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Calcio

Come sarebbe la classifica della Serie A se ci fossero 18 squadre

Antonio Casu

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L’Empoli è apparsa più in palla degli avversari, ha meritato il punto strappato a Marassi e può recriminare per l’errore dal dischetto di Mchedlidze. La Sampdoria, dal canto suo, ha tentato di spostare l’inerzia della gara solo nel corso del secondo tempo, ha deluso le aspettative ed è uscita di scena tra i fischi copiosi del pubblico amico. Lo 0-0 finale permette all’Empoli di guadagnare un punto fondamentale sul Palermo terzultimo e stabilizza la Sampdoria nella seconda metà della classifica, lontana sia dalla zona rossa che dalle posizioni che regalano l’Europa. La nostra cronaca si conclude qui: ora potete spegnere la radio.

Sia benedetta la Serie A a venti squadre, direbbero loro. Se i team del massimo campionato italiano fossero stati diciotto e non venti, il pubblico di Marassi avrebbe assistito probabilmente ad uno spettacolo diverso e molto più soddisfacente. L’Empoli, penultimo in classifica con un punto in meno rispetto al Sassuolo e tre da recuperare per rientrare in acque tranquille, avrebbe giocato cercando il massimo risultato con maggiore convinzione mentre la Sampdoria, quintultima a pari merito con Cagliari e Genoa, avrebbe fatto di tutto per allontanarsi dalla zona retrocessione e regalarsi una settimana più serena. Lo 0-0, invece, non è dispiaciuto ad entrambe a prescindere dai fischi degli spettatori, anche se la partita era la prima del girone di ritorno e non un incontro di fine campionato.

Queste considerazioni non dimostrano nulla, inclusa la necessità insindacabile di ridurre il numero di partecipanti alla Serie A, ma fanno pensare e ci portano ad immaginare come sarebbe stata la classifica attuale con diciotto squadre al posto di venti. Proviamoci.

Innanzitutto escludiamo le squadre che occupano attualmente le ultime due posizioni, le neopromosse Crotone e Pescara. Palermo, Empoli e Sassuolo chiuderebbero quindi la classifica. La terza citata inguaierebbe con i suoi 21 punti la bellezza di sei rivali, dal Cagliari decimo con cinque lunghezze in più al Genoa, quindicesimo con 23. Sette squadre racchiuse in 5 punti ci regalerebbero una lotta salvezza incerta ed emozionante, ricca di colpi di scena ed incroci diretti al fulmicotone. La realtà, invece, è molto diversa. Ad esclusione dell’Empoli, la cui salvezza è tuttavia in buona parte ipotecata, tutte possono stare tranquille in virtù dell’ampio margine maturato sul Palermo e della palese inferiorità tecnica delle squadre che oggi retrocederebbero in B. La massima serie ha davanti a sé poco meno di un girone intero e ha già emesso una delle sentenze più importanti: nonostante le ultime due abbiano una partita da recuperare, sappiamo fin da ora chi saluterà il Paradiso il prossimo 28 maggio, a meno di clamorose sorprese. Medie punti alla mano, ora come ora sarebbero sufficienti 21 punti per conquistare la salvezza. Se la Serie A fosse composta da diciotto squadre, ne servirebbero tra i 40 e i 41, rientrando così nei canoni classici ai quali ci siamo disabituati negli ultimi anni.

Questo è inaccettabile, e ci mette di fronte ad un ulteriore dubbio: che classifica avremmo di fronte oggi se buona parte delle squadre non avesse fatto il proprio dovere contro Palermo, Pescara e Crotone? Sarebbe sicuramente diversa da quella che abbiamo elaborato limitandoci ad eliminare le ultime due. Non assumerebbe una forma diversa solo la lotta per non retrocedere, ma anche le battaglie per scudetto, Champions League ed Europa League. Il Palermo, infatti, ha raccolto la miseria di 4 punti contro le prime sette in classifica, il Pescara 1 (contro il Napoli alla prima giornata) ed il Crotone addirittura 0. Quando le forze principali del nostro campionato incontrano una delle squadre destinate alla B, il massimo risultato è pressoché assicurato, limitando di conseguenza la lotta per le posizioni più importanti a scontri diretti o con parte delle formazioni di seconda fascia. I pericoli rappresentati abitualmente dai testacoda, uno degli elementi più affascinanti in un qualunque campionato, sono scongiurati ed escludono una delle variabili in gioco.

Questi elementi ci dovrebbero portare ad una naturale conclusione: un campionato a diciotto squadre sarebbe più emozionante di uno a venti. Il problema, però, è che la riduzione delle partecipanti sarebbe un presupposto per portare avanti una riforma più complessa che Tavecchio probabilmente non farà mai, non un antidoto ad ogni male. Analizzare la classifica attuale della Premier League, composta da venti squadre, lo dimostra: il Burnley, decimo in classifica, ha solo 11 punti di vantaggio sullo Swansea fanalino di coda. Cinque squadre lottano per il secondo posto e il Chelsea ha di fronte a sé un percorso irto d’ostacoli per conquistare il titolo. La Serie A in corso offre uno spettacolo a tratti indecoroso per colpa di Palermo, Pescara e Crotone, ma le responsabilità delle ultime due sono relative. I siciliani, condizionati dalla gestione societaria grottesca di Zamparini, meriterebbero un discorso a parte, mentre pitagorici e abruzzesi sono partiti sconfitti in partenza, o quasi. Un po’ come il Carpi e il Frosinone di un anno fa, capaci tuttavia di sfiorare il miracolo sportivo.

Il nodo è sempre lo stesso: è un problema di soldi. I diritti televisivi dovrebbero essere ripartiti in modo più equo, senza creare divari eccessivi tra le squadre di prima fascia e quelle di seconda. Creare un sistema più sostenibile e competitivo per tutti offrirebbe un’occasione in più per costruire i famigerati stadi di proprietà, basilari per riportare la Serie A al livello dei principali tornei europei, e darebbe nuova linfa a quello che un tempo era il campionato più bello del mondo. Ridurre il numero di squadre a 18 permetterebbe una gestione più semplice e una ripartizione maggiormente produttiva delle risorse a disposizione, oltre ad avere una possibilità in più per configurare un torneo combattuto come quello che avremmo avuto in questa stagione. La Sampdoria avrebbe affrontato l’Empoli con lo spirito di chi avrebbe dovuto vincere uno scontro diretto ad ogni costo, chiunque debba salvarsi si sarebbe presentato allo Stadium, al San Paolo, all’Olimpico oppure alla Scala del calcio con un atteggiamento diverso e accendere la radio la domenica alle 15 o chissà quando avrebbe avuto un sapore diverso. Perché di certi 0-0 non ne possiamo più.

Calcio

Jules Rimet, il visionario padre dei Mondiali che ha cambiato il ‘900

Leonardo Ciccarelli

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Il 16 ottobre 1956 moriva Jules Rimet, il padre dei Mondiali di Calcio. Ripercorriamo la sua vita che attraversa tutti i momenti cruciali della storia moderna. Un uomo di sport, oltre lo sport.

Al civico 45 in Avenue Marx-Dormoy, in Bagneaux, provincia di Parigi, c’è un meraviglioso cimitero extra muros in cui sono sepolti alcuni importanti francesi, da Claude Berri a Frida Boccara, da Jules Laforgue a Charles Denner, c’è anche la salma di un visionario che ha cambiato per sempre la storia dello sport più radicato del pianeta, il calcio. Parliamo di Jules Rimet.

Nato nel 1873 e cresciuto nel bel mezzo del niente nelle colline della Francia di fine ‘800, si trasferisce a ridosso del nuovo secolo a Parigi insieme alla famiglia per sfuggire alla fame e alla povertà. Nella capitale ad 11 anni lavora nella drogheria di suo padre, ed in questa splendida città scopre il calcio giocato dai ragazzi nelle strade e si convince dei benefici dello sport nell’educazione fisica e morale dei giovani, che porta benessere e amicizia tra le persone. Diventa uno studente coscienzioso fino a diventare un avvocato.

Contemporaneamente si impegna nello sport e fonda col fratello nel 1897 i Red Star, una delle società più antiche della Francia, attualmente in Ligue 2, la Serie B francese, e l’anno dopo fonda anche un giornale cristiano, repubblicano e democratico, La Revue, che si fonde nel gennaio del 1899 con Le Sillon di Marc Sangnier, una rivista per la quale numerosi cristiani divennero ostili alla monarchia.

La politica è centrale nella vita di Jules Rimet che fin da giovane si avvicina alla Democrazia Cristiana transalpina, restando però con ideali vicini alla sinistra, chiedendo una collaborazione forte e reale tra la chiesa ed il popolo e pretendendo un riformismo che avvicini le classi sociali, smussando i conflitti sociali.

Vede nel calcio il mezzo per smussare i suddetti conflitti, vede lo sport e proprio il football in particolare, un veicolo serio e concreto di emancipazione per i meno fortunati e crede fermamente nello sport come un fattore reale di avvicinamento tra i popoli.

Rimet è un contemporaneo di Pierre de Coubertin, l’inventore delle Olimpiadi moderne e all’indomani della fine della Prima Guerra Mondiale la voglia di non spargere più sangue e risolvere i propri dissensi nello sport è davvero forte, prende forma in questo clima l’idea di un Campionato del Mondo di Calcio, un clima fortemente politicizzato proprio dal suo fondatore che usa questa idea per scalare i vertici della Fifa che approva questo nuovo torneo.

Il primo organizzatore è l’Uruguay che negli anni ’20 e ’30 è un felice Paese del Sudamerica e che nel calcio sta dominando nell’unico torneo mondiale fino ad allora esistente, il torneo olimpico, che la nazionale vince sia nel ’24 sia nel ’28. Sono i più forti del mondo, ed infatti vincono la prima edizione del torneo iridato, organizzato da loro che festeggiano quell’anno proprio il centenario dell’indipendenza. Il 31 luglio oggi è festa nazionale in Uruguay, per ricordare quel glorioso giorno.

E’ stato un successo, Jules Rimet diventa uno degli uomini più potenti del mondo, le nazioni guardano con coraggio questo sport inventato dagli inglesi e i capi di governo si ingolosiscono. Tra questi, Mussolini ottiene l’organizzazione dela Coppa del Mondo del ’34, vinta dalla stessa Italia che sulla bandiera ha il fascio littorio, impresa ripetuta 4 anni dopo nell’edizione francese della competizione iridata.

La Coppa del Mondo del ’38 è il manifesto di quello che sarebbe successo l’anno successivo: la Germania schiera 5 austriaci, poco dopo l’annessione dell’Austria al Terzo Reich, ed esclude ogni atleta di origine ebraica dalla competizione.

Dopo la Guerra le cose cambiano. Si riuniscono i comitati a Lussemburgo e stilano alcune regole ancora oggi in vigore, come quella di dedicare la coppa al suo ideatore e soprattutto di donare il trofeo alle nazioni in grado di vincerlo per 3 volte. La prima a riuscirci è stata la nazionale brasiliana, poi ha seguito l’Italia nel 1982, infine la Germania, nel ’90.

Rimet lascia la presidenza Fifa ad 84 anni, due anni dopo sarebbe morto in solitudine, con un ideale ben chiaro a lui, ben poco a chi i campionati li avrebbe organizzati come ha dimostrato l Italia e come dimostreranno il Cile di Pinochet, l’Argentina di Videla.

La sua idea di calcio romantico, che unisce i popoli sotto un unico dominatore, è parzialmente riuscita e forse l’esempio migliore è stata la sua nazionale, che nel ’98 lo omaggia con una piazza nei pressi del Parco dei Principi e con una scritta sulla fiancata del pullman: “Liberté, Égalité, Jules Rimet”. Una nazionale fatta da francesi, algerini, baschi, sudamericani, africani, tutti uniti sotto un’unica bandiera, quella francese, tutti uniti per un bene ideale, quello del Calcio.

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Calcio

65 anni del Divino: Falcao, l’addio, la politica e il Papa

Matteo Luciani

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Compie oggi 65 anni Paulo Roberto Falcao, l’ottavo Re di Roma, rimasto nella memoria dei tifosi giallorossi per aver portato il tricolore a Roma. Ma ci fu un momento in cui il brasiliano fu ad un passo dall’Inter. Vi raccontiamo questa storia di calciomercato sfumata per un soffio.

Giugno 1983. La capitale d’Italia è in tripudio dopo che la sua parte giallorossa ha appena conquistato il secondo tricolore della propria storia. Merito di un gruppo di uomini e calciatori eccezionali guidati sapientemente dal ‘Barone’ Nils Liedholm.

Neppure il tempo di gustarsi il sapore della vittoria, però, che nei pressi di Trigoria scoppia la bomba: il ‘Divino’ Paulo Roberto Falcao, uno dei simboli del successo ottenuto soltanto poche settimane prima sul campo, vuole andare via ed ha trovato l’accordo con l’Inter per trasferirsi all’ombra della Madunina.

I tifosi della lupa sono sconvolti. Proprio lui, l’uomo che, arrivato a Roma soltanto tre anni prima (quando i giallorossi erano in possesso di una squadra ancora non eccellente), dichiarò subito senza dubbi “entro pochi anni vinceremo lo Scudetto”, cambiando il modo di pensare e rapportarsi alla realtà calcistica di supporter tutt’altro che abituati a trionfi e coppe, decide di abbandonare la nave ora che questa si appresta a salpare pure in Europa per dare l’assalto alla Coppa dei Campioni.

A gettare benzina sul fuoco, in quei giorni caldissimi, arrivano le dichiarazioni dello stesso Falcao, che da Porto Alegre, dove si trova in vacanza, parla già da ex giallorosso e dichiara: “Lasciare Roma è stato un trauma”. Sembrano ormai non esserci più speranze, dunque, per la permanenza del numero cinque nella Capitale. Dino Viola, però, sa bene che nessun club ha raggiunto un accordo anche con la società per lasciare libero il campione brasiliano e non si preoccupa più di tanto.

Si parla di offerte da parte di Verona e Napoli ma la realtà è che Falcao vuole solo l’Inter. Il merito dell’operazione è da ascrivere a Sandro Mazzola, allora dirigente nerazzurro, che insieme al procuratore del nazionale verdeoro Cristoforo Colombo ha lavorato per molto tempo nell’ombra. Alla fine, Mazzola riesce a portare l’accordo con Falcao tra le mani del presidente interista Fraizzoli. E’ ormai tutto fatto. Manca solo l’ultimo tassello: l’accordo economico con la Roma.

Fraizzoli, mostrando una correttezza d’altri tempi, alza il telefono per chiamare Dino Viola e comunicargli che ha la firma del numero cinque romanista in mano. La richiesta implicita è: “Quanto serve per lasciarlo andare?”. La risposta del numero uno giallorosso è sorprendente: l’assoluto silenzio. Viola, infine, comunica di aver preso atto della faccenda e attacca.

Da questo punto in poi, il calcio inizia ad entrarci poco. Per bloccare la partenza di Falcao, infatti, si muove addirittura Giulio Andreotti (insieme al fido braccio destro Evangelisti). La prima mossa riguarda il contatto con la mamma di Falcao, la signora Azise, a cui viene fatto sapere che anche Papa Wojtyla desidera che il campione brasiliano rimanga nella Capitale. “Non vorrai mica dare un dispiacere al Santo Padre?”, saranno le parole di Azise al figliolo.

L’accordo con l’Inter, ora, vacilla. A dare il colpo di grazia a Fraizzoli ci pensa Andreotti in persona. Quest’ultimo, infatti, chiama Fraizzoli e, ancor prima di parlare di Falcao, si rivolge al presidente interista con le seguenti parole: “mi dicono si tratti di affari importanti…..”. Il riferimento è ai capi d’abbigliamento che Fraizzoli fabbrica e che vengono distribuiti anche ai ministeri.

Il numero uno nerazzurro capisce che ormai la situazione si è fatta più grande di lui e contatta immediatamente Sandro Mazzola. “Il contratto di Falcao va stracciato”. La macchina della politica si è messa in moto ed il povero Fraizzoli non può far altro che lasciare il ‘Divino’ lì dove ha appena fatto la storia.

Il calciomercato non è mai sembrato argomento tanto ‘piccolo’.

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Calcio

Fasce e lacci arcobaleno, ma il Calcio resta ancora uno sport omofobo

Matteo Luciani

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Il 14 Ottobre 1979 negli Stati Uniti, a Washington, si svolse la prima marcia per i diritti LGBT. A distanza di anni le cose sono migliorate, ma grandi problemi rimangono palesemente. Anche lo Sport soffre le stesse criticità. In particolare il calcio, dove è quasi impossibile mostrarsi per quello che si è.

Novembre 2016: i capitani delle squadre della Premier League indossano fasce color arcobaleno mentre tutti i calciatori scendono in campo con i lacci delle scarpe dello stesso tipo. La ragione? Tutto ciò è parte integrante della campagna anti-omofobia ‘Rainbow Laces’ promossa dall’organizzazione Stonewall.

L’evento viene visto dai media come un grande passo per uno sport spesso ritenuto reticente nei confronti delle comunità LGBT; ma lacci e fasce arcobaleno sono veramente un segno tangibile di progresso nel trasformare il calcio in uno spazio in cui i giocatori LGBT si sentano liberi di esprimere la propria sessualità anche in pubblico?

Francamente, no.

È piuttosto singolare, infatti, che soltanto un ex atleta della Premier League, passato pure in Serie A per una fugace apparizione con la maglia della Lazio, il tedesco Thomas Hitzlsperger, abbia ufficialmente fatto coming out (peraltro, soltanto a carriera conclusa) quando il 2% della popolazione maschile britannica oggi si identifica come gay e si è a conoscenza del fatto che oltre 500 giocatori della Premier League, tra passato e presente, sono omosessuali.

Hitzlsperger affermò, riguardo alla sua dichiarazione pubblica, di essersi ispirato a quanto fatto dal cestista John Amaechi, dal tuffatore Tom Daley, dalla stella gallese di rugby Gareth Thomas e dall’ex calciatore di Leeds United e LA Galaxy Robbie Rogers; il tedesco spiegò pure di sperare che il proprio gesto potesse aiutare altri colleghi a fare lo stesso.

Parole, purtroppo, poco utili se si pensa che addirittura il presidente della FA, Clarke, non certo il primo venuto, ha recentemente dichiarato che sarebbe “impossibile” per un giocatore attuale fare coming out poiché la lega non sarebbe in grado di proteggerlo a sufficienza dagli attacchi esterni di tifosi avversari.

Di certo, il precedente dell’ex attaccante del Norwich City e del Nottingham Forest, Justin Fashanu (peraltro, il primo calciatore di colore ad essere pagato un milione di sterline nel calcio inglese), in tal senso, ha segnato un profondo solco.

Fashanu, uscito allo scoperto nel 1990, decise di porre fine alla sua vita soltanto otto anni dopo a causa degli enormi problemi (lavorativi e non) che il suo coming out gli aveva creato.

Presso il già citato ‘Rainbow Laces Summit’, diversi atleti britannici si sono riuniti per discutere sul modo in cui poter aiutare la comunità LGBT nel mondo dello sport.

Due stelle dell’hockey britannico, Kate e Helen Richardson-Walsh, regolarmente sposate, sono intervenute, così come il rugbista Keegan Hirst.

A quanto pare, soltanto il calcio è rimasto così indietro sull’argomento.

In tal senso, durante il vertice, il presidente Clarke, ha dichiarato che il calcio è “due decenni indietro” rispetto alla possibilità di diventare oggi un posto sereno anche per gli omosessuali.

Clarke ha affermato che sta tentando di parlare con molti calciatori gay del mondo inglese, in merito alla chance di effettuare il coming out, ma che, tuttavia, nessuno si sente veramente tranquillo all’idea.

Mancherà ancora molto, in Inghilterra e non, per rendere anche il calcio uno sport più civile?

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