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Cleveland, The Mistake on the Lake: una Storia americana

Giorgio Perri

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Si specchia nelle acque del fiume Cuyahoga e si spinge oltre le montagne della Pennsylvania. Combatte, fallisce, ritorna. Il processo si ripete dal 1740 fra dubbi e incertezze. Quando nei primi anni dell’800 getta le basi per costruire il centro della città, il Generale Moses Cleaveland non considera un problema la stretta vicinanza con le pianure paludose. L’azzardo paga – grazie al completamento dei canali dell’Ohio e dell’Eire – e la città cresce rapidamente fino a trasformarsi in un punto di collegamento fondamentale tra il fiume Ohio e la regione dei Grandi Laghi. La Città di Cleveland, che nasce quando la Connecticut Land Company divide i territori dell’Ovest, si abitua ben presto a guardare in faccia la realtà, ad accettare il mefistofelico disegno della vita, a superare le guerre e la Grande Depressione.

Cleveland, nell’immaginario collettivo, si classifica oggi come una delle città più vivibili dell’intera nazione. La qualità della vita è alta nella zona industriale, ma non in periferia. Esistono ancora due grandi fazioni, le lotte tra i poveri e i ricchi condannano la città a vivere continuamente in bilico, e il tasso di alfabetizzazione non è in linea con quello delle altre città dello Stato. Lo sport, alcune volte, ha la grande capacità di riflettersi nella quotidianità e allo stesso tempo di risollevare le sorti di un’intera popolazione. La città, che ha vissuto la sua massima espansione nella seconda metà degli anni ’50, ha sofferto e ha provato ad uscire dagli schemi per più di mezzo secolo, ha combattuto contro i pregiudizi e contro le sconfitte, ma dalla bancarotta del 1978 ha imparato la lezione a metà. Perché è oggi una città di stampo repubblicano, nello stesso immaginario collettivo si classifica come una piccola Detroit costruita sulle false promesse di un finto progresso guidato da Donald Trump e compagni. Il timore di perdere, dietro le luci dei riflettori, è ancora forte. Ed è proprio intorno allo sport che il concetto di sconfitta ha raggiunto il suo apice. Con i Cavaliers, i Browns e gli Indians, i Clevelanders hanno dovuto sopportare una maledizione lunga 52 anni.

Boom Boom – Cleveland assorbe i devastanti effetti della crisi e dal 1946 diventa una città simbolo. I Browns, che iniziano il loro percorso nella AAFC, intascano quattro titoli consecutivi e all’esordio in NFL vincono superando al fotofinish i Los Angeles Rams. La favola continua e il biennio 1954-1955 consente a Pete Brewster e compagni di scrivere nuovamente la storia con una doppietta che di fatto sancisce una piccola pausa. L’ultimo successo dei Browns è targato Blanton Collier e Frank Ryan. I due guidano dei Browns sperimentali oltre il limite, arrivano in finale con un record in Regular Season di 10-3-1 e contro i favoritissimi Baltimore Colts, in finale, non concedono nemmeno un punto. Dal Football al Baseball la situazione in quegli anni non è tanto differente. Gli Indians danno la prima gioia alla città di Cleveland nel 1920 e bissano il successo nel 1948. La palla a spicchi, in generale, è meno fortunata. I Cavaliers fanno il loro esordio nel 1970 e nel 1976 vincono la Central Division finendo poi per perdere le Finals di Conference contro i Boston Celtics. Ma le aspettative, dopo una stagione quasi trionfale, crescono.

The curse – La Cleveland sportiva, dopo gli anni di gloria, crolla. La spirale di sfortuna che si abbatte sulla città rende tragicomici gli anni post-boom economico. La crisi economica va quindi di pari passo con quella sportiva, le vittorie si tramutano in sconfitte, i sogni in maledizioni. Basti pensare che i Browns, tra il 1981 e il 1989 spesso ad un passo dal Super Bowl, rimangono inattivi dal 1995 al 1999 a causa di problemi burocratici legati allo spostamento della franchigia. La squadra passa quindi a Baltimora e i Browns diventano i Baltimore Ravens. Quando i Browns ritornano, però, poco hanno della gloriosa squadra che negli anni ’50 ha dominato l’NFL. Al Draft del 1999, anche con la prima scelta a disposizione, riescono a selezionare solo Tim Couch. Il dato ancora più inquietante riguarda le partecipazioni ai Playoffs: i Browns, che dal 1995 ad oggi hanno vinto una sola partita nella post-season (contro i New England Patriots), dal 1999 ad oggi hanno anche cambiato 24 quarterbacks. Guardando la storia recente, e in particolar modo gli ultimi 10 anni, sono almeno 8 le sconfitte a stagione dall’anno 2008. Più dolorosa – anche se mediaticamente meno considerata – la maledizione degli Indians. La fine è vicina quando Rocky Colavito viene ceduto ai Detroit Tigers in cambio di Harvey Kueen. Così la cessione crea il malcontento tra i tifosi e scatena una serie di sfortunati eventi che porta alla resa: ci vuole il 1994 prima di rivedere gli Indians ai vertici. La squadra passa in mano a Dick Jacobs e dopo 40 anni di cadute si ritrova al vertice. La maledizione di Colavito colpisce anche nel 1997 e nel 2001 finisce l’era più prolifica della storia degli Indians.

The comeback – La maledizione, almeno per gli Indians, continua anche nel 2016. Ma facciamo un passo indietro. Quando il Prescelto esce dalla St. Vincent-St Mary High School di Akron, Ohio, i Cavaliers hanno appena disputato la peggior stagione della loro storia. Con 17 vittorie si sono quanto meno aggiudicati la prima scelta al Draft e il nome di LeBron James è naturalmente il più caldo. La scelta si rivela di quelle vincenti, ma la maledizione di Cleveland colpisce anche uno dei giocatori più completi e talentuosi della storia del gioco. LBJ si presenta vincendo il R.O.Y. e dopo appena due anni ha già portato alle Finals i suoi compagni di squadra. Nel 2007, dall’altra parte, ci sono i San Antonio Spurs di Tim Duncan, che passeggiano sui Cavaliers e lasciano James con l’amaro in bocca.  La storia di amore-odio tra Cleveland e James si interrompe momentaneamente nel 2009, quando il #23 cambia numero, cambia squadra e a Miami – insieme a Dwyane Wade – si prende il gusto di vincere due anelli e di vendicarsi dei San Antonio Spurs, nel 2013, in una delle finali più incredibili di sempre. Ma la storia personale di LeBron James va di pari passo con quella dei Cleveland Cavaliers. Ci sono errori, ci sono vittorie, ci sono problemi. I Cavs si affidano a Kyrie Irving, al Draft del 2013 selezionano Anthony Bennet – e mantengono viva la maledizione – ma miracolosamente con l’1.3% di possibilità pescano la prima scelta al Draft anche nel 2014. Quando selezionano Andrew Wiggins, LeBron James capisce che è il momento di ritornare a casa. Con la trade che porta Kevin Love la squadra prende forma. Il resto lo conosciamo tutti.

 Cleveland, quest’anno, ha festeggiato il primo titolo dopo 52 anni di astinenza. Il 2016 in the city è stato un anno di sorrisi e lacrime, di gioie e delusioni. I Cavaliers hanno vinto il primo anello della loro storia rimontando da 1-3, vincendo di prepotenza una gara 7 quasi proibitiva. Gli Indians, forse per colpa del destino, si sono ritrovati nella stessa situazione dei Golden State Warriors e proprio come i Golden State Warriors si sono arresi a gara 7.

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Mirza Teletovic, dai bombardamenti in Bosnia al mondo Nba

Lorenzo Martini

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Compie oggi 33 anni Mirza Teletovic, il cestista bosniaco la cui vita rappresenta una storia di rivincita e rinascita dopo un’infanzia segnata per sempre dagli orrori della guerra.

Barclays Arena, Brooklyn, 14 gennaio 2014. Un LeBron James ancora in veste Miami Heat si sta involando in contropiede verso il canestro, i due punti sembrano una formalità. Eppure, neanche il tempo di entrare in area che il giocatore dei Brooklyn Nets in maglia 33 si avventa su King James, lo strattona, lo abbraccia con forza fermando la sua corsa. E’un flagrant foul, un fallaccio ai limiti della sportività.

Lebron è inferocito, vorrebbe avventarsi sull’avversario, lo guarda a muso duro e gli urla addosso. E lui? Con tutta tranquillità fissa James, alza le mani e gli ride in faccia, impavidamente. Ride in faccia al giocatore più forte della lega, dopo averlo quasi strozzato…!

Quel giocatore è Mirza Teletovic, e se ride in una situazione del genere un motivo ci sarà. Semplicemente, nel suo modo di vedere il basket è inconcepibile provare ansia o timore. E’ un gioco, nient’altro, e per questo va preso con serenità, col sorriso. Anche quando un avversario scatenato vorrebbe prenderti a pugni.

Una concezione del basket, questa, priva di pressioni esterne o preoccupazioni, che nasce dal difficile passato di Mirza. Un passato in cui “the real pressure is to survive.”.

Mirza Teletovic nasce a nel 1985 a Mostar, Bosnia. E non ha nemmeno 7 anni quando, nel 1992, inizia la guerra in Jugoslavia, durante la quale la sua città verrà assediata per oltre un anno e mezzo. 18 mesi interminabili, in cui i bombardamenti si susseguono e le granate piovono dal cielo senza posa.

Le razioni di cibo sono sempre più misere, la paura cresce di giorno in giorno, così come sale il numero di vittime. Mirza è ancora un bambino, eppure ogni volta che i suoi rientrano in casa annunciano la morte di conoscenti, di vicini di casa, di parenti…Mamma, c’è rimasto qualcuno vivo?”, chiede un giorno alla madre, ormai vinto dalla disperazione.

Ma, per fortuna, a 300 metri da casa c’è un campetto da basket. Un posto molto comune, semplice, che diventa però una valvola di sfogo indispensabile per Mirza, oltre che per tanti giovani del luogo. Si sveglia alle 6 di mattina e in men che non si dica è già in campo, a giocare anche fino a mezzanotte.

Spesso però, le epiche battaglie sul campetto devono essere interrotte. Perché non di rado per la città si diffonde il suono delle sirene: è imminente un nuovo bombardamento. In quel caso Mirza torna a casa immediatamente, come ha promesso ai suoi, e aspetta finchè non cessa l’allarme.

In queste occasioni non gli resta che barricarsi dentro casa, anche per giorni. Col cugino maggiore si mette davanti alla finestra e inizia a contare le granate che cadono al suolo: saranno almeno un centinaio, ogni giorno, per mesi e mesi.  Un centinaio di granate che non solo lo terrorizzano, ma lo tengono lontano dal suo amato campo da basket.

Oggi, a più di 20 anni dalla fine della guerra che ha devastato la Bosnia-Herzegovina, Mirza è un ottimo giocatore  NBA, dopo una carriera più che soddisfacente. Una carriera iniziata a 17 anni nello Sloboda Tuzla, in Bosnia, per poi passare prima nell’Ostenda, in Belgio, e poi per sei stagioni nel Saski Baskonia, nella competitiva ACB spagnola.

Nel luglio 2012 arriva il contratto della svolta, con i Brooklyn Nets. Qui può mettere in mostra tutto il suo talento, esibendo il suo tiro da 3 chirurgico, malgrado la sua stazza considerevole. Ai Nets è un giocatore amato dal pubblico, soprattutto per il suo approccio spudorato e privo di timori: per quanto una partita sia tirata, per quanto un tiro possa sembrare decisivo, niente è paragonabile al terrore del bombardamento della terra in cui vivi.

Nella stagione 2015-2016 Teletovic è passato ai Phoenix Suns, dove ha trascorso una stagione difficile, visti i continui infortuni che hanno colpito il roster. Eppure, il bosniaco si è inserito alla perfezione nella nuova squadra, risultando spesso un fattore determinante quando è uscito dalla panchina. Al punto da raggiungere un primato: con le sue 165 triple, è diventato il recordman di ogni epoca per triple mandate a bersaglio partendo dalla panchina.  

Arriva poi l’ingaggio con i Milwaukee Bucks nel 2016. Nel Wisconsin passa 2 anni prima di doversi fermare indeterminatamente a causa di complicazioni di un’embolia polmonare che lo aveva messo fuori gioco nel 2015. Oggi, a 33 anni, è un free agent, ma siamo certi che dopo aver passato quello che ha passato, per Mirza non è poi un gran problema.

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Brandon Roy, il raffinato killer dalle ginocchia di cristallo

Lorenzo Martini

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Compie oggi 34 anni Brandon Roy, uno dei talenti più forti della NBA recente, la cui ascesa è stata fermata solo da una serie infinita di infortuni. Ecco la sua storia.

Se la NBA è il più affascinante palcoscenico del basket mondiale, dove si possono ammirare i giocatori più forti del globo, lo si deve soprattutto alla cultura cestistica che anima gli States, dalle sponde del Pacifico fino alle coste atlantiche. Una cultura che ha radici profondissime e che mira a plasmare un futuro campione fin dalla nascita. Ed è per questo che, nella crescita di un giocatore, sono fondamentali i suoi primi anni di carriera, i vari coach che si incontrano nella propria strada. In alcuni casi un allenatore capace può davvero fare la differenza.

Lo scorso anno ad aver dimostrato di essere un coach in gamba è stato un certo Brandon Roy, nominato Naismith National High School Coach of the Year. Il miglior riconoscimento possibile per un allenatore a livello di High School, ottenuto grazie alla fantastica stagione della sua Nathan Hale, High School di Seattle, che ha chiuso l’annata da imbattuta e con ben 29 vittorie all’attivo.

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Per chi segue la NBA da pochi anni il nome di Brandon Roy non dirà granché. Per tutti gli altri, una lacrimuccia starà già rigando le loro guance. Perché Roy per molti è stato un’icona, il simbolo del giocatore old school che vince solo grazie al suo immenso talento, senza il bisogno di un atletismo robotico, tanto richiesto al giorno d’oggi in NBA. Uno dei più grandi what if del basket americano. Ed è proprio per questi motivi che la storia di Brandon merita di essere ricordata. Tanto per essere masochisti, e lasciare che quella lacrimuccia si tramuti in un pianto a dirotto senza posa.

Brandon nasce a Seattle, nel luglio 1984. Il basket scorre a fiotti nelle strade di Emerald City e lui si innamora facilmente della palla a spicchi, sfruttando le opportunità che gli offre l’Amateur Athletic Union, un’associazione no-profit che permette di giocare anche ai meno abbienti. Fin da subito Roy mostra un talento innato e alla Garfield High School diventa immarcabile per i suoi coetanei. Le sue giocate prodigiose lo rendono un prospetto molto interessante, al punto che si ventila l’ipotesi del salto in NBA senza passare per il College. Ma la pressione inizia a pesare sulle sue spalle, meglio imboccare una strada più lunga ma anche più rassicurante per il suo futuro: sceglie di abbandonare la sua amata Seattle, destinazione gli Washington Huskies. Un ateneo tutt’altro che vincente, visto che l’unico accesso alle Final Four risale al 1953.

L’arrivo di Brandon viene accolto come una manna dal cielo, e lui ripaga a suon di trentelli. In 4 anni a Washington non solo riceve decine di premi personali, ma gli ultimi due anni porta la sua squadra tre le sedici migliori d’America, un risultato storico per gli Huskies. Il tutto con ben 20 punti di media ad allacciata di scarpe e una padronanza nel palleggio impressionante.

Il 2006 è l’anno dell’approdo nel basket che conta. Al Draft viene selezionato alla sesta pick dai Minnesota Timberwolves, che lo girano subito a Portland in cambio di Randy Foye, scelto alla settima. Per i Blazers sarà l’inizio della svolta.

Rip City viene da una stagione disastrosa, culminata con ben 61 sconfitte e la nomea di squadra-cuscinetto. E Brandon cosa fa? Malgrado un infortunio alla caviglia, diventa subito il leader dei suoi Blazers, siglando ben 17 punti di media a partita e aggiudicandosi il premio di Rookie of the Year. E dopo il draft del 2007, il futuro non potrebbe sembrare più roseo. Perché oltre a Roy e ad un ancora acerbo Lamarcus Aldridge, si aggiunge in roster anche Greg Oden, un centro con tutte le carte in regola per dominare negli anni successivi. Ma si sa, Portland e la fortuna non vanno mai a braccetto: il futuro radioso di Oden diventa un’infinita odissea di infortuni, che culminerà con la prematura fine della sua carriera.

Con uno ambiente in subbuglio e un roster fin troppo rimaneggiato, Brandon decide di caricarsi la squadra sulle spalle e trascina i suoi Blazers ad un record di 41-41, un risultato neanche lontanamente immaginabile l’anno prima. Per sfortuna i suoi sforzi non sono sufficienti per raggiungere i playoff, ma è solo questione di tempo: nelle tre stagioni successive Portland, dopo anni bui e segnati dalle sconfitte, raggiunge per tre volte di fila i playoff, capitanata dal nostro eroe.  

E sebbene in tutti e tre i casi arrivino sconfitte al primo turno, B-Roy diventa l’idolo di Rip City, e non solo. Sarà per le sue eleganti movenze con cui brucia gli avversari, sarà per il suo raffinato killer instinct che lo rende un letale spettacolo per gli occhi, sarà perché dalle sue mani esce un basket lindo, puro, senza sbavature, ma al contempo concreto, perché quando c’è da infilare la retina Brandon sbaglia raramente. Sul parquet appare davvero un artista.

Ed è proprio qui, quando la parabola della sua carriera non sembra possa conoscere la discesa, ecco che arriva la sberla. La sfiga, come al solito, colpisce in pieno volto i Blazers. Roy, da sempre falcidiato dagli infortuni, si ritrova con due ginocchia di cristallo, prive di cartilagine. Nel suo ultimo anno ai Blazers, nel 2011, la situazione è critica, il suo utilizzo in campo va centellinato. Finchè nel 2012, dopo una brevissima parentesi in maglia Timberwolves, si rende conto che non gli è più possibile danzare sul parquet. E Brandon, malgrado il suo talento cristallino, decide di appendere le scarpe al chiodo.

 Ma non ha deciso di abbandonare il basket. Perché è ancora lì, sui parquet, ad insegnare pallacanestro. Prima la insegnava direttamente sul campo, ai suoi avversari. Ora invece sta in panca e la spiega ai suoi giovani allievi, tra l’altro con ottimi risultati. E se solo B-Roy avrà come coach un miliardesimo del talento che aveva da giocatore, ecco lo aspetta un futuro splendente da allenatore.

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Il cuore grande di Marc Gasol

Lorenzo Martini

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Questa è l’immagine che da ieri sta facendo il giro del mondo. Una donna, stremata e incredula, salvata da una nave di Open Arms a 80 miglia dalle coste libiche. Il suo nome è Josephine e la sua è una storia tragica: partita dal Camerun, dopo un lungo periodo in Libia stava per esaudire il suo sogno di raggiungere l’Europa. Un sogno però infrantosi sul suo gommone, rivoltatosi a causa del mare mosso. Lei, inspiegabilmente ignorata dalla guardia costiera libica, è rimasta in balia del Mediterraneo per ore e ore, aggrappata ad un pezzo di legno e alla speranza di non dover morire. Una speranza che, alla fine, non è stata tradita.

Una foto che tocca nel profondo. E tra i milioni di pensieri che possono venire in mente guardando una scena simile, dovrebbe far riflettere che al fianco di Josephine c’è un uomo che guadagna 20 milioni di dollari l’anno. Guardatelo attentamente: è proprio lui, Marc Gasol. Il centro spagnolo dei Memphis Grizzlies, superstar NBA che non solo ha vinto di tutto con la sua Spagna, ma da anni si conferma come uno dei lunghi più forti nel basket oltreoceano.

Cosa ci fa un personaggio di questo spessore su una nave delle ONG, su una nave di volontari? Ebbene, fa il volontario. A raccontarlo è stato lo stesso Marc, in un’intervista a El Pais: “Nel 2015 ho incontrato Óscar Camps di Open Arms e sono rimasto impressionato dalla sua convinzione, dal modo in cui ha messo a disposizione di questa causa tutte le sue risorse finanziare, logistiche e personali per aiutare queste persone. Ammiro questo tipo di persone, che fanno qualcosa, che non aspettano che gli altri lo facciano”.

Da allora il più piccolo dei Gasol ha iniziato a collaborare con Open Arms, trascorrendo parte delle sue vacanze estive a sostenerne la causa. Un gesto bellissimo, che si va a aggiungere a quanto lui e il fratello Pau fanno con la Gasol Foundation, un’associazione no-profit il cui scopo consiste nel sostenere famiglie americane in difficoltà economiche, con programmi alimentari e attività fisiche salutari.

A El Pais Marc ha spiegato cosa lo ha spinto a supportare Open Arms: Ho due figli e voglio essere da esempio per loro. Posso immaginare la situazione di un padre che deve affrontare viaggi come questi in cui si rischia tutto per raggiungere un paese dove poter vivere in pace e con dignità. Penso che se fossi al suo posto vorrei che qualcuno mi aiutasse mettendo a disposizione il suo tempo, i suoi soldi, dandomi una mano. Penso che dovremmo tutti contribuire in qualche modo. È molto diverso sentire o leggere che un tot persone sono morte in mare. Molto diverso è vederle, vedere una persona morta e capire che quella persona era il centro del mondo nella vita di qualcuno.

Del resto, nel salvataggio di Josephine, Marc ha anche assistito al ritrovamento di due corpi privi di vita, una donna e un bambino adagiati su un pezzo di legno. Ed è per questo che oltre alla gioia per aver salvato una vita c’è tanta amarezza, manifestata con un tweet fin troppo esplicito:Frustrazione, rabbia, impotenza. È incredibile come così tante persone vulnerabili vengano abbandonate alle loro morti in mare. Profonda ammirazione per quelli che stavolta chiamo i miei compagni di squadra”.

Evitando di entrare nel merito della questione e dei relativi risvolti politici, non si può che applaudire al gesto di Marc. Una star internazionale, un atleta famosissimo, ma anche una persona umile, concretamente vicina ai problemi umanitari dei nostri tempi. Un campione sul campo, che in quest’occasione ha dimostrato il suo valore anche nella vita. Un modello, un esempio, da cui non ci resta che imparare.

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