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Che fine ha fatto il Basket in Liguria?

Mattia Pintus

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Venerdì sera sono stato alla serata di gala della manifestazione Stelle nello Sport, l’evento che premia l’eccellenza sportiva ligure da ormai diciassette edizioni. Sono partito prevenuto, lo ammetto, un po’ perché ligure, quindi sempre propenso alla lamentela, un po’ perché la serata si prestava benissimo ad essere narrata secondo i canoni del gonzo journalism portati al successo da Hunter Stockton Thompson (se avete presente il film Paura e delirio a Las Vegas, allora sapete di cosa sto parlando). Eppure non faccio uso di allucinogeni ed acidi, il buffet post-serata prevedeva giusto qualche bicchiere di Prosecco (ed era, ovviamente, post, quindi del tutto inutile per rendere frizzante le ore passate in platea) ed infine la manifestazione non è stata poi così del tutto macabra come potessi preventivamente pensare, così ho deciso di attenermi ai fatti, ingoiare il boccone amaro per un evento quasi-riuscito e mettermi a cercare il pelo nell’uovo per fare un pochino di polemica. E la mia polemica parte da una domanda che in tanti, almeno nel mio territorio, si stanno facendo da parecchi, e forse troppi, anni: che fine ha fatto il basket ligure? Soprattutto, è mai esistito?

Da questa premessa, mi sono divertito a veder sfilare sul palcoscenico innumerevoli atleti/e, grandi e piccoli, di altrettanti innumerevoli sport che, a quanto pare, in Liguria contano molto più di quello che ambisce ad essere il secondo sport nazionale. Così, tra lottatori delle più svariate arti marziali, comici che nel tempo libero si divertono a fare i wrestler e pallanuotisti che fanno strabuzzare gli occhi anche alla più casta signora in sala, ho visto sfilare praticamente tutte le discipline esistenti, compresa la pallacanestro che, però, non ha avuto altro che una piccola citazione in corso d’opera. In Liguria siamo bravissimi a nascondere la polvere sotto il tappeto, laddove la polvere sono impianti sportivi inadeguati e troppo cari per le società ed i tappeti sono le poche fragili eccellenze che fanno da parafulmini a tutti i problemi che stanno nelle retrovie.

Quindi, mentre viene premiato Emiliano Viviano come “Rossoblucerchiato” dell’anno (secondo a dire il vero, ma unico presente dei due club vista l’assenza del vincitore del premio, Pavoletti, in luce della convocazione in nazionale), vengono premiate società di calcio, canottieri, e persino un tredicenne campione di Badminton, e così il basket scivola via in secondo – ma anche terzo e quarto – piano. È stato celebrato unicamente per una giovane giocatrice della Carispezia (A2 femminile) e perché il regista della serata era un patito della palla a spicchi che ha, infatti, deciso di aprire la cerimonia con un video di Kobe Bryant – con annessa lettura della sua celebre lettera di addio alla pallacanestro. Beh, un buon risultato. Anzi ottimo direi. Per quanto possa sembrare di parte, partendo dal fatto che sono nato e cresciuto a pane e parquet, trovo alquanto incredibile che uno sport che ha avuto un così largo margine di consensi negli ultimi dieci anni, sia, nella mia regione, relegato ad un gradino così basso. È vero, abbiamo Genoa e Sampdoria (ma anche Spezia ed Entella) che fanno ombra a tutto il resto. Abbiamo la pallanuoto, che ha nella Pro Recco il suo Real Madrid, ma ci sono anche mille e più campetti da basket che – malgrado il degrado che li circonda – ai primi soli primaverili, si riempiono di ragazzi, i quali talvolta con il basket non hanno mai avuto niente a che fare. Abbiamo dunque un movimento spontaneo, che si aggira lontano dai banchi istituzional-federali e che passa del tutto inosservato agli occhi degli stessi. Perché? Il motivo sarebbe semplice, se ci soffermassimo a parlare di disorganizzazione o disinteresse, ma la realtà è che ci sono problemi di natura che con lo sport c’entrano ben poco. Sono problemi politici, ma soprattutto economici.

Tempo fa, su una testata locale – il Secolo XIX – era uscita un’inchiesta sui costi di gestione degli impianti sportivi nella città di Genova. Ecco, credo che questo sia il nocciolo della questione. E se nel caso mi soffermo sul basket, non vorrei che questo lasciasse presagire che negli altri sport ci sia una situazione migliore. Ad esempio, Arianna Rocca, chiamata come ospite d’onore alla premiazione, si è lasciata sfuggire una frase che non tutti hanno captato per quello che in realtà volesse dire. “Sono nata a Genova, ma da dieci anni vivo a Novi Ligure perché lì c’è una palestra più attrezzata.” Così ecco che una giovane promessa della ginnastica ligure è stata costretta a emigrare nel più vicino Piemonte per trovare la sua dimensione di campionessa. È un esempio, un dettaglio, che però lascia pensare più di quanto non fosse nelle intenzioni della giovane ginnasta. Le palestre genovesi costano alle società, in media, 35 euro all’ora. Uscite pesanti nei bilanci sempre più scarni di entrate, ai quali vanno ad aggiungersi tutti i soldi che la Fip preleva annualmente alle società, dalle iscrizioni ai campionati, al tesseramento dei giocatori, sino alle tasse gara pagate partita per partita – una società media ligure spende dagli 11000 ai 18000 euro in tasse (gara e tesseramenti). Sono cifre apparentemente esigue, ma che vanno a moltiplicarsi in base al numero di atleti e che soprattutto vanno ad incidere in un sistema che sta sopravvivendo pur senza grandi sponsorizzazioni. Difatti, gli sponsor puntano molto più a calcio o pallanuoto, piuttosto che alla pallacanestro, che vive così il suo momento più grigio – in Liguria nessuna squadra maschile supera la categoria C Silver. Quindi, appare ovvio ed infantile, pensare che il basket ligure stia ottenendo risultati solamente perché ha una squadra in A2 femminile. Non per dire che la femminile conti meno della maschile, perché sarebbe poco anche se quell’unica squadra fosse in A2 maschile. Dunque se ci vogliamo riempire la bocca dietro ai successi esigui di una sola squadra, abbiamo proprio sbagliato alibi. Eppure, come ho già detto, i campetti si riempiono, i bar in tempo di Europei pure ed i siti web impazzano di notizie relative al mondo della pallacanestro: è un fenomeno che ha investito non solo la Liguria, è vero, ma che in Liguria non viene sfruttato a dovere. Così le società chiudono i battenti nella stessa velocità con cui li aprono e nessuno ne parla, tutti si lamentano e nessuno fa qualcosa per supportare un movimento in declino.

Un’autorità del settore, alla mia amichevole domanda “Ma non sei un po’ incazzato che la presenza del basket stasera sia stata rilegata alla sola giocatrice della Carispezia?” mi ha risposto: “Sarà mica poco? E poi queste manifestazioni sono tutte una truffa…” Sì, concordo, sicuramente si tende sempre a premiare tutti senza privilegiare nessuno, ma credete che sarebbe andata meglio se la serata fosse stata priva di questa etica superpartes? Io credo invece il contrario, credo che sia stato proprio grazie a questa logica “truffaldina” che il basket ligure sia riuscito a ritagliarsi il poco spazio che ha avuto in questa serata. Perché di meriti e pregi che valgano la pena essere riconosciuti, ce ne sono veramente pochi. Per non dire nessuno.

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Altri Sport

Storia di Ciprian, l’atleta Special Olympics salvato da Madre Teresa di Calcutta

Olympics Italia

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Il 17 Ottobre 1979 veniva assegnato il Premio Nobel per la Pace a Madre Teresa di Calcutta, una donna divenuta Santa per le sue immense opere di carità verso i più poveri e i più sfortunati al mondo. Tra le tante storie che accompagnano la sua vita, c’è quella di Ciprian. Insieme a Special Olympics vi raccontiamo la sua meravigliosa vicenda.

Madre Teresa di Calcutta è stata proclamata santa da Papa Francesco; tra i suo “miracoli” c’è certamente quello di aver salvato la vita a Ciprian, oggi un Atleta Special Olympics.
La sua rinascita ha inizio quando, a Tirgoviste vicino Bucarest, Madre Teresa di Calcutta varcando la soglia di un orfanotrofio, per casi incurabili, con scarse condizioni igieniche e cibo insufficiente, lo prese in braccio e decise di portarlo via con sé, ancora piccolino. Un incontro che, invertendo un destino già segnato, ha aperto le porte ad una nuova vita fatta di attenzioni, cure ed attività di riabilitazione che gli hanno permesso di sentirsi parte di una famiglia e di avere le giuste condizione per poter vivere pienamente.

La nascita
Ciprian è nato in un piovoso giorno di gennaio, durante gli anni della dittatura di Ceausescu. Per i medici è già un miracolo che sia ancora vivo perché le conseguenze del parto si rivelano drammatiche: le ossa del cranio non si saldano, non permettendo un corretto sviluppo del cervello; il neonato è destinato ad andare incontro a seri problemi durante la crescita. Le gravi malformazioni alla nascita e le conseguenti preoccupazioni portano probabilmente la madre ad abbandonarlo.

L’arrivo in Italia
La sua nuova casa diventa, fino a quando non gli viene permesso di arrivare in Italia, l’Istituto delle Suore Missionarie della Carità a Bucarest. Accolto successivamente a Roma in un Convento delle Suore Missionarie, viene sottoposto, al Policlinico Gemelli, a diverse operazioni chirurgiche che riescono a salvargli parte della vista dell’occhio destro. Madre Teresa, negli anni, non si è mai dimenticata di Ciprian al quale, tornando in Italia nel 1993, fa da madrina di battesimo.

Il Serafico, una nuova famiglia
Nel 1995 per il Tribunale dei Minori di Roma Ciprian può essere adottato; le Suore Missionarie si adoperano per trovargli una famiglia ma le sue difficoltà spaventano così tanto che nessuno porta avanti, fino in fondo, l’intenzione di adottarlo. Ad occuparsi di lui nelle vesti di tutore legale, fino ai 15 anni, è una religiosa delle Suore Missionarie della Carità; successivamente si aprono le porte del Serafico di Assisi, centro di riabilitazione e ricerca per ragazzi con disabilità plurime, nonché team Special Olympics. Ciprian soffre di una encefalocele fronto-nasale a suo tempo corretta chirurgicamente con un residuo visivo e un ritardo mentale medio lieve, ma la riabilitazione, le numerose attività svolte, lo sport e l’affetto hanno fatto un vero e proprio miracolo in termini di crescita.

Lo Sport e Special Olympics
Ciprian è un ragazzo simpatico, vitale, sempre allegro; i volontari raccontano “uno straordinario smontatore di oggetti”, che ama conoscere nei dettagli per avere la certezza che ogni pezzetto, anche il più piccolo, ha un ruolo ed è prezioso. Nella struttura di Assisi diventa attore negli spettacoli del laboratorio teatrale, pittore al laboratorio grafico e un grande sportivo.
Partecipa ai primi Giochi Nazionali Special Olympics, nel 2007 a Lodi, dove conquista le sue prime medaglie, entrambe d’oro nei 100 metri e nel salto in alto; da lì un percorso di crescita continua la strada da fare è ancora lunga ma Ciprian non ha paura, ha già dimostrato a se stesso di avere una gran voglia di continuare a correre.

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Altri Sport

Usa-Messico: quando un muro serve per unire

Emanuele Catone

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Sono iniziati i lavori per la costruzione del famigerato muro tra il Messico e gli Stati Uniti, uno dei punti fondamentali della campagna elettorale di Donald Trump, che non riesce per ora ad ottenere il completo appoggio economico da parte del Congresso. La barriera in costruzione, infatti, andrà a sostituire e rafforzare quella già esistente, fatta di reti e recinzioni e sarà lunga 6 chilometri su 3200 totali di frontiera. Ma tra i due Stati, c’è chi quel muro lo utilizza per giocare e per unire, non per dividere.

Innalzare un muro per bloccare l’immigrazione, ma costruirlo anche scrivendo la parole fine ad una pratica sportiva che dal 1979 coinvolge le popolazione del Messico e degli Stati Uniti d’America. Donald Trump non molla l’idea di voler rafforzare il muro tra le due nazioni. Rafforzare perché, in effetti, esiste già una trincea separatoria in quella vasta area dove ogni anno ad aprile, in una tradizione nata nel 1979 e divenuta continuativa dal 2006, messicani ed americani si riuniscono per giocare a Wallyball; una partita di pallavolo che ha la particolarità di trasformare quel muro, che ancora tale non è, come rete da gioco. Il match viene disputato precisamente nella zona di Naco, nello stato del Sonora per il Messico e in quello dell’Arizona per gli Stati Uniti.

Di schiacciate non se ne vedono data l’altezza della recinzione e del gesto di “murare” gli amici-avversari neanche l’ombra; solo pallonetti, tanta voglia di divertirsi e il desiderio di dare uno schiaffo alla politica mostrando la nullità delle barriere di fronte all’umanità della “gente comune”. Il tutto, però, limitato nell’arco di tre ore ovvero il tempo limite dettato della legge che non permette una sosta più lunga in quella zona di confine.

Col tempo questa tradizione si è estesa anche a zone diverse dal confine messicano-statunitense: sulle spiagge di San Diego, ad esempio, si è giocato un Beach Wallyball” contro i dirimpettai messicani abitanti di Tijuana.

E il muro ideato da Trump, cavallo di battaglia nella sua corsa all’elezione, potrebbe far terminare questa bellissima iniziativa. La costruzione sarebbe troppo alta per permettere agli atleti di giocare, non riuscirebbero neanche a guardarci attraverso; anche se il presidente non dovesse riuscire nel suo progetto per il costo troppo elevato, ci sarà comunque un rinforzo delle barriere e una aggiunta di recinzione che renderebbero allo stesso modo la partita impraticabile.

“Per noi è un modo per celebrare l’unione dei due paesi”. Questo aveva dichiarato Jorge Villegas, sindaco di Sonora. Parole che vanno ben oltre lo scevro patriottismo trumpiano e che da sole potrebbero servire a mostrare l’inutilità e futilità del progetto Trump.

Illustrazione Copertina: Victor Abarca

 

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Sport & Integrazione

Giornata Mondiale della Pace: I bambini israeliani e palestinesi giocano insieme

Matteo di Medio

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Il 21 Settembre si celebra la Giornata Mondiale della Pace ONU. Per l’occasione vi raccontiamo il grande insegnamento che i bambini israeliani e palestinesi hanno dato a tutti coloro che non credono che un futuro migliore sia possibile.

Ormai le tecnologie e i videogame si stanno pian piano togliendo la cattiva reputazione di essere il male assoluto e la rovina dei giovani. Gli Esports sono diventati a tutti gli effetti degli Sport 2.0 con il riconoscimento da parte del Cio come disciplina e si sta tentando addirittura di farla rientrare nel calendario olimpico.

Esistono casi in cui i videogiochi ricoprono un ruolo fondamentale e rompono definitivamente con gli stereotipi della critica che vorrebbe abolire del tutto l’uso di questi nuovi strumenti come elemento di svago.

Riprendendo quanto scritto da Edwin Evans-Thirlwell nel sito Motherboard.com, raccontiamo il progetto portato avanti da Uri Moshol.

Uri Moshol, ex CEO della società di software Incredibuild, nonché ex militare dell’esercito israeliano, sfruttando il grande interesse verso il mondo del gioco digitale da parte delle ultime generazioni, ha realizzato un programma di carattere sociale per contrastare il clima di odio ed intolleranza religiosa sul territorio della Striscia di Gaza tra Israele e Palestina che ora più che mai è tornato ad essere rovente con conseguenze tragiche e sanguinose per tutta la popolazione.

La Games For Peace (G4P), con sede a Tel-Aviv, è un’organizzazione no profit che, attraverso videogames multiplayer ha l’obiettivo di formare ed informare i giovani delle comunità ebraiche e palestinesi, impegnati in partite online, sul tema dell’integrazione e del rispetto della diversità di fede verso quelle persone che fin da piccole vengono educate al disprezzo del diverso.

L’idea di Moshol nasce dopo una partecipazione nel 2013 ad una Conferenza a New York di Games for Change, organizzazione che pone l’attenzione sul ruolo positivo che i giochi possono avere all’interno della società. Uri è rimasto talmente colpito da questa realtà, non essendo un esperto del settore, da voler esportare questa nuova visione dell’universo videoludico anche verso i territori che ha più a cuore come la Palestina e Israele. Con l’aiuto di esperti del settore, ha individuato come la migliore strada da percorrere l’utilizzo di giochi già esistenti, piuttosto che crearne nuovi ad hoc, per combattere il razzismo e gli stereotipi verso culture che tra loro, in alcuni casi, non sono mai venute a contatto, non si sono mai confrontate.

Il motivo principale di utilizzare videogame già conosciuti è stato dettato dall’intento di creare, sin da subito, coinvolgimento ed adesione da parte dei giovani. Proprio per questo, il gioco scelto per il progetto G4P è stato Minecraft. Con milioni di copie vendute, il videogame creato dalla Mojang nella persona del Presidente Markus Persson, poi venduto per la cifra record di 2,5 miliardi di dollari alla Microsoft, ha come obiettivo quello di costruire città ed edifici di vario genere in un mondo virtuale nel quale il giocatore è il protagonista.

Come racconta Moshol, in alcuni casi, attraverso il videogame, molti bambini si mettevano in contatto per la prima volta con il mondo “dall’altra parte”.

Il progetto Games for Peace porta avanti due diverse iniziative: nella prima, la “Play for Peace”, viene chiesto, ad un numero indefinito di giocatori, di collaborare insieme online per costruire la città. Nella prima occasione di incontro virtuale, il 17 gennaio 2014, parteciparono 50 giovani provenienti da Israele, Palestina, Cisgiordania ed Egitto con l’obiettivo di creare la “Città della Pace”. Alla quinta edizione, nel luglio dello stesso anno, bisognava costruire uno stadio di calcio per i Mondiali.

In queste occasioni, così come nelle altre, le reazioni sono state più che positive e confortanti, tolti singoli casi di comportamenti abusivi, come quando un giocatore cominciò a creare svastiche ovunque. La risposta del resto della comunità fu esemplare: tutti insieme si sono adoperati a cancellarle immediatamente.

La seconda iniziativa è la “Play to Talk”, dove ragazzi di due scuole diverse si sfidano nella costruzione di una città, attraverso la cooperazione e la condivisione di informazioni, pur essendo di religioni od estrazione diversa. Al termine della sessione di gioco, vengono organizzati degli incontri reali tra i giocatori così da commentare tutti insieme l’andamento della partita e conoscersi un po’.

Moshol evidenzia come la Games for Peace stia portando a risultati promettenti e l’evidenza di quanto esposto sta nel fatto che molti giocatori sono rimasti in contatto tramite i social network o addirittura attraverso una frequentazione offline.

L’obiettivo finale del CEO è quello di esportare il G4P in tutto il mondo e in tutte quelle zone dove l’intolleranza e la mancanza di integrazione è il pane quotidiano per le giovani generazioni, diffondendo un messaggio universale senza bandiere o ideologie.

Questa volta, mettiamo da parte la facile critica verso i videogiochi, i peggiori nemici di mamme e papà “disperati”, e poniamo l’attenzione, riconoscendone il merito, sul ruolo che, grazie a persone illuminate come Moshol, la tecnologia ludica può avere per superare ostacoli vecchi un’eternità e far conoscere ai propri figli una realtà che gli è sempre stata tenuta nascosta.

 

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