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Storie dell'altro mondo

Dalle Figi alla Mongolia: Giacomo Ratto e il suo incredibile viaggio calcistico

Matteo Calautti

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Ci sono persone che si rassegnano vivendo una carriera mediocre nel proprio Paese, forse per colpa della paura di osare. Poi ci sono uomini che invece dimostrano coraggio, spirito d’iniziativa e soprattutto grande curiosità. Uomini, come il trentenne Giacomo Ratto, che partono da una città di circa 80 mila abitanti per raggiungere l’Oceano Pacifico oppure la terra che fu di Gengis Khan. Con un’insanabile voglia di viaggiare e con innumerevoli sogni nello zaino. Oppure nella borsa da calcio, per meglio dire.

Cresciuto nel settore giovanile del Bosto, società importante nel panorama giovanile lombardo, Giacomo Ratto completò il settore giovanile tra le fila del Varese, la squadra della sua città. Nel suo palmarès può vantare due campionati di Promozione vinti con Luino e Tradate nel 2005 e nel 2006, impreziositi da qualche presenza in Eccellenza. «Per arrivare tra i professionisti ci sono tanti fattori determinanti», afferma Giacomo, «come qualità fisiche, tecniche, mentali ed un pizzico di fortuna». La svolta della sua carriera arriva nel 2012 in Promozione, quando iniziò a collaborare con il preparatore dei portieri Andrea Callegarini, con la maglia del Leggiuno. «Mi insegnò a parare in maniera differente», racconta l’estremo difensore. «Il mio rendimento era molto alto e tornai a credere che forse avrei potuto fare di più nel calcio». «In Italia il mio mercato era dilettantistico perché», spiega, «quando ti etichettano o non sei nel giro giusto o sei morto». «Decisi quindi di cercare a Malta e da lì iniziò tutto», conclude Giacomo.

Prima dell’esperienza maltese il portiere varesino ha avuto due esperienze in Svizzera: al Castello ed al Mendrisio. «Un ottimo calcio, vissuto in maniera più leggera rispetto all’Italia», racconta Giacomo. «In Svizzera ci sono arrivato tramite email», rivela, «mettendomi d’accordo con il presidente dopo aver trovato il suo indirizzo di posta elettronica». Ma era solo l’inizio. Nel dicembre del 2012 arriva la chiamata di Mario Muscat, leggenda del calcio maltese grazie ai suoi 21 anni in difesa dei pali dell’Hibernians, società della sua città natale. «Gli inviai video e curriculum chiedendo qualche contatto», racconta Ratto, «e mi contattò dicendomi che una squadra cercava un portiere ed era interessata». Un accordo trovato rapidamente, sinonimo della grande voglia del portiere varesino: «fu tutto molto rapido in quanto il direttore mi chiamò il 26 dicembre ed il 3 gennaio era già a Malta». Al Victoria Wanderers «arrivai che eravamo penultimi e chiudemmo al terzo posto», ricorda il portiere, «ed era un calcio molto fisico in stile inglese». Un’avventura che terminò a fine campionato poiché «abbassarono il limite degli stranieri e preferirono continuare con un portiere maltese».

Victoria Wanderers

Nell’ottobre 2013 arriva la prima avventura fuori dall’Europa, tra le fila dei panamensi del Tauro. «Arrivai a Panamá tramite il preparatore dei portieri», ricorda Giacomo, «che fu poi egli stesso il motivo per cui me ne andai». Vestì la camiseta dei Toros per tutto il precampionato ma poi «decisi che non c’erano le condizioni per continuare», compresi problemi con il preparatore di cui «preferisco non parlare», conclude l’estremo difensore. «Ancora oggi mi sento con il presidente Giampaolo Gronchi», ricorda l’estremo difensore, «una persona stupenda». «In quei mesi avevo creato un bel feeling con il gruppo», di cui ricorda soprattutto Luis “Matagatos” Renteria: «Ragazzo con il quale avevo legato molto e che morì alcuni mesi dopo per una malattia rara». Indimenticabile lo spogliatoio della Pedragaleña, il campo di allenamento, «coperto solamente da una tettoia che lasciava scoperte le docce sotto le stelle».

Tauro

Nel luglio 2014, grazie all’agente Carlos Francisco Fariñas, si muove in Nigaragua per vestire la camiseta dell’UNAN Managua. «Un calcio di buon livello», racconta Giacomo, «ma con carenze di infrastrutture utili per il salto di qualità». «Andò abbastanza bene anche se arrivai nel momento sbagliato in quanto», continua il portiere, «l’anno dopo vinsero il torneo di apertura e persero per un pelo l’accesso alla CONCACAF Champions League».

UNAN Managua

La sua avventura nicaraguense finì quando ricevette un’offerta dal Khoromkhon, una delle due squadre più prestigiose della Mongolia, impegnata nell’AFC Cup, la seconda competizione asiatica per club. In virtù di quest’accordo rifiutò anche un’offerta dai costaricensi del Municipal Liberia dopo una prova di tre giorni, ma il suo trasferimento in Mongolia saltò improvvisamente: «Ad una settimana dal rientro in Italia mi comunicarono che il Khoromkhon fu escluso dalla competizione e che sarebbe entrato nelle fasi di qualificazione della competizione successiva».

Dopo il mancato accordo con una squadra albanese nel gennaio 2015, arriva il momento della sua avventura nelle Isole Figi, nel bel mezzo dell’Oceano Pacifico. Accordatosi con l’allenatore Gurjit Singh, con il quale si era scambiato materiale video e cartaceo, inizia così la sua esperienza con i figiani del Suva in un «calcio fisico con tattica quasi inesistente nonostante la presenza di giocatori di talento». «Nel campionato locale non possono giocare stranieri», racconta il portiere, «per cui li prendono solamente per la OFC Champions League», la massima competizione oceanica per club. Un’avventura, quella in coppa, che è terminata ai gironi contro Auckland, Amicale e Western United, a cui però non ha potuto prendere parte a causa di un problema di tesseramento. «Un aneddoto per così dire divertente», racconta, «è quando io ed il mio amico Adrian ci siamo ritrovati a dormire su un materasso sottile per terra quando ci spostarono dall’hotel al campo di allenamento». «Spiagge, atolli ed un mare stupendi», ricorda Giacomo, «così come la gente fantastica che ho conosciuto».

Suva 02

Dopo le Figi è ritornato in Svizzera, al Taverne. Un’esperienza iniziata grazie ad un suo amico in comune con l’allenatore, il quale «cercava un portiere e mi ha chiesto di rimanere dopo un allenamento di preparazione». Esperienza finita non nel migliore dei modi: «L’avventura è finita per un infortunio con mancato pagamento del mese di stop». «Come puoi immaginare ho deciso di andarmene quando ho capito che non avrebbero pagato», conclude il portiere.

L’esperienza che gli ha regalato emozioni più contrastanti è sicuramente quella in Zimbabwe. Sbarcò nel febbraio 2016 nel distretto Tsholotsho, a circa 500 km dalla capitale Harare, grazie al lavoro di due agenti portoghesi: Mario Texeira e Diego Martins. Avrebbe dovuto giocare in Premier Soccer League con un contratto annuale, già pronto e da firmare in loco in via cautelare in presenza del suo agente, ma qualcosa andò storto. «L’Africa è un continente incredibile», ricorda amaramente il portiere varesino, «ma purtroppo rimasi solamente un mese». All’origine di questa situazione c’era il rapporto con Lizwe Swewe, allenatore dello Tsholotsho. All’interno dei trenta giorni del visto il portiere partecipò alla preparazione precampionato e giocò nel Bulawayo Football Festival, un torneo locale a quattro squadre. Le prestazioni dell’italiano furono giudicate di buon livello dai compagni di squadra e dal pubblico. Tuttavia trovò l’ostruzionismo dell’allenatore, il quale era ancora legato all’ex portiere Chang Maryoni, andato via con il benestare della dirigenza nonostante il suo dissenso. «Ratto è ancora in prova qua e non l’abbiamo ancora messo sotto contratto», affermò Swewe come riportato in un articolo di The Zimbawe News. «Lo stiamo ancora osservando», aggiunse, «entro fine settimana forse sapremo con certezza se ingaggiarlo». Giacomo decise così di non allenarsi, in quanto gli accordi non erano quelli di un periodo di prova. Così non giocò la successiva amichevole in programma la domenica tra lo stupore della gente, tornando ad allenarsi il lunedì dopo che il presidente apparentemente sistemò le cose. «Ad un solo giorno dalla scadenza del visto arrivò l’agente», rivela Ratto, «quindi l’allenatore spinse il presidente a non farmi firmare il contratto e convinse l’ex portiere e fare ritorno allo Tsholotsho».

Tsholotsho

Non era tutto. «C’era stato un caso di calcioscommesse», spiega Giacomo, «e si chiedevano come mai un italiano andasse a giocare lì». Contattato da un giornalista del sito zimbawiano Chronicle, l’agente portoghese Mario Texeira rispose seccato alle accuse, dichiarando che è come chiedere «perché un coach portoghese o olandese allenino in Zimbabwe» e che anche «un campione come Maradona scelse se firmare per una squadra meno blasonata come il Napoli». «Tutto manovrato dall’allenatore con alcuni amici giornalisti», ribatte amareggiato il varesino. Un vero peccato, soprattutto alla luce del rapporto che si era creato con i suoi compagni. «Ti rivogliamo qua in Zimbabwe», gli scrisse per esempio il compagno di squadra Buthoe, «continua a lavorare sodo». «Nonostante tutto è stata l’esperienza calcistica più bella», conclude Ratto. Il varesino ricorda anche un aneddoto che gli è rimasto impresso, riguardante una leggenda del calcio zimbabwiano come Joel Luphahla, allora team manager del Tsholotsho. «Finito il torneo Joel mi portò a mangiare una pizza e mi vide il pizzaiolo», racconta, «il quale mi fece i complimenti per la prestazione». «Dopo il Bulawayo il presidente e Joel mi portarono a scegliere la casa», conclude, aggiungendo che «incontrai il portiere del Bulawayo City che mi fece i complimenti e mi chiese come mai non fossi andato da loro».

Da lì poi l’esperienza attuale, in Mongolia all’Ulaanbaatar City, con un contratto che durerà fino a metà ottobre. Un’avventura nata quasi per caso. «Contattai l’allenatore del Cape Town perché il mio obiettivo era di giocare in Sud Africa», rivela Ratto, «ma lui stesso si trasferì in Mongolia e mi fece contattare dalla società». Un’esperienza affascinante il cui ostacolo maggiore è la lingua, in quanto i compagni non parlano inglese e quindi la comunicazione è complicata. «Qui ho imparato qualche parola di mongolo e russo», racconta divertito, «ma per lo più i miei compagni mi hanno insegnato parolacce in lingua». Eppure l’occasione di giocare finalmente una competizione internazionale per club sembrava essere arrivata quando gli haitiani del Don Bosco l’hanno contattato per ingaggiarlo in vista della fase a gironi della CONCACAF Champions League. Un girone, quello degli haitiani, nel quale avrebbe affrontato i messicani del Monterrey ed i panamensi dell’Árabe Unido. «Erano sei mesi di contratto ed il club ha insistito molto per portarmi a Port-au-Prince», la capitale di Haiti. «Purtroppo l’offerta è arrivata tardi», conclude Giacomo, «poiché con il mio agente Diego Martins ci siamo resi conto che non avevamo il tempo di convincere il mio club a svincolarmi».

Ulaanbaatar City 01

Un’esperienza di vita che l’ha portato ad imparare discretamente l’inglese e perfettamente lo spagnolo. Simpatizzante del Torino grazie a suo nonno, grande tifoso granata, la lingua iberica la deve soprattutto ad una delle sue più grandi passioni: il Deportivo La Coruña. «Ho imparato lo spagnolo da autodidatta», spiega Giacomo, «ascoltando le partite del Depor via radio e traducendo gli artículi di giornale». Una vera e propria “malattia” iniziata nel 1999 quando, svegliandosi all’alba per andare a giocare a Bergamo contro l’Atalanta, vide in TV una replica della partita della squadra galiziana contro il Betis Siviglia.

Dopo ottobre quale sarà la sua prossima meta? «Dopo questa avventura in Mongolia vorrei tornare in Africa e fare un campionato intero», rivela Giacomo, «per poi magari arrivare a giocare in Sud Africa». Una carriera quella di Giacomo, che assume le connotazioni di un viaggio continuo. «Tutto ha avuto inizio con Malta», afferma Giacomo tracciando un bilancio, «ma non mi pento di nessuna scelta perché ognuna di esse ha aggiunto qualcosa alla mia esperienza di uomo». «Oltre che conoscere culture calcistiche differenti», continua, «girare il mondo ti permette di conoscere stili di vita e di pensiero totalmente differenti dal nostro», in grado di «renderti ricco come persona». Quella in Africa è stata indubbiamente l’esperienza che più l’ha segnato. «L’Africa ti insegna cos’è la vita», conclude, «poiché la gente è sorridente e felice anche se ha poco e questo suo lato spesso non viene raccontato».

Dove ti vedi tra dieci anni? «Vorrei fare i corsi necessari per prendere il diploma da allenatore UEFA Pro», palesa Giacomo, «per mettere in pratica le mie idee calcistiche». «Vedremo che succederà da qui a dieci anni», conclude Giacomo. E soprattutto dove sarà, viene naturale aggiungere.

 

Calcio

Quelli che sono stati anche figli di Beppe Viola

Ettore zanca

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Il 17 Ottobre 1982 ci salutava quel genio giornalistico, ma non solo, di Beppe Viola. Un uomo unico nel suo genere che è rimasto nella memoria di tutti. Per ricordarlo vi riproponiamo l’intervista alla figlia Marina, che ha scritto un libro a lui dedicato, facendoci scoprire quel Beppe che solo una figlia può conoscere.

Marina Viola ha un cognome importante, almeno lo è per chiunque si avvicini a lei dall’esterno. Perchè lei è figlia di una icona del giornalismo sportivo e non solo. Un uomo poliedrico e geniale, un punto di riferimento per chi parla e scrive di sport ancora adesso. Autore anche di una canzone indimenticabile, E la vita, la vita, cantata da Cochi e Renato e da Enzo Jannacci. Ma anche dei dialoghi di “romanzo popolare”, film con Ugo Tognazzi, Michele Placido e Ornella Muti. Marina ha scritto un libro in cui invece mostra l’animo intimo di quest’uomo, parliamo di Beppe Viola, il signor “Quelli che”. Parliamo insieme a Marina di questo manoscritto, del suo percorso. Mio padre è stato anche Beppe viola, il titolo.

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Il libro su tuo papà dà l’impressione di un buon vino in decantazione, è stato un percorso di consapevolezza graduale, un rimettere a posto le tessere di un mosaico. Quando scrivevi di lui, che spirito avevi? Le parole venivano fluide o è stato un percorso ad ostacoli?

Stava crescendo in me il terrore di dimenticarmi alcuni dettagli della mia vita con lui. Quando è morto avevo solo 15 anni, e già molte cose si stavano offuscando. Questo desiderio di mettere nero su bianco i miei ricordi e in qualche modo cementarli da qualche parte è stato il motivo che mi ha spinto a scrivere di lui. Spesso quindi scrivevo esattamente quello che la mia mente ricordava in certe occasioni: quando andavamo con lui alla RAI, o quando eravamo in vacanza insieme, o quando sono andata con lui a intervistare Umberto Tozzi o a fare una pubblicità per l’olio IP. In quei casi è stato abbastanza facile scrivere, perché era un po’ come raccontare un film. Poi ci sono stati alcuni passaggi difficili, per esempio quando mi sono sentita in dovere di analizzare, in un certo senso, questa figura emblematica che era mio padre, nascosto nell’ombra della sua popolarità. L’ostacolo più difficile da superare è stato raccontare alcuni episodi pertinenti al rapporto fra i miei genitori, che finora non erano mai stati discussi né all’interno della nostra famiglia e men che meno pubblicamente. Sapevo di far soffrire mia mamma e le mie sorelle, ma ho deciso comunque di parlarne, perché altrimenti non sarebbe stato un racconto onesto. Ma mi è costata moltissima fatica, devo ammetterlo.

Emerge un padre di grande cuore, dai molti gesti per dimostrarlo, una sorta di sanbernardo emotivo, dannoso, ma mai pernicioso, irruento, di cuore. Tanto da lasciare una traccia forte in molte persone, che anche dopo la sua scomparsa vi sono venute a dare prova del loro affetto. Sembra che tua mamma con la sua pazienza fosse l’ideale contraltare, come è stato il loro amore, che impressioni ti ha lasciato e che patrimonio?

A parte appunto un periodo difficile nella loro relazione, mia madre e mio padre si amavano moltissimo. Sono cresciuti insieme, e si conoscevano intimamente come poche altre persone. Il loro rapporto (da quel che mi posso ricordare) era basato su un profondo rispetto e era estremamente bilanciato: mio madre sapeva che non avrebbe mai potuto chiedere a suo marito di non volare via e fare il marito e il papà tradizionale. Non avrebbe funzionato. E mio padre sapeva che mia madre sarebbe stata una compagna perfetta con cui condividere una famiglia, ma non solo: per mio padre mia madre è stato forse l’unico punto fisso della sua vita: una persona estremamente intelligente e sensibile con cui confidarsi e a cui tornare, sempre e comunque. C’è anche da dire che erano altri tempi, e che allora i papà non si prendevano le responsabilità che si prendono adesso. Poi, fortunatamente per la moglie ma anche per i figli, la figura del papà è diventata più prominente nelle famiglie.

Da tutto il libro sembra emergere un dato interessante, più che le parole, nella vostra famiglia hanno contato i gesti. Si dimostrava il proprio amore con quelli. Molto bella ad esempio, la scena dell’orologio, tua mamma si tiene un ricordo di tuo papà molto significativo, senza dire una parola. è giusta questa impressione?

Mah, non saprei. Quando muore qualcuno così improvvisamente, quello che rimane sono le sue cose, che assumono d’un tratto un’importanza enorme, per esempio, appunto, l’orologio. Ci sono alcune cose che mi ricordano moltissimo mio padre, per esempio la sua scrivania, in sala. Quando vado a Milano mi piace sedermi su quella sua sedia e osservare il mondo da lì. Ma credo che tutto questo sia abbastanza normale per chi, come me non ha che alcuni ricordi. Un papà, specialmente per una figlia femmina, è una figura essenziale, e cerco spesso di rivivere alcune sensazioni, inventandomele, ovviamente.

Che cosa ti ha trasmesso sapere che alcune pietre miliari della canzone ironica italiana, del giornalismo, dei film, vengono da tuo papà, come hai vissuto questo suo continuare nelle cose che ha fatto?

Mah, mio padre non ci ha mai coinvolto nel suo lavoro, in parte perché eravamo piccole e in parte perché non gliene fregava assolutamente nulla di far sapere a noi o a nessuno i contributi che dava a amici e colleghi. Certamente è bello ritrovare il suo lavoro e le sue parole in alcune canzoni, o alcuni dialoghi nei film a cui ha partecipato ascrivere la sceneggiatura. Noi non eravamo interessate al fatto che mio padre fosse giornalista o men che meno famoso, anche perché per noi era solo il nostro papà.

Hai avuto nella tua vita alcuni momenti non facili, per cui hai combattuto, che cosa diresti di te, in questo momento? Come ti vedi nei tuoi traguardi e nelle tue lotte da fare?

Come tutti, anche io ho avuto la mia bella dose di momenti non facili, per esempio un figlio severamente autistico e con la sindrome di Down, che è sì il mio fiore all’occhiello, ma anche abbastanza difficile da gestire. Fortunatamente ho un marito molto bravo che supporta e sopporta ogni mio momento difficile e mi aiuta a superarlo. Non solo, ho il supporto di mia mamma e delle mie sorelle che anche se lontane sento vicinissime. Non vedo la vita o le sue difficoltà come una lotta da superare, ma piuttosto come delle opportunità di crescita e di esplorazione. Solo così, credo, si può raggiungere un certo strano tipo di cosa che qualcuno insiste a chiamare felicità.

Vi invito a porre una piccola attenzione in più a questa ultima frase, che credo contenga un buon modo di vedere la vita, anche quando sembra tutto prossimo al crepaccio del nulla.

Quelli che la vita la vivono esistendo, a volte fin troppo brevemente, come Beppe Viola, perchè la vita l’e bela.

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Altri Sport

Paul Allen: storia del Genio tifoso innamorato dello Sport

Alessandro Mazza

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Genio, rivoluzionario, magnate, filantropo. Non bastano le parole, gli aggettivi. Scrivo. Meglio: pigio i tasti del mio PC. Il Personal Computer in ogni casa, la visione, il sogno della Microsoft. E di uno dei suoi fondatori, Paul Gardner Allen, che ci ha lasciato a 65 anni, sconfitto dalle complicazioni legate ad un Linfoma non-Hodgkin, rara forma di cancro che già lo aveva colpito nel 2009 e contro il quale stava combattendo nuovamente, come lui stesso aveva annunciato soltanto pochi giorni fa. Il co-fondatore di Microsoft se ne va nella sua Seattle, la città dello smeraldo e della prestigiosa scuola privata Lakeside, dove giovanissimo conobbe William Henry Gates III, meglio noto come Bill, con il quale fonderà nell’Aprile del 1975 il colosso informatico destinato a cambiare la vita di miliardi di persone. Servirebbero libri, film, documentari. Ci sono stati, ci saranno.

Un uomo diverso, dai molteplici interessi, la sua enorme ricchezza (oltre 20 miliardi di Dollari secondo Forbes) messa a disposizione di svariati progetti. E delle sue passioni. La musica, con la sua band, gli Underthinkers, e il mito di Jimi Hendrix che lo accompagnerà tutta la vita. E lo sport, l’altro grande amore di Paul Allen. Nel Giugno del 1988, Allen acquista i Portland Trail Blazers, storica squadra NBA: 70 milioni di Dollari a Larry Weinberg, uno dei fondatori della franchigia e un “sogno che diventa realtà” per il genio dell’informatica. La squadra è buona, futuribile, la stella del giovane Drexler ha cominciato a brillare e il tocco di Allen (all’epoca il più giovane proprietario nello sport professionistico americano) sembra quello di Re Mida. Dopo una prima stagione interlocutoria, Portland cambia marcia: tre Finali di Conference consecutive, due delle quali vinte. Si perde in Finale NBA, troppo forti i Bad Boys di Detroit nel 1990 e il Michael Jordan del ’92, lanciato nell’Olimpo dal primo titolo conquistato l’anno prima contro i Lakers (che avevano sconfitto proprio i Blazers nelle finali dell’Ovest). Vinceranno, si pensa, questo giovane miliardario troverà il modo di trionfare anche nello sport. E invece non vince. Si ricomincia con le uscite al primo turno dei Playoffs, Drexler chiede e ottiene la cessione, la squadra non ingrana. Alla fine degli anni ’90, uno spiraglio: un gruppo nuovo, giovani promettenti (Wallace, Stoudamire), veterani di spessore (Pippen, Smith), leggende europee (Sabonis, Schrempf). Sembrano pronti, dopo le Finali dell’Ovest perse nel ‘99, nel 2000 si mettono alle corde i soliti Lakers, stavolta in versione Kobe&Shaq. Ma il quarto periodo della decisiva gara7 è un calvario, la rimonta di Los Angeles stronca i sogni di Portland e la finale di Conference va di nuovo ai gialloviola.

Paul Allen spende tantissimi soldi, spesso male. La squadra non migliora, anzi, si riempie di personalità e caratteri discutibili (a qualcuno viene in mente di chiamarli Jail Blazers vista l’attitudine comportamentale di qualche giocatore di riferimento). Fuori dal campo le cose non vanno meglio: la Rose Garden Arena va in bancarotta, per molti Allen pensa di cedere la squadra o addirittura di trasferirla nella sua Seattle, destinata di lì a poco a perdere la franchigia che verrà spostata dai nuovi proprietari ad Oklahoma City. Paul Allen, invece, mantiene il controllo dei Trail Blazers. Non solo, smentisce categoricamente l’idea del trasferimento a Seattle. Dove invece aveva salvato un’altra squadra. Già, perché nel 1996 Paul Allen decide che la NFL deve rimanere a Seattle e acquista i Seahawks da Ken Behring, orientato a trasferirli in California. Col Football, la storia sembra ripetersi: la squadra va bene praticamente da subito, cominciano ad arrivare le vittorie in Regular Season, le qualificazioni ai Playoffs e soprattutto il primo Superbowl, anno 2006. Anche stavolta, però, una sconfitta: sulla strada dei Seahawks, gli Steelers di Roethlisberger, la storia che va ancora una volta da un’altra parte, anche decisioni arbitrali controverse. Ma quando vince Paul Allen? Fidatevi, vince. E lo fa proprio con la squadra della sua città, trionfando nel Superbowl XLVIII in una partita in cui la clamorosa difesa dei Seahawks, la “Legion of Boom”, metterà in ginocchio l’attacco dei Denver Broncos e del leggendario QB Peyton Manning. Paul Allen alza al cielo il Vince Lombardi Trophy, festeggia, si narra che nel party per la vittoria abbia nuovamente imbracciato la chitarra e suonato. Come faceva nelle sue celebri feste sull’Octopus, lo yacht (oddio “yacht”, il palazzo galleggiante di sua proprietà) che ospitava la serata più divertente dell’intera settimana del Festival di Cannes. Chitarra che, a proposito, secondo il leggendario Quincy Jones sapeva suonare proprio come Hendrix.

Paul Allen perderà ancora: un Superbowl in maniera clamorosa, con uno scellerato ultimo possesso che toglierà ai Seahawks il bis del titolo e consegnerà l’anello ai Patriots dei monumenti Brady e Belichick. E perderà ancora con Portland, dove infortuni, scelte sbagliate e avversari oggettivamente troppo superiori hanno tenuto i Blazers lontano dalle Finali e da un titolo (l’unico) che manca dal 1977. Ma questo miliardario tifoso c’è sempre stato, fino alla fine, nella vittoria e nella sconfitta. Persino in qualche trasferta (cosa assai rara per i proprietari statunitensi), seguendo le proprie squadre con una passione probabilmente unica. Domenica per Seattle c’è il turno di riposo, Portland invece comincerà ufficialmente la stagione tra un giorno, tra le mura amiche e proprio contro i soliti Lakers. Sarà l’esordio con Los Angeles di LeBron James, per i Blazers sarà soprattutto la prima gara senza Paul Allen. Il posto vuoto sotto al canestro, il ricordo, certamente le lacrime.

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Calcio

Jules Rimet, il visionario padre dei Mondiali che ha cambiato il ‘900

Leonardo Ciccarelli

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Il 16 ottobre 1956 moriva Jules Rimet, il padre dei Mondiali di Calcio. Ripercorriamo la sua vita che attraversa tutti i momenti cruciali della storia moderna. Un uomo di sport, oltre lo sport.

Al civico 45 in Avenue Marx-Dormoy, in Bagneaux, provincia di Parigi, c’è un meraviglioso cimitero extra muros in cui sono sepolti alcuni importanti francesi, da Claude Berri a Frida Boccara, da Jules Laforgue a Charles Denner, c’è anche la salma di un visionario che ha cambiato per sempre la storia dello sport più radicato del pianeta, il calcio. Parliamo di Jules Rimet.

Nato nel 1873 e cresciuto nel bel mezzo del niente nelle colline della Francia di fine ‘800, si trasferisce a ridosso del nuovo secolo a Parigi insieme alla famiglia per sfuggire alla fame e alla povertà. Nella capitale ad 11 anni lavora nella drogheria di suo padre, ed in questa splendida città scopre il calcio giocato dai ragazzi nelle strade e si convince dei benefici dello sport nell’educazione fisica e morale dei giovani, che porta benessere e amicizia tra le persone. Diventa uno studente coscienzioso fino a diventare un avvocato.

Contemporaneamente si impegna nello sport e fonda col fratello nel 1897 i Red Star, una delle società più antiche della Francia, attualmente in Ligue 2, la Serie B francese, e l’anno dopo fonda anche un giornale cristiano, repubblicano e democratico, La Revue, che si fonde nel gennaio del 1899 con Le Sillon di Marc Sangnier, una rivista per la quale numerosi cristiani divennero ostili alla monarchia.

La politica è centrale nella vita di Jules Rimet che fin da giovane si avvicina alla Democrazia Cristiana transalpina, restando però con ideali vicini alla sinistra, chiedendo una collaborazione forte e reale tra la chiesa ed il popolo e pretendendo un riformismo che avvicini le classi sociali, smussando i conflitti sociali.

Vede nel calcio il mezzo per smussare i suddetti conflitti, vede lo sport e proprio il football in particolare, un veicolo serio e concreto di emancipazione per i meno fortunati e crede fermamente nello sport come un fattore reale di avvicinamento tra i popoli.

Rimet è un contemporaneo di Pierre de Coubertin, l’inventore delle Olimpiadi moderne e all’indomani della fine della Prima Guerra Mondiale la voglia di non spargere più sangue e risolvere i propri dissensi nello sport è davvero forte, prende forma in questo clima l’idea di un Campionato del Mondo di Calcio, un clima fortemente politicizzato proprio dal suo fondatore che usa questa idea per scalare i vertici della Fifa che approva questo nuovo torneo.

Il primo organizzatore è l’Uruguay che negli anni ’20 e ’30 è un felice Paese del Sudamerica e che nel calcio sta dominando nell’unico torneo mondiale fino ad allora esistente, il torneo olimpico, che la nazionale vince sia nel ’24 sia nel ’28. Sono i più forti del mondo, ed infatti vincono la prima edizione del torneo iridato, organizzato da loro che festeggiano quell’anno proprio il centenario dell’indipendenza. Il 31 luglio oggi è festa nazionale in Uruguay, per ricordare quel glorioso giorno.

E’ stato un successo, Jules Rimet diventa uno degli uomini più potenti del mondo, le nazioni guardano con coraggio questo sport inventato dagli inglesi e i capi di governo si ingolosiscono. Tra questi, Mussolini ottiene l’organizzazione dela Coppa del Mondo del ’34, vinta dalla stessa Italia che sulla bandiera ha il fascio littorio, impresa ripetuta 4 anni dopo nell’edizione francese della competizione iridata.

La Coppa del Mondo del ’38 è il manifesto di quello che sarebbe successo l’anno successivo: la Germania schiera 5 austriaci, poco dopo l’annessione dell’Austria al Terzo Reich, ed esclude ogni atleta di origine ebraica dalla competizione.

Dopo la Guerra le cose cambiano. Si riuniscono i comitati a Lussemburgo e stilano alcune regole ancora oggi in vigore, come quella di dedicare la coppa al suo ideatore e soprattutto di donare il trofeo alle nazioni in grado di vincerlo per 3 volte. La prima a riuscirci è stata la nazionale brasiliana, poi ha seguito l’Italia nel 1982, infine la Germania, nel ’90.

Rimet lascia la presidenza Fifa ad 84 anni, due anni dopo sarebbe morto in solitudine, con un ideale ben chiaro a lui, ben poco a chi i campionati li avrebbe organizzati come ha dimostrato l Italia e come dimostreranno il Cile di Pinochet, l’Argentina di Videla.

La sua idea di calcio romantico, che unisce i popoli sotto un unico dominatore, è parzialmente riuscita e forse l’esempio migliore è stata la sua nazionale, che nel ’98 lo omaggia con una piazza nei pressi del Parco dei Principi e con una scritta sulla fiancata del pullman: “Liberté, Égalité, Jules Rimet”. Una nazionale fatta da francesi, algerini, baschi, sudamericani, africani, tutti uniti sotto un’unica bandiera, quella francese, tutti uniti per un bene ideale, quello del Calcio.

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