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Da Campionesse a Escort: Suzy & Florica, atlete “d’alto bordo”

Matteo di Medio

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Il sogno di ogni atleta, qualunque disciplina egli pratichi, è quello di poter calcare i palcoscenici mondiali per rappresentare la propria Nazione e divenire una personalità da tutti rispettata. Tuttavia, esistono contesti e situazioni che ti portano ad odiare quello che hai fatto da tutta una vita, costellata di successi e soddisfazioni, e ti portano a valutare qualsiasi alternativa purché diametralmente opposta a quello che ti ha accompagnata da quando eri ancora un adolescente. Pur avendo un lavoro considerato da privilegiati, infatti, l’atleta è un essere umano come ogni normale lavoratore: viaggi estenuanti, la distanza dalla famiglia e dalla consueta quotidianità necessitano di una gestione dello stress spesso più determinante dell’allenamento e della fatica. Tanto più per le discipline ignorate dai media, dove la pratica è una questione personale e mentalmente snervante. Un esempio concreto è rappresentato dalle storie di Suzy Favor Hamilton e Florica Leonida e la loro trasformazione da Atlete a Escort di professione.

Suzy Favor Hamilton è stata una mezzofondista per la squadra di atletica leggera degli Stati Uniti. Nata in Winsconsin l’8 agosto 1968, già all’età di 9 anni indossava le sue scarpette e si allenava. Cresciuta a pane e corsa, in breve tempo venne considerata una delle atlete più promettenti della sua Università e, dopo il passaggio alla Pepperdine University di Malibù, si impone come una delle punte di diamante dell’atletica a stelle e strisce degli anni 90.

Le sue performance la portano alla partecipazione delle Olimpiadi del 1992 a Barcellona, del 1996 ad Atlanta e del 2000 a Sydney. La sua storia sembrerebbe la migliore delle favole di tipico stampo americano. Sposata dai tempi del college con un pitcher della squadra di baseball, Mark Hamilton, e madre di una figlia, Suzy vive la sua vita tra allenamenti e famiglia. Una vita normale. Con la fama arrivano soldi e sponsor illustri, tra cui la Nike e la Disney. Una bella vita.

Ma così non è. Suzy ha un segreto: è malata di sesso. I primi sintomi della sua dipendenza escono fuori in occasione dell’anniversario di 20 anni di matrimonio. L’atleta chiede a Mark di festeggiare in maniera insolita: propone un’avventura di una notte con un altro uomo, un menage a trois per intenderci. Il marito acconsente e da quel giorno cambia per sempre la vita dell’olimpionica.

Mi sono sentita sollevata ed euforica. Volevo farlo di nuovo. Queste le sue parole rilasciate al sito TheSmokingGun. Fin qui niente di così particolarmente assurdo. Ognuno, nel suo intimo fa quel che vuole, nei limiti legali, e la Hamilton non sarà stata né la prima né l’ultima a provare tali pratiche sessuali.

Il problema però è un altro: Suzy è bipolare, ma non lo sa, e assume regolarmente farmaci antidepressivi. A suo dire, queste sostanze avrebbero ridotto le sue inibizioni portandola a desiderare sesso in maniera irrefrenabile. Questo è quello che ha raccontato nella sua biografia, da lei stessa scritta, Fast Girl, dove descrive il cambiamento del suo stile di vita a partire dall’episodio dell’anniversario.

Da quel momento in poi si unisce ad un’agenzia di escort di Las Vegas e comincia la sua vita da prostituta parallelamente a quella di atleta. Sulla pista era Suzy Favor Hamilton, mezzofondista. La notte si trasformava in Kelly Lundy, una delle escort più pagate della capitale del Nevada.  Valanghe di soldi, regali, gioielli e vestiti alimentavano la sua irrefrenabile mania e il sesso era la sua “cura” contro l’infelicità. Ma, ai tempi, Suzy non sapeva della sua bipolarità.

Quando l’ha scoperto, ha voluto rendere pubblico il suo problema e la sua vita segreta: le conseguenze che ne sono scaturite sono state quelle che ci si poteva aspettare: indignazione, insulti e cattiverie, nonché perdita di sponsor e abbandono da parte della Federazione di atletica (al premio di Miglior Atleta dell’Anno, fino a quel momento intitolato a lei, fu cambiato il nome) .

Devi fare la fine di tuo fratello. Anche lui bipolare e morto suicida. Queste le reazioni. E per la serie “sbatti il mostro in prima pagina“, la Hamilton è stata abbandonata dall’opinione pubblica. Ma non dalla sua famiglia: oggi Suzy ha 47 anni, circondata dal marito e da sua figlia. Combatte la sua bipolarità con dei farmaci specifici che tengono a bada la sua inclinazione verso la perversione sessuale. La battaglia è lunga e faticosa ed è la stessa atleta a dichiarare quanto il confine tra la sua lucidità e il suo latente vizio sia molto sottile. D’altra parte, però, ha sempre considerato la prostituzione, tra adulti consenzienti, una pratica che non dovrebbe essere illegale.

La storia di Florica Leonida, seppur con connotati molto simili, ha delle motivazioni completamente opposte. Se per Suzy Hamilton il problema era dovuto ad un disagio mentale, per l’atleta in questione, le cause che l’hanno portata a diventare una escort sono riconducibili ad aspetti economici.
Nata a Bucarest il 13 Gennaio 1987, Florica Leonida è un ex ginnasta rumena, specialità la trave, allenata da un monumento della ginnastica artistica come Octavian Belu. Il suo talento la porta ad allenarsi negli Stati Uniti sin da giovane e a meritarsi una copertina, all’età di 12 anni, su International Gymnastics, per risaltarne il valore di atleta.

Gli anni che seguono sono costellati di vittorie e medaglie, tra cui l’oro agli Europei juniores a Patrasso nel 2002 e l’argento a squadre ai Mondiali di Anaheim, in California nel 2003.

Ma la ginnastica artistica non è il calcio. O il tennis. Gli sponsor che si trovano sono pochi e non così generosi come per gli atri sport. Le luci della ribalta non rendono giustizia ad atleti come Leonida, la cui vita è stata praticamente caratterizzata solo da allenamenti e fatica da quando era ancora una bambina. Per di più, la disciplina non è remunerativa: i soldi provenienti dalla Federazione sono pochi e Floarea, come la chiamano gli amici, decide di ritirarsi, a 20 anni, per intraprendere il lavoro di insegnante di ginnastica artistica. Non sarà più un’atleta ma di certo non vuole abbandonare il suo primo amore.

Ma le cose non cambiano: Florica non riesce ad arrivare a fine mese ed è sull’orlo della disperazione. Disperazione che la porta a prendere la più difficile delle decisioni per una donna: vendere il proprio corpo in cambio di una vita più dignitosa. A 27 anni l’atleta rumena, ammirata da tutti ,Florica Leonida si trasforma in Sascha Brown, escort di professione.

Si trasferisce in Germania e va a lavorare in un bordello. La sua vita cambia: dai pochi soldi che guadagnava al mese come ginnasta, adesso riesce ad intascarsi migliaia di euro al giorno. Somme importanti che servono a lei e alla sua famiglia a cui manda una parte mensilmente. I suoi genitori per molto tempo sono rimasti ignari riguardo al risvolto che la vita della figlia aveva preso, fin quando non è stata la stessa Florica a confessarlo.

In seguito al racconto della sua storia da parte dei giornali rumeni, dalla Germania si è trasferita in Austria, a Vienna e vive in un appartamento con una sua collega. Continua a prostituirsi e, per sua stessa ammissione, continuerà a farlo.
“E’ difficile cambiare vita. Devo sbarcare il lunario e faccio quello che devo

Il bagliore del successo e della fama di queste due atlete si è spento. A farle brillare, non più i flash dei fotografi ma la fioca luce, magari non di un lampione, ma di una stanza piena di sospiri sconosciuti. E di solitudine.

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Stupende lo stesso! Italvolley, la speranza (non solo sportiva) da cui ripartire

Emanuele Sabatino

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TricoloRosa: si ferma sul piú bello, ad un passo, il sogno mondiale della nazionale di pallavolo femminile. Dispiace per le ragazze ma arrivati a quel punto il risultato, che anche se positivo, sarebbe stato celebrarlo poco in quella triste e ridondante sfortuna che spetta agli sport minori, conta veramente poco.

Quello che resta é l’emozione, é il trasporto che queste ragazze hanno regalato al popolo italiano tanto da mettere i maxi-schermi nelle piazze.

Quello che invece non va dimenticato mai é che questo paese, nella magia che lo contraddistingue, nonostante i messaggi di chiusura e di xenofobia, per non usare altri termini, da parte dei suoi governanti, che sta pian piano incredibilmente rivalutando e rispolverando certe ideologie da solo, proprio perché magico, tramite lo sport, che é uno dei viatici piú importanti e popolari, mostra l’esempio da seguire e la realtá dei fatti.

Tutti conoscono il termine sliding door, porta girevole, un bivio esistenziale che determina il percorso di vita di ognuno di noi. La sliding door della nazionale azzurra risale a tanto tempo fa, quando non c’erano Ministri pronti a chiudere i porti e gli aeroporti, tanto da permettere ai genitori nigeriani di Paola Ogechi Egonu di approdare nel Bel Paese e nel 1998 dare alla luce un angelo di 190 cm, dal corpo marmoreo e dalla pelle color ebano che dal cielo, guardando le mani dei muri sgretolati delle avversarie, come il piú vendicativo degli stessi, sempre col sorriso genuino e stampato sul viso ha trascinano le sue compagne a suon di “martellate”.

É nata a Cittadella quindi per chi bada a queste cose, evidentemente nella vita non ha nulla da fare o a cui pensare, é 101% italiana.

Questa nazionale è il fulgido esempio di quello che una nazione nel 2018 la logica ci dice dovrebbe essere ed in parte nel silenzio é. Spavalda, giovane, multietnica. Perchè non esiste solo Paola: c’è  la Nwakalor, la Malinov, la Fahr e la Sylla.

Le ragazzine terribili sono il segno che si può emergere indipendentemente dall’etá anagrafica, e che se messi nelle condizioni giuste tutti possono essere integrati, essere felici e rispettare le regole arricchendo la nostra giá sconfinata cultura. Lo stato si auto-batte e ammette la sconfitta se evita il problema con mezzucci invece di affrontarlo e trovare una soluzione credibile e soprattutto al passo con i tempi.

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Paul Allen: storia del Genio tifoso innamorato dello Sport

Alessandro Mazza

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Genio, rivoluzionario, magnate, filantropo. Non bastano le parole, gli aggettivi. Scrivo. Meglio: pigio i tasti del mio PC. Il Personal Computer in ogni casa, la visione, il sogno della Microsoft. E di uno dei suoi fondatori, Paul Gardner Allen, che ci ha lasciato a 65 anni, sconfitto dalle complicazioni legate ad un Linfoma non-Hodgkin, rara forma di cancro che già lo aveva colpito nel 2009 e contro il quale stava combattendo nuovamente, come lui stesso aveva annunciato soltanto pochi giorni fa. Il co-fondatore di Microsoft se ne va nella sua Seattle, la città dello smeraldo e della prestigiosa scuola privata Lakeside, dove giovanissimo conobbe William Henry Gates III, meglio noto come Bill, con il quale fonderà nell’Aprile del 1975 il colosso informatico destinato a cambiare la vita di miliardi di persone. Servirebbero libri, film, documentari. Ci sono stati, ci saranno.

Un uomo diverso, dai molteplici interessi, la sua enorme ricchezza (oltre 20 miliardi di Dollari secondo Forbes) messa a disposizione di svariati progetti. E delle sue passioni. La musica, con la sua band, gli Underthinkers, e il mito di Jimi Hendrix che lo accompagnerà tutta la vita. E lo sport, l’altro grande amore di Paul Allen. Nel Giugno del 1988, Allen acquista i Portland Trail Blazers, storica squadra NBA: 70 milioni di Dollari a Larry Weinberg, uno dei fondatori della franchigia e un “sogno che diventa realtà” per il genio dell’informatica. La squadra è buona, futuribile, la stella del giovane Drexler ha cominciato a brillare e il tocco di Allen (all’epoca il più giovane proprietario nello sport professionistico americano) sembra quello di Re Mida. Dopo una prima stagione interlocutoria, Portland cambia marcia: tre Finali di Conference consecutive, due delle quali vinte. Si perde in Finale NBA, troppo forti i Bad Boys di Detroit nel 1990 e il Michael Jordan del ’92, lanciato nell’Olimpo dal primo titolo conquistato l’anno prima contro i Lakers (che avevano sconfitto proprio i Blazers nelle finali dell’Ovest). Vinceranno, si pensa, questo giovane miliardario troverà il modo di trionfare anche nello sport. E invece non vince. Si ricomincia con le uscite al primo turno dei Playoffs, Drexler chiede e ottiene la cessione, la squadra non ingrana. Alla fine degli anni ’90, uno spiraglio: un gruppo nuovo, giovani promettenti (Wallace, Stoudamire), veterani di spessore (Pippen, Smith), leggende europee (Sabonis, Schrempf). Sembrano pronti, dopo le Finali dell’Ovest perse nel ‘99, nel 2000 si mettono alle corde i soliti Lakers, stavolta in versione Kobe&Shaq. Ma il quarto periodo della decisiva gara7 è un calvario, la rimonta di Los Angeles stronca i sogni di Portland e la finale di Conference va di nuovo ai gialloviola.

Paul Allen spende tantissimi soldi, spesso male. La squadra non migliora, anzi, si riempie di personalità e caratteri discutibili (a qualcuno viene in mente di chiamarli Jail Blazers vista l’attitudine comportamentale di qualche giocatore di riferimento). Fuori dal campo le cose non vanno meglio: la Rose Garden Arena va in bancarotta, per molti Allen pensa di cedere la squadra o addirittura di trasferirla nella sua Seattle, destinata di lì a poco a perdere la franchigia che verrà spostata dai nuovi proprietari ad Oklahoma City. Paul Allen, invece, mantiene il controllo dei Trail Blazers. Non solo, smentisce categoricamente l’idea del trasferimento a Seattle. Dove invece aveva salvato un’altra squadra. Già, perché nel 1996 Paul Allen decide che la NFL deve rimanere a Seattle e acquista i Seahawks da Ken Behring, orientato a trasferirli in California. Col Football, la storia sembra ripetersi: la squadra va bene praticamente da subito, cominciano ad arrivare le vittorie in Regular Season, le qualificazioni ai Playoffs e soprattutto il primo Superbowl, anno 2006. Anche stavolta, però, una sconfitta: sulla strada dei Seahawks, gli Steelers di Roethlisberger, la storia che va ancora una volta da un’altra parte, anche decisioni arbitrali controverse. Ma quando vince Paul Allen? Fidatevi, vince. E lo fa proprio con la squadra della sua città, trionfando nel Superbowl XLVIII in una partita in cui la clamorosa difesa dei Seahawks, la “Legion of Boom”, metterà in ginocchio l’attacco dei Denver Broncos e del leggendario QB Peyton Manning. Paul Allen alza al cielo il Vince Lombardi Trophy, festeggia, si narra che nel party per la vittoria abbia nuovamente imbracciato la chitarra e suonato. Come faceva nelle sue celebri feste sull’Octopus, lo yacht (oddio “yacht”, il palazzo galleggiante di sua proprietà) che ospitava la serata più divertente dell’intera settimana del Festival di Cannes. Chitarra che, a proposito, secondo il leggendario Quincy Jones sapeva suonare proprio come Hendrix.

Paul Allen perderà ancora: un Superbowl in maniera clamorosa, con uno scellerato ultimo possesso che toglierà ai Seahawks il bis del titolo e consegnerà l’anello ai Patriots dei monumenti Brady e Belichick. E perderà ancora con Portland, dove infortuni, scelte sbagliate e avversari oggettivamente troppo superiori hanno tenuto i Blazers lontano dalle Finali e da un titolo (l’unico) che manca dal 1977. Ma questo miliardario tifoso c’è sempre stato, fino alla fine, nella vittoria e nella sconfitta. Persino in qualche trasferta (cosa assai rara per i proprietari statunitensi), seguendo le proprie squadre con una passione probabilmente unica. Domenica per Seattle c’è il turno di riposo, Portland invece comincerà ufficialmente la stagione tra un giorno, tra le mura amiche e proprio contro i soliti Lakers. Sarà l’esordio con Los Angeles di LeBron James, per i Blazers sarà soprattutto la prima gara senza Paul Allen. Il posto vuoto sotto al canestro, il ricordo, certamente le lacrime.

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Storia di Ciprian, l’atleta Special Olympics salvato da Madre Teresa di Calcutta

Olympics Italia

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Il 17 Ottobre 1979 veniva assegnato il Premio Nobel per la Pace a Madre Teresa di Calcutta, una donna divenuta Santa per le sue immense opere di carità verso i più poveri e i più sfortunati al mondo. Tra le tante storie che accompagnano la sua vita, c’è quella di Ciprian. Insieme a Special Olympics vi raccontiamo la sua meravigliosa vicenda.

Madre Teresa di Calcutta è stata proclamata santa da Papa Francesco; tra i suo “miracoli” c’è certamente quello di aver salvato la vita a Ciprian, oggi un Atleta Special Olympics.
La sua rinascita ha inizio quando, a Tirgoviste vicino Bucarest, Madre Teresa di Calcutta varcando la soglia di un orfanotrofio, per casi incurabili, con scarse condizioni igieniche e cibo insufficiente, lo prese in braccio e decise di portarlo via con sé, ancora piccolino. Un incontro che, invertendo un destino già segnato, ha aperto le porte ad una nuova vita fatta di attenzioni, cure ed attività di riabilitazione che gli hanno permesso di sentirsi parte di una famiglia e di avere le giuste condizione per poter vivere pienamente.

La nascita
Ciprian è nato in un piovoso giorno di gennaio, durante gli anni della dittatura di Ceausescu. Per i medici è già un miracolo che sia ancora vivo perché le conseguenze del parto si rivelano drammatiche: le ossa del cranio non si saldano, non permettendo un corretto sviluppo del cervello; il neonato è destinato ad andare incontro a seri problemi durante la crescita. Le gravi malformazioni alla nascita e le conseguenti preoccupazioni portano probabilmente la madre ad abbandonarlo.

L’arrivo in Italia
La sua nuova casa diventa, fino a quando non gli viene permesso di arrivare in Italia, l’Istituto delle Suore Missionarie della Carità a Bucarest. Accolto successivamente a Roma in un Convento delle Suore Missionarie, viene sottoposto, al Policlinico Gemelli, a diverse operazioni chirurgiche che riescono a salvargli parte della vista dell’occhio destro. Madre Teresa, negli anni, non si è mai dimenticata di Ciprian al quale, tornando in Italia nel 1993, fa da madrina di battesimo.

Il Serafico, una nuova famiglia
Nel 1995 per il Tribunale dei Minori di Roma Ciprian può essere adottato; le Suore Missionarie si adoperano per trovargli una famiglia ma le sue difficoltà spaventano così tanto che nessuno porta avanti, fino in fondo, l’intenzione di adottarlo. Ad occuparsi di lui nelle vesti di tutore legale, fino ai 15 anni, è una religiosa delle Suore Missionarie della Carità; successivamente si aprono le porte del Serafico di Assisi, centro di riabilitazione e ricerca per ragazzi con disabilità plurime, nonché team Special Olympics. Ciprian soffre di una encefalocele fronto-nasale a suo tempo corretta chirurgicamente con un residuo visivo e un ritardo mentale medio lieve, ma la riabilitazione, le numerose attività svolte, lo sport e l’affetto hanno fatto un vero e proprio miracolo in termini di crescita.

Lo Sport e Special Olympics
Ciprian è un ragazzo simpatico, vitale, sempre allegro; i volontari raccontano “uno straordinario smontatore di oggetti”, che ama conoscere nei dettagli per avere la certezza che ogni pezzetto, anche il più piccolo, ha un ruolo ed è prezioso. Nella struttura di Assisi diventa attore negli spettacoli del laboratorio teatrale, pittore al laboratorio grafico e un grande sportivo.
Partecipa ai primi Giochi Nazionali Special Olympics, nel 2007 a Lodi, dove conquista le sue prime medaglie, entrambe d’oro nei 100 metri e nel salto in alto; da lì un percorso di crescita continua la strada da fare è ancora lunga ma Ciprian non ha paura, ha già dimostrato a se stesso di avere una gran voglia di continuare a correre.

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