti hanno anteposto i propri interessi personali al bene della squadra». Infine, le parole d’incoraggiamento: «In questo momento il Pavia Calcio ha molti problemi, affronteremo la situazione cercando di risolvere tutto nel migliore dei modi. Come vedete i cinesi stanno investendo sempre più in Italia […]. Se usati bene gli investimenti cinesi porteranno altri soldi sul territorio». Di sicuro, non arriveranno altri soldi da Zhu e soci, che salutano Pavia, dando il via alla spirale di acquisti/cessioni ormai tipica per salvare squadre nel baratro, dove compaiono personaggi pittoreschi famosi per traghettare verso la bancarotta (ricordate Manenti a Parma).

 IL FALLIMENTO«Ci ho messo un euro, speriamo!». Esordisce così Alessandro Nuccilli, della ditta TecnoEdil2000 e reduce dall’acquisto-cessione lampo del Foligno, dopo un tentativo con la Robur Siena. 1€ non basta, occorre un milione per iscrivere le squadra al campionato 2015-2016, pratica di cui si stava occupando il dg Nicola Bignotti, poi emigrato al Lugano. Oltre ai soldi d’iscrizione, c’è un debito che va dai 4 ai 5 milioni. Nuccilli infonde tutto tranne che sicurezza. Mostra di avere le idee poco chiare in un’intervista a Corriere Milano dove racconta le grottesche disavventure a Siena e Foligno, e il suo personaggio è talmente ambiguo da diventare un uomo dalla doppia identità. Nelle emittenti locali la comparsa Alessandro Nuccilli è somigliante in tutto e per tutto ad Alessandro Monzi, colui che avrebbe dovuto rilevare il Siena. Poi, il 20 luglio compare un suo comunicato, in un’epopea estiva che SportPavia24 riassume brillantemente. In poche parole, il neo-presidente punta il dito contro i cinesi, responsabili del caos Pavia. Minaccia azioni legali, protezione della sua immagine e altre corbellerie di chi compra squadre senza cognizione di causa. Quando interviene il Sindaco di Pavia, Massimo Depaoli, c’è l’addio di Nuccilli che non fa i ricorsi necessari per la conferma in Lega Pro e si sente tradito da tutti: «sono stato ingannato dai cinesi, il sindaco si rifiuta d’incontrarmi». Per rilevare la società, si rifà vivo Massimo Londrosi, e un seconda offerta arriva dal club Accademia Pavese, che propone una fusione. C’è da salvare una squadra che ormai dice addio alla Lega Pro. Gli sforzi (che saranno vani) sono per iscriverla in Serie D. Ma il fallimento è ormai imminente, il debito non si copre. Quella cinese diventa a tutti gli effetti, una disfatta. Sicuramente Zhu e soci non hanno gestito al meglio la società, e con loro i collaboratori italiani. Si potrebbe però semplicemente dire che i cinesi non hanno fiutato l’affare, e hanno capito l’inconsistenza dell’investimento. Né più, né meno. Dopotutto, non c’è una formula matematica che certifichi la certezza dell’imprenditoria cinese. Nuccilli ha poi fatto il resto, con un copione consolidato.

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LA RIPARTENZA – Il 22 luglio 2016 nasce il Football Club Pavia 1911, dall’intesa tra il sindaco Depaoli e gli imprenditori Maria Cristina Rasparini e Tiziano Pacchiarotti, che ne acquisiscono le quote il 2 agosto. Si riparte da loro, lei pavese d’azione imprenditrice nel tessile, lui ingegnere edile nel CdA del centro polifunzionale Campus Acquae. La squadra è iscritta in Eccellenza, girone A. L’amministratore delegato è Giacomo Brega, imprenditore nella sanità che conosce bene Pavia e ha subito messo i piedi per terra: «ripartiamo da qui, ma noi siamo da Lega Pro, lì la squadra deve arrivare e giocare. Quella è la nostra serie A. Quando, lo scorso anno, ho sentito roboanti dichiarazioni di Serie B, per non dire di più (Champions League, ndr), ho capito che si stava esagerando», dichiarò a La Provincia Pavese lo scorso 17 agosto. Si rinasce senza cose in grande, com’è giusto che sia. Nel centro storico, la saracinesca di Casa Pavia, che sarebbe dovuto essere lo store cittadino azzurro, è già abbassata da mesi, quasi a voler dimostrare che i sogni di ascesa oggi non possono passare solo da parole e prospettive. Serve anche la P di programmazione. Perché oggi la P di Pavia riparte dal basso, dopo due anni rapidi e capovolgenti. Si tratta certamente di una disfatta cinese, ma di passi indietro dopo grandi manovre, ne hanno fatti anche gli emiri a Malaga, i russi ad Anži, e tanti italiani in casa propria.

FOTO: Claudio Devizzi Grassi

Calcio

La Strage allo Stadio Lenin di Mosca e l’insabbiamento del regime

Lorenzo Martini

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Il 20 Ottobre 1982 allo Stadio Lenin di Mosca una tragedia colpì il mondo del pallone. Durante una partita di Coppa Uefa 66 persone persero la vita. Una strage paragonabile all’Heysel, ma che a differenza di quest’ultima sappiamo poco perchè intervenne il Regime a nascondere tutto.

Da anni il problema della sicurezza negli stadi è uno dei temi che più sta a cuore agli organismi sportivi nazionali e internazionali. Controlli serrati all’entrata, le contestate tessere del tifoso, i DASPO e tanti altri provvedimenti sono stati gli strumenti principali per rendere gli stadi più vivibili e sicuri.

Purtroppo, però, le azioni intraprese dallo Stato sono state adottate in maniera poco strutturata e organizzata, andando a colpire spesso solo i tifosi, tralasciando gli aspetti legati alla manutenzione e alla messa in sicurezza degli impianti. Le ripercussioni conseguenti a questa incapacità gestionale hanno sfociato, in molti casi, in disordini, tafferugli e persino vittime. Tali fatti di cronaca hanno amaramente campeggiato su tutti i giornali nazionali, causando un totale oscuramento del calcio giocato per dare spazio a episodi di violenza che non avremmo mai voluto vedere.

Ma come veniva affrontato questo tema più di trent’anni fa, quando l’ambiente stadio e i problemi ad esso associati avevano una risonanza mediatica completamente diversa?

Quella del 20 ottobre 1982 è una data chiave per capire come una tematica simile fosse tutt’altro che prioritaria. Quella sera si disputava la partita di andata di sedicesimi di Coppa Uefa tra i padroni di casa dello Spartak Mosca e gli olandesi dell’HFC Harlem. Allo Stadio Centrale Lenin di Mosca – oggi stadio Luzhniki – erano accorsi oltre 15mila tifosi, malgrado gli oltre 10 gradi sotto zero. Questo perché lo Spartak era la squadra rappresentativa del popolino, della gente umile che si animava per le giocate dei proprio beniamini, contrapposta al Lokomotiv, la squadra dei ferrovieri, alla Dinamo e al CSKA, con cui si identificavano le forze di polizia.

A causa del ghiaccio, alcuni settori dello stadio non erano agibili e tutti gli spettatori erano stati disposti nella Tribuna Est, che era stato sistemato all’ultimo alla bell’e buona. Questa scelta era stata anche apprezzata dai tifosi moscoviti, visto che la maggior parte di loro – soprattutto operai e studenti – avevano preso la metro per arrivare allo stadio e la fermata dava proprio sulla Tribuna Est.

Dopo 16 minuti dal fischio di inizio, è lo Spartak ad andare in vantaggio, grazie ad un gol di Edgar Gess. Poi la partita scorre lenta e monotona, anche a causa delle pessime condizioni climatiche e del campo. Con la partita in stallo, verso l’ottantesimo molti tifosi moscoviti, allora, decidono di abbandonare lo stadio, così da non trovare file o intoppi alla metro. Sembrerebbe una tranquilla serata di calcio come tante altre, quando all’85 il difensore Sergei Shvetsov  sigla il definitivo 2 a 0: la gente, accalcata sulle scale per l’unica uscita, sente l’esultanza proveniente dalle tribune e quindi in molti decidono di tornare indietro, venendo però bloccati dalla polizia.

E’ una bolgia.

 Ma il peggio ancora deve venire. Infatti, mentre la persone restano imbottigliate tra le scale, spintonate a destra e a manca, accade l’imprevedibile: inadatte a sopportare un peso simili, le scale cedono di schianto. E’ una carneficina.

Alla fine il bilancio ufficiale è di 66 morti e 61 feriti, anche se, secondo alcune fonti, le vittime sarebbero addirittura 300. Il tutto a causa, non solo del crollo delle scale e della calca che si era generata, ma anche perchè le milizie erano tutt’altro che preparate per un intervento immediato e i soccorsi arrivarono con molto ritardo. La totale disorganizzazione della polizia provocò inoltre problemi nell’uscita degli altri spettatori ancora sugli spalti, che rimasero a lungo intrappolati nello stadio.

Al contrario, la polizia fu tutt’altro che disorganizzata nell’insabbiare tutta la vicenda. Appena terminato l’incontro, mentre ancora si cercava di capire l’entità dell’incidente, le due squadre vennero sbrigativamente allontanate dallo stadio. Il giorno seguente sul giornale “Il Vespro di Mosca” riportò che nello stadio Lenin “c’erano stati degli incidenti che avevano comportato lesioni a qualche tifoso”. Una rilettura totalmente distorta di ciò che era avvenuto.

Nei giorni successivi, i rapporti ufficiali sulla vicenda non sono per nulla chiari e omettono di spiegare la gravità dell’incidente. Come capro espiatorio viene identificato un tale Panchickin, il custode dello stadio, che viene ritenuto il responsabile delle precarie condizioni dell’impianto e viene condannato a 18 mesi di lavori forzati.

Perché tutto questo? Perché di mezzo c’è la politica. Breznev, ormai malato e sul punto di lasciare la guida della Russia, voleva che comunque l’Unione Sovietica avesse dato ancora un’immagine di sé forte e invincibile, lontano da qualsiasi debolezza. Uno scandalo come quello dello stadio Lenin sarebbe inaccettabile, ed è  per questo che viene dato inizio ad un’autentica campagna di disinformazione. Pur di non apparire una nazione in declino e lontana dalle superpotenze mondiali, si cerca di nascondere tutto.

Solo anni dopo, il nuovo segretario del PCUS Jurii Andropov ordinò un’inchiesta sul disastro avvenuto e vennero riportati alla luce molti dettagli e aspetti della vicenda che erano stati celati. Eppure il tentativo di insabbiamento durò ancora per anni e alcuni decessi furono tenuti nascosti dalle alte sfere del Cremlino.

Oggi lo stadio Luzhniki è uno stadio all’avanguardia, cinque stelle nel ranking UEFA, ed è uno degli impianti più sicuri al mondo. Eppure quelle 66 persone sono morte proprio su quegli spalti, a causa dell’incuria e dell’inesistente manutenzione della struttura.

 “Non avrei mai voluto segnare quel gol.”

Molti giorni dopo il tragico evento, furono queste le dichiarazioni del difensore Sergei Shvetsov, autore del raddoppio dello Spartak Mosca. Si sentiva responsabile di quanto era accaduto.

Ed è proprio per questo che il tema della sicurezza negli stadi deve essere affrontato con sempre maggiore attenzione e determinazione. Perché un momento di gioia sportiva non può e non deve essere mai la causa di una strage di vittime innocenti.

 

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Calcio

Ranieri, il Leicester e lo zampino di Santa Rita, protettrice dei casi impossibili

Andrea Corti

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Compie oggi 67 anni Claudio Ranieri, attuale allenatore del Nantes, che verrà per sempre ricordato come colui che ha compiuto una delle imprese più belle della storia del calcio, quella del Leicester Campione d’Inghilterra. Una vittoria miracolosa, non a caso collegata ad un fattore divino che vi raccontiamo.

I gol di Vardy, ovviamente. I dribbling di Mahrez e la parate di Kasper Schmeichel, of course. E la tanta saggezza di mister Ranieri in panchina, nemmeno a dirlo. Ma a dare una grande mano al Leicester laureatosi clamorosamente campione d’Inghilterra nel 2016 potrebbe essere stato anche un fattore decisamente insospettabile: “Da anni Ranieri è devoto a Santa Rita – ci raccontò Claudia Mannelli nel ristorante ‘La Porrina’ di Roccaporena, gestito dalla sua famiglia da generazioni -, e credo ci sia lo zampino della protettrice degli impossibili nello scudetto che ha vinto”.

Siamo in Umbria, nel pieno della Valnerina, a pochi minuti da Cascia. Roccaporena è un paese tanto piccolo quanto grazioso, adagiato alla base di una piccola conca e abitato da poco più di 50 persone. In questo luogo è nata nel XIV secolo Santa Rita, passata alla storia per essere la patrona dei casi impossibili e disperati, e proprio qui Claudio Ranieri negli ultimi trent’anni ha portato molte delle sue squadre in ritiro pre-campionato. Il cuore pulsante di Roccaporena è il centro sportivo, gestito fino a poco tempo fa dal Rettore dell’Opera di Santa Rita, don Sante Quintiliani, scomparso nel 2017, con cui Ranieri aveva costruito negli anni una solida amicizia. L’Opera accoglie ormai da decenni orfani e ragazzi provenienti da famiglie difficili, che nelle scorse estati hanno potuto ammirare da vicino fior di campioni. Sul bel campo di calcio si sono allenati, tra gli altri, il Chelsea di Zola e Desailly e la Fiorentina di Batistuta e Rui Costa. Ogni volta che una squadra del tecnico testaccino ha fatto tappa qui è stata organizzata una sfida amichevole contro una selezione locale: “Tutte le volte abbiamo preso belle ‘imbarcate’ – ci racconta Luca Rasi -, ma ci siamo sempre divertiti e qualche volta siamo anche riusciti a segnare!”.

Al centro di Roccaporena c’è lo Scoglio di Santa Rita, piccolo promontorio sulla sommità del quale la Santa andava a pregare e ora c’è un santuario a lei dedicato. Tra gli allenamenti che Ranieri faceva fare alle sue squadre c’era anche la salita e la discesa di corsa di questa ripida scalinata: “Normalmente ci vogliono 20 minuti per arrivare su, – continua Rasi -, ma i giocatori impiegavano al massimo cinque minuti…”. Chiaramente questa piccola comunità ricorda ancora con stupore i giorni caotici in cui folle di tifosi invadevano gioiosamente la loro quiete: “All’epoca in cui qui veniva la Fiorentina – assicura Enrico Di Curzio, il direttore dell’hotel dove soggiornano le squadre – facevo salire Batistuta sulla mia Panda per evitare di farlo andare al campo di allenamento a piedi, e per fare un tratto di strada per il quale solitamente ci vogliono due minuti ce ne mettevamo trenta a causa dei tifosi che bloccavano il percorso”. Non mancano poi gli aneddoti: “Qui c’è poco da fare – spiega Rasi -, al massimo ci sono i bar: mi ricordo che i giocatori del Chelsea bevevano come matti!”. Inevitabile poi qualche ‘scappatella’: “I giocatori durante il ritiro sono sottoposti a una dieta ferrea – ricorda Claudia -, e spesso venivano nel mio ristorante per mangiare di nascosto dall’allenatore. Mi ricordo che una volta Ranieri stava per entrare e i ragazzi sono scappati dalla finestra nel retro!”.

Ovviamente nella vittoria della Premier non è intervenuta la mano divina, quel che è certo è che la sua devozione per la protettrice dei casi impossibili gli ha quantomeno portato bene nel realizzare quella che è da più parti considerata la più grande impresa dello sport inglese, che a molti ha ricordato le vittorie del Nottingham Forest di Brian Clough, regalando una boccata di ossigeno a chi si ostina a non arrendersi alla logica del calcio moderno in cui dominano le regole dello show business.

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Calcio

Truffe e affini: quando lo Sportivo è vittima di raggiro

Emanuele Sabatino

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Il detto parla di gallina dalle uova d’oro ma se ribaltiamo il sesso possiamo tranquillamente parlare del pollo dalle uova d’oro. Il pollo in questione è il calciatore, o atleta di successo in generale, spesso miliardario in giovane età, improvvisamente o quasi, contornato da persone che gli vogliono bene ma anche da falsi cortesi che salgono sul carro del vincitore, di chi nella vita ce l’ha fatta e ha un bel po’ di grana. Indifeso e sprovveduto corre spesso il rischio di fidarsi troppo buttando alle ortiche gran parte della propria fortuna monetaria. Di seguito una carrellata di casi in cui i poveri atleti sono stati vittime di truffe e raggiri più un paio di chicche extra.

ALESSANDRO GAMBERINI

Ultimo in ordine cronologico la truffa ai danni dell’ex giocatore della Fiorentina Alessandro Gamberini che sarebbe stato raggirato da due suoi ex amici di Prato ed un banchiere per una cifra intorno al milione e seicento mila euro. Gamberini credeva di aver investito 1 milione di euro in un fondo obbligazionario al 3% (era scontento della gestione della banca precedente che gli fruttava solo lo 0,7% annuo), rivelatosi inesistente, e gli altri 620.000 in una fideiussione che non si ricordava neanche di aver firmato. Questi soldi sono stati usati dai due truffatori per coprire i loro debiti e comprare delle case. Ora dopo la deposizione in tribunale è in attesa che la giustizia faccia il suo corso.

MACCHINE PAGATE E MAI ACQUISTATE

Cosa hanno in comune Mexes, Ferrari, Zotti e Vucinic? Oltre ad aver militato nella Roma, gli stessi sono stati truffati da un concessionario della capitale che vendeva le auto, incassava i soldi ma non era in grado di fare il passaggio di proprietà perché queste ultime non erano di proprietà del concessionario ma in leasing. Scoperta fatta dalle forze dell’ordine in seguito alla denuncia di uno dei tanti comuni cittadini raggirati.

QUELLA PORSCHE FANTASMA

Stessa città, Roma, sempre una concessionaria. Sorte malevole è toccata anche ai calciatori Giorgio Venturin ed Andrea Silenzi che hanno comprato una porsche da 200 mila euro ma che non hanno mai visto dal vivo. Per loro una doppia beffa: oltre a non guidare mai la supercar anche l’archiviazione del caso da parte del giudice e addio soldi.

IL MADOFF DEI PARIOLI

Vittime del più classico degli schema Ponzi sono stati i due calciatori ex Roma Stefano Desideri e Ruggero Rizzitelli che hanno mal riposto i loro soldi nella mani (bucate) di Gianfranco Lande detto “Il Madoff dei Parioli”. Garantiva investimenti con ritorni incredibili nel corto-medio termine e riusciva a pagare tutti fintanto che riusciva a portare soldi nuovi dentro il suo schema. Una volta saturo è scappato con la cassa. Rizzitelli ha perso circa 3 milioni di euro. Lande è stato condannato a 5 anni e mezzo di carcere, già scontati, per un ammontare di soldi rubati pari a 170 milioni di euro ma c’è chi giura siano molti di più.

MAMMA HO PERSO L’AEREO

Dall’erba al parquet il discorso non cambia. Anche un grande campione come Scottie Pippen è stato truffato alla grande. L’ex stella degli imbattibili Bulls di MJ ha comprato un aereo, rivelatosi poi rotto, per 4 milioni di dollari. Oltre il danno anche la beffa: per riparare ha dovuto spendere un milione di dollari aggiuntivo.

SE TI TRUFFA ANCHE LO STATO

Quante volte abbiamo sentito parlare della Spagna come il paradiso fiscale per i giocatori che lì pagavano meno tasse? Fu proprio Galliani a dire anni fa, prima che la situazione cambiasse, che non c’era partita perché la fiscalità spagnola a parità di offerta era sempre la metà preferita dai calciatori.

In Spagna però le cose sono cambiate ed i calciatori che pagano in Spagna il 50% di tasse, una volta venduti all’estero e cambiando la residenza fiscale abbattono l’aliquota fino al 20%. La differenza deve tornare nelle casse dei contribuenti. Non è stato così però per alcuni calciatori come ad esempio Sahin ai tempo del Real, Salvio con l’Atletico Madrid e Zapata con il Villarreal che una volta cambiato squadra e lasciata la Spagna non hanno ricevuto nulla. Dove finivano i soldi? Su un conto off-shore intestato ad un’ispettrice del dipartimento fiscale spagnolo. Il piano era perfetto perché in teoria i calciatori ignari del vantaggio fiscale non avrebbero mai preteso la cifra. Peccato per lei che alcuni calciatori sono sprovveduti ma altri si affidano a fior di professionisti per pagare meno tasse e avere vantaggi economici in continuazione (come il trasferimento di Ronaldo alla Juve).

TRUFFARE UNA FEDERAZIONE

Dovrebbe vincere il premio di truffatore del millennio. Il personaggio in questione è Wilson Perumal ora in carcere ma prima una delle persone più potenti ed influenti del calcioscommesse mondiale. Cosa faceva? Organizzava finte amichevoli tra nazionali comprando le divise e raccattando le persone per strada. Così da far uscire risultati clamorosi e scommettendoci sopra. Come è stato scoperto? Grazie ai suoi agganci organizzò a Manama un’amichevole tra Bahrein e Togo. Il Togo era una nazionale forte perché annoverava tra le sue fila Adebayor mentre il Bahrein era una squadra modesta. Quote stra-sbilanciate a favore dei togolesi che però persero 3-0. Il perché è da ricercarsi proprio nel fatto che chi vestiva la maglia della nazionale togolese erano dei figuranti. Mentre in Bahrein festeggiavano la vittoria, il ministro dello Sport del Togo lesse sul giornale di quella partita e incredulo scrisse una lettera alla Fifa: la nazionale, quella vera, era impegnata in Botswana nelle qualificazioni della Coppa d’ Africa.

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