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Giochi di palazzo

Convegno Stadio Olimpico: La legalità rompe le barriere, l’autoritarismo uccide il popolo

Simone Meloni

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“La legalità rompe le barriere. Lo stadio Olimpico tra presente e futuro” è il titolo del convegno che questa mattina si è tenuto presso l’Aula Magna dell’Università La Sapienza di Roma. Ospiti dell’evento il Questore di Roma Nicolò D’Angelo, l’ex Prefetto della Capitale Franco Gabrielli, l’allenatore della Roma Luciano Spalletti, il direttore generale giallorosso Mauro Baldissoni, il presidente della Lazio Claudio Lotito, il tecnico biancoceleste Simone Inzaghi e Marisa Raciti, vedova dell’Ispettore di Polizia Filippo Raciti, rimasto ucciso durante gli incidenti scoppiati a margine del derby Catania-Palermo del 2007.

Un dibattimento sulla situazione di estrema criticità che sta vivendo il tifo nella Capitale da un anno a questa parte, con l’apposizione delle barriere nelle curve e il massiccio rafforzamento dei metodi di controllo che hanno portato, de facto, allo svuotamento degli spalti (un dato ufficiale odierno, divulgato da osservatoriocalcioitaliano.it mostra un decremento del 12,4% rispetto alla scorsa stagione per le partite interne della Roma e addirittura del 40,1% per quanto riguarda la Lazio). Dispiace, ma è forse sintomatico, che un tale evento non abbia previsto un minimo contraddittorio, con la presenza dei rappresentati di un’opposizione che in questi mesi non si è limitata soltanto al popolo delle curve, ma ha valicato confini sociali e di classe ben definiti.

Abbattere le barriere? Le vere barriere insormontabili che si trovano in uno stadio – ha esordito il Questore di Roma Nicolò D’Angelo – sono la lotta per il territorio e il disconoscimento di qualunque regola. Le autorità hanno detto basta, allo stadio Olimpico abbiamo applicato le regole che già esistono, in maniera rigida e severa. Il nostro dovere è riportare famiglie e bambini allo stadio dove possono crescere con l’ideale dello sport”. Verrebbe anche da dire che le vere barriere insormontabili, perché dettate proprio da quell’arroganza che il Questore dice di combattere, sono quelle che da anni rendono l’Italia un Paese continuamente schiavo di leggi speciali e decreti di urgenza. Non si capisce perché per risolvere un problema (in questo caso quella della violenza che, all’interno dell’Olimpico, manca ormai da diversi anni) l’unica soluzione sia la repressione più bieca, corroborata da campagne mediatiche più interessate ad espletare veri e propri processi per direttissima che ad analizzare situazione per situazione? Inoltre viene naturale una domanda: per le autorità non è una sconfitta svuotare un luogo pubblico nel tentativo (?) di migliorare delle presunte criticità?

Famiglie allo stadio poi? Fa davvero ridere quanto, a distanza di anni, si continuino ad utilizzare questi beceri strumenti demagogici per far felice la Massaia di Voghera. Se pensiamo solo allo stadio Olimpico, ai suoi prezzi, al suo ambiente ormai desolato dopo l’intervento delle istituzioni e impossibilitato a manifestare ciò che da sempre l’ha reso celebre, vale a dire il tifo di Roma e Lazio, forse sarebbe il caso di porsi un interrogativo su chi sia il colpevole di questa desertificazione. Legalità, per lor signori, vuol dire legittimare abusi come quelli perpetrati ai danni dei tifosi del Frosinone in trasferta a Napoli, costretti a esser schedati con foto segnaletiche senza alcuna ragione? Oppure vuol dire multare un ragazzo che esultando cambia posto e diffidarlo in caso di recidiva? Ci sarà un modo per non sparare sempre nel mucchio ma contestualizzare fatti e misfatti?

Qua tutti siamo contro la violenza. Ma la violenza si combatte con l’istruzione e con l’intelligenza. Non con ulteriore violenza travestita da “sicurezza”. E a tal merito l’ex Prefetto Gabrielli rincara la dose:  “Sono stato insultato nei peggiori dei modiafferma -anche la stampa non ha mai scritto una parola di solidarietà per quello che è successo a noi che abbiamo solo applicato delle regole.”. Il paradosso è che in un Paese profondamente legalitario come il nostro, dove la stampa quotidianamente condanna ancor prima dei magistrati e, da sempre, nei suoi interpreti più importanti, avalla qualsiasi scelta impopolare, allo stadio, nel lavoro o nella vita di tutti i giorni, proprio Gabrielli lamenti una “mancata difesa” da parte dell’informazione. A noi risulta il contrario. Risulta, ad esempio, che nessuno in questi mesi si sia sognato di rispondere in maniera critica alle sue improbabili elucubrazioni sui fantomatici 4.000 scavalchi a partita (il che avrebbe significato un numero compreso tra i 25 e i 35 scavalchi al minuto, cosa alquanto improbabile in luogo estremamente controllato da polizia e telecamere come l’Olimpico).

 Le barriere rimarranno là finché i tifosi non rientreranno allo stadio.  continua – Se questi signori pensano che le istituzioni cederanno perché loro si sono impuntati si sbagliano di grosso. Il problema è proprio questo. Non si tratta di un capriccio infantile. O di una sfida a singolar tenzone. O, meglio ancora,  della sterile lamentela di quattro piccoli imbecilli che, come ci hanno detto in questi mesi, vogliono tutelare i loro affari (spendendo preventivamente 400 Euro per non utilizzare mai il prodotto acquistato peraltro, ricordiamolo). L’Olimpico questa stagione è stato svuotato da migliaia di tifosi, avversi alla decisione. Protesta supportata anche da taluni rappresentati esterni al mondo del tifo. Il che dovrebbe far riflettere. E se le istituzioni vogliono per forza mostrare i muscoli in maniera brutale, otterranno certamente una vittoria. Ma a livello sociale è una grave sconfitta, che dipana ancor più quella grande frattura esistente tra Stato e cittadini. E a tal proposito la risposta a chi chiedeva se le barriere rimarranno anche il prossimo anno (“fortunatamente io non mi occupo più del Comitato per l’Ordine e la Sicurezza di Roma”) è altamente esemplificativa di quanto nel Belpaese “fare spallucce”, dopo aver creato il deserto, sia a volte un vero e proprio sport nazionale. Soprattutto se determinati obiettivi di carriera sono stati perfettamente raggiunti.

Spalletti e Baldissoni, hanno invece sottolineato quanto sia importante abbattere ogni barriera.  Il tecnico di Certaldo ha ironizzato: L’unica barriera consentita è quella per arginare le punizioni di Totti mentre il direttore generale giallorosso ha sottolineato come “il tifo è una malattia solo perché si soffre per la squadra, ma non è una malattia da debellare. Non dobbiamo cadere nell’equivoco – ha sottolineato – che il tifo sia illegalità. Se bisogna prendere dei provvedimenti negativi ci deve essere un percorso a superare la negatività. La barriera induce al non prendersi delle responsabilità. Una barriera posta tra due tifoserie dà anche l’input all’insultarsi perché tanto c’è una protezione tra le due fazioni, toglie la responsabilità. Noi dobbiamo puntare all’eliminazione delle barriere e a far assumere le responsabilità. Parole che sembrano ridare una giusta dimensione al tutto. Oltre a evidenziare quanto le società siano danneggiate da tutta questa situazione che le sovrasta quasi coattivamente.

Un sol appunto osiamo fare a Spalletti. La sua esternazione “Io non posso accettare che mia figlia di cinque anni sia in pericolo o in mezzo alla confusione. Ho avuto la fortuna di vedere calcio all’estero, queste cose succedono solo qui. C’è bisogno di una maggiore passione. Ci sono passioni e sensazioni diverse ma all’estero non succede così”. Mister, ci creda, senza generalizzare, di bambini in curva ne abbiamo visti tanti. E quando la confusione è positiva, è tifo, è aggregazione, loro sono i primi a goderne. Come la dobbiamo contraddire nel suo contrapporre l’Italia a ciò che la circonda, cadendo nel tranello di quell’esterofilia che fa sempre più “fico”. Forse non ha visto le partite giuste. Le assicuriamo che in quasi tutti gli stadi del Vecchio Continente, alla stregua di tifosi in piedi con bandiere, striscioni, megafoni e tamburi (da noi vietati) si verificano episodi di estrema violenza, anche maggiore e più frequente rispetto all’Italia (basta buttare un occhio sulle cronache dell’ultimo West Ham-Manchester United o sulle gare più accese del campionato tedesco, svizzero o di quelli scandinavi). La differenza sta nella reazione. Se ci sono degli incidenti, a un tedesco, come a un inglese, a uno scandinavo o a uno svizzero, non verrebbe mai in mente di erigere una barriera, vietare gli strumenti di tifo e multare chi cambia seggiolino. Semmai si farebbe di tutto per punire i colpevoli (cosa che, ci troviamo di nuovo a contraddirla, in Italia avviene in maniera più che esemplare. Basti pensare che per l’accensione di un fumogeno si rischia quasi la stessa pena minima contemplata per il reato di rapina), senza clamori e senza campagne politiche costruite dietro queste vicende.

Infine ha parlato anche il presidente della Lazio Claudio Lotito“Lo sport – ha detto – deve essere un elemento di unione, di forza, proprio per attenzione mediatica che ha. Non deve essere un elemento di disaffezione. Io non porto mio figlio allo stadio per sentire i cori di insulto, la partita la faccio vedere a casa”. Un discorso sacrosanto. Se non venisse, forse, dal pulpito sbagliato. I tifosi di Carpi e Frosinone ancora ricordano le parole di Lotito in merito alle loro promozioni in Serie A. Quelli della Lazio da anni disertano lo stadio proprio per “incompatibilità” nei sui confronti, mentre la comunicazione del club biancoceleste è spesso chiusa dietro un’aurea di riservatezza che, per esser scardinata, sembra necessitare di una sudditanza che è poi la protagonista principale del nostro calcio. Insomma: davvero tutti possono dare lezioni sui valori dello sport? E davvero l’unico problema del calcio sono gli ultras?

Noi diciamo soltanto che se il popolo protesta, prende nette posizioni contro determinati personaggi e arriva ad abbandonare in maniera così corposa un luogo come lo stadio, c’è bisogno che qualcuno faccia mea culpa e riveda le proprie posizioni. Perché vi diamo una notizia: si può sradicare la violenza, senza uccidere il tifo per come è stato sempre concepito. Ma per capirlo, forse, ci sarebbe bisogno di una buona fede e di un buon senso che in pochi, nel Paese di Pinocchio, sono disposti a mettere in campo.

1 Commento

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  1. Mery

    maggio 16, 2016 at 9:14 pm

    È vergognosi questo abuso di potere
    È vergognoso che tutto il mondo parla della nostra curva sud
    Io donna sola abbonata in sud porto anche i miei figli 15 e 9 anni e in curva sono al sicuro non sono sl sicuro quando esco dallo stadio xke fuori non c’è sicurezza e si sia ad una partita serale prima c’è tutta la questura di roma alle 22,30 niente r nessuno è msgari hai parcheggiato lontano perché non ci sono parcheggi perché prima della partita chiudono tutte le strade. . Bhe Chechi re complimenti acne alla macchina di sera da sola mi accompagnano i miei amici conosciuti in curva non la polizia grazie …..x le cazzate cHe dite
    E vorrei sapere se fosse possibile essere invitata io ad un convegno x dire la mia da protagonista no da spettatore come tutti quelli che parlano vergogna .

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Calcio

Mistero Bergamini: Cronaca di un suicidio che non è mai accaduto

Luigi Pellicone

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Avrebbe compiuto oggi 56 anni Donato Bergamini, il calciatore del Cosenza la cui misteriosa vicenda era tornata sotto i riflettori dopo che il procuratore Eugenio Facciolla aveva chiesto la riapertura del caso e la riesumazione del corpo del giocatore: l’ipotesi era che Bergamini fosse già morto prima di finire investito da un tir. La nuova perizia ha sancito che la morte avvenne per soffocamento, escludendo di fatto la pista del suicidio.“Io Gioco pulito” ricostruisce i passi salienti di una storia archiviata, ma non dimenticata. 

Sono le 19.00 del 18 novembre del 1989. Roseto Capo Spulico, Calabria, quasi Basilicata.  Sulla statale ionica 106, una delle strade più pericolose d’Italia, giace un corpo senza vita ai bordi della carreggiata. Non è una novità. Questa volta, però, c’è qualcosa di strano. Misterioso. Velenoso. Irrisolto.

Il corpo è di Donato, Denis, Bergamini. Calciatore talentuoso di un Cosenza ambizioso. Leader  tecnico e carismatico di una squadra che lotta per la promozione in serie A. Denis, talento destinato alla massima serie, con o senza il Cosenza, è esanime. Quel che resta, è a pochi metri da un autoarticolato dell’Iveco.

Bergamini si è suicidato. Si è gettato fra le ruote di un camion guidato da Raffaele Pisano. Che non può evitarlo”.

“Suicidio”. O omicidio?

La testimone è solo una. Si chiama Isabella Internò. É la ex fidanzata di Donato Bergamini. Una storia d’amore tormentata iniziata nel 1988. Lui 26enne, lei poco più che maggiorenne. Sullo sfondo, una gravidanza, l’accettazione del figlio, ma il rifiuto dell’uomo di sposarsi. E un presunto aborto. La storia finisce, divorata da incomprensioni. Una rottura dolorosa. Isabella racconta che Denis, dopo la fine della relazione, perde serenità. E decide di farla finita. Secondo la  sua deposizione, il calciatore, dopo l’ennesimo litigio, scende dalla macchina e si butta sotto un camion. Il mezzo lo avrebbe travolto e trascinato per circa 60 metri.

Ipotesi che non ha mai convinto né familiari, né compagni di squadra, né  amici del calciatore.

Anche perchè, nel primo pomeriggio del 18 novembre, Bergamini è al cinema: come sempre, prima di andare in ritiro. Strano, non viaggia mai da solo. Al termine della proiezione, riceve una telefonata.  Un appuntamento. Prende la sua macchina. E sparisce. É l’ultima volta che i compagni lo vedono vivo. Isabella dirà che voleva partire, lasciare tutto. Era diretto verso Taranto, per poi partire verso la Grecia. Strano. Da Taranto, non si parte per la Grecia. Al massimo, da Bari. E comunque, difficile che Bergamini volesse fuggire senza bagaglio e con pochissimo contante….

Il giallo”  prosegue: entra in scena il professor Francesco Maria Avato.  La sua relazione autoptica consta di 25 pagine. É consegnata un mese e mezzo dopo la morte del ragazzo, il 4 gennaio 1990.  “La causa della morte va riferita all’ emorragia iperacuta connessa alla lacerazione pressoché totale dell’iliaca comune destra”. Sul corpo, “fratture multiple del bacino, in particolare del pube e il reinvenimento dei testicoli estrusi dallo scroto, pene parzialmente solidale con i tessuti legamentosi della radice”. Avato sostiene che Bergamini fu schiacciato da una sola ruota del camion quando era già steso sull’asfalto.

Non certo, insomma, trascinato per 60 metri.

Brividi: tutto lascia pensare, oltre all’ ”arrotamento lento”, alla sceneggiatura di un suicido-omicidio.

Qualcuno sapeva. Forse, due magazzinieri del Cosenza: “scompaiono” il 3 giugno 1990 in un incidente stradale sulla statale 106. Strane coincidenze. E la sensazione di una punizione macabra, quanto simbolica, risalente a una Calabria arcaica. A una questione d’onore. Risolta attraverso l’evirazione e il taglio dei testicoli di chi ha “sbagliato”.  E la messa a tacere di chi sapeva troppo.

L’atto firmato dal dottore Avato non è preso in considerazione dal procuratore capo di Castrovillari, Franco Giacomantonio che non giudica incidente probatorio. “Le ferite sono quelle, ma non sono mai emersi fatti che facessero pensare ad un’azione voluta o ad un atto consapevole”. 

La famiglia Bergamini non si arrende. Vuole chiarezza. É innaturale, per un genitore, seppellire un figlio. Se poi alla morte si aggiunge il mistero, diviene insopportabile. Eugenio Gallerano, l’avvocato che si occupa del caso, non molla.

Passano dodici anni.

Il 29 giugno 2011, il caso è riaperto dalla Procura di Castrovillari. L’ipotesi cambia. Cosi come il reato di accusa. Si ridisegna la scena del suicidio.

Il 22 febbraio del 2012 i Ris di Messina depositano presso la Procura della Repubblica di Castrovillari una nuova perizia.

La tesi è che Bergamini non sia stato investito dal camion. E che il corpo sia stato lasciato lì, già esanime. Emergono ulteriori interrogativi. Inquietanti. Se Bergamini si fosse gettato fra le ruote dell’autoarticolato così come ha sempre sostenuto la fidanzata, perché le scarpe sono pulite? Perché catenine, vestiti e orologio sono intatti?  Eppure, un corpo trascinato da un autoarticolato per 60 metri, avrebbe dovuto subire danni consistenti. Invece è pressoché intatto. E pulito. Per la cronaca: quel 18 novembre pioveva a dirotto. Sul corpo di Bergamini, non una traccia di fango.

Il 15 maggio 2013 Isabella Internò è raggiunta da un avviso di garanzia per omicidio volontario.

Nel dicembre 2014 la magistratura chiede l’archiviazione del caso. Non vi sono indizi sufficienti, né assolute certezze per istruire un processo per omicidio volontario. La tesi del suicidio è sempre più debole. La famiglia Bergamini non molla. Prosegue la ricerca, anche se la strada della verità, è sempre più difficile da percorrere. La nuova perizia dona in parte giustizia ai suoi cari. E la storia di Denis è nuovamente ancora tutta da scrivere.

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Calcio

I benefici del Fair Play Finanziario: il calcio europeo vola

Emanuele Sabatino

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Per la prima volta il calcio europeo è in attivo. Nel 2017 il ricavo del mondo pallonaro ha superato i 20 miliardi di euro secondo i dati forniti dalla UEFA.

Le alte sfere della massima federazione calcistica europea hanno ovviamente attribuito questo dato positivo al Fair play finanziario che proprio ieri ha compiuto 9 anni dalla sua introduzione. La regola del pareggio del bilancio, invece  introdotta nel 2011, in quell’anno il calcio europeo subì una perdita di 1.7 miliardi di euro.

Un aumento dei ricavi totali superiore di 1,6 miliardi di euro rispetto all’anno precedente per un profitto, dopo trasferimenti e costi di gestione, parti a 600 milioni di euro. Il calcio europeo ha 711 clubs contando solo le massime serie divise in 54 nazioni, e 27 di esse, pari proprio al 50 % sono in profitto.

Il Fair Play Finanziario è stato introdotto proprio con il proposito di limitare le spese folli dei club ed evitare che i proprietari ricchi potessero comprare il successo distorcendo il mercato trasferimenti. Su questo punto però la strada è ancora molto lunga.

Grazie a questa regola i club che non rispettano le regole rischiano di essere escluse dalle competizioni UEFA, proprio come era successo in prima battuta al Milan, poi riammesso dopo il cambio di proprietà.

Su questi dati si è pronunciato il presidente Ceferin:Il calcio europeo non è mai stato più sano di così. Le regole da noi imposte funzionano alla perfezione. Il Fariplay finanziario previene i piccoli problemi sul nascere prima che diventino gigantesche catastrofi. La Uefa è in prima linea per valutate ed aiutare i club ad uscire dalle difficoltà e rispettare le regole.”

Regole più strette come ad esempio quella che non tutti conoscono che ogni club che spende più di 100 milioni di euro in una finestra di mercato entra automaticamente sotto stato di osservazione.

La Premier League è ovviamente il torneo con più ricavi pari a 5,34 miliardi di euro, con un incremento pari a 452 milioni rispetto alla stagione precedente. Il loro profitto netto è il più alto con  1.19 miliardi di euro.

Il calcio nostrano, la nostra Serie A, ha avuto un incremento dei ricavi pari al 3,7 percento rispetto alla stagione precedente e per la prima volta dopo sette anni consecutivi in perdita è riuscita ad andare in profitto anche se di pochissimo. I ricavi sono pari a poco più di due miliardi di euro, di cui solo il 10% dai botteghini che dovrebbe farci non solo interrogare sullo stato del calcio italiano, su quello degli stati fatiscenti e di proprietà comunale ma soprattutto sulla strategia dei prezzi in netta contrapposizione con la realtà reddituale e lavorativa attuale.

 

 

 

 

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Calcio

Non solo De Laurentiis: quando il presidente fa collezione di squadre

Matteo Luciani

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Nei giorni scorsi, attraverso un articolo di un quotidiano sportivo croato, è rimbalzata anche da noi la notizia che Aurelio De Laurentiis, il vulcanico presidente del Napoli, dopo il recente acquisto anche del fallimentare Bari, sia interessato a rilevare un altro club, questa volta straniero, l’Hajduk di Spalato, gloriosa squadra croata che naviga in acque burrascose travolto da problemi finanziari. Per adesso non c’è niente di concreto, se non una dichiarazione dello stesso AdL che non chiude la porta. Il numero 1 partenopeo non è il solo in Italia, e all’estero, ad essere proprietario di più squadre. I casi più recente sono sicuramente quelli della Red Bull e del gruppo Suning. Il Toro Rosso oltre al Lipsia (del quale formalmente è solo sponsor) e al Salisburgo, è proprietario anche dei New York Red Bulls mentre il colosso cinese al Jiangsu ha aggiunto l’Inter, pur rimanendo il presidente Thohir, già proprietario del Dc United americano e in cordata della proprietà dei Philadelphia 76ers della Nba. Ma la lista dei multiproprietari nel mondo del calcio è molto lunga.

In Italia, per quanto concerne i casi di multiproprietà di squadre militanti in diversi campionati più vicini temporalmente a noi, si staglia la figura di una famiglia su tutti: i Gaucci, proprietari fino al 2001 di Perugia e Viterbese e poi di Perugia e Catania (fino al 2004).

Personaggio decisamente importante nel calcio di casa nostra tra gli anni Novanta e Duemila, anche Franco Sensi fu proprietario di ben tre club: Roma (che condusse allo storico Scudetto del 2001), Palermo (seppur con presidenza lasciata a Sergio D’Antoni) che portò dalla serie C1 alla serie B e poi cedette a Zamparini, ed, infine, Nizza.

Oggi, il caso più eclatante riguarda certamente Claudio Lotito, patron della Lazio dall’estate del 2004 e della Salernitana (condotta, dopo il fallimento, dalla serie D alla serie B) dall’estate del 2011.

Le storie di questo genere, come dicevamo, sono veramente tante. Eccone alcuni esempi.

Prima del clamoroso crac finanziario avvenuto nel 2003, la Parmalat del presidente del Parma Tanzi aveva anche il controllo del Palmeiras, in Brasile dove militò per un periodo uno dei calciatori simbolo dei gialloblu degli anni d’oro: Faustino Asprilla.

Attualmente, invece, in Europa, c’è la ‘nostra’ famiglia Pozzo, proprietaria di Udinese, Watford e, fino a pochi mesi fa, del Granada (ceduto, poi, ai cinesi di Desport).

Un caso che in Inghilterra ha fatto discutere, invece, è quello del proprietario del Manchester City, lo sceicco di Abu Dhabi Mansour, comproprietario di una franchigia della MLS (New York City FC), di una squadra in Australia (Melbourne Heart) e proprietario del 20% di un club giapponese (Yokohama). La causa scatenante delle polemiche riguardò uno dei calciatori più importanti degli ultimi anni: Frank Lampard. Questi, infatti, dopo essere stato scaricato da quel Chelsea in cui aveva trascorso praticamente l’intera vita calcistica, accettò la proposta di New York; qualche mese dopo, però, tornò in Premier League, proprio al City, in prestito dai NYFC. Per molti, in primis il tecnico dell’Arsenal Wenger, si trattò di una furbata per aggirare le regole del Fair Play finanziario e di una mossa pericolosa, che avrebbe potuto aprire scenari preoccupanti per eventuali altri club satellite in futuro (su questa scia, vedasi il caso, mai chiarito del tutto, Chelsea-Vitesse).

La stessa Red Bull è proprietaria di altre due squadre nel mondo: i New York Red Bulls e Red Bull Brazil; ma le multiproprietà nel calcio toccano il proprio apice in un altro territorio: America settentrionale e centrale.

Negli Stati Uniti, anno 2004, viene fondato il C.D. Chivas dallo stesso proprietario del Chivas de Guadalajara messicano e del Deportivo Saprissa in Costa Rica.

In Messico, TV Azteca ha acquistato l’altra squadra di Guadalajara, l’Atlas, che risulta essere la seconda squadra di sua proprietà dopo il Monarcas de Morelia. Televisa, altro colosso televisivo del medesimo paese, è invece proprietario del Necaxa e dell’America. Alle società già citate, si aggiunge America Movil, proprietario del 30% del Grupo Pachuca, che controlla Leon e Pachuca.

Infine, trattasi di partnership e non di multiproprietà per Atletico Madrid e Fiorentina che ‘controllano’ indirettamente squadre indiane (rispettivamente Kolkata e Pune) o per il Parma con l’NK Gorica sloveno.

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