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Calcio

Demetrio Albertini racconta Usa 1994 e Francia 1998

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Per farci raccontare i Mondiali di USA 1994 e quelli di Francia 1998 abbiamo intervistato chi quella Coppa del Mondo l’ha vista da dentro il campo, Demetrio Albertini. Ecco cosa ci ha detto.

Demetrio, se ti chiedo di Usa 94 qual è il primo ricordo che ti viene in mente?

Ricordo soprattutto due cose: il caldo e la fatica che provavamo io e i miei compagni negli spogliatoi dopo le partite e il rigore calciato, che è un momento determinante e ricco di emozione per un calciatore.

Matarrese, ingaggiando Sacchi, desiderava rivedere in nazionale il gioco espresso a cavallo degli anni 80-90 dal Milan stellare. Come mai quel tentativo non riuscì appieno?

Chiamare Sacchi in nazionale fu una sfida importante: era un allenatore vincente e fu chiamato per vincere il mondiale. Incontrò delle difficoltà perché in nazionale ebbe molto meno tempo a disposizione per affinare il suo pensiero, i suoi equilibri tattici e la mentalità nonostante fosse aiutato da otto giocatori del Milan che conoscevano bene tutto questo. In quel mondiale, comunque, le difficoltà che incontrammo furono diverse, soprattutto fisiche.

Che tipo di allenamenti eseguivate tra una partita e l’altra? Il caldo condizionava le scelte oppure vi allenavate a prescindere dalle valutazioni atmosferiche?

In realtà gli allenamenti di quel mondiale, essendoci Sacchi, erano comunque molto forti. Quello dopo la partita era di scarico ma anche se giocavano ogni tre giorni riuscivamo comunque a fare delle sedute intense. Il caldo condizionò tantissimo: ricordo che molti di noi avevano i crampi. Io non ne soffrii ma chi ne era vittima aveva dei problemi di idratazione e di fatica che, talvolta, penso che condizionarono anche le scelte fatte. 

Quanto ci vuole per smaltire una delusione come quella?

Mediamente le delusioni non si smaltiscono mai come le vittorie. Al massimo passano, però quando ricordi quel momento ti viene in mente una cosa oggettiva: sei vice campione e non campione del mondo. Questo te lo ricorderanno sempre tutti e me lo ricorderò anch’io. La delusione, però, fa parte dello sport e va gestita, perchè ti insegna anche a ripartire.  

Passiamo a Francia 98. Contesto e squadra diversi e, soprattutto, idee tattiche completamente cambiate, quasi che il mancato successo di Sacchi avesse spinto a una sorta di restaurazione in panchina dopo la rivoluzione. Tu, che degli schemi di Sacchi eri una delle chiavi interpretative, come ti trovasti nella nazionale di Cesare Maldini?

Quella del 1998 fu una scelta diversa: Sacchi decise di ritornare al Milan, in una squadra di club, e per la nazionale si optò di nuovo per una candidatura interna come quella di Cesare Maldini, che arrivava da quattro europei vinti con l’Under 21 e conosceva bene quella generazione di calciatori. La filosofia di gioco di Maldini era diversa da quella di Sacchi, più basata sull’individualità che sul gioco di squadra, imperniata sulla convivenza tra giocatori, sia in campo che fuori, più che sugli schemi. Personalmente mi trovai bene anche con Maldini. Purtroppo in quel mondiale non arrivai in condizioni ottimali.

Dall’esterno com’era il rapporto tra Maldini padre e figlio? C’erano degli imbarazzi in relazione al rapporto col resto della squadra?

Il rapporto tra padre e figlio era sotto gli occhi di tutti ma non esistevano privilegi. Anzi, quando c’è un figlio di mezzo c’è maggiore responsabilità. Comunque credo che loro abbiano vissuto bene quella situazione e noi come squadra abbiamo fatto quell’esperienza con grande serenità. Imbarazzo non c’è mai stato perché conoscevamo tutti il talento di Paolo e il modus operandi di Cesare, per cui una circostanza così importante venne vissuta con grande naturalezza.

Mentalmente come approcciaste i rigori con la Francia? Pesavano le precedenti sconfitte patite con l’Argentina nel ’90 e il Brasile nel ’94?

No, nessun fantasma dei mondiali precedenti: quando arrivi ai calci di rigore approcci un gesto che è sia tecnico che emotivo. Con la Francia lo potevi sbagliare o segnare ma non c’era nessun retro pensiero legato ai mondiali precedenti: io nel 1994 segnai e nel 1998 sbagliai.

Le nazionali di cui tu facesti parte arrivarono a un passo dalla vittoria senza mai ottenerla (Usa ’94, Francia ’98 e Europei del 2000). C’è una spiegazione per questo? Quanto ti rammarica?

Possiamo cambiare domanda (ride, ndr)? Arrivare in finale è difficile ed emozionante. Perdere rimane sempre una grossa delusione sportiva: quella del 2000 per me resta la più grande della mia carriera. In quel frangente avevamo giocato meglio: facemmo un grande europeo, anche se non eravamo partiti come favoriti, e perdemmo all’ultimo secondo.

Giornalista e scrittore, coltiva da sempre due grandi passioni: la letteratura e lo sport, che pratica applicandosi a diverse discipline, su tutte calcio a otto e corsa sulle lunghe distanze. Collabora con case editrici e redazioni giornalistiche ed è opinionista sportivo a Goal di Notte, quarantennale trasmissione calcistica condotta da Michele Plastino.

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