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Giochi di palazzo

Dai Mondiali della discordia all’incubo olimpico, così il Brasile si prepara a Rio 2016

Andrea Muratore

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Il percorso a ostacoli che ha contraddistinto gli ultimi mesi di avvicinamento di Rio de Janeiro al grande appuntamento delle Olimpiadi di agosto rischia di trasformarsi in un vero e proprio calvario a seguito del precipitare della situazione interna brasiliana e delle incertezze politiche, finanziarie e sociali in cui tanto la nazione quanto la città deputata a ospitare i Giochi Olimpici si dibattono, sulla scia del perenne malessere che attanaglia una nazione sconvolta da una gravissima crisi che ha posto termine al decennio di progresso e sviluppo seguito all’ascesa di Lùla alla presidenza.

Guardando oggi al clima di ottimismo che avvolgeva il Brasile al momento della scelta della sede olimpica per il 2016 si potrebbe pensare di star guardando a un’altra epoca, a un periodo remoto della Storia, mentre in realtà nel 2009 la gioia dei cittadini brasiliani e del loro governo per la grande opportunità affidata loro era pienamente giustificata. Vigoroso, pieno di grinta e in perenne crescita, il Brasile viveva ai tempi la fase più impetuosa della decade dorada, beneficiava delle iniziative prese dal governo Lùla volte al contenimento della povertà, allo sradicamento della fame, dell’analfabetismo e delle malattie endemiche e conosceva la riduzione delle spaventose disuguaglianze interne e una sempre maggiore influenza internazionale. Classificato nel gruppo delle principali economie emergenti (BRICS), il Brasile ottenne la possibilità di ospitare a breve distanza i Mondiali di calcio del 2014 e le Olimpiadi di Rio 2016 vedendo nell’organizzazione dei due più importanti eventi sportivi planetari, a cui verrà in seguito aggiunta la Giornata Mondiale della Gioventù di Rio del 2015, l’occasione per dimostrare agli occhi del mondo i frutti del progresso compiuto dal paese nel corso degli anni.

La situazione ha iniziato a precipitare a partire dal 2014, quando il Brasile colpito dalla prima fase di recessione dopo gli entusiasmanti anni di sviluppo è stato nuovamente messo dinnanzi alle sue problematiche interne: la crescita del paese aveva infatti portato alla nascita di una nuova, inedita classe media di oltre 30 milioni di persone le cui istanze iniziarono a differenziarsi dalla mera sussistenza e a agglomerare richieste volte al contenimento della criminalità, della corruzione, dell’inflazione e, più in generale, incentrate su una conservazione dei risultati ottenuti piuttosto che su un’ulteriore espansione ritenuta piena di incognite.

Dato il progressivo accentuarsi delle turbolenze economiche, a cui tuttora non si è trovata un’efficace soluzione, a risultare screditata fu la presidentessa succeduta a Lùla, Dilma Rousseff, rivelatasi incapace di proseguire efficacemente l’opera del predecessore e bersagliata a più riprese dagli stessi figli di primo letto della rivoluzione lulista. L’acuirsi della crisi portò inoltre numerose pregiudiziali per coloro che erano rimasti ai margini della società nonostante i voluminosi cambiamenti sistemici: la povertà nelle favelas conobbe un nuovo incremento, a cui fecero seguito allarmanti crescite degli episodi di criminalità urbana, che portarono nuovamente alla destabilizzazione di città come Rio e San Paolo alla vigilia dei grandi eventi che il Brasile si preparava a ospitare. La Coppa del Mondo 2014 segnò un passo indietro per le prerogative internazionale del Brasile: il paese arrivò al grande appuntamento turbato da continue sommosse di piazza, affannato dai pesanti costi di organizzazione, rivelatisi un vero e proprio fardello per le casse del paese, e decisamente impreparato alla gestione logistica dell’avvenimento. Le desolanti immagini della cattedrale nel deserto di Manaus dà un’idea delle dimensioni degli errori compiuti dal comitato organizzatore in fatto di scelta delle città sede del Mondiale, realizzazione degli impianti e loro gestione oltre la manifestazione. Anziché sfruttare il Mondiale come volano per una ripresa, il Brasile si fece sormontare dalle difficoltà, e l’analisi dell’affluenza dei cittadini alle partite della Seleçao nel corso da una manifestazione dà un’idea della ritrovata crisi di disuguaglianza di cui il Brasile era caduto vittima: sport del popolo per eccellenza, in Brasile il calcio ha sempre ricoperto la funzione di livellatore sociale e si è sempre contraddistinto come portatore di una genuina democraticità. La Coppa del Mondo 2014 sarà ricordata dai brasiliani per il carattere di esclusività connesso alle scarse possibilità di accesso alle partite della fase finale concessa alle classi popolari, da sempre tradizionale motore delle torcidas in terra brasiliana. I prezzi proibitivi dei biglietti portarono infatti negli stadi quasi esclusivamente gli appassionati appartenenti alle fasce più benestanti della classe media o ai settori più facoltosi della società. La lampante disuguaglianza in questo campo segnò un nuovo passo sulla strada della polarizzazione sociale, che si è fatta sentire aspramente a partire dall’ultimo voto presidenziale del 2015 (che ha visto Dilma Rousseff riconfermata, ma al prezzo di fortissime spaccature tra le diverse regioni del paese dal punto di vista economico e politico) in avanti.

Tra Mondiali e Olimpiadi, la situazione è ulteriormente precipitata. Il deflagrare dell’inchiesta giudiziaria Lava Jato ha rivelato l’endemicità della corruzione ai massimi gradi del sistema politico ed imprenditoriale brasiliano, travolgendo negli scandali anche numerose società coinvolte in primo piano nella realizzazione delle infrastrutture di supporto alle Olimpiadi di Rio 2016. Il grado di tensione nel paese ha raggiunto picchi di asprezza mai conosciuti negli ultimi decenni quando ulteriori scandali hanno colpito la stessa presidentessa Rousseff, rimossa poche settimane fa dall’incarico al compimento della procedura d’impeachment mosso nei suoi confronti da membri dell’opposizione. Il Brasile arriverà all’appuntamento olimpico guidato da un governo provvisorio, al cui vertice è asceso l’ex vicepresidente Michel Temer, dimostratosi sinora incapace di ovviare alle deficienze sistemiche dell’apparato organizzativo e concentrato esclusivamente su un futile tentativo di smantellamento e demonizzazione degli istituti introdotti in dodici anni di governo riformista. La conseguenza delle tribolazioni interne del paese rischia di essere una figuraccia di dimensioni planetarie: pochi giorni fa lo Stato di Rio de Janeiro ha infatti dichiarato ufficialmente lo stato di “calamità economica” dopo che il governatore Francisco Dornelles ha espresso l’incapacità per la città e il suo territorio di reperire adeguate risorse finanziarie per far fronte alle spese previste per il completamento delle strutture e la gestione degli eventi che accompagneranno le Olimpiadi.

Rio fa praticamente default a cinquanta giorni dai giochi, e scarica sul governo federale sempre più in affanno la responsabilità di evitare il disastro. Tracciando la genesi storica del disastro in atto nella sede delle imminenti Olimpiadi abbiamo voluto contestualizzare adeguatamente il clima da “si salvi chi può” che impera oggigiorno a Rio e, più in generale, nel mondo istituzionale brasiliano. I Giochi rischiano di trasformarsi in un incubo per la città che avrebbe dovuto essere il simbolo dell’ascesa del Brasile e del suo ingresso nel novero delle grandi potenze mondiali. Nelle prossime settimane, su “Io Gioco Pulito” analizzeremo nel dettaglio come questa crisi si stia ripercuotendo sulla città olimpica e, in particolare, quali siano le lacune principali di Rio sotto il profilo organizzato, logistico e infrastrutturale; analisi dopo analisi, cercheremo comprendere adeguatamente lo scenario in cui andranno in scena le Olimpiadi più travagliate di sempre e in cui rischia di consumarsi un naufragio di proporzioni inimmaginabili.

Calcio

Mistero Bergamini: Cronaca di un suicidio che non è mai accaduto

Luigi Pellicone

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Avrebbe compiuto oggi 56 anni Donato Bergamini, il calciatore del Cosenza la cui misteriosa vicenda era tornata sotto i riflettori dopo che il procuratore Eugenio Facciolla aveva chiesto la riapertura del caso e la riesumazione del corpo del giocatore: l’ipotesi era che Bergamini fosse già morto prima di finire investito da un tir. La nuova perizia ha sancito che la morte avvenne per soffocamento, escludendo di fatto la pista del suicidio.“Io Gioco pulito” ricostruisce i passi salienti di una storia archiviata, ma non dimenticata. 

Sono le 19.00 del 18 novembre del 1989. Roseto Capo Spulico, Calabria, quasi Basilicata.  Sulla statale ionica 106, una delle strade più pericolose d’Italia, giace un corpo senza vita ai bordi della carreggiata. Non è una novità. Questa volta, però, c’è qualcosa di strano. Misterioso. Velenoso. Irrisolto.

Il corpo è di Donato, Denis, Bergamini. Calciatore talentuoso di un Cosenza ambizioso. Leader  tecnico e carismatico di una squadra che lotta per la promozione in serie A. Denis, talento destinato alla massima serie, con o senza il Cosenza, è esanime. Quel che resta, è a pochi metri da un autoarticolato dell’Iveco.

Bergamini si è suicidato. Si è gettato fra le ruote di un camion guidato da Raffaele Pisano. Che non può evitarlo”.

“Suicidio”. O omicidio?

La testimone è solo una. Si chiama Isabella Internò. É la ex fidanzata di Donato Bergamini. Una storia d’amore tormentata iniziata nel 1988. Lui 26enne, lei poco più che maggiorenne. Sullo sfondo, una gravidanza, l’accettazione del figlio, ma il rifiuto dell’uomo di sposarsi. E un presunto aborto. La storia finisce, divorata da incomprensioni. Una rottura dolorosa. Isabella racconta che Denis, dopo la fine della relazione, perde serenità. E decide di farla finita. Secondo la  sua deposizione, il calciatore, dopo l’ennesimo litigio, scende dalla macchina e si butta sotto un camion. Il mezzo lo avrebbe travolto e trascinato per circa 60 metri.

Ipotesi che non ha mai convinto né familiari, né compagni di squadra, né  amici del calciatore.

Anche perchè, nel primo pomeriggio del 18 novembre, Bergamini è al cinema: come sempre, prima di andare in ritiro. Strano, non viaggia mai da solo. Al termine della proiezione, riceve una telefonata.  Un appuntamento. Prende la sua macchina. E sparisce. É l’ultima volta che i compagni lo vedono vivo. Isabella dirà che voleva partire, lasciare tutto. Era diretto verso Taranto, per poi partire verso la Grecia. Strano. Da Taranto, non si parte per la Grecia. Al massimo, da Bari. E comunque, difficile che Bergamini volesse fuggire senza bagaglio e con pochissimo contante….

Il giallo”  prosegue: entra in scena il professor Francesco Maria Avato.  La sua relazione autoptica consta di 25 pagine. É consegnata un mese e mezzo dopo la morte del ragazzo, il 4 gennaio 1990.  “La causa della morte va riferita all’ emorragia iperacuta connessa alla lacerazione pressoché totale dell’iliaca comune destra”. Sul corpo, “fratture multiple del bacino, in particolare del pube e il reinvenimento dei testicoli estrusi dallo scroto, pene parzialmente solidale con i tessuti legamentosi della radice”. Avato sostiene che Bergamini fu schiacciato da una sola ruota del camion quando era già steso sull’asfalto.

Non certo, insomma, trascinato per 60 metri.

Brividi: tutto lascia pensare, oltre all’ ”arrotamento lento”, alla sceneggiatura di un suicido-omicidio.

Qualcuno sapeva. Forse, due magazzinieri del Cosenza: “scompaiono” il 3 giugno 1990 in un incidente stradale sulla statale 106. Strane coincidenze. E la sensazione di una punizione macabra, quanto simbolica, risalente a una Calabria arcaica. A una questione d’onore. Risolta attraverso l’evirazione e il taglio dei testicoli di chi ha “sbagliato”.  E la messa a tacere di chi sapeva troppo.

L’atto firmato dal dottore Avato non è preso in considerazione dal procuratore capo di Castrovillari, Franco Giacomantonio che non giudica incidente probatorio. “Le ferite sono quelle, ma non sono mai emersi fatti che facessero pensare ad un’azione voluta o ad un atto consapevole”. 

La famiglia Bergamini non si arrende. Vuole chiarezza. É innaturale, per un genitore, seppellire un figlio. Se poi alla morte si aggiunge il mistero, diviene insopportabile. Eugenio Gallerano, l’avvocato che si occupa del caso, non molla.

Passano dodici anni.

Il 29 giugno 2011, il caso è riaperto dalla Procura di Castrovillari. L’ipotesi cambia. Cosi come il reato di accusa. Si ridisegna la scena del suicidio.

Il 22 febbraio del 2012 i Ris di Messina depositano presso la Procura della Repubblica di Castrovillari una nuova perizia.

La tesi è che Bergamini non sia stato investito dal camion. E che il corpo sia stato lasciato lì, già esanime. Emergono ulteriori interrogativi. Inquietanti. Se Bergamini si fosse gettato fra le ruote dell’autoarticolato così come ha sempre sostenuto la fidanzata, perché le scarpe sono pulite? Perché catenine, vestiti e orologio sono intatti?  Eppure, un corpo trascinato da un autoarticolato per 60 metri, avrebbe dovuto subire danni consistenti. Invece è pressoché intatto. E pulito. Per la cronaca: quel 18 novembre pioveva a dirotto. Sul corpo di Bergamini, non una traccia di fango.

Il 15 maggio 2013 Isabella Internò è raggiunta da un avviso di garanzia per omicidio volontario.

Nel dicembre 2014 la magistratura chiede l’archiviazione del caso. Non vi sono indizi sufficienti, né assolute certezze per istruire un processo per omicidio volontario. La tesi del suicidio è sempre più debole. La famiglia Bergamini non molla. Prosegue la ricerca, anche se la strada della verità, è sempre più difficile da percorrere. La nuova perizia dona in parte giustizia ai suoi cari. E la storia di Denis è nuovamente ancora tutta da scrivere.

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Calcio

I benefici del Fair Play Finanziario: il calcio europeo vola

Emanuele Sabatino

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Per la prima volta il calcio europeo è in attivo. Nel 2017 il ricavo del mondo pallonaro ha superato i 20 miliardi di euro secondo i dati forniti dalla UEFA.

Le alte sfere della massima federazione calcistica europea hanno ovviamente attribuito questo dato positivo al Fair play finanziario che proprio ieri ha compiuto 9 anni dalla sua introduzione. La regola del pareggio del bilancio, invece  introdotta nel 2011, in quell’anno il calcio europeo subì una perdita di 1.7 miliardi di euro.

Un aumento dei ricavi totali superiore di 1,6 miliardi di euro rispetto all’anno precedente per un profitto, dopo trasferimenti e costi di gestione, parti a 600 milioni di euro. Il calcio europeo ha 711 clubs contando solo le massime serie divise in 54 nazioni, e 27 di esse, pari proprio al 50 % sono in profitto.

Il Fair Play Finanziario è stato introdotto proprio con il proposito di limitare le spese folli dei club ed evitare che i proprietari ricchi potessero comprare il successo distorcendo il mercato trasferimenti. Su questo punto però la strada è ancora molto lunga.

Grazie a questa regola i club che non rispettano le regole rischiano di essere escluse dalle competizioni UEFA, proprio come era successo in prima battuta al Milan, poi riammesso dopo il cambio di proprietà.

Su questi dati si è pronunciato il presidente Ceferin:Il calcio europeo non è mai stato più sano di così. Le regole da noi imposte funzionano alla perfezione. Il Fariplay finanziario previene i piccoli problemi sul nascere prima che diventino gigantesche catastrofi. La Uefa è in prima linea per valutate ed aiutare i club ad uscire dalle difficoltà e rispettare le regole.”

Regole più strette come ad esempio quella che non tutti conoscono che ogni club che spende più di 100 milioni di euro in una finestra di mercato entra automaticamente sotto stato di osservazione.

La Premier League è ovviamente il torneo con più ricavi pari a 5,34 miliardi di euro, con un incremento pari a 452 milioni rispetto alla stagione precedente. Il loro profitto netto è il più alto con  1.19 miliardi di euro.

Il calcio nostrano, la nostra Serie A, ha avuto un incremento dei ricavi pari al 3,7 percento rispetto alla stagione precedente e per la prima volta dopo sette anni consecutivi in perdita è riuscita ad andare in profitto anche se di pochissimo. I ricavi sono pari a poco più di due miliardi di euro, di cui solo il 10% dai botteghini che dovrebbe farci non solo interrogare sullo stato del calcio italiano, su quello degli stati fatiscenti e di proprietà comunale ma soprattutto sulla strategia dei prezzi in netta contrapposizione con la realtà reddituale e lavorativa attuale.

 

 

 

 

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Calcio

Non solo De Laurentiis: quando il presidente fa collezione di squadre

Matteo Luciani

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Nei giorni scorsi, attraverso un articolo di un quotidiano sportivo croato, è rimbalzata anche da noi la notizia che Aurelio De Laurentiis, il vulcanico presidente del Napoli, dopo il recente acquisto anche del fallimentare Bari, sia interessato a rilevare un altro club, questa volta straniero, l’Hajduk di Spalato, gloriosa squadra croata che naviga in acque burrascose travolto da problemi finanziari. Per adesso non c’è niente di concreto, se non una dichiarazione dello stesso AdL che non chiude la porta. Il numero 1 partenopeo non è il solo in Italia, e all’estero, ad essere proprietario di più squadre. I casi più recente sono sicuramente quelli della Red Bull e del gruppo Suning. Il Toro Rosso oltre al Lipsia (del quale formalmente è solo sponsor) e al Salisburgo, è proprietario anche dei New York Red Bulls mentre il colosso cinese al Jiangsu ha aggiunto l’Inter, pur rimanendo il presidente Thohir, già proprietario del Dc United americano e in cordata della proprietà dei Philadelphia 76ers della Nba. Ma la lista dei multiproprietari nel mondo del calcio è molto lunga.

In Italia, per quanto concerne i casi di multiproprietà di squadre militanti in diversi campionati più vicini temporalmente a noi, si staglia la figura di una famiglia su tutti: i Gaucci, proprietari fino al 2001 di Perugia e Viterbese e poi di Perugia e Catania (fino al 2004).

Personaggio decisamente importante nel calcio di casa nostra tra gli anni Novanta e Duemila, anche Franco Sensi fu proprietario di ben tre club: Roma (che condusse allo storico Scudetto del 2001), Palermo (seppur con presidenza lasciata a Sergio D’Antoni) che portò dalla serie C1 alla serie B e poi cedette a Zamparini, ed, infine, Nizza.

Oggi, il caso più eclatante riguarda certamente Claudio Lotito, patron della Lazio dall’estate del 2004 e della Salernitana (condotta, dopo il fallimento, dalla serie D alla serie B) dall’estate del 2011.

Le storie di questo genere, come dicevamo, sono veramente tante. Eccone alcuni esempi.

Prima del clamoroso crac finanziario avvenuto nel 2003, la Parmalat del presidente del Parma Tanzi aveva anche il controllo del Palmeiras, in Brasile dove militò per un periodo uno dei calciatori simbolo dei gialloblu degli anni d’oro: Faustino Asprilla.

Attualmente, invece, in Europa, c’è la ‘nostra’ famiglia Pozzo, proprietaria di Udinese, Watford e, fino a pochi mesi fa, del Granada (ceduto, poi, ai cinesi di Desport).

Un caso che in Inghilterra ha fatto discutere, invece, è quello del proprietario del Manchester City, lo sceicco di Abu Dhabi Mansour, comproprietario di una franchigia della MLS (New York City FC), di una squadra in Australia (Melbourne Heart) e proprietario del 20% di un club giapponese (Yokohama). La causa scatenante delle polemiche riguardò uno dei calciatori più importanti degli ultimi anni: Frank Lampard. Questi, infatti, dopo essere stato scaricato da quel Chelsea in cui aveva trascorso praticamente l’intera vita calcistica, accettò la proposta di New York; qualche mese dopo, però, tornò in Premier League, proprio al City, in prestito dai NYFC. Per molti, in primis il tecnico dell’Arsenal Wenger, si trattò di una furbata per aggirare le regole del Fair Play finanziario e di una mossa pericolosa, che avrebbe potuto aprire scenari preoccupanti per eventuali altri club satellite in futuro (su questa scia, vedasi il caso, mai chiarito del tutto, Chelsea-Vitesse).

La stessa Red Bull è proprietaria di altre due squadre nel mondo: i New York Red Bulls e Red Bull Brazil; ma le multiproprietà nel calcio toccano il proprio apice in un altro territorio: America settentrionale e centrale.

Negli Stati Uniti, anno 2004, viene fondato il C.D. Chivas dallo stesso proprietario del Chivas de Guadalajara messicano e del Deportivo Saprissa in Costa Rica.

In Messico, TV Azteca ha acquistato l’altra squadra di Guadalajara, l’Atlas, che risulta essere la seconda squadra di sua proprietà dopo il Monarcas de Morelia. Televisa, altro colosso televisivo del medesimo paese, è invece proprietario del Necaxa e dell’America. Alle società già citate, si aggiunge America Movil, proprietario del 30% del Grupo Pachuca, che controlla Leon e Pachuca.

Infine, trattasi di partnership e non di multiproprietà per Atletico Madrid e Fiorentina che ‘controllano’ indirettamente squadre indiane (rispettivamente Kolkata e Pune) o per il Parma con l’NK Gorica sloveno.

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