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Calcio

Collovati: “Pochi giovani? Paura di rischiare. Presidenti stranieri? Ben vengano”

Federico Rana

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Fulvio Collovati, lei è stato un grande stopper. Un ruolo che ormai si è perso. È stato anche libero con Corso ai tempi dell’Inter. Proprietario di un ruolo che non c’è più.

È la mia password Facebook (ride). È una parole che non esiste più. Ho visto il 7-1 del Napoli sul Bologna, 6-2 della Lazio sul Pescara, partite che finiscono con 4, 5 gol di scarto. Ai miei tempi ti insegnavano tutte le astuzie per fare il difensore. Adesso non c’è più questa scuola. In Italia, purtroppo, stiamo un po’ pagando tutto quello che abbiamo seminato negli ultimi 20 anni, ovvero la mancanza di cultura del difensore. Nel nostro calcio si pensa più ad attaccare, vedo difensori che guardano più la palla che gli attaccanti. Ma è un problema mondiale, non solo italiano. Una volta si giocava a uomo, c’era la sfida diretta col tuo avversario. Ora giocando a zona ci si preoccupa più della palla. Secondo me ai giocatori fa anche comodo giocare a zona, si tolgono un po’ di questo senso di responsabilità. Ai miei tempi, se il mio uomo faceva gol era colpa mia, adesso non si capisce mai di chi è la colpa. Potrebbe essere un espediente per rendere più unito il gruppo, ma oggi gli attaccanti hanno praterie a disposizione, cosa che quando giocavo io se la sognavano…

A scoprirla, da giovanissimo, è stato Giovanni Trapattoni. Poi ha avuto nella sua carriera allenatori importanti come Liedholm, Bearzot. Quanto conta un allenatore nella crescita di un calciatore?

Prima di entrare nel settore giovanile del Milan, ho fatto un anno nel Cusano Milanino, dove Trapattoni abitava (e abita tuttora) Lui poi cominciò ad allenare gli Allievi, ed era spesso a vedere le partite dei ragazzini. Mi aveva notato più che scoperto. Per me conta, o almeno ai miei tempi contava, al 90%. Adesso ci sono anche altre figure che contano. La figura del procuratore per esempio, che condiziona parecchio. Guardare Raiola per credere. Uno come lui conta di più di un allenatore. Una volta contava il rapporto col mister. Io ho avuto allenatori dal grande fascino, meritevoli di grande stima e grande rispetto. Un allenatore conta perché ti fa sentire bene, ti fa stare sereno. C’è quello che ti fa giocare sereno, e quello che ti demoralizza. Ovvio, poi il giocar bene o giocar male dipende da te, ma l’allenatore dovrebbe avere il dovere di darti la giusta dose di tranquillità. Non tutti sanno dartela. Io ne ho avuti tanti, anche Radice, Bagnoli, Scoglio.

I suoi primi passi calcistici ad alto livello li ha mossi nel Milan, dove è partito da riserva di  Angelo Anquilletti e Giuseppe Sabadini, per poi esplodere definitivamente, grazie proprio al barone. È importante per un giovane, crescere dietro a colleghi più esperti? Ci viene in mente l’esempio di Rugani alla Juve, anche lui difensore, anche lui con una forte concorrenza più esperta.

Io ho fatto panchina quando avevo 18 anni, quando a 19 anni ho cominciato a giocare da titolare non sono più uscito. Ai miei tempi c’era più spazio, non c’erano molti giocatori stranieri nelle squadre. Le società erano anche più propense a lanciare i giovani. A 18 ho fatto panchina a cospetto di grandi nomi. Adesso ci vuole più pazienza è vero, però la carriera si è allungata. Nel calcio di oggi puoi giocare anche fino a 40 anni. A 23-24 anni vieni considerato un difensore giovane, allora giocavi a 19.

Dopo il suo boom, non ha più abbandonato la maglia da titolare nel Milan, vincendo, da trascinatore, uno scudetto. Cosa serve, o almeno, cosa serviva, per trionfare in Italia?

Tante cose. Innanzitutto avere un grande allenatore. Ma partiamo dalla base. Una società sana, un grande allenatore, grandi giocatori. In quel Milan c’era Baresi, c’era Rivera, e tanti altri. Un mix di tutte queste cose. È vero, il calcio è cambiato da allora, ci sono più stranieri, ma le componenti sono sempre le stesse, le uniche in grado di creare un clima vincente. In una squadra è facile che nell’arco di una stagione subentrino polemiche e varie dinamiche. Il successo lo ottieni anche con il clima che si crea in spogliatoio, l’organizzazione, rapporti con società e allenatore, tra gli stessi giocatori. Una sorta di empatia che si forma in tutto l’ambiente.

Col Milan ha vissuto di tutto. Lo scudetto, la serie B, il ritorno, la fascia da capitano, ancora la serie B e quindi l’abbandono. È stato il migliore Collovati quello visto in rossonero?

Non so se è stato il periodo migliore, di sicuro è stato quello più intenso. Poteva andare meglio. Alla fine parliamoci chiaro: il Milan è andato una sola volta in serie B (sul campo), e io facevo parte di quella squadra. Certo, c’è da dire che era un periodo veramente sfortunato, con una società per niente solida. Abbiamo cambiato 6 presidenti in un brevissimo arco di tempo. Se ci penso, la situazione non è così diversa da quella di adesso. Si vive nell’imprevedibilità, con nuovi aggiornamenti che arrivano quotidianamente. Non c’è serenità in un ambiente così.

Poi il passaggio all’Inter, tra le polemiche.

Non abbiamo vinto, ma…Ecco, forse se c’è un rammarico è proprio quello. Non riesco ancora a comprendere come quella squadra, che era forte, con i vari Rummenigge, Altobelli, non sia mai riuscita a vincere nulla.

Domanda scomoda: come ambiente, società, spogliatoio, meglio Inter o Milan? Di quale ti senti più tifoso oggi?

Difficile rispondere ad una domanda così. Milan o Inter, sembra che fai delle divisioni. Io rimango dell’idea che è sempre il giocatore che deve cercare di adattarsi all’ambiente, non viceversa. Diciamo che gli ultimi anni che ho vissuto al Milan sono stati di pene, di sofferenze, anche a livello personale. All’Inter sono stato 4 anni, in cui i risultati non sono stati eccellenti, siamo sempre arrivati secondi o terzi, però ho giocato con serenità, questo è fuori discussione. Ma dire che sia stato meglio al Milan o all’Inter mi sembra riduttivo. Adesso, sinceramente, non mi sento né milanista né interista. È strano da spiegare. Quando ho smesso di giocare nel 1993 cominciai a lavorare in Tv, e la televisione ti fa spogliare di quella veste. Lo spettatore ti vede ancora o milanista o interista, ma a livello personale io, da buon friulano, quando mi sono deciso di essere un commentatore superpartes, mi sono spogliato del mio essere dalla parte del Milan o dell’Inter. Nel momento in cui mi rendessi conto di essere di parte, non farei più questo lavoro, andrei a lavorare da MilanChannel o InterChannel.

Lei ha vissuto diversi derby di Milano, con entrambe le maglie. Un ricordo particolare? Quale stracittadina difficilmente scorderà?

Ce ne sono parecchi, di derby ne ho giocati talmente tanti…Ricordo il derby, per cui mi stanno facendo ancora  le pulci, per il gol di Hateley di testa, un derby certamente non positivo per me. Ma ci sono anche derby positivi, come quello in cui con la maglia dell’Inter segnai al Milan e vincemmo 2-1. Ed esultai. Perché frenare la mia gioia? L’esultanza è una manifestazione di felicità, perché non avrei dovuto? Non ho offeso nessuno. Quando uno non esulta la reputo una pagliacciata.

Non possiamo non chiederle che cosa pensa di questa Milano calcistica ‘made in China’

Da un lato, se penso all’era berlusconiana, di Fraizzoli, di Pellegrini, l’era morattiana, con imprenditori italiani con in mano le redini delle maggiori società nazionali, suscita una strana sensazione. Dall’altro se si guardano le rose di oggi, con più stranieri che italiani, si nota come il calcio si stia internazionalizzando. E per questo, devi per forza di cose avere una società straniera, non c’è niente da fare. La Juventus è un caso anomalo in Italia. Sopravvive perché c’è dietro la famiglia Agnelli, perché hanno una progettualità, un’organizzazione, un stadio nuovo. Ma l’imprenditore da solo non ce la può fare…E a quel punto allora ben vengano i cinesi o gli americani, che siano veri però, che abbiano voglia di investire, che non vengano qua a fare business. Se vogliono fare business rimangano nei propri Paesi. Vengano a fare investimenti.

Nel frattempo, nel contestato passaggio da una sponda all’altra del Naviglio, è arrivato il Mondiale del 1982. E tutti sappiamo cosa è successo quell’ 11 luglio. Come descriverebbe quel trionfo?

Quella vittoria ha rappresentato qualcosa di particolare. Io sono stato fortunato, perché ho fatto parte di quel gruppo, perché è stato un gruppo speciale. Ma soprattutto è stata particolare quella vittoria lì perché era particolare il momento del Paese, era particolare il presidente della Repubblica che ci rappresentava. Era tutto un susseguirsi di emozioni che io ho vissuto. Difficili raccontarle, bisogna viverle. Erano 38 anni che non si vinceva un Mondiale. Vincerlo noi, battendo Argentina, Brasile , Germania, le migliori al mondo. Tutta una serie di cose positive che capitano difficilmente. Abbiamo vinto anche nel 2006, vinceremo ancora, però in quel modo penso non capiterà più. Con tutte quella circostanze particolari. Anche il momento del Paese. Con quella vittoria lì ti sembrerà strano ma l’Italia si riprese anche dalla crisi economica. Allora si andava a targhe alterne e con le biciclette per la crisi. Fu un trionfo sportivo che diede slancio a qualcosa di positivo.

Poi ancora serie A. dopo l’Inter, Udinese e Roma, per volontà di Liedholm. E poi ancora nazionale, Mondiali in Messico nel 1986. Giudizio su questa sua parte di carriera?

Liedholm mi ha voluto fortemente. Ho chiuso la carriera a 36 anni. posso dire che avrei potuto chiuderla in modo migliore. 6 anni di cui c’è poco da dire. Sono stato apprezzato. A volte si può essere felici senza vincere uno scudetto no? 6 anni molto intensi, forse avrei potuto gestirli in modo migliore ecco. Non mi posso lamentare.

E poi Franco Scoglio e il Genoa, con cui lei visse dei momenti importanti della sua carriera, scrivendo pagine di storia rossoblù.

I 4 anni migliori del Genoa calcio nel dopoguerra. Dipende sempre come vuoi chiudere la carriera. La puoi chiudere nellìInter, nel Milan. Io l’ho chiusa nel Genoa, e devo dire che ho avuto la fortuna  di essere capitato in quegli anni magici per i rossoblù. Scoglio il primo anno, poi ho avuto Maifredi. Abbiamo sfiorato l’impresa arrivando in semifinale di Coppa Uefa, siamo arrivati quarti in campionato, che adesso equivarrebbe a una Champions. Non è cosa da poco arrivare quarti col Grifone. Ho chiuso a 36 anni perché volevo smettere, fare altro. Avrei potuto continuare, Scoglio mi aveva chiamato per fare altri 3 anni, ma io dissi basta. Giocatori della mia età hanno continuato. Adesso la carriera si è allungata per tanti motivi. Ti alleni e ti alimenti meglio tra le altre cose. Anche le rose sono più lunghe. Tra 25-26 giocatori ci sarei anche rimasto. Scoglio era molto preparato. Bagnoli vinse lo scudetto con il Verona. Storie romantiche che nel calcio di oggi non esistono più. Ora tutti pensano a  fare business. Anche la stessa Atalanta, che sta facendo benissimo, appena ha 2 giovani cerca dove piazzarli meglio. I risultati sono sempre arrivati, ma non si sono mai preoccupati di mantenere i propri giovani. Gli ultimi romantici sono i tifosi, solo alcuni però.

Ha vestito maglie importanti nella sua carriera, forse in Italia gliene è mancata solo una… avrebbe mai voluto giocare per la Juventus?

Probabilmente con le qualità che avevo avrei dovuto fare di più. Sono molto critico nei confronti di me stesso. Però il calcio è fatto anche di opportunità. Quelle che ho avuto purtroppo nono state fortunate. Ho fatto parte di un Milan dove sono cambiati i presidenti. Nel calcio a volte devi capitare nei cicli giusti, mentre io sono capitato nei cicli sbagliati. Detto questo avrei potuto fare di più, perché lo so, riconosco le mie qualità.

E all’estero?

La cosa che forse più rimpiango è che allora la meta era la Svizzera. Fatto sta che 2 precursori, Antognoni e Tardelli, andarono a giocare al Losanna e al San Gallo, perché la meta del calciatore italiano era la Svizzera. Adesso vanno al Los Angeles, in Cina. Rimpiango forse l’esperienza all’estero. Ci sarei andato di corsa, devo dire la verità. Mi sarebbe piaciuto giocare in Inghilterra, per le mie caratteristiche credo che mi sarei trovato a mio agio.

Il rimpianto più grande della sua carriera

Sono 2 quelli più grandi. Il primo l’essere andato via dal Milan, facendo così parte dell’era berlusconiana. Il secondo è non aver vinto nulla con lo squadrone che avevamo all’Inter.

Lei ha esordito a 20 anni in Nazionale, e intorno ai 18 in serie A, cosa ormai rara nel calcio di oggi. perché secondo lei?

Perché gli allenatori non vogliono più rischiare. Vogliono andare sull’usato sicuro, è questa la realtà. Per me Rugani potrebbe già giocare titolare in Nazionale. Lui e Romagnoli sono il futuro della Nazionale, però alla Juve giocano ancora titolari, giustamente, Chiellini, Barzagli. Se Rugani gioca bene nella Juventus, come ha fatto anche quest’anno, segnando diversi gol, perché non può giocare con l’Italia? Ok, la BBC bianconera (Bonucci – Barzagli – Chiellini) non si tocca, ma la C – G – S, Collovati – Gentile –Scirea dopo il Mondiale del 1986 in Messico lasciò spazio ai giovani. C’è più paura del cambiamento adesso. Certo, gli allenatori sono influenzati dalle società che vogliono subito risultati, cosa che i giovani da valorizzare non possono garantirti. Però bisogna anche rischiare. Guarda l’Atalanta di quest’anno…

Perché per i giovani è importante sbagliare, commettere errori. Come hai fatto tu, negli Europei del 1980…

Si (ride), dal dischetto, nella finale ¾ posto contro la Cecoslovacchia. Erano rigori a oltranza. Comprensibile, quando batti un calcio di rigore entro in gioco tante cose. Anche Baggio ha sbagliato un rigore nel 1994. In un calcio di rigore entrano in gioco tante cose, in primo luogo le emozioni. Un errore commesso più per l’emotività che per le capacità. Ciò non toglie che ora come ora, un 20enne difficilmente si trova a tirare un rigore di quell’importanza.

3 giovani promesse, o 3 giocatori che crede potranno sfondare entro pochi mesi?

Le grandi non offrono molti giovani al panorama calcistico. L’Inter ora come ora sotto questo aspetto ha poco da offrire. Il Milan ha Locatelli, ottimo 18enne, e Donnarumma. Ti dico la verità, tra i giovani di oggi, difficilmente vedo un Baresi, un Maldini, un Totti della situazione. C’è un nuovo Totti? Dov’è? Devo ancora vederlo. Non c’è. Questo perché è tutto frutto di quello che non abbiamo seminato negli anni. Donnarumma può essere paragonato a Buffon, perché anche Gigi esordì a 16-17 anni, e probabilmente sarà destinato a fare la stessa carriera. Ma degli altri? Totti gioca ancora oggi a 40 anni, ma c’è un nuovo numero 10? È ormai un ruolo sparito, non esiste più. c’è un altro in grado in grado di essere come Franco Baresi? O come Paolo Maldini?

E un altro Fulvio Collovati?

A me piace molto Rugani, dà l’idea di essere molto serio, molto umile. Ha accettato di aspettare, sa che prima o poi il posto sarà suo. E questo è senza dubbio un punto a suo favore.

Quale squadra le piace di più? Sia in Italia sia in Europa?

Mi piace il calcio inglese per l’intensità, perché non sopporto le sceneggiate, le continue interruzioni, un ritornello nel nostro Paese. Mi piace molto la tecnica del calcio spagnolo. Quando vedi giocare Real e Barça ti incanti. In Italia il Napoli secondo me gioca il calcio migliore. Indubbiamente il merito va a Sarri. Ogni squadra si differenzia per l’impronta tattica del proprio allenatore. Il Napoli gioca così perché segue e dettami del suo tecnico. Il Manchester City può giocar bene o giocar male, ma Guardiola gli ha dato un’impronta. Ci sono però anche allenatori che non lasciano il segno.

In Italia, anche questa volta la corsa scudetto sembra segnata. E sarebbe il sesto bianconero. Pensa che la squadra di Allegri e il Napoli possano davvero impensierire le grandi di Europa?

Non so se possono vincere, ma di sicuro possono dare filo da torcere. Soprattutto il Napoli con il Real Madrid secondo me ha molte chances. Il campionato ti dà la possibilità di rifarti, la Champions no, resta legata agli episodi. La Juve può competere fino in fondo, ma non vuol dire che la vinca. Per vincere servono vari fattori. Fortuna casualità, capacità, e tante altre cose ancora.

Non possiamo non chiederle un commento su Juve-Inter.

È frutto, purtroppo, del recente passato, non dell’attualità. Juventus-Inter è sempre stata una partita molto sentita anche ai miei tempi, lo è diventata ancora di più dopo Calciopoli. Tutto quello che si è seminato in termini negativi lo vediamo in questa partita, dove sotto i riflettori più che i giocatori si mette un arbitro, cosa che io non trovo giusta. Poi tutto lo strascico polemico non ha ragion d’essere. La partita deve essere limitata a 90’, poi chiuso lì. Come vedi però tutto si protrae, anche con la ricerca di filmati. Questo è senza dubbio frutto di eventi passati, come Calciopoli, ma è anche tempo di metterci una pietra sopra.

Progetti per il futuro? Sempre all’insegna del calcio?

Ora ho una società che produce programmi sportivi. Vado in TV ogni tanto a commentare perché  mi chiamano e mi fa piacere andare. Faccio solo le cose che mi divertono. Ma sono attività a livello personale, il mio lavoro ora ha a che fare con questa azienda di produzione e pubblicità.

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Lev Yashin: storia dell’invincibile Ragno Nero

Nicola Raucci

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Il 22 Ottobre 1929 nasceva Lev Yashin, fenomenale portiere russo, unico estremo difensore ad aver vinto il Pallone d’Oro. Per celebrarlo vi raccontiamo la sua incredibile storia.

Scorrendo l’albo dei vincitori del Pallone d’oro, si legge il nome di un solo portiere: Yashin, anno 1963. Per tutti era il Ragno Nero, per via di quella uniforme scura che indossava e di quelle braccia lunghe dotate di mani magnetiche in grado di rendere la porta inviolata in ben 270 occasioni. Lev Ivanovich Yashin (Лев Иванович Яшин) nasce a Mosca il 22 ottobre 1929 da una famiglia di classe operaia. A 6 anni perde la madre per tubercolosi e già all’età di 14 anni, durante la Seconda guerra mondiale, è costretto ad andare a lavorare in una fabbrica per componenti aeree al fine di contribuire allo sforzo bellico del Paese. Quel ragazzone alto sogna di diventare un grande attaccante di calcio ma ha dei riflessi felini ed afferra ogni oggetto che gli viene lanciato. Sotto l’egida del padre, Yashin affina così le sue doti di portiere.

Sono anni terribili, si mangia solo ciò che si trova e il giovane Lev sviluppa un’ulcera. Le condizioni di salute peggiorano ed a 16 anni è in cura in un sanatorio sul Mar Nero. Nel 1947 ritorna nella capitale per il servizio militare dove le sue qualità sportive non passano inosservate. Nel 1949 viene invitato ad unirsi alle giovanili di calcio della polisportiva del Ministero degli affari interni, la Dinamo Mosca. L’esordio è da incubo. Amichevole contro il Traktor Stralingrado, il portiere avversario rinvia la palla che, con il favore del vento, giunge fino alla porta di Yashin. Lev va incontro alla sfera con le mani protese in alto nello stesso momento in cui uno dei difensori sopraggiunge per respingere. Scontro fortuito e palla in rete. Risate generali e carriera che inizia con il piede sbagliato. Altra partita e seconda occasione che arriva al momento di sostituire il portiere titolare, la Tigre Aleksej Khomich, a tre minuti dalla fine. La Dinamo è in vantaggio 1-0 e il compito per Yashin dovrebbe essere facile. Ma accade di nuovo, palla alta, Lev esce e si scontra con un compagno, 1-1. La dirigenza è infuriata e vuole Yashin fuori rosa. Il portiere ottiene una terza e ultima possibilità contro la Dinamo Tblisi. Finisce 5-4 per la Dinamo Mosca, con 4 goal del Tblisi in dieci minuti. Yashin viene perciò definitivamente allontanato e la carriera calcistica sembra arrivata prematuramente al capolinea.

Tuttavia, Lev continua ad allenarsi senza tregua in attesa di una nuova chance. Per un periodo passa ad essere portiere nella squadra della Dinamo Mosca di hockey su ghiaccio, vincendo la Coppa sovietica nel 1953. Convocato dalla nazionale per i Mondiali di hockey del 1954, rifiuta la chiamata sognando ancora il ritorno al calcio. La svolta arriva nello stesso 1954, a seguito dell’infortunio di Khomich, la Dinamo Mosca lo richiama tra i pali di un campo di football. Da allora difenderà la porta della formazione moscovita in 326 partite, per tutta la sua carriera, e quella della nazionale sovietica in 74 incontri. Ben presto Yashin diventa il Ragno Nero, una leggenda in grado di ipnotizzare tifosi e giocatori avversari. Con la nazionale vince il torneo di calcio alle Olimpiadi di Melbourne del 1956, con solo due reti al passivo, e i primi Europei del 1960 in Francia, battendo in entrambe le occasioni la Jugoslavia in finale. Con la Dinamo centra il campionato sovietico nel 1954, 1955, 1957 e 1959. Ma al Mondiale del 1962 in Cile l’URSS è nuovamente eliminata ai quarti di finale dai padroni di casa, come nel Campionato del mondo del 1958 in Svezia. Yashin dà prova di una prestazione deludente tanto che il quotidiano francese L’Équipe gli consiglia il ritiro. In patria diviene il capro espiatorio della eliminazione e Lev, trentatreenne, pensa seriamente di appendere gli scarpini al chiodo.

Come tante altre volte nella sua vita, il Ragno Nero decide però di rialzarsi e continua a migliorarsi, allenandosi in maniera maniacale, rimanendo in campo per ore per rafforzare il fisico ed affinare la tecnica. Arriva a parare i rigori con i muscoli addominali nonostante i cronici e tremendi dolori che lo colpiscono allo stomaco fin da giovane. Nel 1963, nell’amichevole per celebrare il centenario della FA tra Inghilterra e Resto del Mondo, Yashin gioca il primo tempo. 45 minuti bastano per mandare in estasi i 100.000 spettatori di Wembley con le sue parate. Il Ragno Nero è tornato e in quella stagione da antologia vince per la quinta volta il campionato sovietico, con appena 6 reti subite in 27 partite, e il Pallone d’oro.

Negli anni successivi porta l’URSS al secondo posto agli Europei del 1964 (sconfitta dalla Spagna in finale) e al quarto posto al Mondiale del 1966, miglior piazzamento assoluto della nazionale sovietica. Con la Dinamo vince la Coppa dell’URSS nel 1966-1967 e nel 1970. Dopo essere stato riserva ai Mondiali del 1970, Yashin si ritira a 41 anni, con all’attivo 22 anni di carriera. Il 27 maggio 1971, a Mosca, in uno Stadio Lenin esaurito in ogni ordine di posto dinanzi a 103.000 spettatori gioca la partita d’addio, Dinamo Mosca contro il Resto del Mondo. Fu la fine di una autentica leggenda. Il più forte portiere di tutti i tempi, un colosso imbattibile.

Atleta longevo, con una abnegazione per il lavoro e una forza di volontà fuori dal comune, copriva lo specchio della porta in maniera impeccabile con interventi spesso impossibili. Il suo stile era tuttavia sobrio ed efficace, basato in primis sul posizionamento. Abile a parare i calci di rigore, ne ha neutralizzati più di 150 in carriera. È stato uno dei più grandi innovatori del ruolo, guidando la linea difensiva e partecipando alla costruzione del gioco fin oltre l’area di rigore. È stato anche un uomo del popolo legato alle sue radici e alla sua terra che per la maggior parte della carriera ha percepito solo lo stipendio di dipendente statale. Uomo umile che cambiava al massimo tre maglie di gioco in un anno, allorquando le maniche erano ormai consumate. Uomo semplice che per allentare la tensione prima di una partita fumava una sigaretta e sorseggiava un drink. Nel 1985, a seguito di una tromboflebite, subisce l’amputazione di una gamba e nel 1988 gli viene diagnosticato un cancro proprio allo stomaco, suo tormento per tutta la vita. Muore il 20 marzo 1990 a 60 anni, convinto fino alla fine che non ci fosse niente di più grande della gioia di parare un rigore su un campo da calcio.

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La Strage allo Stadio Lenin di Mosca e l’insabbiamento del regime

Lorenzo Martini

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Il 20 Ottobre 1982 allo Stadio Lenin di Mosca una tragedia colpì il mondo del pallone. Durante una partita di Coppa Uefa 66 persone persero la vita. Una strage paragonabile all’Heysel, ma che a differenza di quest’ultima sappiamo poco perchè intervenne il Regime a nascondere tutto.

Da anni il problema della sicurezza negli stadi è uno dei temi che più sta a cuore agli organismi sportivi nazionali e internazionali. Controlli serrati all’entrata, le contestate tessere del tifoso, i DASPO e tanti altri provvedimenti sono stati gli strumenti principali per rendere gli stadi più vivibili e sicuri.

Purtroppo, però, le azioni intraprese dallo Stato sono state adottate in maniera poco strutturata e organizzata, andando a colpire spesso solo i tifosi, tralasciando gli aspetti legati alla manutenzione e alla messa in sicurezza degli impianti. Le ripercussioni conseguenti a questa incapacità gestionale hanno sfociato, in molti casi, in disordini, tafferugli e persino vittime. Tali fatti di cronaca hanno amaramente campeggiato su tutti i giornali nazionali, causando un totale oscuramento del calcio giocato per dare spazio a episodi di violenza che non avremmo mai voluto vedere.

Ma come veniva affrontato questo tema più di trent’anni fa, quando l’ambiente stadio e i problemi ad esso associati avevano una risonanza mediatica completamente diversa?

Quella del 20 ottobre 1982 è una data chiave per capire come una tematica simile fosse tutt’altro che prioritaria. Quella sera si disputava la partita di andata di sedicesimi di Coppa Uefa tra i padroni di casa dello Spartak Mosca e gli olandesi dell’HFC Harlem. Allo Stadio Centrale Lenin di Mosca – oggi stadio Luzhniki – erano accorsi oltre 15mila tifosi, malgrado gli oltre 10 gradi sotto zero. Questo perché lo Spartak era la squadra rappresentativa del popolino, della gente umile che si animava per le giocate dei proprio beniamini, contrapposta al Lokomotiv, la squadra dei ferrovieri, alla Dinamo e al CSKA, con cui si identificavano le forze di polizia.

A causa del ghiaccio, alcuni settori dello stadio non erano agibili e tutti gli spettatori erano stati disposti nella Tribuna Est, che era stato sistemato all’ultimo alla bell’e buona. Questa scelta era stata anche apprezzata dai tifosi moscoviti, visto che la maggior parte di loro – soprattutto operai e studenti – avevano preso la metro per arrivare allo stadio e la fermata dava proprio sulla Tribuna Est.

Dopo 16 minuti dal fischio di inizio, è lo Spartak ad andare in vantaggio, grazie ad un gol di Edgar Gess. Poi la partita scorre lenta e monotona, anche a causa delle pessime condizioni climatiche e del campo. Con la partita in stallo, verso l’ottantesimo molti tifosi moscoviti, allora, decidono di abbandonare lo stadio, così da non trovare file o intoppi alla metro. Sembrerebbe una tranquilla serata di calcio come tante altre, quando all’85 il difensore Sergei Shvetsov  sigla il definitivo 2 a 0: la gente, accalcata sulle scale per l’unica uscita, sente l’esultanza proveniente dalle tribune e quindi in molti decidono di tornare indietro, venendo però bloccati dalla polizia.

E’ una bolgia.

 Ma il peggio ancora deve venire. Infatti, mentre la persone restano imbottigliate tra le scale, spintonate a destra e a manca, accade l’imprevedibile: inadatte a sopportare un peso simili, le scale cedono di schianto. E’ una carneficina.

Alla fine il bilancio ufficiale è di 66 morti e 61 feriti, anche se, secondo alcune fonti, le vittime sarebbero addirittura 300. Il tutto a causa, non solo del crollo delle scale e della calca che si era generata, ma anche perchè le milizie erano tutt’altro che preparate per un intervento immediato e i soccorsi arrivarono con molto ritardo. La totale disorganizzazione della polizia provocò inoltre problemi nell’uscita degli altri spettatori ancora sugli spalti, che rimasero a lungo intrappolati nello stadio.

Al contrario, la polizia fu tutt’altro che disorganizzata nell’insabbiare tutta la vicenda. Appena terminato l’incontro, mentre ancora si cercava di capire l’entità dell’incidente, le due squadre vennero sbrigativamente allontanate dallo stadio. Il giorno seguente sul giornale “Il Vespro di Mosca” riportò che nello stadio Lenin “c’erano stati degli incidenti che avevano comportato lesioni a qualche tifoso”. Una rilettura totalmente distorta di ciò che era avvenuto.

Nei giorni successivi, i rapporti ufficiali sulla vicenda non sono per nulla chiari e omettono di spiegare la gravità dell’incidente. Come capro espiatorio viene identificato un tale Panchickin, il custode dello stadio, che viene ritenuto il responsabile delle precarie condizioni dell’impianto e viene condannato a 18 mesi di lavori forzati.

Perché tutto questo? Perché di mezzo c’è la politica. Breznev, ormai malato e sul punto di lasciare la guida della Russia, voleva che comunque l’Unione Sovietica avesse dato ancora un’immagine di sé forte e invincibile, lontano da qualsiasi debolezza. Uno scandalo come quello dello stadio Lenin sarebbe inaccettabile, ed è  per questo che viene dato inizio ad un’autentica campagna di disinformazione. Pur di non apparire una nazione in declino e lontana dalle superpotenze mondiali, si cerca di nascondere tutto.

Solo anni dopo, il nuovo segretario del PCUS Jurii Andropov ordinò un’inchiesta sul disastro avvenuto e vennero riportati alla luce molti dettagli e aspetti della vicenda che erano stati celati. Eppure il tentativo di insabbiamento durò ancora per anni e alcuni decessi furono tenuti nascosti dalle alte sfere del Cremlino.

Oggi lo stadio Luzhniki è uno stadio all’avanguardia, cinque stelle nel ranking UEFA, ed è uno degli impianti più sicuri al mondo. Eppure quelle 66 persone sono morte proprio su quegli spalti, a causa dell’incuria e dell’inesistente manutenzione della struttura.

 “Non avrei mai voluto segnare quel gol.”

Molti giorni dopo il tragico evento, furono queste le dichiarazioni del difensore Sergei Shvetsov, autore del raddoppio dello Spartak Mosca. Si sentiva responsabile di quanto era accaduto.

Ed è proprio per questo che il tema della sicurezza negli stadi deve essere affrontato con sempre maggiore attenzione e determinazione. Perché un momento di gioia sportiva non può e non deve essere mai la causa di una strage di vittime innocenti.

 

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Calcio

Ranieri, il Leicester e lo zampino di Santa Rita, protettrice dei casi impossibili

Andrea Corti

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Compie oggi 67 anni Claudio Ranieri, attuale allenatore del Nantes, che verrà per sempre ricordato come colui che ha compiuto una delle imprese più belle della storia del calcio, quella del Leicester Campione d’Inghilterra. Una vittoria miracolosa, non a caso collegata ad un fattore divino che vi raccontiamo.

I gol di Vardy, ovviamente. I dribbling di Mahrez e la parate di Kasper Schmeichel, of course. E la tanta saggezza di mister Ranieri in panchina, nemmeno a dirlo. Ma a dare una grande mano al Leicester laureatosi clamorosamente campione d’Inghilterra nel 2016 potrebbe essere stato anche un fattore decisamente insospettabile: “Da anni Ranieri è devoto a Santa Rita – ci raccontò Claudia Mannelli nel ristorante ‘La Porrina’ di Roccaporena, gestito dalla sua famiglia da generazioni -, e credo ci sia lo zampino della protettrice degli impossibili nello scudetto che ha vinto”.

Siamo in Umbria, nel pieno della Valnerina, a pochi minuti da Cascia. Roccaporena è un paese tanto piccolo quanto grazioso, adagiato alla base di una piccola conca e abitato da poco più di 50 persone. In questo luogo è nata nel XIV secolo Santa Rita, passata alla storia per essere la patrona dei casi impossibili e disperati, e proprio qui Claudio Ranieri negli ultimi trent’anni ha portato molte delle sue squadre in ritiro pre-campionato. Il cuore pulsante di Roccaporena è il centro sportivo, gestito fino a poco tempo fa dal Rettore dell’Opera di Santa Rita, don Sante Quintiliani, scomparso nel 2017, con cui Ranieri aveva costruito negli anni una solida amicizia. L’Opera accoglie ormai da decenni orfani e ragazzi provenienti da famiglie difficili, che nelle scorse estati hanno potuto ammirare da vicino fior di campioni. Sul bel campo di calcio si sono allenati, tra gli altri, il Chelsea di Zola e Desailly e la Fiorentina di Batistuta e Rui Costa. Ogni volta che una squadra del tecnico testaccino ha fatto tappa qui è stata organizzata una sfida amichevole contro una selezione locale: “Tutte le volte abbiamo preso belle ‘imbarcate’ – ci racconta Luca Rasi -, ma ci siamo sempre divertiti e qualche volta siamo anche riusciti a segnare!”.

Al centro di Roccaporena c’è lo Scoglio di Santa Rita, piccolo promontorio sulla sommità del quale la Santa andava a pregare e ora c’è un santuario a lei dedicato. Tra gli allenamenti che Ranieri faceva fare alle sue squadre c’era anche la salita e la discesa di corsa di questa ripida scalinata: “Normalmente ci vogliono 20 minuti per arrivare su, – continua Rasi -, ma i giocatori impiegavano al massimo cinque minuti…”. Chiaramente questa piccola comunità ricorda ancora con stupore i giorni caotici in cui folle di tifosi invadevano gioiosamente la loro quiete: “All’epoca in cui qui veniva la Fiorentina – assicura Enrico Di Curzio, il direttore dell’hotel dove soggiornano le squadre – facevo salire Batistuta sulla mia Panda per evitare di farlo andare al campo di allenamento a piedi, e per fare un tratto di strada per il quale solitamente ci vogliono due minuti ce ne mettevamo trenta a causa dei tifosi che bloccavano il percorso”. Non mancano poi gli aneddoti: “Qui c’è poco da fare – spiega Rasi -, al massimo ci sono i bar: mi ricordo che i giocatori del Chelsea bevevano come matti!”. Inevitabile poi qualche ‘scappatella’: “I giocatori durante il ritiro sono sottoposti a una dieta ferrea – ricorda Claudia -, e spesso venivano nel mio ristorante per mangiare di nascosto dall’allenatore. Mi ricordo che una volta Ranieri stava per entrare e i ragazzi sono scappati dalla finestra nel retro!”.

Ovviamente nella vittoria della Premier non è intervenuta la mano divina, quel che è certo è che la sua devozione per la protettrice dei casi impossibili gli ha quantomeno portato bene nel realizzare quella che è da più parti considerata la più grande impresa dello sport inglese, che a molti ha ricordato le vittorie del Nottingham Forest di Brian Clough, regalando una boccata di ossigeno a chi si ostina a non arrendersi alla logica del calcio moderno in cui dominano le regole dello show business.

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