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Storie dell'altro mondo

Dame: All’Inferno e Ritorno

Born in the post

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Nello nascer della prima partita/mi ritrovai in una lega oscura,/ché la diritta via era smarrita.

Ahi quanto a dir qual era è cosa dura,/esta squadra giovane e nova e aspra/che nel pensier rinova la paura!

Ed una sfida, che di tutte brame/sembiava dura ne la inabilità/e molti tifosi fé già viver grame.-

“A te convien tenere questo viaggio,”/Così, poi che lagrimar mi videro,/ “se vuoi goder in esto loco selvaggio“-

Scende forte la pioggia in Oregon, quasi a voler amorevolmente mascherare le incessanti lacrime versate da un figlio adottivo al quale sono state voltate le spalle da quelli che erano i suoi compagni.

Damian Lillard d’un tratto si è ritrovato solo, tradito da coloro i quali  dovrebbero ora essere immersi nel ghiaccio con il viso rivolto verso l’alto, abitando il nono girone dell’Inferno con il ramingo Caino.

Dame avrebbe comunque risparmiato loro il viaggio a bordo del vascello di Caronte, il quale inevitabilmente li avrebbe consegnati alle gelide acque del fiume Cocito.

Avrebbe fatto in modo che non valicassero le porte degli Inferi e svestendoli delle loro canotte riportanti il sacro nome di Portland, li avrebbe costretti a correre ignudi verso un’insegna che recita “Rip City”, puniti e feriti da vespe e calabroni per l’eternità.

Lillard è un’anima pura, smarrita nelle atrocità del regno di Lucifero. La stagione alle porte era stata ingravidata da opportunismo e scarsa riconoscenza, portando in grembo paure ed enormi punti interrogativi. Avara di talento e credibilità la squadra dei Blazers venne più volte accusata di adottare il tanking come soluzione per una pronta rinascita e Dame a questo punto non era più in grado di sopportare la becera eco di queste voci.

In soccorso, ecco dinanzi a lui pararsi quelli che per Portland furono tra i poeti più amati, capaci di scrivere ed incidere sul parquet, del Memorial Coliseum prima e del Moda Center poi, i loro esaltanti sonetti.

L’aliante Clyde Drexler, il gigante lituano Arvydas Sabonis, il Mozart dei canestri Drazen Petrovic, il tagliente e scomodo Rasheed Wallace ed il selvaggio Bill Walton: quali guide migliori per poterlo sostenere in un viaggio tra le scottanti fiamme degli Inferi. Uno spazio mistico in grado di snaturare qualsiasi essere umano.

Nell’oscurità dove ideologicamente si é perso Lillard, gli eroi del passato gli tendono le mani invitandolo a proseguire il suo viaggio, necessario per raggiungere l’apogeo: l’anello che in oggi adorna le dita affusolate di Steph Curry e quelle polpose di Draymond Green.

Petrovic sceglie con cura le sue parole, quasi a voler da subito rincuorare lo Zero. Non ha mai avuto paura Drazen. Nemmeno quando la guerra senza bussare entró nella sua vita allontanando per sempre quelli che erano dei fratelli, colpevoli di credere in un Dio diverso. Nemmeno quando la morte brutalmente se lo portó via, permettendo egoisticamente che sulla terra vivesse in eterno solo il suo ricordo:

Temer si dee di sole quelle cose/c’hanno potenza di far mal altrui/de l’altre no, ché non son paurose

A fare eco al talento croato è il vecchio condottiero Drexler. Lo spettro di Michael Jordan serpeggia ancora nelle notti insonni di Clyde, il quale per nulla al mondo permetterebbe ad un giocatore in canotta nero-rossa di arrendersi di fronte al nemico, per quanto l’avversario possa essere di gran lunga superiore. Bastano poche sillabe perché il play riesca a convincersi che la sua strada non conosce e non deve conoscere ostacoli:

Considerate la vostra potenza:/fatti non foste per venir battuti,/ma per ingannar falsa apparenza.

Rasheed non ha mai saputo tacere. La sua lingua questa volta peró non ha l’amaro sapore di un rettile infame, ma è fonte prospera di dolce ed ubriacante nettare, in grado di aiutare Dame a valutare in maniera differente i vecchi compagni:

Fama di loro la lega esser non lassa/ e vittoria e giustizia li sdegna/ non ragioniam di loro ma guarda e passa.

Sabonis, il gigante di Kaunas, mette in guardia la giovane point guard. Arvydas è un marinaio dell’arancia e la sua àncora negli anni si è posata sul fondale di diversi mari. Molti saranno gli avversari che Damian troverà lungo il suo cammino, e non sarà facile sconfiggerli:

Ecco il trenta con la mano letale,/ che passa i parquet e rompe le reti e l’armi!/ Ecco colui che a tutto ‘l basket fa male!-

Bill Walton, sapientemente, ha aspettato che parlassero tutti. Ha fatto della pazienza una sua virtú, in quella che è stata una carriera sfortunata, costellata da mille e più infortuni. Quante volte avrà scelto con cura dai testi dei Grateful Dead le parole per farsi forza, o per spronare il figlio Luke.

Con Dame é tutto diverso. È un figlio dal sangue Blazers. Lo tiene stretto a sé, tronfio. Gli occhi gonfi di lacrime pare voglian prendere parola al posto suo. Bill fu nel 1977 il leader di una squadra in grado di raggiungere l’apogeo. Lui solamente può segnare sulla mappa la strada che da Portland il giovane Lillard deve percorrere:

Godi, Damian, poi che se si grande/ che per l’est e per ovest tu conquisti,/ e per lo mondo tuo nome si spande!

Congedandosi, in segno di ringraziamento, lo Zero rivolge chiare e sincere parole a coloro i quali sono stati in grado di forgiare ulteriormente il suo carattere:

Maestri, i vostri ragionamenti/ mi son sí certi e prendon sí mia fede,/ che li altri mi sarien carboni spenti.

Salimmo sù, loro primi e io secondo, tanto ch’i vidi de le cose belle, che porta ‘l basket con un palla tonda.

E quindi uscimmo a riveder le stelle.

E così è stato. Scrollandosi di dosso tutti i demoni aggrappatisi a lui nella piovosa estate dell’Oregon, sulle spalle si è caricato un’intera franchigia. Insieme, migliorandosi, hanno raggiunto i playoff scalando le ripide pendici del Purgatorio e mettendo a tacere le malelingue che li volevano come la cenerentola del Torneo.

Non é più da solo Damian. Nessuno lo è mai realmente, per quanto i nostri occhi a volte non scorgano anime intorno a noi.

Un Inferno percorso al fianco dei più grandi ed un purgatorio vissuto con la consapevolezza di essere un giocatore in grado di ferire mortalmente l’Association, rea di averlo più volte sottovalutato.

Aprite le porte del Paradiso.

“You know what time is it?”

È tempo di non voltarsi più ed insieme uscire a riveder le stelle.

Emiliano Varenna, Il Santo – Born in The Post

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Calcio

Josef Bican, il più grande marcatore della storia dimenticato per colpa della Guerra

Nicola Raucci

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Avrebbe compiuto oggi 105 anni Josef Bican, un nome che potrebbe non dire nulla, ma che in realtà rappresenta il più grande marcatore della storia del calcio. La sua gloriosa storia venne dimenticata per colpa della guerra. Ve la raccontiamo.

Ho sentito molte volte la teoria secondo la quale era più facile segnare ai miei tempi. Ma le occasioni erano le stesse anche cento anni fa  e saranno  le stesse anche tra cento anni. La situazione è identica e tutti dovrebbero concordare sul fatto che una occasione dovrebbe trasformarsi in un gol. Se avevo cinque occasioni facevo cinque gol, se ne avevo sette ne segnavo sette”. (it.uefa.com)

Vienna, 1913. La capitale dell’Impero austro-ungarico è una autentica polveriera politico-sociale. Tra le sue strade un pezzo di storia del Novecento: Freud, Stalin, Trockij, Tito e Hitler.

Qui nasce il 25 settembre 1913 Josef Bican, il più grande marcatore di tutti i tempi con 805 goal in competizioni ufficiali e 1468 reti a referto contando anche le amichevoli. Unico giocatore ad aver militato e segnato in tre diverse nazionali.

Un campione quasi del tutto dimenticato, emblema di un momento storico tragico, la cui carriera reca le ferite di un secolo caratterizzato da cambiamenti improvvisi e assurde atrocità. Un giocatore sul quale sono nate leggende, dalle cinquemila reti ai numeri spettacolari in allenamento in cui colpiva dal limite dell’area una serie di bottiglie posizionate sulla traversa.

Figlio di Frantisek, boemo di Sedlice, giocatore dell’Herta Vienna, e Ludmila, viennese di origine cecoslovacca, passa l’infanzia nell’indigenza e nella sofferenza. A otto anni perde il padre, dopo un tremendo scontro di gioco. Il lavoro della madre nel dopoguerra permette la sola sopravvivenza. Il giovane Josef detto “Pepi” corre scalzo dietro il pallone, il suo grande amore. Si forma nelle categorie giovanili dello Schustek e del Farbenlutz e a 18 anni firma il suo primo contratto da professionista con il Rapid Vienna, il club più importante della città.

Con il tempo matura una raffinata sensibilità in entrambi i piedi che ne fanno un finalizzatore spietato,  supportato  da  una  velocità  impressionante  (100  metri  in  10,80  secondi)  e  da una struttura fisica possente (178 cm, 77 kg). Il tutto unito ad una forza di volontà senza eguali.

Il suo stipendio arriva in solo due anni alla considerevole cifra di 600 scellini. A 20 anni, il 29 novembre 1933, esordisce nella nazionale austriaca, il Wunderteam. L’anno successivo partecipa ai Mondiali italiani e segna una rete decisiva ai supplementari degli ottavi di finale contro la Francia. In totale con la maglia austriaca disputa 19 incontri con 14 reti a referto. Nel 1935 lascia il Rapid Vienna, con all’attivo 68 reti in 61 presenze, un campionato e un titolo di capocannoniere. Si trasferisce al SK Admira Vienna dove continua a vincere e segnare: due campionati (1936, 1937) e 22 goal in 31 partite.

Nel 1937 va in Cecoslovacchia allo Slavia Praga. Lascia l’Austria ormai vicina all’Anschluss e sfugge al regime nazista, rifiutando di vestire la maglia della Germania. Ritorna nella sua terra d’origine, nella quale era solito trascorrere le vacanze estive in tenera età. Prende la cittadinanza ma non può giocare i Mondiali del 1938 con la selezione cecoslovacca per un cavillo burocratico. Farà il suo esordio il 7 agosto 1938, mettendo a segno una tripletta contro la Svezia.

In seguito all’occupazione nazista, veste la maglia del nuovo Protettorato di Boemia e Moravia. Il12 novembre 1939, nel match dal roboante risultato di 4-4 tra Boemia-Moravia e Germania, Josef mette a referto 3 reti, diventando il  primo e finora unico giocatore ad aver segnato con tre nazionali diverse.

Bican è fin da subito il simbolo della polisportiva dello Slavia Praga, senza dubbio la squadra della sua vita. I tifosi estasiati lo chiamano “il cinico”. Negli undici anni in cui milita tra le fila dei Červenobílí segna 385 goal in 204 partite di campionato, vince 4 campionati di Boemia-Moravia (1939-40, 1940-41, 1941-42, 1942-43), un campionato cecoslovacco (1946-47), 3 Coppe di Cecoslovacchia (1941, 1942, 1945), una Mitropa Cup (nel 1938, capocannoniere con 10 goal) e

10 titoli di capocannoniere (6 del campionato di Boemia-Moravia nel 1938-39, 1939-40, 1940-41,1941-42, 1942-43, 1943-44 e 4 del campionato cecoslovacco nel 1937-38, 1945-46, 1946-47 e 1947-48).

Al termine della seconda guerra mondiale molte squadre europee, tra cui la Juventus, lo desiderano. “Pepi” male informato rifiuta il trasferimento in Italia in quanto teme l’avvento di un governo comunista. Sorte che invece tocca proprio alla Cecoslovacchia. Difatti, nel 1948 il partito comunista, con l’appoggio dell’Unione sovietica, prende il potere. Come già fatto nei confronti del nazismo,  rifiuta  di  aderire  al  partito.  Per  tale  ragione  Bican  e  la  sua  famiglia  vengono emarginati e subiscono il sequestro di diverse proprietà.

Per migliorare la sua reputazione di fronte al regime lascia lo Slavia Praga, club di tradizione borghese, e firma per il Sokol Vítkovice Železárny, squadra delle acciaierie di Ostrava con un largo seguito popolare. Vi milita per tre anni, vincendo l’ennesimo titolo di capocannoniere nel 1950. Successivamente, si trasferisce in seconda divisione allo Škoda Hradec Králové, disputando solo pochi incontri. Su pressione del partito comunista è infatti costretto a lasciare la squadra per la sua crescente e pericolosa popolarità tra la popolazione locale.

Nel 1953 ritorna allo Slavia Praga, rinominato allora in Dynamo Praga, dove gioca fino a 42 anni, con 29 presenze e 22 goal. A fine carriera, nel 1955, nessun onore gli è concesso e viene mandato a lavorare come operaio alla stazione ferroviaria di Holešovice.

Intraprende poi la carriera di allenatore senza particolare fortuna. Muore il 12 dicembre 2001 a Praga, a 88 anni. Ricordato come uomo umile ma sicuro di sé, è stato sempre lontano dalle ideologie totalitarie del tempo. Venerato dal pubblico e osteggiato dai poteri forti, Josef “Pepi” Bican ha scritto soprattutto negli anni bui della seconda guerra mondiale pagine leggendarie di storia del calcio, forse per questa ragione dimenticate troppo in fretta.

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Calcio

Marco Tardelli racconta Spagna 1982

Paolo Valenti

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Compie oggi 64 anni Marco Tardelli, una delle colonne portanti dell’Italia Campione del Mondo nell’82. Centrocampista eclettico, ugualmente capace sia nella fase di interdizione che in quella di costruzione del gioco, valido agonisticamente, era dotato di una tecnica individuale molto buona che spiegava la sua capacità di andare in gol. Il più importante e famoso lo segnò la sera dell’11 luglio 1982, dando all’Italia la sicurezza di potersi sentire Campione del Mondo. Di questo gol e di quel mondiale ne abbiamo parlato con lui in questa intervista esclusiva che vi riproponiamo.

 

Marco, puoi ricordare perché nel ritiro di Vigo c’era un’atmosfera pesante intorno alla nazionale?

I motivi erano un po’ i soliti, legati soprattutto alla stampa che avrebbe preferito che lì in Spagna ci fosse stato un giocatore piuttosto che un altro. Ma Bearzot aveva sempre preso le sue decisioni senza ascoltare i suggerimenti dei giornalisti, per cui eravamo un po’ criticati per questo. E poi c’era della tensione per quello che una parte della stampa aveva scritto su di noi. Tra calciatori, però, il clima era assolutamente sereno.

Quale fu la goccia che fece traboccare il vaso e vi spinse al famoso silenzio stampa?

Il silenzio stampa lo facemmo quando arrivammo a Barcellona: Bearzot ci dette una mezza mattinata libera che noi trascorremmo andando in giro con le mogli e i giornalisti fecero delle battute su di loro. Quella fu la goccia di cui tu parli ma in precedenza erano già successe altre cose.  

Tornando alle vicende di campo: le prime partite le faceste a Vigo con una temperatura piuttosto mite. Poi arrivaste a Barcellona dove faceva molto caldo. Risentiste di questo cambiamento dal punto di vista fisico?

No, assolutamente. Anzi, gradualmente la nostra condizione fisica andava crescendo perché avevamo fatto una preparazione finalizzata a farci migliorare andando in là con le partite. Certo, Vigo ci fece bene perché era un posto abbastanza fresco: si sapeva che a Barcellona sarebbe arrivato il caldo. Comunque io, dal punto di vista fisico, mi trovai bene.

Quando si affrontarono Maradona e Zico, perché si decise di mettere Gentile in marcatura su di loro invece che te, che in teoria saresti stato la prima scelta?

Bearzot mi disse che aveva bisogno che io godessi di maggiore libertà, che avessi la possibilità di poter andare ad attaccare le difese avversarie, di verticalizzare. E in effetti poi feci anche dei gol (sorride, ndr).

Quando rientraste negli spogliatoi dopo la partita col Brasile, cosa vi diceste? Vi aspettavate di poter vincere?

Noi dopo il primo turno ci aspettavamo di tutto, nel senso che sapevamo di essere una buona squadra che poteva fare bene. Eravamo in grado di battere chiunque perché eravamo una squadra di qualità e quantità. Vincendo col Brasile capimmo di aver fatto una gran cosa, comprendemmo che avremmo potuto puntare anche più in alto. Fu un primo passaggio di consapevolezza.

Quando Cabrini sbagliò il rigore nella finale cosa pensaste? Aveste un momento di scoramento?

No, assolutamente no. Anzi, quando rientrammo negli spogliatoi eravamo convinti di potercela fare perché stavamo facendo una buona gara e stavamo bene sulle gambe. Un po’ di scoramento lo aveva Cabrini (ancora sorridendo, ndr), non noi: cercammo di tirarlo su, più che altro ignorandolo.

Nel secondo tempo aspettavate che la Germania risentisse della stanchezza dei supplementari disputati due giorni prima?

Non ci pensavamo, contavamo solo sulle nostre forze. I tedeschi non muoiono mai, in finale ci arrivano sempre anche se fanno dodici supplementari: sono sempre lì, hanno abitudine, testa. Insomma, erano forti e il fatto di aver giocato i supplementari più di tanto non poteva condizionarli.

C’è L’Urlo di Munch a rappresentare paura, dolore, angoscia. E c’è l’urlo di Tardelli, un’espressione di felicità assoluta. Mi dici se nella vita hai provato momenti di gioia maggiori di quello?

Le grandi emozioni della vita sono queste, quando raggiungi il massimo nella tua carriera. Poi ci sono i figli, i momenti quando nascono, anche se si tratta di un altro tipo di emozioni. Sicuramente nel calcio quello è stato il massimo momento di emozione che ho provato, simile all’emozione del primo gol in Serie A con la Juventus. Anche se, ovviamente, il primo gol in Serie A era un’emozione per una maglia mentre il gol in finale era un’emozione per un Paese. Una cosa completamente diversa.  

E’ vero che in quel mese tu e Bruno Conti dormiste solo due ore a notte?

In quelle notti insonni c’erano anche Selvaggi, Oriali… non so se erano due ore a notte ma sicuramente ci addormentavamo tardissimo, a volte non dormivamo nemmeno. Ma penso che dormivamo qualcosa in più di due ore… anche quattro o cinque, quelle sufficienti per stare in piedi!

Una parola per definire il mondiale di Bruno Conti?

Lo chiamarono Marazico, è stata già inventata la parola per definirlo. Quello per lui fu davvero un mondiale speciale. 

 

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Calcio

Il calcio nella Città senza sole

Nicola Raucci

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Mongolia (Монгол улс), Asia orientale. Cuore di quell’immenso territorio che fu l’Impero mongolo forgiato con la spada da Gengis Khan e arricchito da Kublai Khan. Terre che affondano le radici in una storia millenaria popolata da guerrieri invincibili, luoghi misteriosi e lande infinite. L’impenetrabile deserto del Gobi a meridione e i massicci del settentrione occidentale fanno da corona a una distesa interminabile di steppe in cui l’occhio smarrisce l’orizzonte e la terra si unisce al cielo senza un confine preciso. Per secoli i popoli nomadi hanno solcato queste praterie con le loro yurte, seguendo l’alternarsi delle stagioni e la direzione dei venti tra estati roventi a+40°C e inverni rigidi a −40°C. Un luogo dove sopravvivere è la prima regola, dove natura e umanità vivono in una simbiosi ancestrale di sofferenza e attesa.

Centro principale è la capitale Ulan Bator (Улаанбаатар). Nome che rimanda al liberatore nazionale Damdin Sùhbaatar, Eroe Rosso. Città di oltre 1.3 milioni di abitanti, sorge a 1.350 m d’altitudine nella zona centro-settentrionale del Paese, nella valle del fiume Tuul ai piedi del monte Bogd Khan Uul. È il centro nevralgico della poco sviluppata rete stradale e soprattutto di quella ferroviaria, la Transmongolica, che si collega a nord alla ferrovia Transiberiana (a Ulan-Udė, in Russia) e a sud alla rete centrale cinese (a Jining, in Cina).


Polo unico di riferimento a livello culturale e finanziario, nonché governativo, è di gran lunga il maggior centro industriale dello Stato. La capitale ha assistito a un consistente fenomeno di urbanizzazione negli ultimi decenni a causa dell’industrializzazione a volte indiscriminata che ha portato alla creazione di numerosi distretti extraurbani dove risiede gran parte della popolazione. Una periferia di case in legno e yurte caratterizzata da povertà diffusa. All’esterno le steppe, all’interno una delle città più inquinate al mondo per la combustione del carbone e della legna, che ne fanno un luogo dall’atmosfera infernale soprattutto nei mesi invernali. Una nebbia perenne e un pungente odore di smog invadono le strade, oscurando la luce del sole.
È qui che sorge uno stadio unico nel suo genere. L’impianto della squadra più importante e vincente della Mongolia: l’Erchim FC. Fondata nel 1948 da un gruppo di ingegneri della principale centrale elettrica di Ulan Bator, è entrata nel calcio professionistico nel 1994, come club di proprietà della TES4 (Centrale Termica n.4). Ha vinto dieci volte la Premier League della Mongolia e nel 2017 è stato il primo club mongolo a qualificarsi per la AFC Cup.

Lo stadio è situato a poche centinaia di metri da quella che è la più grande centrale a carbone in Mongolia, in cui si sono verificati frequenti malfunzionamenti ed incidenti. Inoltre, l’impianto genera tuttora altissimi livelli di inquinamento. Ciò che si presenta agli occhi è un’immagine da film post apocalittico. Un campo di calcio in sintetico con una capienza di 2000 spettatori, circondato da basse gradinate in legno e delimitato da spoglie mura di cemento armato. Sullo sfondo le montagne e la gigantesca centrale che sputa fumo in continuazione. Si è immersi nella desolazione totale, tra la polvere delle strade non asfaltate e uno smog che avvinghia.
Simbolo inequivocabile della Mongolia che tra le contraddizioni cerca la via per la modernità e il progresso. A livello economico-sociale come in quello calcistico.

A livello di club, la Premier League mongola (Монголын Үндэсний Дээд Лиг) è stata istituita nel 1996 per riformare la competizione creata nel 1955. Il campionato si svolge solamente da maggio a ottobre a causa del clima rigido. Dal 2014 la Federazione calcistica mongola (МХБХ, Монголын хөлбөмбөгийн холбоо) ha dato il via anche a due serie professionistiche minori per tentare un allargamento delle squadre partecipanti. Nella stessa ottica, dal 2016 il numero di squadre della Premier League è stato portato a 10. Sono state disposte poi associazioni nelle 21 province e attuati diversi programmi nelle scuole a favore del calcio giovanile e anche di quello femminile, sia per sviluppare il movimento in modo diffuso e globale, sia per ottenere un campionato di più largo respiro nazionale e meno basato sull’apporto della capitale.
Sono stati infine siglati accordi a livello commerciale come quello che dal 2015 lega la massima serie alla birra Khurkhree. Un accordo che ha portato il calcio mongolo in televisione, su NTV. Risulta, in ogni caso, difficile incrementare la diffusione del calcio in un Paese in cui, ad eccezione del confine russo a nord, la fanno da padroni gli sport individuali: la lotta, il sumo, il tiro con l’arco e l’equitazione.

Per quanto concerne la nazionale di calcio della Mongolia (Монголын хөлбөмбөгийн үндэсний шигшээ баг) i risultati sono storicamente bassi. Creata nel 1959, non ha mai disputato un incontro internazionale dal 1960 al 1998 e tuttora occupa la 198ª posizione del Ranking FIFA. La giovane nazionale dei Lupi Azzurri è stata immediatamente eliminata da Timor Est al primo turno per i Mondiali di Russia 2018.
I problemi sono ancora tanti. Innanzitutto, gli inverni lunghi e freddi e la cronica mancanza di infrastrutture risultano essere ostacoli colossali per lo sviluppo del movimento. L’esiguo numero di partite ufficiali a livello internazionale non permette poi il fondamentale scambio di conoscenze. Inoltre, il tasso di corruzione resta molto alto con circa l’80% dei fondi per lo sviluppo del calcio provenienti dalla FIFA che non prende la strada giusta.
Ma i fattori di crescita ci sono e fanno ben sperare. Non resta che attendere il giorno in cui un figlio di quelle generazioni guerriere, affamate dal crollo dell’Unione Sovietica, che gioca tra le strade polverose di Ulan Bator o nelle terre infinite delle steppe mongole, sognando di raggiungere sui vagoni della Transmongolica gli stadi di Russia e Cina, diventi un campione di fama mondiale.

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