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Pugilato

Dan Mendoza, il pugilato come scienza per l’uomo che combatteva a mani nude

Marco Nicolini

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Dan Mendoza, il pugilato come scienza per l’uomo che combatteva a mani nude

Dan Mendoza, antico pugilatore inglese discendente da predoni lusitani stabilitisi a Londra nei secoli precedenti la sua nascita, fu dominatore dei pesi massimi delle Isole Britanniche dal 1792 al 1795.

Nei libri di storia è pure ricordato come il primo ebreo ad aver rivolto la parola ad un reale inglese, essendo egli stato ricevuto da Re Giorgio III al quale era giunta voce dei suoi trionfi.

Un bel segno distintivo, nella comunità del tempo, che aiutava a cancellare l’immagine dell’ebreo data dalla messa in scena, nei teatri londinesi, de Il Mercante di Venezia di Shakespeare, con Shylock a restituire un’immagine di perfidia ed avidità in grado di alimentare sentimenti anti-semiti.

Alto meno di un metro e settanta e leggero quanto un peso medio, Mendoza dominava i massimi con astuzie difensive e movimenti laterali che, a quel tempo, erano di stampo rivoluzionario, in un’epoca in cui i pugili attendevano il pugno dell’avversario nella totale immobilità.

Nel 1789 pubblicò pure un libro di discreto successo, The Art of Boxing, nel quale spiegava come assorbire i colpi e caricare i propri diretti di conseguenza: un’autentica pietra miliare del nostro sport, che fa di Mendoza il padre della scienza applicata al pugilato.

Ad un certo punto della propria carriera vinse ventisette incontri consecutivi. Un risultato straordinario se si pensa che nel bare-knuckle, il pugilato a mani nude, l’unica maniera di vincere un incontro era ridurre in stato d’incoscienza l’avversario; non c’erano limiti di tempo, si combatteva fino alla resa e i round terminavano solo quando un pugile finiva per le terre, per riprendere nell’istante in cui entrambi fossero stati in piedi.

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Il secondo dei suoi leggendari incontri con Richard Humpries fu il primo evento della storia del pugilato a prevedere un pagamento per assistervi. Sino ad allora i pugili erano pagati dai picchetti per la raccolta delle scommesse.

Dan Mendoza vinse al cinquantaduesimo round.

Se rapidamente era iniziato il suo crescendo, in uno schiocco di dita cominciò il triste declino, originato dalla sconfitta contro John Jackson, che lo sovrastava di dieci centimetri e venti chili.

I primi anni del nuovo secolo lo videro tornare sulla scena per combattimenti sempre più cruenti, seppur mitigati nelle conseguenze dalle sue straordinarie capacità difensive.

Affrontò l’ultimo incontro a cinquantasei anni compiuti, quarant’anni dopo lo strepitoso esordio avvenuto in un lontano giorno del 1780 contro Harry the Coalheaver, di cui aveva avuto ragione in quaranta riprese.

Di grande spirito ed eclettica personalità, si dedicò a mille imprese, fallendole quasi tutte per quel piglio folle che consuma i grandi artisti di ogni epoca, razza o stato sociale.

Nel 1836, a settantadue anni, Daniel Mendoza morì in povertà e solitudine, non lasciando alcun bene ai propri figli, ma esperienze di vita a volontà.

Peter Sellers, l’ispettore Clouseau de La Pantera Rosa, era il suo bis-bisnipote.

Nel 1990, a duecentoventisei anni dalla nascita, la International Boxing Hall of Fame lo ha riconosciuto tra i più grandi di ogni tempo.

A Londra, un mezzobusto in suo ricordo è stato inaugurato nel 2008 dal grande Henry Cooper, permettendo alla metropoli britannica di tracciare una lunga riga che unisse due dei propri migliori combattenti attraverso i secoli e le epoche.

Nipote di un insegnante sammarinese migrato nei licei delle vallate alpine, sono nato a Padova nel ’70 ed ho chiuso il cerchio di itinerante storia familiare rientrando nell’antica repubblica del Titano quand’ero trentenne. Avevo prima vissuto in varie parti d’Europa, dei Caraibi e dell’Africa grazie a diversi, talvolta avventurosi, impieghi giovanili. Al contrario, ora, lavoro in banca. Ho coronato il mio amore per le lingue e le letterature straniere all’Università di Urbino, compiendo gli studi in una lunga e poco gloriosa carriera accademica. Appassionato sportivo, ho praticato con alterne fortune il pugilato, il windsurf, il calcio, la canoa olimpica. Seguo il rugby con piglio da intenditore. La scorsa estate ho attraversato l’Adriatico in kayak nel suo punto più largo. Scrivo di boxe perché ne vale la pena: il ring trattiene tra le corde le storie che la fantasia di un romanziere non potrebbe mai eguagliare.

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