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Storie dell'altro mondo

Dai riccioli ai capelli bianchi, un amore lungo 29 anni: Giggs saluta Old Trafford

Matteo Luciani

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29 novembre 1990. Una data insignificante per molti ma non per il Manchester United. E’ il momento in cui un ragazzino gallese di diciassette anni (compiuti proprio quel giorno) firma il suo primo contratto da professionista con i Red Devils; quell’adolescente pieno di boccoli si chiama Ryan Giggs e si appresta a scrivere la storia del club.

Giggs, in realtà, nel 1985 era entrato a far parte dell’academy dell’altra squadra di Manchester, il City, lontano parente dell’attuale colosso gestito dallo sceicco Mansour. Ferguson, però, avvertito di un potenziale fenomeno da tale Harold Wood, giornalaio e occasionalmente steward ad Old Trafford, manda alcuni scout a seguire il gallese e ben presto decide di proporgli il passaggio tra le fila dei rossi mancuniani.

Nel 1987 inizia, così, la lunga epopea di Giggs al Manchester United. Tre anni nelle selezioni giovanili e poi il grande salto: il talento è troppo elevato per non portarlo subito nel calcio dei grandi, secondo Sir Alex.

Il 2 marzo del 1991, durante una gara casalinga da dimenticare contro l’Everton, Giggs fa il suo debutto con la prima squadra. Ferguson è alla ricerca di un’ala sinistra che possa inserirsi nel proprio scacchiere tattico e, dopo il fallimento di Milne e Wallace, decide di dare spazio al giovane e riccioluto mancino di Canton.

La risposta sul campo è pazzesca. A partire dalla stagione 1991/92, ultima della First Division prima dell’avvento della Premier League, Giggs diventa un punto fermo nell’undici del Manchester United e passerà alla storia insieme ai ragazzi della cosiddetta ‘generazione d’oro del 1992’ (Beckham, i fratelli Neville, Butt e Scholes) per la mole di successi regalata ai supporter dei Diavoli Rossi. Giggs-Scholes-Keane-Beckham: il centrocampo magnifico dello United diventa una filastrocca per ogni appassionato di calcio nel decennio dei Novanta.

Old Trafford sogna e regala presto all’esterno un coro personale che simboleggia il grande lavoro fatto su quella fascia sinistra in ogni partita (‘Ryan Giggs! Ryan Giggs, running down the wing!‘). Nel frattempo, arrivano trofei in Inghilterra ed Europa a raffica. L’unico neo riguarda il capitolo nazionale. Il Galles, infatti, tra gli anni 90 ed i primi 2000 è lontano parente dell’ottima selezione odierna e Giggs da solo non riesce a trascinare il proprio popolo a risultati degni di nota.

Nulla, però, scalfisce il talento di Ryan, che rifiuta qualunque offerta giunta, soprattutto, dalla ricca Serie A dei paperoni Berlusconi e Moratti per giurare fedeltà al Manchester ed alla sua gente. Si arriva, così, al momento del triste addio.

Giggs decide di continuare a calcare i campi fino a quarant’anni compiuti. Il ruolo, per ovvie ragioni di età, non è più lo stesso, visto che il gallese diventa un ottimo regista di centrocampo, ma la classe è intatta. Il pupillo di Ferguson decide che alla fine della stagione 2013/14 appenderà gli scarpini al chiodo; in realtà, si tratta di un’annata particolare per lo United, la prima, dopo una vita, senza Ferguson al timone. Il sostituto scelto è lo scozzese Moyes, tanti anni positivi all’Everton, che però incappa in una stagione disastrosa.

Il board della società decide così di chiedere a Giggs un ruolo come allenatore-giocatore per le ultime partite di Premier. Il gallese accetta ed inizia ad interessarsi sempre maggiormente al ruolo di allenatore, un pensiero poco intrigante fino ad allora per lui.

La stagione ormai è compromessa ma Giggs inizia a sperare di poter restare sulla panchina della sua squadra del cuore anche per il futuro. I vertici dello United ci pensano seriamente, decidendo però poi di mettere sotto contratto Van Gaal, un tecnico più esperto all’ombra del quale Giggs stesso possa crescere per poi prendere in mano le redini della squadra. Sembra tutto pianificato alla perfezione. La storia, però, manda all’aria ogni progetto.

Il biennio di Van Gaal, infatti, è avaro di soddisfazioni nonostante gli oltre 500 milioni di sterline investiti sul mercato e dalle parti di Old Trafford non se la sentono di rischiare con una scommessa in panchina, seppur questa corrisponda ad un nome ed un cognome piuttosto importanti.

A Manchester, così, si decide di puntare sullo Special One, José Mourinho. Giggs, da parte sua, scalpita. E’ stanco di rimanere in seconda linea e vuole spiccare il volo proprio come ha fatto sulla fascia sinistra per tanti anni.

Anche se non ho dei piani immediati per proseguire la mia carriera mi sembra il momento giusto per lasciare il Manchester United“: queste le parole con cui Giggs si è congedato dal club della sua vita. Senza dubbio, però, come accade ancora oggi per ‘The King’ Eric Cantona, ad Old Trafford sentiremo ancora inneggiare il suo nome. Perché nei confronti dei più grandi è giusto che sia così.

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Altri Sport

Tra povertà e persecuzione dei Rohingya, in Myanmar resiste solo lo Sport

Nicola Raucci

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La Corte penale internazionale dell’Aja ha annunciato che verrà aperta un’indagine sulle deportazioni in Myanmar, in passato nota como Birmania, nei confronti dei Rohingya, minoranza di fede islamica vittima di violenza e brutalità. Sotto accusa in particolare i vertici dell’esercito, accusati di genocidio. In un paese così devastato, lo Sport può rappresentare una speranza, una valvola di sfogo per chi non vede più un futuro.

Myanmar, Paese dell’Indocina, dalle condizioni di vita tra le più difficili al mondo. Sotto dittatura militare dal 1962 al 2015, la stagnazione economica, l’isolamento internazionale e i disastri naturali acuiscono i problemi che derivano dalla povertà diffusa e dai conflitti etnici che storicamente affliggono queste terre, tra i quali la persecuzione della minoranza musulmana dei Rohingya, per cui la nazione è tornata all’onore delle cronache nell’ultimo periodo.

A Yangon, città di oltre 5 milioni di abitanti e capitale fino al 2005, tra Anawrahta Road e Maha Bandula Road, strade del quartiere commerciale d’epoca coloniale che si diramano attorno alla Sule Pagoda, stupa birmana di oltre 2000 anni, simbolo inequivocabile della bellezza e della storia di questo Paese, i ragazzi vestiti di stracci palleggiano con piroette incredibili in una sorta di danza. Giocano a chinlone, sport tradizionale e nazionale del Myanmar. Uno dei tanti sport simili presenti nel Sudest asiatico: kator (Laos), sipa (Filippine), cầu mây (Vietnam), sepak raga (Brunei, Indonesia, Malaysia e Singapore) e il più famoso di tutti a livello internazionale, ovvero il sepak takraw (Thailandia). Giravolte e acrobazie incredibili tra l’umidità asfissiante, il frastuono incessante del traffico e i mille odori del mercato.

Il chinlone è praticato ovunque e da chiunque: uomini, donne e bambini, spesso insieme. Le esibizioni più rilevanti avvengono tra la folla, accompagnate dalla musica tradizionale in un’atmosfera mistica, dove movimenti e note si fondono in una simbiosi inestricabile veloce e fluida. Contraddistinto da regole rigorose per quanto concerne il posizionamento e l’orientamento di ciascuna parte del corpo in ogni specifica mossa, da eseguirsi in totale armonia con le altre, l’esibizione vede cinque o, più frequentemente, sei giocatori in cerchio. Senza l’uso di mani o braccia si passano una palla di fasce di rattan, bambù o canna che emette un tipico suono sordo quando colpita. Durante i passaggi i giocatori effettuano un movimento circolare intorno al giocatore posizionato al centro che si esibisce nelle diverse mosse. L’obiettivo è non far cadere la palla per più tempo possibile, realizzando contemporaneamente il maggior numero di movimenti perfetti.

Le origini del chinlone risalgono a circa 1500 anni fa. Il suo stile caratteristico deriva dalle esibizioni, influenzate dalle arti marziali e dalle danze tradizionali, ideate per intrattenere la corte reale birmana. Nel corso dei secoli sono state fatte diverse variazioni, soprattutto riguardo alle centinaia di movimenti da effettuare nel palleggio. Storicamente snobbato dagli europei che lo consideravano alla stregua di un semplice gioco indigeno più che un vero e proprio sport, ha tuttavia registrato un aumento di interesse internazionale nel primo Novecento, quando si sono tenute alcune dimostrazioni in diverse parti d’Europa e Asia. Nel 1953 il capo dell’Associazione Atletica Birmana, U Ah Yein, ricevette l’incarico dal governo di redigere un regolamento ufficiale. Queste regole fecero del chinlone uno sport a tutti gli effetti nel Myanmar e lo stesso anno si tenne a Yangon la prima competizione riconosciuta. Altra tappa fondamentale nella storia del chinlone è stato il 2013, durante i XXVII Giochi del Sud-est asiatico (SEA Games) svoltisi in casa, a Naypyidaw. In occasione di tale evento, è stato incluso come sport separato e le regole sono state aggiornate in modo da avere due squadre che si sfidano in campi circolari distinti. Il punteggio dipende dal livello della performance nello stesso lasso di tempo a disposizione.

La cerimonia di chiusura ha inoltre sottolineato l’importanza e la centralità del chinlone nella cultura birmana. Agli ultimi SEA Games di agosto 2017 a Kuala Lumpur in Malaysia il chinlone è entrato stabilmente tra gli sport della manifestazione, nella disciplina del sepak takraw, con quattro specialità: “senza ripetizione (primo livello)”, “stesso tocco”, “collegamento” e “senza ripetizione (secondo livello)”. Uno sport unico, capace di far risaltare la magnificenza delle tradizioni e della storia della Birmania, al di là dei suoi templi millenari e della sua incantevole natura. Una magnificenza che purtroppo viene tuttora eclissata dalle piaghe della povertà, della fame e dei conflitti armati.

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Calcio

Henrik Larsson: Nemo propheta in patria

Francesco Cavallini

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Compie oggi 47 anni Henrik Larsson, iconico giocatore svedese la cui storia ci insegna che alcune volte, per raggiungere la Leggenda, è necessario andare lontano. E non tornare.

Se mai dovesse capitarvi (e ve lo auguro) di passeggiare sul lungomare di Helsingborg, potreste avere una gradita sorpresa. A nord del porto, quasi alla fine della lunghissima spiaggia attrezzata, c’è una piccola rotonda, abbellita da una statua. È un’opera semplice, che ben si adatta al mood del luogo, splendidamente sospeso tra passato e futuro. Ma rappresenta quello che per gli abitanti di Helsingborg è la vera gloria cittadina. Più dell’incantevole castello di Kärnan, più del municipio, che con i suoi mattoni rossi completa alla perfezione il blu del mare che la bagna. È proprio di fronte al mar Baltico, nel punto dove la Danimarca è più vicina (basta una traversata di quattro chilometri scarsi per arrivare a Helsingør, la città di Amleto), che la Perla dello Stretto celebra la sua personalissima leggenda. È un uomo con un pallone tra i piedi. La testa è rasata, ma è facile immaginarla piena di biondissime trecce. La divisa, neanche a dirlo, è quella dell’HIF. Che nella statua perde ogni colore, ma che è rossa come i mattoni del municipio e blu come l’acqua del mare. Il numero sulla maglia è il 17 e quel sorriso quasi guascone, che trasmette orgoglioso le proprie origini tropicali, è quello che ogni amante del calcio potrà facilmente ricordare. Quelli di Malmö possono anche tenersi stretto il loro Zlatan. Perché a Helsingborg, c’è solo Henrik Larsson.

Arrivano in tanti a farsi una foto. Alcuni lo ricordano bambino, mentre rincorreva il pallone giù per le ripide vie che portano verso il mare. Altri l’hanno ammirato ragazzo all’Olympia, quando con la maglia rossa terrorizzava le difese di tutta la Svezia. Cinquantuno reti in sessantuno partite, che gli valgono un biglietto per Rotterdam, a vestire il biancorosso del Feyenoord. È l’inizio di una carriera da sogno. La nazionale, il Celtic e la Scarpa d’Oro. Chiama il Barcellona di Deco, di Eto’o, di Ronaldinho. E proprio il Gaucho, il Pallone d’Oro, uno dei talenti più cristallini della storia del calcio, saluta Larsson ogni mattina con un termine inequivocabile. Ciao, idolo. In blaugrana arrivano la gloria, gli allori, la Champions League alzata al cielo di Parigi. Centrato ogni obiettivo, giunge finalmente il momento di tornare a casa. In mezzo, un breve trasferimento allo United. Ma a Manchester non c’è il mare. E quindi di nuovo la Svezia, ancora una volta in quel catino verde, tra il blu dei seggiolini ed il rosso delle sciarpe. Altre reti, altre gioie, altri abbracci. Fino all’addio, agli scarpini appesi per sempre nello spogliatoio della squadra della sua città. Helsingborg però non dimentica, celebra il suo re, lo rende immortale. E mentre scruta il freddo Baltico, Larsson attende. Perché le leggende scandinave raccontano che ogni sovrano, nel momento del bisogno, tornerà a lottare per il suo popolo.

Quel momento, inesorabilmente, arriva. È il 10 novembre 2014 e Henrik Larsson prende possesso della panchina dell’Olympia. Trova un club da rifondare e gli viene affidato ogni potere. Sarà allenatore, direttore tecnico e sportivo, ma potendo gli affiderebbero anche la gestione economica e l’irrigazione del campo. Tale è la fiducia che club e città ripongono in lui. Ad attenderlo negli spogliatoi, un gruppo totalmente rinnovato ed una faccia conosciuta. Quel sorriso lo riconoscerebbe tra mille, lo sguardo è lo stesso di quando Henrik lo portava con sé a Celtic Park a tirare calci a un pallone durante l’intervallo o a festeggiare uno dei tanti trofei vinti. Jordan Larsson, diciassette anni e qualche mese, con addosso tutta l’inesperienza e la splendida incoscienza della gioventù. Stesso percorso di papà Henrik, dal neroverde dell’Högaborg al rosso dell’HIF. Stessa confidenza con il gol, sprazzi di tecnica assoluta ed un futuro assicurato.

Ma prima c’è un presente di cui occuparsi. E si chiama Allsvenskan, un campionato spesso ignorato, ma sempre molto competitivo. I rossi sono una compagine storica, hanno alzato il trofeo cinque volte, ma non mancano gli avversari di livello. C’è il Norrköping, che già dal nome sa di gloria, che mostra orgoglioso le maglie di Liedholm e Nordhal e i gagliardetti delle sfide europee contro la Roma di Falcao e la Samp di Boskov. O il Göteborg, gli Angeli dell’ovest, la squadra da temere in qualsiasi situazione, capace di sorprenderti nelle stagioni in cui meno te l’aspetti. Le tre di Stoccolma, AIK, Hammarby e Djurgården, che portano con sé l’aura di potere e l’indiscutibile appeal della capitale. E soprattutto, ci sono gli insopportabili cugini. Helsingborg e Malmö sono divise da settanta chilometri di costa e da un odio quasi millenario. Ma la bacheca parla chiaro, nel calcio non c’è mai stata competizione. Eppure ogni stagione i ragazzi in rosso e blu sognano di impartire una lezione ai rivali, di rimandare, perlomeno metaforicamente, i cugini al confine con la Danimarca a suon di reti. La chiamano “la battaglia della Scania”, vincerla significa prendersi la supremazia regionale. Questo chiedono i tifosi, questo è, due volte l’anno, il sogno di una città intera. E chi a Helsingborg è nato e cresciuto, non può rimanere sordo alla supplica.

Eppure, non è un’impresa facile. L’HIF, che nel 2011 ha realizzato uno storico treble domestico, è in piena fase di ristrutturazione, esattamente come il suo stadio. E mentre si rinnovano le tribune dell’Olympia, scorrono i titoli di coda sulla generazione che Larsson stesso ha in parte contribuito a crescere negli ultimi anni da calciatore. Ma non tutte le ciambelle riescono col buco. La squadra soffre il ricambio, il carisma di Larsson non basta. La stagione 2015 è un mezzo flop, un ottavo posto senza infamia e senza lode, non quello che ci si aspettava. Mal comune mezzo gaudio però, perché anche il Malmö incappa in un’annata storta. Ma oltre alla quinta posizione in classifica, i ragazzi dell’Øresund portano a casa la guerra. E se il 3-1 subito alla Swedebank Arena a maggio non si discosta molto dal classico risultato del derby in trasferta per l’Helsingborg, è il match di ritorno ad infliggere ai tifosi rosso-blu una ferita difficile da rimarginare. Zero a tre, con un Olympia totalmente ammutolito. La peggior sconfitta casalinga contro il Malmö dal 1965, da quel tremendo 1-10 di cui le vecchie generazioni ancora parlano. Henrik Larsson soffre quanto e più dei suoi tifosi. In città ci è nato, ci vive, sa quanto l’ambiente possa essere scosso dopo una simile debacle. Solo un pensiero lo rincuora. Jordan. Jordan cresce bene, gioca, segna la sua prima rete in campionato. Entra nelle rotazioni, ma non per il cognome. È un ragazzo che per la maglia dà tutto, a volte anche esagerando. È il vero tifoso in campo, il calciatore in cui tutti sognano di rivedersi.

E quindi, seduto sul lungomare di Helsingborg, ai piedi della sua statua e con lo sguardo rivolto verso l’orizzonte, Henrik Larsson prepara la stagione 2016. È conscio che la sua popolarità lo abbia protetto, ma è altrettanto consapevole che un altro fallimento non potrebbe essere tollerato. Dalla città, dai tifosi, ma anche e soprattutto da se stesso. E assieme a Jordan mette in gioco l’importanza di quel cognome, sulla maglia ed in panchina. Eppure il 2016 per i rossoblù inizia male. Molto male. Due sconfitte in tre partite, una partenza preoccupante. Per fortuna, seguono tre vittorie consecutive. Maggio si apre con una prevedibile batosta in casa dei campioni in carica del Norrköping, che però passa in sordina, dato che giusto una settimana dopo, in un’Olympia incandescente, va in scena l’ennesima battaglia. Mezzo stadio è ancora in ristrutturazione, una tribuna è chiusa e la curva dei tifosi ospiti è a mezzo servizio. Ma l’atmosfera non manca. Fumogeni, qualche disordine nei dintorni dello stadio, il solito assordante tifo dei tifosi dell’Helsingborg. E davanti a loro, un padre ed un figlio, stretti in un abbraccio, si preparano ad affrontare il “nemico”.

È un derby firmato Larsson, e non potrebbe essere altrimenti. Sono passati appena tre minuti quando Martin Christensen, che è nato dall’altra parte dello Stretto e che, come ogni danese che si rispetti, disprezza la Svezia e odia profondamente Malmö, scodella una palla dall’out sinistro. La sfera scende verso la riga dell’area di rigore, ma giusto prima di toccare terra si accomoda dolcemente sul mancino di Jordan. La girata è fulminea e sorprende l’estremo difensore biancoblu. Sugli spalti si scatena il delirio, ma in campo il giovane Larsson è freddo, glaciale, come lo sguardo di sfida che rivolge ai tifosi avversari, appollaiati dietro il portiere appena trafitto. La guerra è guerra, è un gesto che ci sta. Ci sta un po’ meno il Malmö, che si lancia in un forcing tanto intenso quanto sterile. E se le statistiche raccontano un dominio degli ospiti, il risultato conferma la serata speciale dei padroni di casa. Rusike, appena entrato, finalizza un quattro contro tre in contropiede e il due a uno di Eikrem allo scadere non riesce a scalfire l’euforia dell’Olympia. La battaglia è vinta. E a fine partita i tifosi rossoblù improvvisano un pellegrinaggio verso la statua del loro condottiero. Per una sera, Carlo XVI Gustavo deve cedere il suo trono. Il vero re è tornato a Helsingborg.

Sembra essere l’inizio di un sogno, ma purtroppo è solo l’ultima gioia prima di un incubo che pare infinito. Dalla vittoria nel derby d’andata fino al match di ritorno, l’HIF porta a casa i tre punti solo due volte, in entrambe le sfide contro il GIF Sundsvall. In mezzo, una sfilza di pareggi e sconfitte, alcune sfortunate altre sconfortanti. Nel frattempo i cugini volano, impegnati in una lotta a tre con Norrköping e AIK per la vittoria in campionato. La sfida del 25 settembre è quindi doppiamente importante. Fare risultato a Malmö significherebbe mettere i bastoni tra le ruote ai rivali nella corsa per il titolo, ma soprattutto ottenere punti fondamentali in chiave salvezza. Il Falkenbergs è praticamente già in Superettan da giugno, ma l’Helsingborg è al quattordicesimo posto, che basterebbe a evitare la retrocessione diretta ma non lo spareggio. Alla Swedebank Arena, il Malmö passa subito in vantaggio, controlla facilmente una partita nervosa e a tempo scaduto legittima la vittoria con la seconda rete. La battaglia, stavolta, è persa. E la sconfitta rischia di trasformarsi in disfatta. Due vittorie nelle ultime due giornate di campionato servono solamente a certificare che per rimanere in Allsvenskan l’HIF dovrà affrontare l’Halmstad, terzo in Superettan.

Ottanta sono i chilometri che separano Helsingborg da Halmstad. Ottanta sono i minuti che sono trascorsi all’Örjans Vall quando l’arbitro tira fuori un cartellino rosso. Ad uscire dal campo è Kojic, terzino sinistro dei padroni di casa, che si becca un giallo e protesta un po’ troppo. Sembra fatta per Larsson e i suoi. Sono in vantaggio, con un uomo in più e hanno segnato fuori casa. Anche per questo la sfortunata autorete che riporta la partita in parità viene vista come un semplice incidente di percorso. La squadra ha dimostrato di esserci ed il venti novembre all’Olympia ha tutta l’intenzione di tenersi stretta la permanenza nella massima serie. Ottanta sono i chilometri che separano Halmstad da Helsingborg. E ottanta sono i minuti che sono trascorsi quando undicimila persone esplodono in un urlo di gioia sfrenata. Nell’ennesimo ribaltamento di fronte, Ralani è lanciato verso la porta avversaria. Invece di tirare sull’uscita del portiere, serve la palla all’indietro. La sfera scorre accanto a due calciatori dell’Halmstad, ma il più lesto ad arrivarci ha la maglia rossa con sopra il numero diciotto ed un cognome importante. Jordan Larsson calcia con tutta la forza e gonfia la rete tra i fumogeni agitati per tutta la partita dai tifosi dell’Helsingborg. Stavolta niente sguardi torvi, niente mute sfide al pubblico avversario. È gioia, felicità pura, da condividere con l’enorme famiglia che riempie quel che resta delll’Olympia. Padre e figlio, Henrik e Jordan, due generazioni unite dall’amore incondizionato di una città, di un popolo intero.

Finirebbe così, se l’arbitro decidesse di soprassedere ad un piccolo particolare. Ottanta sono i chilometri, ottanta sono i minuti di gioco quando Larsson segna l’uno a zero. Ma chi il calcio lo conosce, sa bene che a fine match ne mancano ancora almeno dieci. E quando il cronometro segna l’ottantacinquesimo, la storia improvvisamente cambia. Ralani stavolta è nell’area sbagliata quando decide di abbattere un attaccante dell’Halmstad. È un rigore solare, che il danese Mathisen realizza con tranquillità. All’Olympia Stadion si sta consumando un dramma sportivo. Quando già si esultava per la salvezza, di colpo si avvicina lo spettro della retrocessione. La squadra è sulle gambe, i tifosi fischiano di paura, ma non riescono a scuotere i calciatori. Mathisen è un difensore centrale, ma all’ottantanovesimo sembra la reincarnazione danese di Crujiff. Prende palla a tre quarti campo, dribbla un avversario, vince un contrasto, recupera la sfera dopo un rimpallo e lascia partire il tiro della domenica, della settimana, probabilmente dell’anno. Undicimila cuori vanno in frantumi nello stesso istante. Quando il pallone gonfia la rete, su Helsingborg cala un silenzio irreale. Non c’è tempo per recuperare. Cinque minuti più tardi, l’arbitro fischia la fine. L’HIF è la terza squadra retrocessa dell’Allsvenskan 2016.

 

E in quel preciso momento il silenzio diventa mormorio, il mormorio si tramuta in rabbia. Uno, dieci, cento tifosi a volto coperto entrano sull’erba dell’Olympia. Cercano il confronto con i calciatori e non hanno intenzioni pacifiche. Gli atleti si sottraggono a questo processo sommario. Tutti, tranne uno. Il coraggio a Jordan Larsson non è mai mancato. Li affronta, capisce benissimo come si sentono e tenta di calmare gli animi. Ma i teppisti non vogliono sentire ragioni. Larsson ha già avuto dei piccoli screzi con una frangia della tifoseria e ora è giunto il momento di fargliela pagare. Insulti, spinte, fino ad arrivare alla vergogna più assoluta. Gli viene strappata a forza la maglia, la sua seconda pelle. È la triste fine di una storia d’amore. Jordan Larsson quella divisa rossa e blu non la indosserà mai più. A gennaio 2017 si trasferisce in Olanda, al NEC, continuando anche in questo a seguire le orme di suo padre.

Già, suo padre. Henrik non si accorge del parapiglia a fine partita, ma non appena gli viene riportato rassegna immediatamente le dimissioni. Non è una fuga. Rimane comunque in città, sfidando apertamente gli ultras ad un confronto pubblico, che ovviamente non avverrà mai. Resta però nel suo cuore la ferita della retrocessione, l’incapacità di aver saputo donare una gioia alla gente che lo ha cresciuto e che da quasi trent’anni lo ama e lo rispetta. Nemo propheta in patria, sostenevano i latini. Chissà se in svedese esiste un detto simile. Eppure, nonostante tutto, se dovesse capitarvi (e continuo ad augurarvelo con tutto il cuore) di visitare Helsingborg, è lì che troverete Henrik Larsson. Magari al parco dietro la torre, mentre si allena per mantenersi in forma. O sulle scale del municipio, mentre spende la sua popolarità e la sua influenza per il bene della sua città. O in tribuna all’Olympia, a sostenere quelli che sono stati i suoi ragazzi nel tentativo di tornare subito grandi. E se proprio non dovesse capitarvi di incontrarlo, saprete comunque dove cercare una parte di lui. Nel mezzo di quella rotonda, la sua statua c’è ancora. Continua a scrutare l’orizzonte, mentre attorno passano uomini e donne di ogni età, turisti o semplici cittadini, quasi come se stesse decidendo dove piazzare quella sfera che ha ai piedi. E di certo sul lungomare passano ogni giorno dei bambini che danno calci ad un pallone sognando di essere Larsson. Henrik o Jordan, non fa differenza. In quel momento, e non può essere altrimenti, il sorriso diventa più splendente ed il Re torna, anche se solo per un attimo, sul suo trono, in attesa di svegliarsi di nuovo e vestire ancora quei colori. Il rosso sanguigno e indelebile di una passione ed il profondo blu del mare di Helsingborg.

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Calcio

La nascita della Coppa dei Campioni

Francesco Gallo

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La nascita della Coppa dei Campioni

E’ iniziata ieri l’edizione 2018 della Champions League, la vecchia Coppa dei Campioni. La storia di questo glorioso trofeo ha origini lontanissime. Ve le raccontiamo.

Se le partite della Champions League sono le vostre preferite, e siete convinti che le sfide del martedì e del mercoledì hanno un altro passo e un’altra atmosfera, allora forse conviene che sappiate di chi è figlia la competizione più bella del mondo.

“Certo!”, direte voi, “la Champions League è figlia della Coppa dei Campioni”. Sì, ma la stessa Coppa dei Campioni bisogna che qualcuno l’abbia inventata. E per farlo c’era bisogno di un contesto e anche di alcune fortunate circostanze.

Un continente sul piede di guerra

Prima della Seconda Guerra mondiale l’Europa calcistica non aveva sempre favorito il riavvicinamento dei Paesi del vecchio continente. Ad esempio nel 1937 una partita della Mitropa Cup — che nel 1939 L’Enciclopedia illustrata del calcio italiano definiva come «Il più singolare e combattivo dei tornei a squadre che spesso e per diverse ragioni ha dato luogo ad incidenti deplorevoli» —, quella tra Admira Vienna e Genoa, degenerò in un incidente diplomatico. Durante la gara di andata scoppiò in campo una rissa dopo che l’arbitro aveva fischiato un rigore dubbio per gli austriaci. Partita sospesa e tripla frattura della mandibola per il centrocampista rossoblù Arrigo Morselli. Anche per questo motivo, Benito Mussolini vietò l’organizzazione del match di ritorno e i giocatori viennesi furono respinti alla frontiera.

Pochi mesi dopo, un episodio simile. Si giocava la quarta edizione della Coppa Internazionale, la madre dei futuri Europei. Di fronte, ancora una volta, italiani e austriaci. Sul 2-0 per l’Austria, però, l’arbitro sospende la partita perché ha completamente perso di mano la situazione. In pratica c’è una rissa ogni tre minuti. Lo scontro continuerà fuori dallo stadio tra fascisti italiani e antifascisti austriaci. Sputi, insulti e saluti a pugno chiuso che precedono lo scontro militare di qualche settimana dopo sul campo di battaglia spagnolo a Guadalajara.

Il mondo diviso unito dal calcio

La Spagna del Generalísimo Francisco Franco, insieme all’Italia ancora in ricostruzione e soprattutto alla Germania divisa, è tra le nazioni che dopo la Seconda guerra mondiale l’Europa vuole simbolicamente riconciliare con le altre nazioni che hanno da poco riposto le armi. E direttamente da Madrid, nella persona di Santiago Bernabéu, arriva una proposta assai interessante: la Coppa Latina, una competizione che ogni quattro anni avrebbe riunito i campioni di Spagna, Francia, Italia e Portogallo. Il torneo ha un discreto successo, ma più che altro serve a ribadire la volontà collettiva di ridisegnare attraverso il pallone la cartina geografica europea, scavalcare la cortina di ferro e riavvicinare i vari Paesi. L’idea piace. E comincia a conquistare l’attenzione di dirigenti e giornalisti in tutto il continente. Su tutti, se ne interessa L’Équipe.

In quel momento il quotidiano francese stava cominciando a rafforzare il proprio interesse attorno al calcio. Anche se ancora le principali pagine parlavano di ciclismo, era il pallone a far vendere copie quando non si gareggiava per il Tour de France. Proprio per questo il direttore dell’epoca nel 1946 ha la felice idea di creare un inserto, da far uscire il martedì, e arricchirlo di reportage, fotografie ed analisi tecniche. Diventerà presto una vera e propria bibbia del calcio, si chiama France football.

Ma il pretesto che servirà da detonatore per l’intero movimento arriva nel 1954. Per inaugurare il sistema d’illuminazione al Molineux Stadium, il Wolverhampton organizza una serie di amichevoli. Invitano lo Spartak Moskva e la Honvéd, la più forte squadra ungherese dell’epoca. Quelli di Budapest hanno la meglio, soprattutto grazie ai gol di Ferenc Puskás. Battono prima i sovietici, poi gli inglesi.

Quella partita la vede in televisione anche il piccolo George Best, che non avendone una propria in casa sua andava da un vicino che gli diceva: “Dai George, vediamola insieme”. E lui se li mangiava con gli occhi i giocatori del Wolverhampton, quelli con la maglia gialla. E dirà al vicino di casa: «un giorno anch’io sarò su quella televisione, perché giocherò delle grandi partite». E il piccolo George aveva ragione.

La nascita della Coppa

Poi, però, succede che nella partita di ritorno contro la Honvéd, gli inglesi tirano fuori dal fango una partita epica: sotto di due reti, rimontano e vincono 3-2. E di quella partita se ne parlerà per molto tempo in Inghilterra, tanto che i giornali cominciano a parlare del Wolverhampton come «Grandiosi!», «Mai vista una partita così», «Fantastici!». Però il Daily Mail va oltre e, visto che hanno battuto le squadre più forti, proclama il Wolverhampton campione d’Europa. «Eh no» rispondono da Parigi «non è proprio così».

Ha alzato il dito un certo Gabriel Hanot. È il caporedattore della rubrica calcio dell’Équipe e il 15 dicembre 1954 scrive un’editoriale in cui spiega perché gli inglesi non possono essere considerati i veri campioni. Propone quindi di creare una competizione ad hoc per dimostrarlo: un campionato d’Europa tra club. O meglio, una coppa. E in quest’articolo c’è la genesi della futura Coppa dei Campioni.

La martellante campagna stampa dei mesi successivi lancia la proposta che prevede la partecipazione dei campioni di ciascuna federazione. Partite di andata e ritorno, da giocarsi il mercoledì. Non a caso il giorno in cui il giornale accusava di solito un calo notizie e quindi di vendite. Arrivano subito i sì di Jules Rimet, il padre dei Mondiali di calcio, e di Henry Delaunay, futuro padre degli Europei. Non potendo utilizzare il nome “Europa” per veto della FIFA, la competizione si sarebbe quindi chiamata Coppa dei Campioni. In più L’Équipe di Hanot si offre di realizzare il trofeo per la squadra vincitrice, mentre il famoso inserto France Football un premio per il miglior giocatore europeo: il Pallone d’oro.

Ai vertici dell’Uefa si stabilisce, però, che la nuova Europa del calcio non avrebbe dovuto badare alle fratture della Guerra fredda. Bisognava invece riunire tutti: i calciatori delle democrazie popolari, le squadre delle dittature iberiche e anche quelle del blocco sovietico. E accade. Accade durante i primi Quarti di finale, quando il Real Madrid si ritrova di fronte il Partizan Belgrado. Dopo il 4-0 di Madrid, gli spagnoli rischiano la più incredibile delle rimonte perdendo 3-0 in Jugoslavia. Passa la squadra di Bernabéu, ma i giocatori in campo alla fine della partita fraternizzano sotto la neve di Belgrado.

Real campeón

La prima finale è subito un successo di pubblico che rende già popolare la competizione. Il 13 giugno 1956, il Parco dei Principi è colmo di parigini attirati dalle stelle madrilene e da quelle dello Stade de Reims. Le due squadre consegnano ai tifosi una partita quasi irreale, ricca di prodezze tecniche e di continui capovolgimenti di fronte. Le merengues sono una squadra irripetibile, frutto però di una corsia privilegiata per l’acquisto di autentici campioni. Il netto dominio degli anni successivi è spiegato dal fatto che il Real, la squadra di Francisco Franco, può naturalizzare spagnoli tutti giocatori che lo chiedono. E sono in molti a chiederlo.

Nei primi dieci minuti di gioco, però, la squadra di José Villalonga si ritrova sotto di due reti, ma nel giro di quindici minuti pareggia grazie proprio alle reti di due argentini naturalizzati spagnoli, simboli della politica dispendiosa di Santiago Bernabéu: Héctor Rial e Alfredo Di Stefano. Sono loro i protagonisti della rimonta e della vittoria per 4-3.

Finisce così la prima edizione di una Coppa che all’epoca ha reso l’Europa più vicina. Che ha avuto un enorme peso sociale dopo anni di guerra e odio, e che è andata al di là del semplice gioco del calcio. Oggi, dopo tanti anni di distanza, e con l’Europa in pace, guardare le partite di Champions League è un piacere. Ma allora significò anche qualcos’altro.

Hai appena letto: La nascita della Coppa dei Campioni

 

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