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Azzardo e piaghe sociali

Dalian Atkinson: l’ultima delle storie di calcio finite in tragedia

Simone Nastasi

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E’ un brutto legame quello che lega le storie di calcio alla cronaca nera. Che unisce le vicende di sport a fatti di sangue che spesso e purtroppo finiscono con la morte di qualcuno. E’ accaduto anche qualche giorno fa in Inghilterra, nella cittadina di Telford nel West Midlands, quando a morire è stato l’ex attaccante dell’Aston Villa Dalian Atkinson. Mai dimenticato dalle parti del Villa Park grazie ad alcuni importanti gol realizzati con la maglia dei Villains. Come quello messo a segno contro il Manchester United nella finale di Coppa di lega del 1994 che l’Aston Villa si aggiudicò vincendo per 3-1. Ucciso nella notte di Ferragosto, da un attacco cardiaco dopo essere stato colpito con una scossa di taser da un poliziotto. Il quale, era intervenuto per bloccare l’ex attaccante che sarebbe andato in giro (come raccontato dalla stampa), di notte per il quartiere, a bussare alle case dei residenti, dicendo di essere “un senzatetto”. Secondo quello che riporta il sito di La Repubblica, anche il padre di Atkinson avrebbe dichiarato agli inquirenti di aver visto il figlio “agitato”, forse a causa di alcool o droghe. Sia come sia, quella di Atkinson è soltanto una delle tante storie di calcio finite per diventare pagine di cronaca nera. Dove in alcuni casi a causare la morte è stata proprio la pistola di un poliziotto.

Come nel caso di Mario Fernandez, calciatore del campionato argentino morto ammazzato nel 1985 (come riporta Eduardo Montolli sul sito Gqitalia.it) durante una colluttazione con un poliziotto, a causa di un colpo partito forse in maniera accidentale, dalla pistola di quest’ultimo. Fernandez era stato portato al commissariato dopo essere stato protagonista di una lite con l’arbitro. Stessa sorte per Muhammad Amin il portiere curdo della Sinjar ucciso a Baghdad nel 2009 in circostanze poco chiare. Non per l’agenzia irachena Nina, secondo la quale ad uccidere il calciatore, sarebbe stato un proiettile partito (anche se forse in maniera accidentale) dalla pistola di un poliziotto che avrebbe sparato nel corso dei festeggiamenti.

Un’altra tragedia che finisce per ricordare la fine di Luciano Re Cecconi, che forse tra le storie di morte legate al pallone è una delle più maledette. Re Cecconi, l’“angelo biondo” della Lazio scudettata di Tommaso Maestrelli del 1974, morì infatti in circostanze assurde nel gennaio del 1977. Il centrocampista laziale venne ucciso da un colpo di pistola esploso da un gioielliere nel corso di una finta rapina, organizzata come scherzo da Re Cecconi insieme ad alcuni amici. Non è uno scherzo invece neanche quello che succede ad Andreas Escobar, il difensore colombiano, morto ammazzato nell’estate del 1994. Ucciso fuori da un ristorante di Medellin, da un tifoso che gli aveva rimproverato (esplodendogli contro 12 colpi di pistola) l’autorete causata contro gli Stati Uniti, che costerà alla Colombia l’eliminazione ai Mondiali del 1994. Sempre la Colombia fu fatale a Jesus Lopez morto a Santuario nell’agosto del 1982 durante una partita amichevole. Anche questa volta, neanche a dirlo, c’è sempre di mezzo un colpo di pistola. Partito dalle tribune nel corso della gara, per motivi mai appurati. Sette anni più tardi invece, nel 1989, sempre in Colombia, sarà la volta di un arbitro, Alvaro Ortega, ucciso sempre a colpi di arma da fuoco al termine di una partita. Nel 2006, toccherà all’attaccante della nazionale Elson Becerra Baca rimanere ucciso nel corso di una rissa scoppiata all’esterno di un locale. Il Sudamerica, da questo punto di vista, è certamente uno dei continenti più pericolosi. Se dalla Colombia si passa all’Argentina oppure al Brasile o al Venezuela, la storia non cambia.

Nel maggio del 2012 Lauro Bugatto, attaccante argentino del Banfield, perderà la vita dopo essersi trovato nel mezzo di un conflitto a fuoco, ucciso da un proiettile che gli bucherà un polmone. Due anni dopo, nel 2014, sempre in Argentina, durante la partita tra il Chacarita e il Tiro Federal, Franco Nieto, calciatore del Tiro Federal, è colpito da un mattone lanciato dagli spalti dopo una rissa scoppiata tra calciatori in campo. Morirà qualche giorno più tardi in ospedale. Sempre nel 2014 ma in Venezuela sarà il difensore ventottenne dello Zulia Jhonny Perozo a cadere nel corso di una lite per la mano assassina di un camionista, che ucciderà insieme a lui anche un suo amico. Mentre in Brasile, questa volta nel 2013, un altro arbitro, Octavio Giordano, morirà ammazzato ucciso a coltellate nel corso di una rissa scoppiata durante una partita amichevole.

Nel 2011, sempre in Brasile a Belo Horizonte, era toccato al centrocampista del Corinthians William Morais morire ammazzato dopo aver reagito ad un tentativo di rapina. Tra le morti dei calciatori sudamericani, la fine di Milton Flores, come riporta il sito Fantagazzetta.com, è senza dubbio la più “curiosa”. Il portiere honduregno infatti, perderà la vita nel 2003, dopo essere rimasto coinvolto in maniera accidentale, in un conflitto a fuoco scoppiato in un quartiere a luci rosse. A quanto pare, e secondo ciò che scrivono anche quelli di Fantagazzetta, il calciatore al momento del conflitto, si sarebbe trovato in auto in compagnia di una prostituta. Passando in Europa invece, nel 2015, questa volta in Russia, muore il centrocampista dell’Anzhi Gasan Magomedov ucciso da una raffica di proiettili esplosa da un’auto per motivi rimasti sconosciuti. Mentre in Italia senza dubbio, la morte degli ultimi anni che ha fatto più scalpore è stata l’uccisione avvenuta nel 2007, del diciottenne calciatore del Bari Giovanni Montani. Il quale, sarebbe stato ucciso perché testimone qualche giorno prima dell’omicidio del cugino.

 

1 Commento

1 Commento

  1. marco

    agosto 22, 2016 at 2:40 pm

    Il solito commento da comunista.

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Azzardo e piaghe sociali

Il grande inganno dei Bonus di Benvenuto: quando il “regalo” è utile solo ai Bookmaker

Emanuele Sabatino

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Sono messi in grandissima mostra, scritti grandi e con colori sgargianti, sono i bonus dei bookmakers attui ad invogliarci a iscriverci e puntare sulle loro piattaforme. In piccolo invece, molto in piccolo, talmente in piccolo che ci vuole o un monitor 60 pollici o una lente d’ingrandimento, troviamo scritto in un color grigio tristezza i “termini e condizioni” di questi bonus ed è proprio qui che scopriamo le cose più interessanti.

IL BONUS E LA FORMULA DO UT DES

Iniziamo con l’importo del bonus “fino a 100€ per te”. 100 euro di bonus ma per sbloccarlo ci vogliono altrettanti soldi. Ma questo è solo la punta dell’iceberg. Perché alcuni bookmakers sbloccano il bonus solo dopo aver giocato interamente il versamento iniziale. Quindi verso 100 e devo giocare 100 per avere i 100 di bonus. Non solo perché i problemi veri, la trappola, arriva dopo, una volta che il bonus è stato effettivamente accreditato.

LA TRAPPOLA DEL PRELIEVO CONDIZIONATO

Per prelevare bisogna giocare l’importo versato più quello bonus per un numero di volte prestabilito. Di solito più il bonus è alto e più il numero di volte in cui bisogna scommettere il tutto sale. Si va dalle 3 volte, passando alle 6, fino addirittura alle 8 volte. A questo punto il lettore/scommettitore potrebbe pensare: “Ok, nessun problema, mi gioco tutto su una partita live a 1.01 così sono sicuro che la prendo e dopo il numero di volte stabilito dal bookmaker posso prelevare”. Seeee, ti piacerebbe. I bookmakers sono aziende internazionali e non hanno mica “l’anello al naso e la sveglia al collo”. Se vuoi prelevare devi puntare in singola su una partita con quota minima di 1.5, alcuni bookmakers alzano l’asticella a quota 2. In multipla, invece, almeno una partita deve avere una quota pari o superiore a 1.5. Il vantaggio matematico in singola di un bookmaker italiano si aggira dal 5 al 10%, percentuale che lievita vertiginosamente nel momento che aumentiamo il numero di eventi. Facile quindi capire che giocare versamento + bonus per un numero considerevole di volte a quota minimo 1.5 sia il modo migliore, dal punto di vista matematico, di regalare i soldi alle agenzie di scommesse. Al mondo nessuno regala niente, specialmente i soldi, figuriamoci un’azienda internazionale. Il bonus di benvenuto è quindi una pubblicità, ai limiti dell’inganno e della truffa, atta ad intrappolarci il patrimonio, facendoci credere che quei soldi siano effettivamente nostri, per farcelo perdere piano piano.

LO SCIACALLAGGIO SUI BISOGNI PRIMARI DELLE PERSONE:

E’ come se fosse tutto un grande effetto domino: la crisi, la disoccupazione e la povertà portano alla disperazione, quando si è disperati non ci resta che sperare, e noi speriamo che la bolletta di due euro si tramuti in una vincita di 1000. Il problema è questo non avviene quasi mai e così i bookmakers si arricchiscono sempre di più investendo in altri tipi di giochi “invitanti” ma soprattutto in tanta tanta pubblicità che ormai è ovunque e a tutte le ore, formando un circolo vizioso indistruttibile. D’altronde una volta un saggio disse: “Il bookmaker è un borseggiatore che ti lascia fare tutto da solo”.

 

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Altri Sport

NeuroDoping: se l’Elettroshock è la nuova frontiera delle prestazioni sportive

Matteo di Medio

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Dimenticatevi flebo, siringhe e pasticche. L’ultima trovata per migliorare le prestazioni sportive di un’atleta riguarda direttamente il motore dei nostri movimenti: il cervello. Stimolazione cerebrale o Neurodoping per l’appunto. Una metodologia molto semplice che prende spunto dalla fortunatamente abbandonata pratica dell’elettroshock nei lontani anni ’50. In sintesi, la prassi è molto simile anche se il voltaggio è 500/1000 volte più basso: si posizionano due elettrodi ai lati della scatola cranica e si scarica corrente elettrica con l’intento di cambiare i livelli di eccitabilità dei neuroni da essa colpiti.

A portare all’attenzione questa nuova pratica è stata la partnership siglata lo scorso anno tra la squadra di ciclismo Bahrain Merida, per la quale corre il nostro Vincenzo Nibali, con il gruppo Cidimu dell’Istituto delle Riabilitazioni Riba di Torino. Ugo Riba è il Professore che presiede il gruppo ed è convinto che attraverso questa metodologia sia possibile intervenire sulla fatica ma anche sulla rapidità di esecuzione sportiva e recupero da affaticamento post gara.

La tecnica, nota come stimolazione transcranica a corrente continua (tDcs) era stata pensata per il recupero di alcune lesioni al cervello o al midollo spinale. Oggi, trova applicazione per stimolare quei centri neuronali che, già degli anni ’90, si era pensato fossero i responsabili dell’affaticamento e del movimento muscolare. A sperimentare la tDcs è stata la squadra di sci e snowboard statunitense (Ussa) per quanto riguarda il salto con gli sci e le prestazioni dopo 4 applicazioni per due settimane hanno mostrato un aumento della forza e della coordinazione.  Soprattutto per quel che concerne la fatica, e il ciclismo può essere considerato lo sport che più ne sente l’impatto, la stimolazione andrebbe ad intervenire sulla corteccia motoria che è responsabile di inviare segnali di affaticamento. Aumentando l’eccitabilità di quest’ultima, si ottiene una minore percezione cerebrale di sforzo, consentendo al corpo di ottenere performance atletiche più durature. E come ha detto Samuele Marcora, scienziato dell’Università del Kent al FattoQuotidiano.itoltre al reale impatto della pratica si aggiunge anche l’effetto placebo con risultati ancora più incoraggianti.

La stimolazione transcranica può trovare terreno fertile in molti settori anche non sportivi come i videogiochi dal momento che aumenta la concentrazione e la velocità di reazione. Non a caso l’azienda Halo vende già delle cuffie da collegare allo smartphone per un utilizzo fai-da-te. Le evidenze per adesso analizzate, però, non hanno portato a reali conclusioni definitive e, come dice sempre Marcora, non sempre gli esperimenti hanno dato risultati confortanti e ha anche messo in guardia circa i rischi di un utilizzo continuativo della stimolazione, non essendoci ancora studi conclusivi sugli effetti a lungo termine. E se proprio dovesse essere utilizzato, consiglierebbe un uso solo pre-gara e non in fase di allenamento.

Altro discorso sul quale si dovrà ragionare se tale pratica dovesse prendere definitivamente piede, è relativo al concetto di Doping. Ad oggi la stimolazione transcranica è assolutamente legale ma non è escluso che, agendo sulle performance dell’atleta, possa essere considerato alla stregua dei farmaci proibiti in quanto strumento di alterazione del corretto svolgimento di una gara. Ma al riguardo sembrerebbe difficile riuscire a dimostrare un suo utilizzo prima di una evento sportivo. Senza contare che già vengono assunte alcune sostanze, come la caffeina che in certi dosaggi è permessa, che di fatto influiscono a livello cerebrale.

Ma su questo sarà la Wada a dire l’ultima parola. Nel frattempo teniamoci forte, che il futuro è oggi. E non sembra un granché.

LEGGI ANCHE: Dammi il DNA, farò di te un campione

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Altri Sport

Doping e Scommesse, la dura vita “da cani”

Emanuele Sabatino

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Un allenatore è stato accusato di aver drogato il proprio cane con un cocktail di droghe tra cui la metanfetamina a cristalli per farlo correre più veloce. E’ stato arrestato.

Un uomo del Queensland (Australia), Anthony Hess di 44 anni, è stato indagato con 70 accuse di frode e possesso illegale di stupefacenti dove aver volontariamente dopato il suo cane per vincere le corse e approfittare delle quote molto alte.

I detective hanno dichiarato che il suo levriero Bonknocka Lass, è stato dopato principalmente con la metanfetamina in tre diverse gare. La prima, la più clamorosa datata il 2 agosto scorso, vide il levriero vincere la gare agevolmente nonostante la sua quota di partenza fosse addirittura di 44.70.

Secondo le analisi di laboratorio, il cocktail era principalmente a base di metanfetamina mischiato con pseudoefedrina e altri eccitanti. Ross Barnett, commissario dell’integrità per la corsa dei levrieri si è detto ovviamente shockato e ha sospeso immediatamente la licenza all’allenatore. Sospensione che con alta probabilità verrà resa definitiva.

Per ottenere la licenza di allenatore di levrieri bisogna mostrare ad una commissione apposita di essere in forma, avere una buona educazione e soprattutto avere il rispetto delle regole.  Al di là del singolo caso, il problema è sicuramente generale. Doping misto al maltrattamento sugli animali per fare più soldi con le corse. Tutto il marcio dello sport e della competizione in una sola frase. Chissà in altre parti del mondo, dove i controlli sono ancor più blandi e dove fanno scommettere gli “animali” sui combattimenti tra animali fino alla morte, quali sostanze diano ad essi per prendersi un vantaggio. E l’anfetamina, purtroppo, potrebbe essere solo la punta dell’iceberg.

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