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Calcio

C’Mon Guys: la storia di Gazza raccontata senza le solite banalizzazioni

Luigi Pellicone

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Abbiamo intervistato Fabio Argentini, autore insieme a Luca Aleandri del libro “C’mon Guys” dedicato a Paul Gascoigne e alla sua vita troppo spesso raccontata con banalizzazioni di comodo.

“C’mon guys” è un libro su un personaggio controverso. Quanta differenza corre fra Gascoigne calciatore e Paul uomo? Poteva evitare il tunnel dell’acool?

«In realtà, oltre le apparenze, non corre alcuna differenza, anche secondo i pareri di quanti abbiamo intervistato tra compagni di squadra, allenatori e dirigenti dell’epoca. Tutti concordano nel sottolineare le caratteristiche che Gascoigne manteneva inalterate dal campo alla vita privata. Una su tutte la generosità che è stata per lui un limite decisivo per la carriera. Gazza era generoso all’eccesso. Non si poteva dirgli “bella questa cinta” che se la toglieva e te la regalava. A Di Vaio, ancora Primavera, regalò un cellulare perché lo aveva sorpreso ad ammirarlo in vetrina. Così faceva con i compagni di squadra, con gli amici e con i semplici tifosi. Racconta un ragazzo che incontrò Gascoigne in uno studio di fisioterapia. Era inverno e la giornata era particolarmente fredda. Questo tifoso strabuzzò gli occhi nel vedere il suo idolo e parlando, prima della terapia, ebbe modo di commentare la bellezza del giaccone sociale che Gazza gli fece trovare all’uscita andando via in maglietta».

Ma questa generosità ha generato, per la troppa irruenza, l’infortunio – era il 18 maggio del 1991 – nella finale di FA Cup tra Tottenham e il Nottingham Forest. Poi la rottura dello zigomo e l’altro gravissimo infortunio in allenamento quando già indossava la maglia della Lazio per un intervento sempre scomposto sul giovane Primavera Alessandro Nesta. A proposito di generosità: Gazza regalò a Nesta un campionario di scarpe di marca, molte nuove di zecca, dicendo “tanto a me non servono”. Era una scusa per tranquillizzarlo.  

“Oltre alla generosità Gazza era anche vittima della sua sensibilità e fragilità: fin da ragazzino segnava gol a grappoli trovando in campo una leggerezza che nessuno si aspettava vedendolo arrivare al campo grassottello, così goloso di cioccolata, affamato di dolci e di affetto. Sin da piccolo faceva scherzi di ogni genere schermandosi dietro un sorriso disarmante. Dietro a quegli scherzi, però, si nascondeva una fragilità infinita. Soffriva di tic, fissazioni, odiava il buio. L’allegria sfrenata faceva da contraltare a una irrequietezza profonda. Il calcio lo tranquillizzava e lo ripagava. Ma dopo tanti infortuni e sfortune l’ultima partita è stata vinta dalla bottiglia”.

Gazza, senza i suoi vizi, avrebbe avuto lo stesso fascino? Quanto ha influenzato, nell’immaginario collettivo, il suo essere “maledetto”? 

 «Gazza ha sempre conquistato l’attenzione dei tifosi e della terribile stampa d’oltremanica, in ogni epoca vissuta. Bianca o nera, con tutti i toni di grigio in mezzo. Sembrava che, dopo il Mondiale del 1990, non si parlasse d’altro che di lui. Paul era l’icona pop art, espressiva di un’era come poteva esserlo un’opera di Andy Warhol. Quando era al top ogni suo gesto veniva esaltato, apprezzato, imitato. E finiva sulle prime pagine dei tabloid e delle riviste che facevano a gara per acquistare una foto esclusiva. Nell’ottobre del 1990 una vecchia Hit del 1971 venne rielaborata in un video musicale cantato ed interpretato dal giocatore e il brano (“Fog on the Tyne”) raggiunse il secondo posto nella top ten dei singoli nel Regno Unito. Gazza cantava, uscivano videogames con il suo nome, statuine, action figures, video con lezioni di calcio o di pesca – il suo hobby – e i sondaggi lo vedevano più popolare della Teacher. L’asso inglese partecipò allo show televisivo satirico Spitting Image, nel quale veniva preparato un fantoccio in lattice del protagonista di puntata: oggi quella maschera è  in mostra al National Football Museum di Preston. Gazza ha anche il primato di ben due statue di cera a lui dedicate, la prima al Madame Tussauds di Londra e la seconda ancora al National Football Museum.  E, quando venne preparato, nel giardino roccioso gigante in Inghilterra, il Mount Rush-Score (una versione in miniatura del Monte Rushmore), Gazza venne inserito tra i quattro volti dei giocatori più importanti del calcio inglese.

Gazza approdò a Roma con questo alone a circondarlo. Nell’estate del 1991, venne accolto da una folla impazzita.

 L’essere – poi – “diventato” maledetto gli ha dato solo una veste altrettanto appetibile dell’altra agli occhi della stampa soprattutto inglese. A un certo punto, da eroe Gazza faceva più notizia da maledetto e i fotografi sono arrivati a lasciargli le bottiglie sull’uscio di casa.

Gazza, pur vittima del demone dell’alcool ha sempre cercato di combattere l’etichetta alla Best, il purosangue di Belfast che ha lasciato anche lui ricordi indelebili tra giocate e slogan che hanno fatto la storia come “Ho speso montagne di soldi tra macchine e donne, gli altri lo ho sperperati” o anche “Non so se sia più difficile andare a letto con Miss Mondo o fare gol al Liverpool da centrocampo. Nel dubbio, ho fatto ambedue le cose”. Ma, rispetto al quinto Beatles (l’unico che avrebbe potuto attraversare le strisce pedonali di Abbey Road con gli altri quattro), Gazza ha sempre detto che non sarebbe finito mai come lui…

Anche durante l’Europeo inglese del 1996, Gazza tentò di dare una spallata alla nomea che stava per circondarlo e soffocarlo. Dopo, però, l’ennesima bravata…

Questa la cronaca. Gascoigne, dopo un gol alla Scozia, viene festeggiato dai compagni (Teddy Sheringham e Gary Neville). Gazza si sdraia per ricevere la “sedia del dentista” con l’acqua della borraccia a sostituire l’alcool di Hong Kong, sede del ritiro dell’Inghilterra dove, nel corso di una serata libera, alcuni giocatori si erano ubriacati. Le immagini della notte brava avevano fatto il giro del mondo e mostrato il modo di far trangugiare alcolici a un bevitore quasi passivo. Il ritorno in patria è accompagnato dalle polemiche. Ma, Paul e soci, risponderanno sul campo. L’esultanza dopo il gol diventerà famosa e segno di riscossa».

 Gascoigne ha giocato 43 partite in maglia biancoceleste, eppure è nei cuori dei tifosi. Come lo spieghi a chi non lo ha vissuto?

 «Perché ha rappresentato l’inizio di un ciclo per una Lazio proveniente dalla serie cadetta. Perché ha proiettato la Lazio sulle prime pagine dei giornali di tutta Europa. Perché Gazza ha saputo capire e intercettare le esigenze dei tifosi biancocelesti entrando con loro in empatia. Perché era un fuoriclasse.

 Ma anche perché la tifoseria biancoceleste guardava all’Inghilterra patria non solo del calcio ma anche del tifo e che adottò e reinterpretò. Il neonato gruppo “Irriducibili”, aveva come simbolo Mr Enrich, un personaggio tratto proprio da un fumetto inglese. Proponeva uno stile improntato all’esempio anglosassone nella scelta dei cori da cantare in curva, nella fattura delle bandiere, nelle sciarpe e nei propri simboli. Il modello di sciarpa a cui ricorrono, ad esempio, era il cosiddetto “popular”, caratterizzato da righe verticali con all’interno un banda di spessore inferiore. Ben presto arrivarono gli “hat”, cioè scoppole biancocelesti a rendere anche a livello estetico il tifoso laziale sempre più simile ai propri omologhi albionici.  

Ecco… In un contesto come quello della tifoseria laziale, che da anni prendeva il tifo inglese come riferimento, pur con tutte le eccezioni e le specifiche del caso, arriva Paul Gascoigne, come benzina gettata violentemente su un incendio.

Si, benzina sul fuoco, perché Gazza è l’uomo che, più di ogni altro, rappresenta, il calcio inglese. Lo rappresenta non solo perché è il giocatore più talentuoso della Nazionale di Sua Maestà, ma piuttosto in quanto autentico simbolo per i tifosi. Irriverente all’eccesso, insofferente all’autorità, ha un campionario di stranezze; annusa le ascelle ad arbitri seriosi, tocca il sedere agli avversari, riempie di “boccacce” le telecamere. Ha origini popolari che non ha dimenticato. Atteggiamenti da clown dietro celebri, solenni sbronze. Il tutto condito da un talento straordinario. A volerlo tratteggiare, non potrebbe esserci per la Curva Nord un idolo più appropriato, più simile ai suoi fans di lui. È questa identità di vedute, e un amore sconfinato per le storie sfortunate, che ha creato un legame fortissimo, inossidabile, tra i tifosi laziali e Gazza».

 Perché il titolo C’mon guys?

«Va di scena il derby il 6 marzo del 1994, in notturna. Sono gli orari che comincia ad imporre il nuovo, esigente, partner televisivo. La tifoseria laziale prepara per l’occasione una scenografia capace di stupire per l’effetto ma anche per l’originalità, sfruttando le straordinarie qualità artistiche di alcuni ragazzi. Si decide di realizzare un bandierone, ma molto più grande, capace di ricoprire una buona parte della curva. Su di esso viene riportata l’immagine di due braccia, perfettamente raffigurate, stringono una sciarpa a bande verticali bianche, blu e azzurre. Al riparo da occhi indiscreti, viene invitato Gazza. E lui non si fa pregare. Pennello in mano vuole che un suo pensiero, la domenica sera, sia sugli spalti con i “suoi” ultras. Su un pezzo di stoffa bianco scrive “C’mon Guys” (andiamo ragazzi), firmato Gazza. Lo slogan, in un amen, manco a dirlo, viene adottato dalla curva ed eccolo lì, a campeggiare nella scenografia, sotto la sciarpa».

 Il libro, che ha realizzato insieme con Luca Aleandri, esalta il legame fa la Lazio e l’Inghilterra. Come nasce questa unione?

 «ll football è nato globale. Sono stati i mercanti inglesi, i marinai, perfino i seminaristi a diffonderlo, dalle prue dei navigli commerciali, al servizio del Grande Impero di Sua Maestà Vittoria. Le prime partite, al di fuori della Gran Bretagna, sono spesso internazionali, con il contributo fondamentale della locale comunità britannica, prima che ogni città riesca a partorire squadre, tornei e campionati per poter competere in modo autonomo.

Nel calcio delle origini, dunque, i pionieri erano inglesi. Anche Roma non ha fatto eccezione. Ed ecco che, quando il pallone ha fatto la sua comparsa all’alba del 1900, la Lazio giocava alcune delle sue prime partite contro squadre di seminaristi inglesi o scozzesi. Con i bulli d’osteria che se la ridevano a vedere un manipolo di strani personaggi inseguire una palla…

 Dalle origini il filo non si è mai interrotto.

Il capitano della nazionale Campione del Mondo che sfidò i campioni inglesi (passarono alla storia come in Leoni di Highbury) vestiva la maglia biancoceleste. La prima volta che l’Italia vinse a Wembley il grande protagonista fu Chinaglia a pochi giorni dalla drammatica sfida della Lazio, finita in rissa, contro l’Ipswich Town che costo ai biancocelesti la partecipazione alla Coppa dei Campioni.

La Lazio ha vinto la prima coppa europea della sua storia a Birmingham e battuto il Manchester Utd nella finale di Supercoppa Europea. Di quella partita, nel corso della sua conferenza stampa di addio, Sir Alex Ferguson dirà: “Tra i pochi rimpianti della mia carriera, c’è quello di non aver vinto la Supercoppa contro la Lazio, la squadra allora più forte del mondo”. Ed ancora: “Avrei voluto allenare giocatori come Di Canio e Paul Gascoigne”. Parole al miele per tutti i tifosi laziali».

 

Un ricordo in particolare: cosa ti manca e cosa ti lega a Gazza? E chi, tecnicamente, potrebbe ricordarlo? 

 «Manca l’empatia che Gazza aveva con la gente laziale che faceva emozionare. Ricordo nitidamente quell’elettricità che si percepiva in quell’amichevole con il Real Madrid con Gazza sotto la curva a salutare i suoi nuovi tifosi.

Tecnicamente l’allenatore Dino Zoff dice oggi di lui: “In carriera ho giocato con diversi giocatori di grande classe e fantasia: Sivori, su tutti, e poi Platini e Haller. Ma, in tanti anni di carriera, non ho mai trovato nessuno con le potenzialità di Paul”.

Chi tecnicamente potrebbe ricordarlo? Wayne Rooney. Ruolo diverso ma caratteristiche simili. Scatto, potenza e senso del gol. Caparbietà anche nelle azioni a percussione. Forse Dele Alli, calciatore inglese centrocampista del Tottenham e della nazionale. Tecnico e imprevedibile come lui. Anche abbastanza rissoso. E poi Eden Hazard del Chelsea.  Letale nel dribbling secco, buona progressione e grande senso del gol. E nel gruppo si potrebbe aggiungere Ramsey dell’Arsenal. Non segna mai gol banali».

Se dovessi sintetizzare Gazza in una frase?

«Utilizzerei quella di Nick Hornby, scrittore inglese autore del libro divenuto poi un film di successo, “Febbre a 90”, interpretato da Colin Firth nel 1997: “Paul Gascoigne possiede intelligenza calcistica a palate ed un’intelligenza abbagliante, che comporta, tra le altre doti, una sorprendente coordinazione e la capacità di sfruttare all’istante una situazione che nel giro di due secondi non sarà più la stessa. Tuttavia, è evidente e leggendaria la sua assoluta mancanza del benché minimo buonsenso”. Penso che renda l’idea».

Libro Paul John Gascoigne detto “Gazza”

Titolo: C’mon guys

Autori: Fabio Argentini, Luca Aleandri

Distribuzione: in edicola con il Corriere dello Sport-Stadio

Prezzo: 10,99

Pagine: 160 + copertine

 

Calcio

Lev Yashin: storia dell’invincibile Ragno Nero

Nicola Raucci

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Il 22 Ottobre 1929 nasceva Lev Yashin, fenomenale portiere russo, unico estremo difensore ad aver vinto il Pallone d’Oro. Per celebrarlo vi raccontiamo la sua incredibile storia.

Scorrendo l’albo dei vincitori del Pallone d’oro, si legge il nome di un solo portiere: Yashin, anno 1963. Per tutti era il Ragno Nero, per via di quella uniforme scura che indossava e di quelle braccia lunghe dotate di mani magnetiche in grado di rendere la porta inviolata in ben 270 occasioni. Lev Ivanovich Yashin (Лев Иванович Яшин) nasce a Mosca il 22 ottobre 1929 da una famiglia di classe operaia. A 6 anni perde la madre per tubercolosi e già all’età di 14 anni, durante la Seconda guerra mondiale, è costretto ad andare a lavorare in una fabbrica per componenti aeree al fine di contribuire allo sforzo bellico del Paese. Quel ragazzone alto sogna di diventare un grande attaccante di calcio ma ha dei riflessi felini ed afferra ogni oggetto che gli viene lanciato. Sotto l’egida del padre, Yashin affina così le sue doti di portiere.

Sono anni terribili, si mangia solo ciò che si trova e il giovane Lev sviluppa un’ulcera. Le condizioni di salute peggiorano ed a 16 anni è in cura in un sanatorio sul Mar Nero. Nel 1947 ritorna nella capitale per il servizio militare dove le sue qualità sportive non passano inosservate. Nel 1949 viene invitato ad unirsi alle giovanili di calcio della polisportiva del Ministero degli affari interni, la Dinamo Mosca. L’esordio è da incubo. Amichevole contro il Traktor Stralingrado, il portiere avversario rinvia la palla che, con il favore del vento, giunge fino alla porta di Yashin. Lev va incontro alla sfera con le mani protese in alto nello stesso momento in cui uno dei difensori sopraggiunge per respingere. Scontro fortuito e palla in rete. Risate generali e carriera che inizia con il piede sbagliato. Altra partita e seconda occasione che arriva al momento di sostituire il portiere titolare, la Tigre Aleksej Khomich, a tre minuti dalla fine. La Dinamo è in vantaggio 1-0 e il compito per Yashin dovrebbe essere facile. Ma accade di nuovo, palla alta, Lev esce e si scontra con un compagno, 1-1. La dirigenza è infuriata e vuole Yashin fuori rosa. Il portiere ottiene una terza e ultima possibilità contro la Dinamo Tblisi. Finisce 5-4 per la Dinamo Mosca, con 4 goal del Tblisi in dieci minuti. Yashin viene perciò definitivamente allontanato e la carriera calcistica sembra arrivata prematuramente al capolinea.

Tuttavia, Lev continua ad allenarsi senza tregua in attesa di una nuova chance. Per un periodo passa ad essere portiere nella squadra della Dinamo Mosca di hockey su ghiaccio, vincendo la Coppa sovietica nel 1953. Convocato dalla nazionale per i Mondiali di hockey del 1954, rifiuta la chiamata sognando ancora il ritorno al calcio. La svolta arriva nello stesso 1954, a seguito dell’infortunio di Khomich, la Dinamo Mosca lo richiama tra i pali di un campo di football. Da allora difenderà la porta della formazione moscovita in 326 partite, per tutta la sua carriera, e quella della nazionale sovietica in 74 incontri. Ben presto Yashin diventa il Ragno Nero, una leggenda in grado di ipnotizzare tifosi e giocatori avversari. Con la nazionale vince il torneo di calcio alle Olimpiadi di Melbourne del 1956, con solo due reti al passivo, e i primi Europei del 1960 in Francia, battendo in entrambe le occasioni la Jugoslavia in finale. Con la Dinamo centra il campionato sovietico nel 1954, 1955, 1957 e 1959. Ma al Mondiale del 1962 in Cile l’URSS è nuovamente eliminata ai quarti di finale dai padroni di casa, come nel Campionato del mondo del 1958 in Svezia. Yashin dà prova di una prestazione deludente tanto che il quotidiano francese L’Équipe gli consiglia il ritiro. In patria diviene il capro espiatorio della eliminazione e Lev, trentatreenne, pensa seriamente di appendere gli scarpini al chiodo.

Come tante altre volte nella sua vita, il Ragno Nero decide però di rialzarsi e continua a migliorarsi, allenandosi in maniera maniacale, rimanendo in campo per ore per rafforzare il fisico ed affinare la tecnica. Arriva a parare i rigori con i muscoli addominali nonostante i cronici e tremendi dolori che lo colpiscono allo stomaco fin da giovane. Nel 1963, nell’amichevole per celebrare il centenario della FA tra Inghilterra e Resto del Mondo, Yashin gioca il primo tempo. 45 minuti bastano per mandare in estasi i 100.000 spettatori di Wembley con le sue parate. Il Ragno Nero è tornato e in quella stagione da antologia vince per la quinta volta il campionato sovietico, con appena 6 reti subite in 27 partite, e il Pallone d’oro.

Negli anni successivi porta l’URSS al secondo posto agli Europei del 1964 (sconfitta dalla Spagna in finale) e al quarto posto al Mondiale del 1966, miglior piazzamento assoluto della nazionale sovietica. Con la Dinamo vince la Coppa dell’URSS nel 1966-1967 e nel 1970. Dopo essere stato riserva ai Mondiali del 1970, Yashin si ritira a 41 anni, con all’attivo 22 anni di carriera. Il 27 maggio 1971, a Mosca, in uno Stadio Lenin esaurito in ogni ordine di posto dinanzi a 103.000 spettatori gioca la partita d’addio, Dinamo Mosca contro il Resto del Mondo. Fu la fine di una autentica leggenda. Il più forte portiere di tutti i tempi, un colosso imbattibile.

Atleta longevo, con una abnegazione per il lavoro e una forza di volontà fuori dal comune, copriva lo specchio della porta in maniera impeccabile con interventi spesso impossibili. Il suo stile era tuttavia sobrio ed efficace, basato in primis sul posizionamento. Abile a parare i calci di rigore, ne ha neutralizzati più di 150 in carriera. È stato uno dei più grandi innovatori del ruolo, guidando la linea difensiva e partecipando alla costruzione del gioco fin oltre l’area di rigore. È stato anche un uomo del popolo legato alle sue radici e alla sua terra che per la maggior parte della carriera ha percepito solo lo stipendio di dipendente statale. Uomo umile che cambiava al massimo tre maglie di gioco in un anno, allorquando le maniche erano ormai consumate. Uomo semplice che per allentare la tensione prima di una partita fumava una sigaretta e sorseggiava un drink. Nel 1985, a seguito di una tromboflebite, subisce l’amputazione di una gamba e nel 1988 gli viene diagnosticato un cancro proprio allo stomaco, suo tormento per tutta la vita. Muore il 20 marzo 1990 a 60 anni, convinto fino alla fine che non ci fosse niente di più grande della gioia di parare un rigore su un campo da calcio.

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La Strage allo Stadio Lenin di Mosca e l’insabbiamento del regime

Lorenzo Martini

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Il 20 Ottobre 1982 allo Stadio Lenin di Mosca una tragedia colpì il mondo del pallone. Durante una partita di Coppa Uefa 66 persone persero la vita. Una strage paragonabile all’Heysel, ma che a differenza di quest’ultima sappiamo poco perchè intervenne il Regime a nascondere tutto.

Da anni il problema della sicurezza negli stadi è uno dei temi che più sta a cuore agli organismi sportivi nazionali e internazionali. Controlli serrati all’entrata, le contestate tessere del tifoso, i DASPO e tanti altri provvedimenti sono stati gli strumenti principali per rendere gli stadi più vivibili e sicuri.

Purtroppo, però, le azioni intraprese dallo Stato sono state adottate in maniera poco strutturata e organizzata, andando a colpire spesso solo i tifosi, tralasciando gli aspetti legati alla manutenzione e alla messa in sicurezza degli impianti. Le ripercussioni conseguenti a questa incapacità gestionale hanno sfociato, in molti casi, in disordini, tafferugli e persino vittime. Tali fatti di cronaca hanno amaramente campeggiato su tutti i giornali nazionali, causando un totale oscuramento del calcio giocato per dare spazio a episodi di violenza che non avremmo mai voluto vedere.

Ma come veniva affrontato questo tema più di trent’anni fa, quando l’ambiente stadio e i problemi ad esso associati avevano una risonanza mediatica completamente diversa?

Quella del 20 ottobre 1982 è una data chiave per capire come una tematica simile fosse tutt’altro che prioritaria. Quella sera si disputava la partita di andata di sedicesimi di Coppa Uefa tra i padroni di casa dello Spartak Mosca e gli olandesi dell’HFC Harlem. Allo Stadio Centrale Lenin di Mosca – oggi stadio Luzhniki – erano accorsi oltre 15mila tifosi, malgrado gli oltre 10 gradi sotto zero. Questo perché lo Spartak era la squadra rappresentativa del popolino, della gente umile che si animava per le giocate dei proprio beniamini, contrapposta al Lokomotiv, la squadra dei ferrovieri, alla Dinamo e al CSKA, con cui si identificavano le forze di polizia.

A causa del ghiaccio, alcuni settori dello stadio non erano agibili e tutti gli spettatori erano stati disposti nella Tribuna Est, che era stato sistemato all’ultimo alla bell’e buona. Questa scelta era stata anche apprezzata dai tifosi moscoviti, visto che la maggior parte di loro – soprattutto operai e studenti – avevano preso la metro per arrivare allo stadio e la fermata dava proprio sulla Tribuna Est.

Dopo 16 minuti dal fischio di inizio, è lo Spartak ad andare in vantaggio, grazie ad un gol di Edgar Gess. Poi la partita scorre lenta e monotona, anche a causa delle pessime condizioni climatiche e del campo. Con la partita in stallo, verso l’ottantesimo molti tifosi moscoviti, allora, decidono di abbandonare lo stadio, così da non trovare file o intoppi alla metro. Sembrerebbe una tranquilla serata di calcio come tante altre, quando all’85 il difensore Sergei Shvetsov  sigla il definitivo 2 a 0: la gente, accalcata sulle scale per l’unica uscita, sente l’esultanza proveniente dalle tribune e quindi in molti decidono di tornare indietro, venendo però bloccati dalla polizia.

E’ una bolgia.

 Ma il peggio ancora deve venire. Infatti, mentre la persone restano imbottigliate tra le scale, spintonate a destra e a manca, accade l’imprevedibile: inadatte a sopportare un peso simili, le scale cedono di schianto. E’ una carneficina.

Alla fine il bilancio ufficiale è di 66 morti e 61 feriti, anche se, secondo alcune fonti, le vittime sarebbero addirittura 300. Il tutto a causa, non solo del crollo delle scale e della calca che si era generata, ma anche perchè le milizie erano tutt’altro che preparate per un intervento immediato e i soccorsi arrivarono con molto ritardo. La totale disorganizzazione della polizia provocò inoltre problemi nell’uscita degli altri spettatori ancora sugli spalti, che rimasero a lungo intrappolati nello stadio.

Al contrario, la polizia fu tutt’altro che disorganizzata nell’insabbiare tutta la vicenda. Appena terminato l’incontro, mentre ancora si cercava di capire l’entità dell’incidente, le due squadre vennero sbrigativamente allontanate dallo stadio. Il giorno seguente sul giornale “Il Vespro di Mosca” riportò che nello stadio Lenin “c’erano stati degli incidenti che avevano comportato lesioni a qualche tifoso”. Una rilettura totalmente distorta di ciò che era avvenuto.

Nei giorni successivi, i rapporti ufficiali sulla vicenda non sono per nulla chiari e omettono di spiegare la gravità dell’incidente. Come capro espiatorio viene identificato un tale Panchickin, il custode dello stadio, che viene ritenuto il responsabile delle precarie condizioni dell’impianto e viene condannato a 18 mesi di lavori forzati.

Perché tutto questo? Perché di mezzo c’è la politica. Breznev, ormai malato e sul punto di lasciare la guida della Russia, voleva che comunque l’Unione Sovietica avesse dato ancora un’immagine di sé forte e invincibile, lontano da qualsiasi debolezza. Uno scandalo come quello dello stadio Lenin sarebbe inaccettabile, ed è  per questo che viene dato inizio ad un’autentica campagna di disinformazione. Pur di non apparire una nazione in declino e lontana dalle superpotenze mondiali, si cerca di nascondere tutto.

Solo anni dopo, il nuovo segretario del PCUS Jurii Andropov ordinò un’inchiesta sul disastro avvenuto e vennero riportati alla luce molti dettagli e aspetti della vicenda che erano stati celati. Eppure il tentativo di insabbiamento durò ancora per anni e alcuni decessi furono tenuti nascosti dalle alte sfere del Cremlino.

Oggi lo stadio Luzhniki è uno stadio all’avanguardia, cinque stelle nel ranking UEFA, ed è uno degli impianti più sicuri al mondo. Eppure quelle 66 persone sono morte proprio su quegli spalti, a causa dell’incuria e dell’inesistente manutenzione della struttura.

 “Non avrei mai voluto segnare quel gol.”

Molti giorni dopo il tragico evento, furono queste le dichiarazioni del difensore Sergei Shvetsov, autore del raddoppio dello Spartak Mosca. Si sentiva responsabile di quanto era accaduto.

Ed è proprio per questo che il tema della sicurezza negli stadi deve essere affrontato con sempre maggiore attenzione e determinazione. Perché un momento di gioia sportiva non può e non deve essere mai la causa di una strage di vittime innocenti.

 

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Calcio

Ranieri, il Leicester e lo zampino di Santa Rita, protettrice dei casi impossibili

Andrea Corti

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Compie oggi 67 anni Claudio Ranieri, attuale allenatore del Nantes, che verrà per sempre ricordato come colui che ha compiuto una delle imprese più belle della storia del calcio, quella del Leicester Campione d’Inghilterra. Una vittoria miracolosa, non a caso collegata ad un fattore divino che vi raccontiamo.

I gol di Vardy, ovviamente. I dribbling di Mahrez e la parate di Kasper Schmeichel, of course. E la tanta saggezza di mister Ranieri in panchina, nemmeno a dirlo. Ma a dare una grande mano al Leicester laureatosi clamorosamente campione d’Inghilterra nel 2016 potrebbe essere stato anche un fattore decisamente insospettabile: “Da anni Ranieri è devoto a Santa Rita – ci raccontò Claudia Mannelli nel ristorante ‘La Porrina’ di Roccaporena, gestito dalla sua famiglia da generazioni -, e credo ci sia lo zampino della protettrice degli impossibili nello scudetto che ha vinto”.

Siamo in Umbria, nel pieno della Valnerina, a pochi minuti da Cascia. Roccaporena è un paese tanto piccolo quanto grazioso, adagiato alla base di una piccola conca e abitato da poco più di 50 persone. In questo luogo è nata nel XIV secolo Santa Rita, passata alla storia per essere la patrona dei casi impossibili e disperati, e proprio qui Claudio Ranieri negli ultimi trent’anni ha portato molte delle sue squadre in ritiro pre-campionato. Il cuore pulsante di Roccaporena è il centro sportivo, gestito fino a poco tempo fa dal Rettore dell’Opera di Santa Rita, don Sante Quintiliani, scomparso nel 2017, con cui Ranieri aveva costruito negli anni una solida amicizia. L’Opera accoglie ormai da decenni orfani e ragazzi provenienti da famiglie difficili, che nelle scorse estati hanno potuto ammirare da vicino fior di campioni. Sul bel campo di calcio si sono allenati, tra gli altri, il Chelsea di Zola e Desailly e la Fiorentina di Batistuta e Rui Costa. Ogni volta che una squadra del tecnico testaccino ha fatto tappa qui è stata organizzata una sfida amichevole contro una selezione locale: “Tutte le volte abbiamo preso belle ‘imbarcate’ – ci racconta Luca Rasi -, ma ci siamo sempre divertiti e qualche volta siamo anche riusciti a segnare!”.

Al centro di Roccaporena c’è lo Scoglio di Santa Rita, piccolo promontorio sulla sommità del quale la Santa andava a pregare e ora c’è un santuario a lei dedicato. Tra gli allenamenti che Ranieri faceva fare alle sue squadre c’era anche la salita e la discesa di corsa di questa ripida scalinata: “Normalmente ci vogliono 20 minuti per arrivare su, – continua Rasi -, ma i giocatori impiegavano al massimo cinque minuti…”. Chiaramente questa piccola comunità ricorda ancora con stupore i giorni caotici in cui folle di tifosi invadevano gioiosamente la loro quiete: “All’epoca in cui qui veniva la Fiorentina – assicura Enrico Di Curzio, il direttore dell’hotel dove soggiornano le squadre – facevo salire Batistuta sulla mia Panda per evitare di farlo andare al campo di allenamento a piedi, e per fare un tratto di strada per il quale solitamente ci vogliono due minuti ce ne mettevamo trenta a causa dei tifosi che bloccavano il percorso”. Non mancano poi gli aneddoti: “Qui c’è poco da fare – spiega Rasi -, al massimo ci sono i bar: mi ricordo che i giocatori del Chelsea bevevano come matti!”. Inevitabile poi qualche ‘scappatella’: “I giocatori durante il ritiro sono sottoposti a una dieta ferrea – ricorda Claudia -, e spesso venivano nel mio ristorante per mangiare di nascosto dall’allenatore. Mi ricordo che una volta Ranieri stava per entrare e i ragazzi sono scappati dalla finestra nel retro!”.

Ovviamente nella vittoria della Premier non è intervenuta la mano divina, quel che è certo è che la sua devozione per la protettrice dei casi impossibili gli ha quantomeno portato bene nel realizzare quella che è da più parti considerata la più grande impresa dello sport inglese, che a molti ha ricordato le vittorie del Nottingham Forest di Brian Clough, regalando una boccata di ossigeno a chi si ostina a non arrendersi alla logica del calcio moderno in cui dominano le regole dello show business.

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