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Calcio

Diego Armando Maradona, il Rivoluzionario. Il rapporto tra Diego ed i grandi leader latini e non solo

Leonardo Ciccarelli

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Poco più di 31 anni fa il gol che ha cambiato la storia del calcio. Non quello degli 11 tocchi, centrocampo-porta, che ancora emoziona gli spettatori che ascoltano incantati la voce di Victor Hugo Morales (che non è nemmeno argentino), ma quello di prima. La mano de Dios. La punizione che Diego Armando Maradona per conto dell’Onnipotente ha voluto dare all’Inghilterra dopo che la stessa, 4 anni prima, aveva invaso le Falkland-Malvinas, uccidendo centinaia di giovani argentini, e non contenta impose l’embargo sulla nazione e lo fece imporre da tutta Europa. Furono escluse Italia e Spagna dato che quasi la totalità degli argentini ha origini italiane o spagnole. Dopo aver vinto la guerra gli inglesi poi lanciarono frecciatine a sudamericani, italiani e spagnoli, dicendo che l’Argentina aveva perso la guerra (durata pochi mesi) perché avevano appreso il modo vigliacco di combattere di spagnoli e italiani.

La giustificazione a quel gol, Maradona, l’ha sempre data così. Una lotta politica al potere imperialista del Regno Unito e dei suoi alleati. Un impegno politico concreto che il numero 10 più forte della storia ha sempre messo al centro della propria vita, sia da calciatore, ancora di più da ex calciatore.

In campo faceva parlare il suo sinistro magico, la sua poesia fatta movimento, la gioia che infondeva nei cuori delle persone, da ex invece ha avuto bisogno di un megafono per cantare al mondo tutte le ingiustizie che ha visto, che ha vissuto. Non ha mai nascosto l’amore per il denaro e non ha mai nascosto lo schifo che prova da uomo di sinistra nel vedere tutti questi soldi nel calcio.

Maradona è stato il punto di congiunzione tra il calcio da strada, nella polvere, come unica soluzione alla vita, e di quello attorniato da starlette e divi di Hollywood, da denari e automobili di lusso. E questo punto di congiunzione per Diego pesa.

Negli anni da calciatore ha girato il mondo, ha conosciuto i più grandi leader politici del pianeta. E’ una leggenda in Cina, ha sostenuto tanti leader che hanno provato a mettere le persone al centro di quello che viene chiamato il terzo mondo e soprattutto ha stretto una profonda amicizia con Hugo Chavez, Fidel Castro e Nicolas Maduro.

I due leader sudamericani più importanti del ‘900, con Allende, hanno visto in Diego un “erede” politico. Un uomo che è in grado di conversare con tutto il mondo, Occidente ed Oriente, Nord e Sud, perché è famoso in tutto il mondo. Chavez e Fidel hanno convertito ed investito Maradona del Verbo Rivoluzionario che bisogna essere inseminato in tutto il pianeta affinché la visione capitalistica (secondo il loro punto di vista, cattiva), non prenda il sopravvento.

Maradona è cambiato molto con Chavez, Fidel e Maduro. Diego prima di ritirarsi era un cavallo pazzo, non solo travolto dai vizi, ma anche nel modo di approcciarsi all’ambiente politico. Nella sua autobiografia “Io sono El Diego” racconta di quando a colloquio con Giovanni Paolo II chiede al Sommo Pontefice di fare qualcosa di concreto per aiutare i poveri e vendere i beni, sempre nella biografia parla del pensiero condiviso con Marx e con i grandi comunisti dell’America Latina ma è dal ritiro e dalla cura dimagrante mista a disintossicazione che Fidel Castro gli ha permesso di fare a Cuba (imposto?) che Maradona è poi diventato un militante attivo.

Ha sostenuto Dilma e Lula, dichiarandosi un loro soldato, ma non solo i leader brasiliani: Daniel Ortega in Nicaragua che lo ha insignito dell’Ordine Sandinista e con sua moglie Rosario Murillo, grandissima poetessa del Sudamerica, e soprattutto ha sostenuto la Kirchner nelle elezioni svoltesi in Argentina criticando aspramente le mosse del “L’imprenditore” Mauricio Macri, ex presidente del Boca Juniors tra l’altro. Quando morì Néstor Kirchner, si presentò alle esequie nella Casa Rosada con Evo Morales, capo di stato della Bolivia, anch’egli rivoluzionario ed avevano anche fatto una partita di calcio con alcuni amici, tra cui Ahmadinejad. Al quale Maradona aveva poi regalato la sua maglia numero 10. A Maradona piaceva molto l’idea anti-americana dell’ex presidente dell’Iran, anche se non amava le mire antigiudaiche che aveva. Nonostante tutto, il gesto fece scoppiare un vespaio di polemiche in tutto il mondo, con la comunità ebraica in Argentina che pretese le scuse del Pibe. Scuse non pervenute.

Inutile ricordare l’amicizia con Evo Morales e Pepe Mujica, il presidente uruguagio che si è tagliato lo stipendio ed andava in giro in utilitaria e sandaletti, che in passato aveva combattuto per la rivoluzione imbracciando un fucile, o ancora la stima che prova nei confronti di Rafael Correa, presidente dell’Ecuador, molto meno estremista dei sopracitati leader socialisti e che ha voluto capire i pregi ed i difetti dell’Occidente studiandoli dall’interno, prima in Belgio, poi negli Stati Uniti stessi. Ed è questo che Maradona ama di Correa: il fatto di essere il futuro politico dell’America Latina, un rivoluzionario moderno che non viene dalle campagne abbracciando un AK-47, ma che ha toccato con mano i pregi ed i difetti del capitalismo.

Anche Maradona ha cambiato Chavez e Fidel Castro però. In gioventù i due leader non erano grandi appassionati di calcio. Lo sport che regnava nelle due nazioni era il baseball (tant’è che negli anni ’90 e a inizio 2000 in MLB la stragrande maggioranza dei giocatori era latina, oggi giapponese invece), ed i due si sono appassionati al calcio solo in seguito, grazie all’influenza di Maradona, ed anche perché il bolivarista presidente di Caracas ha seguito le orme di molti suoi predecessori e ha cominciato a puntare sugli sport a dimensione globale, molto più di Fidel Castro, anche perché per Chavez il baseball è troppo un gioco da “gringos” ed hanno trovato entrambi nel calcio ed in Diego, un degno avversario alla politica imperialista americana.

Alla Copa America del 2011 leggendario il live tweetting di Chavez che guarda la partita del Venezuela con Fidel Castro, e Maradona ha investito in prima persona, e fatto investire soprattutto a Chavez, molti quattrini nella costruzione di campi di gioco e scuole calcio per i bambini meno fortunati.

In un comizio nel 2009, Diego si presentò alla destra di Chavez con la maglietta “Con Chavez, sì allo sport”. Chavez vinse, poi si ammalò e andò a Cuba dall’amico Fidel per curarsi. Maradona partì per gli Emirati in vista di una nuova carriera dirigenziale e da allenatore ma con uno sguardo sempre rivolto al leader del Venezuela: “Prego per lui, lo amo”.

Con Fidel c’è un rapporto molto più confidenziale, mentre con Chavez è di riverenza. Diego si è tatuato il volto di Fidel Castro, come si è tatuato il volto di Ernesto “Che” Guevara e considera Castro un eroe ed una figura emblematica dell’umanità. La riverenza con Chavez nasce sempre dall’odio di Maradona per gli Stati Uniti. Per Maradona è lì il punto. “Chavez ha liberato il Sudamerica dalle grinfie degli Stati Uniti d’America. Ci ha presi per mano e ci ha fatto alzare la testa, rendendoci orgogliosi di essere latini e camminare da soli“. Dopo il primo incontro con Chavez, Maradona affermò di essere andato in Venezuela per “incontrare un grande uomo”, ma di avere invece “incontrato un gigante”.

Non solo amicizia con i leader comunisti, anche contestazione, tanta contestazione, dei leader capitalisti: il dire “assassino” al presidente degli Stati Uniti George Bush, esprimendo il sostegno alla lotta delle minoranze o di movimenti sociali americani.  Ha partecipato al Vertice dei Popoli, chiamato anche “controvertice” in opposizione al 4º Summit delle Americhe a Mar del Plata salendo a bordo dell’Expreso del Alba, un treno che partì da Buenos Aires e che trasportò 160 partecipanti, tra i quali il candidato alla Presidenza della Bolivia Evo Morales, il presidente venezuelano Hugo Chávez, Silvio Rodríguez, Adolfo Pérez Esquivel e le Madri di Plaza de May. Questo incontro scatenò le ire di Fox, presidente del Messico, che Maradona non esitò a chiamare “Servo degli Stati Uniti“. Maradona a quel vertice parlò, si riferì al presidente degli Stati Uniti George W. Bush come “immondizia umana”, vestendo la maglietta “Stop Bush” e qualche anno dopo rincarò la dose affermando di odiare “tutto ciò che viene dagli Stati Uniti, lo odio con tutte le mie forze”. Ha proseguito a lungo la sua battaglia contro la Chiesa accennata in precedenza perché secondo El Pibe non fa abbastanza per aiutare il prossimo.

Le cose con la Chiesa sono cambiate dall’elezione di Bergoglio, Papa Francesco: “De ahora en adelante soy el capitán del equipo de Francisco“. Il capitano della squadra di Francesco. Ne ammira i modi di fare e la ventata di rivoluzione che sta portando al Vaticano. Per Maradona è un comunista d’altri tempi ed anche se Bergoglio ha sempre negato, chiunque abbia un minimo di dimestichezza con i pensieri dei grandi filosofi “rossi” ha rivisto in Papa Francesco delle tracce di un passato “mancino”.

Ultimo, ma non ultimo, il rapporto con la crisi del Medio Oriente. Maradona non può essere esente dall’esprimersi in merito, anche perché oggi ci vive. Già negli anni ’90 con Evo Morales prima e con Ali Kafi poi, presidente dell’Algeria dal ’92 al ’94, ha espresso sostegno e volontà di lottare per il popolo Palestinese. Spesso è andato in giro con maglie personalizzate con la scritta “¡Viva Palestina!” e nell’annata 2011-2012, quella da allenatore dell’Al Wasl, si è detto essere il primo sostenitore della causa palestinese. Circa due anni fa Diego è stato vicinissimo ad approdare sulla panchina della nazionale palestinese, gratis, per infondere coraggio ai giovani del Paese e per portare la nazionale alla Coppa d’Asia, ma poi tutto terminò con un nulla di fatto.

Maradona non è un uomo qualunque, lo ha sempre detto. Non si è mai nascosto. Maradona è un uomo che va accettato così com’è ed è un atleta unico, uno che sposta gli equilibri geopolitici di un Pianeta. Come Maradona, solo Muhammad Ali sotto questo punto di vista. Non è un caso se Diego Armando Maradona riteneva Ali uno dei più grandi uomini che abbiano mai calcato questa Terra.

 

1 Commento

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  1. pippo

    agosto 9, 2017 at 9:57 am

    Lasciamo stare, i veri campioni sono altri, non i cocainomani e gli evasori fiscali che nella vita hanno dato pessimi esempi…..

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Calcio

La Strage allo Stadio Lenin di Mosca e l’insabbiamento del regime

Lorenzo Martini

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Il 20 Ottobre 1982 allo Stadio Lenin di Mosca una tragedia colpì il mondo del pallone. Durante una partita di Coppa Uefa 66 persone persero la vita. Una strage paragonabile all’Heysel, ma che a differenza di quest’ultima sappiamo poco perchè intervenne il Regime a nascondere tutto.

Da anni il problema della sicurezza negli stadi è uno dei temi che più sta a cuore agli organismi sportivi nazionali e internazionali. Controlli serrati all’entrata, le contestate tessere del tifoso, i DASPO e tanti altri provvedimenti sono stati gli strumenti principali per rendere gli stadi più vivibili e sicuri.

Purtroppo, però, le azioni intraprese dallo Stato sono state adottate in maniera poco strutturata e organizzata, andando a colpire spesso solo i tifosi, tralasciando gli aspetti legati alla manutenzione e alla messa in sicurezza degli impianti. Le ripercussioni conseguenti a questa incapacità gestionale hanno sfociato, in molti casi, in disordini, tafferugli e persino vittime. Tali fatti di cronaca hanno amaramente campeggiato su tutti i giornali nazionali, causando un totale oscuramento del calcio giocato per dare spazio a episodi di violenza che non avremmo mai voluto vedere.

Ma come veniva affrontato questo tema più di trent’anni fa, quando l’ambiente stadio e i problemi ad esso associati avevano una risonanza mediatica completamente diversa?

Quella del 20 ottobre 1982 è una data chiave per capire come una tematica simile fosse tutt’altro che prioritaria. Quella sera si disputava la partita di andata di sedicesimi di Coppa Uefa tra i padroni di casa dello Spartak Mosca e gli olandesi dell’HFC Harlem. Allo Stadio Centrale Lenin di Mosca – oggi stadio Luzhniki – erano accorsi oltre 15mila tifosi, malgrado gli oltre 10 gradi sotto zero. Questo perché lo Spartak era la squadra rappresentativa del popolino, della gente umile che si animava per le giocate dei proprio beniamini, contrapposta al Lokomotiv, la squadra dei ferrovieri, alla Dinamo e al CSKA, con cui si identificavano le forze di polizia.

A causa del ghiaccio, alcuni settori dello stadio non erano agibili e tutti gli spettatori erano stati disposti nella Tribuna Est, che era stato sistemato all’ultimo alla bell’e buona. Questa scelta era stata anche apprezzata dai tifosi moscoviti, visto che la maggior parte di loro – soprattutto operai e studenti – avevano preso la metro per arrivare allo stadio e la fermata dava proprio sulla Tribuna Est.

Dopo 16 minuti dal fischio di inizio, è lo Spartak ad andare in vantaggio, grazie ad un gol di Edgar Gess. Poi la partita scorre lenta e monotona, anche a causa delle pessime condizioni climatiche e del campo. Con la partita in stallo, verso l’ottantesimo molti tifosi moscoviti, allora, decidono di abbandonare lo stadio, così da non trovare file o intoppi alla metro. Sembrerebbe una tranquilla serata di calcio come tante altre, quando all’85 il difensore Sergei Shvetsov  sigla il definitivo 2 a 0: la gente, accalcata sulle scale per l’unica uscita, sente l’esultanza proveniente dalle tribune e quindi in molti decidono di tornare indietro, venendo però bloccati dalla polizia.

E’ una bolgia.

 Ma il peggio ancora deve venire. Infatti, mentre la persone restano imbottigliate tra le scale, spintonate a destra e a manca, accade l’imprevedibile: inadatte a sopportare un peso simili, le scale cedono di schianto. E’ una carneficina.

Alla fine il bilancio ufficiale è di 66 morti e 61 feriti, anche se, secondo alcune fonti, le vittime sarebbero addirittura 300. Il tutto a causa, non solo del crollo delle scale e della calca che si era generata, ma anche perchè le milizie erano tutt’altro che preparate per un intervento immediato e i soccorsi arrivarono con molto ritardo. La totale disorganizzazione della polizia provocò inoltre problemi nell’uscita degli altri spettatori ancora sugli spalti, che rimasero a lungo intrappolati nello stadio.

Al contrario, la polizia fu tutt’altro che disorganizzata nell’insabbiare tutta la vicenda. Appena terminato l’incontro, mentre ancora si cercava di capire l’entità dell’incidente, le due squadre vennero sbrigativamente allontanate dallo stadio. Il giorno seguente sul giornale “Il Vespro di Mosca” riportò che nello stadio Lenin “c’erano stati degli incidenti che avevano comportato lesioni a qualche tifoso”. Una rilettura totalmente distorta di ciò che era avvenuto.

Nei giorni successivi, i rapporti ufficiali sulla vicenda non sono per nulla chiari e omettono di spiegare la gravità dell’incidente. Come capro espiatorio viene identificato un tale Panchickin, il custode dello stadio, che viene ritenuto il responsabile delle precarie condizioni dell’impianto e viene condannato a 18 mesi di lavori forzati.

Perché tutto questo? Perché di mezzo c’è la politica. Breznev, ormai malato e sul punto di lasciare la guida della Russia, voleva che comunque l’Unione Sovietica avesse dato ancora un’immagine di sé forte e invincibile, lontano da qualsiasi debolezza. Uno scandalo come quello dello stadio Lenin sarebbe inaccettabile, ed è  per questo che viene dato inizio ad un’autentica campagna di disinformazione. Pur di non apparire una nazione in declino e lontana dalle superpotenze mondiali, si cerca di nascondere tutto.

Solo anni dopo, il nuovo segretario del PCUS Jurii Andropov ordinò un’inchiesta sul disastro avvenuto e vennero riportati alla luce molti dettagli e aspetti della vicenda che erano stati celati. Eppure il tentativo di insabbiamento durò ancora per anni e alcuni decessi furono tenuti nascosti dalle alte sfere del Cremlino.

Oggi lo stadio Luzhniki è uno stadio all’avanguardia, cinque stelle nel ranking UEFA, ed è uno degli impianti più sicuri al mondo. Eppure quelle 66 persone sono morte proprio su quegli spalti, a causa dell’incuria e dell’inesistente manutenzione della struttura.

 “Non avrei mai voluto segnare quel gol.”

Molti giorni dopo il tragico evento, furono queste le dichiarazioni del difensore Sergei Shvetsov, autore del raddoppio dello Spartak Mosca. Si sentiva responsabile di quanto era accaduto.

Ed è proprio per questo che il tema della sicurezza negli stadi deve essere affrontato con sempre maggiore attenzione e determinazione. Perché un momento di gioia sportiva non può e non deve essere mai la causa di una strage di vittime innocenti.

 

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Calcio

Ranieri, il Leicester e lo zampino di Santa Rita, protettrice dei casi impossibili

Andrea Corti

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Compie oggi 67 anni Claudio Ranieri, attuale allenatore del Nantes, che verrà per sempre ricordato come colui che ha compiuto una delle imprese più belle della storia del calcio, quella del Leicester Campione d’Inghilterra. Una vittoria miracolosa, non a caso collegata ad un fattore divino che vi raccontiamo.

I gol di Vardy, ovviamente. I dribbling di Mahrez e la parate di Kasper Schmeichel, of course. E la tanta saggezza di mister Ranieri in panchina, nemmeno a dirlo. Ma a dare una grande mano al Leicester laureatosi clamorosamente campione d’Inghilterra nel 2016 potrebbe essere stato anche un fattore decisamente insospettabile: “Da anni Ranieri è devoto a Santa Rita – ci raccontò Claudia Mannelli nel ristorante ‘La Porrina’ di Roccaporena, gestito dalla sua famiglia da generazioni -, e credo ci sia lo zampino della protettrice degli impossibili nello scudetto che ha vinto”.

Siamo in Umbria, nel pieno della Valnerina, a pochi minuti da Cascia. Roccaporena è un paese tanto piccolo quanto grazioso, adagiato alla base di una piccola conca e abitato da poco più di 50 persone. In questo luogo è nata nel XIV secolo Santa Rita, passata alla storia per essere la patrona dei casi impossibili e disperati, e proprio qui Claudio Ranieri negli ultimi trent’anni ha portato molte delle sue squadre in ritiro pre-campionato. Il cuore pulsante di Roccaporena è il centro sportivo, gestito fino a poco tempo fa dal Rettore dell’Opera di Santa Rita, don Sante Quintiliani, scomparso nel 2017, con cui Ranieri aveva costruito negli anni una solida amicizia. L’Opera accoglie ormai da decenni orfani e ragazzi provenienti da famiglie difficili, che nelle scorse estati hanno potuto ammirare da vicino fior di campioni. Sul bel campo di calcio si sono allenati, tra gli altri, il Chelsea di Zola e Desailly e la Fiorentina di Batistuta e Rui Costa. Ogni volta che una squadra del tecnico testaccino ha fatto tappa qui è stata organizzata una sfida amichevole contro una selezione locale: “Tutte le volte abbiamo preso belle ‘imbarcate’ – ci racconta Luca Rasi -, ma ci siamo sempre divertiti e qualche volta siamo anche riusciti a segnare!”.

Al centro di Roccaporena c’è lo Scoglio di Santa Rita, piccolo promontorio sulla sommità del quale la Santa andava a pregare e ora c’è un santuario a lei dedicato. Tra gli allenamenti che Ranieri faceva fare alle sue squadre c’era anche la salita e la discesa di corsa di questa ripida scalinata: “Normalmente ci vogliono 20 minuti per arrivare su, – continua Rasi -, ma i giocatori impiegavano al massimo cinque minuti…”. Chiaramente questa piccola comunità ricorda ancora con stupore i giorni caotici in cui folle di tifosi invadevano gioiosamente la loro quiete: “All’epoca in cui qui veniva la Fiorentina – assicura Enrico Di Curzio, il direttore dell’hotel dove soggiornano le squadre – facevo salire Batistuta sulla mia Panda per evitare di farlo andare al campo di allenamento a piedi, e per fare un tratto di strada per il quale solitamente ci vogliono due minuti ce ne mettevamo trenta a causa dei tifosi che bloccavano il percorso”. Non mancano poi gli aneddoti: “Qui c’è poco da fare – spiega Rasi -, al massimo ci sono i bar: mi ricordo che i giocatori del Chelsea bevevano come matti!”. Inevitabile poi qualche ‘scappatella’: “I giocatori durante il ritiro sono sottoposti a una dieta ferrea – ricorda Claudia -, e spesso venivano nel mio ristorante per mangiare di nascosto dall’allenatore. Mi ricordo che una volta Ranieri stava per entrare e i ragazzi sono scappati dalla finestra nel retro!”.

Ovviamente nella vittoria della Premier non è intervenuta la mano divina, quel che è certo è che la sua devozione per la protettrice dei casi impossibili gli ha quantomeno portato bene nel realizzare quella che è da più parti considerata la più grande impresa dello sport inglese, che a molti ha ricordato le vittorie del Nottingham Forest di Brian Clough, regalando una boccata di ossigeno a chi si ostina a non arrendersi alla logica del calcio moderno in cui dominano le regole dello show business.

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Calcio

Truffe e affini: quando lo Sportivo è vittima di raggiro

Emanuele Sabatino

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Il detto parla di gallina dalle uova d’oro ma se ribaltiamo il sesso possiamo tranquillamente parlare del pollo dalle uova d’oro. Il pollo in questione è il calciatore, o atleta di successo in generale, spesso miliardario in giovane età, improvvisamente o quasi, contornato da persone che gli vogliono bene ma anche da falsi cortesi che salgono sul carro del vincitore, di chi nella vita ce l’ha fatta e ha un bel po’ di grana. Indifeso e sprovveduto corre spesso il rischio di fidarsi troppo buttando alle ortiche gran parte della propria fortuna monetaria. Di seguito una carrellata di casi in cui i poveri atleti sono stati vittime di truffe e raggiri più un paio di chicche extra.

ALESSANDRO GAMBERINI

Ultimo in ordine cronologico la truffa ai danni dell’ex giocatore della Fiorentina Alessandro Gamberini che sarebbe stato raggirato da due suoi ex amici di Prato ed un banchiere per una cifra intorno al milione e seicento mila euro. Gamberini credeva di aver investito 1 milione di euro in un fondo obbligazionario al 3% (era scontento della gestione della banca precedente che gli fruttava solo lo 0,7% annuo), rivelatosi inesistente, e gli altri 620.000 in una fideiussione che non si ricordava neanche di aver firmato. Questi soldi sono stati usati dai due truffatori per coprire i loro debiti e comprare delle case. Ora dopo la deposizione in tribunale è in attesa che la giustizia faccia il suo corso.

MACCHINE PAGATE E MAI ACQUISTATE

Cosa hanno in comune Mexes, Ferrari, Zotti e Vucinic? Oltre ad aver militato nella Roma, gli stessi sono stati truffati da un concessionario della capitale che vendeva le auto, incassava i soldi ma non era in grado di fare il passaggio di proprietà perché queste ultime non erano di proprietà del concessionario ma in leasing. Scoperta fatta dalle forze dell’ordine in seguito alla denuncia di uno dei tanti comuni cittadini raggirati.

QUELLA PORSCHE FANTASMA

Stessa città, Roma, sempre una concessionaria. Sorte malevole è toccata anche ai calciatori Giorgio Venturin ed Andrea Silenzi che hanno comprato una porsche da 200 mila euro ma che non hanno mai visto dal vivo. Per loro una doppia beffa: oltre a non guidare mai la supercar anche l’archiviazione del caso da parte del giudice e addio soldi.

IL MADOFF DEI PARIOLI

Vittime del più classico degli schema Ponzi sono stati i due calciatori ex Roma Stefano Desideri e Ruggero Rizzitelli che hanno mal riposto i loro soldi nella mani (bucate) di Gianfranco Lande detto “Il Madoff dei Parioli”. Garantiva investimenti con ritorni incredibili nel corto-medio termine e riusciva a pagare tutti fintanto che riusciva a portare soldi nuovi dentro il suo schema. Una volta saturo è scappato con la cassa. Rizzitelli ha perso circa 3 milioni di euro. Lande è stato condannato a 5 anni e mezzo di carcere, già scontati, per un ammontare di soldi rubati pari a 170 milioni di euro ma c’è chi giura siano molti di più.

MAMMA HO PERSO L’AEREO

Dall’erba al parquet il discorso non cambia. Anche un grande campione come Scottie Pippen è stato truffato alla grande. L’ex stella degli imbattibili Bulls di MJ ha comprato un aereo, rivelatosi poi rotto, per 4 milioni di dollari. Oltre il danno anche la beffa: per riparare ha dovuto spendere un milione di dollari aggiuntivo.

SE TI TRUFFA ANCHE LO STATO

Quante volte abbiamo sentito parlare della Spagna come il paradiso fiscale per i giocatori che lì pagavano meno tasse? Fu proprio Galliani a dire anni fa, prima che la situazione cambiasse, che non c’era partita perché la fiscalità spagnola a parità di offerta era sempre la metà preferita dai calciatori.

In Spagna però le cose sono cambiate ed i calciatori che pagano in Spagna il 50% di tasse, una volta venduti all’estero e cambiando la residenza fiscale abbattono l’aliquota fino al 20%. La differenza deve tornare nelle casse dei contribuenti. Non è stato così però per alcuni calciatori come ad esempio Sahin ai tempo del Real, Salvio con l’Atletico Madrid e Zapata con il Villarreal che una volta cambiato squadra e lasciata la Spagna non hanno ricevuto nulla. Dove finivano i soldi? Su un conto off-shore intestato ad un’ispettrice del dipartimento fiscale spagnolo. Il piano era perfetto perché in teoria i calciatori ignari del vantaggio fiscale non avrebbero mai preteso la cifra. Peccato per lei che alcuni calciatori sono sprovveduti ma altri si affidano a fior di professionisti per pagare meno tasse e avere vantaggi economici in continuazione (come il trasferimento di Ronaldo alla Juve).

TRUFFARE UNA FEDERAZIONE

Dovrebbe vincere il premio di truffatore del millennio. Il personaggio in questione è Wilson Perumal ora in carcere ma prima una delle persone più potenti ed influenti del calcioscommesse mondiale. Cosa faceva? Organizzava finte amichevoli tra nazionali comprando le divise e raccattando le persone per strada. Così da far uscire risultati clamorosi e scommettendoci sopra. Come è stato scoperto? Grazie ai suoi agganci organizzò a Manama un’amichevole tra Bahrein e Togo. Il Togo era una nazionale forte perché annoverava tra le sue fila Adebayor mentre il Bahrein era una squadra modesta. Quote stra-sbilanciate a favore dei togolesi che però persero 3-0. Il perché è da ricercarsi proprio nel fatto che chi vestiva la maglia della nazionale togolese erano dei figuranti. Mentre in Bahrein festeggiavano la vittoria, il ministro dello Sport del Togo lesse sul giornale di quella partita e incredulo scrisse una lettera alla Fifa: la nazionale, quella vera, era impegnata in Botswana nelle qualificazioni della Coppa d’ Africa.

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