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Chamonix 1924: le Olimpiadi dei Soldati

Francesco Beltrami

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Il Biathlon fa la sua comparsa  alle Olimpiadi proprio in occasione della prima edizione invernale della grande kermesse sportiva. Viene disputata una sola gara, a squadre, riservata a formazioni militari di quattro componenti capitanate da un ufficiale, denominata nel programma dei Giochi di Chamonix “Ski Militaire course de 30 K.”. La gara si disputò il 29 gennaio del 1924, martedì. I quattro sciatori di ciascuna squadra dovevano percorrere un tracciato di 30 chilometri, che ai tempi veniva disegnato su un solo giro, con partenza allo Stadio Olimpico di Chamonix Mont Blanc, da dove si procedeva verso Le Lavancher, poi Argentiere, Charamilon, Trelechamp, di nuovo Argentiere, dove era posto il poligono di tiro, Les Tines, Les Frasses, Le Belvedere e arrivo nuovamente alla Stadio Olimpico.



La prova di tiro prevedeva che tre dei quattro componenti la pattuglia, era escluso l’ufficiale in comando, sparassero diciotto colpi, sei ciascuno, contro un bersaglio posto a 250 metri di distanza. Per ogni colpo giunto a segno era previsto un abbuono di trenta secondi sul tempo finale della prova di sci. Furono sei le nazionali a presentarsi alla partenza quella mattina disturbata dal maltempo, e sembra da alcune fonti alla presenza di ben 1307 spettatori in buona parte civili, all’epoca un vero record per una gara di sci militare.

E’ la Finlandia alle 8.40 a partire per prima, con l’ufficiale Vaino Bremer e i militi Vilhelm Mattila, August Eskelinen e Heikki Hirvonen. Vaino Bremer era un capitano dell’esercito finlandese, noto oltre che come sportivo anche come pioniere dell’aviazione. Nato nel 1899 a Turku morirà il 23 dicembre del 1964 a Kerava, nei pressi dell’aeroporto di Helsinki-Vantaa appunto in un incidente aereo. Sei mesi dopo la gara per pattuglie militari a Chamonix sarebbe stato protagonista anche dei Giochi Olimpici estivi di Parigi, dove gareggiò nel Pentathlon Moderno, chiudendo nono  in una gara dominata dagli svedesi. In quegli stessi anni Venti Vaino era a capo della pattuglia acrobatica della Suomen Ilmavoimat, l’aviazione militare finlandese, nel 1931 attraverserà l’intera Europa in volo e nel 1932 volò da Helsinki a Città del capo e ritorno. Per il 1933 aveva programmato la circumnavigazione aerea del globo, ma dovette desistere per il divieto dell’Unione Sovietica ad attraversare il proprio spazio aereo, partì comunque ma dovette effettuare in nave parte del percorso. La notte della vigilia di Natale del 1964 ai comandi del suo Beechcraft Baron con un passeggero a bordo si stava preparando all’atterraggio, era buio, le condizioni meteorologiche erano pessime e, come appurò successivamente l’inchiesta, il sessantacinquenne Vaino Bremer pur essendo un veterano dell’aviazione con migliaia di ore di volo alle spalle era poco aduso al volo strumentale utilizzato sugli aerei moderni. Il velivolo precipitò nei boschi vicini alla pista e sia il pilota che il suo compagno persero la vita. Ora riposa nel cimitero di Honkanummen.

La squadra finlandese

Alle 8.43 fu il turno dei padroni di casa della Francia, con l’ufficiale Camille Mandrillon al comando di Georges Berthet, Maurice Mandrillon e André Vandelle. Camille Mandrillon nato a Les Rousses nel 1891 ha un posto nella storia olimpica che va oltre la partecipazione alla gara delle pattuglie militari a Chamonix, fu infatti lui a leggere durante la cerimonia d’apertura  il 24 gennaio il primo Giuramento olimpico della storia dei Giochi Invernali, e nella medesima occasione fu anche il primo portabandiera della Francia in quella manifestazione.Tra i soldati che lo accompagnavano quella mattina in gara c’era anche suo fratello Maurice, più giovane di ben undici anni, e anche gli altri due componenti erano originari di Les Rousses, comune del dipartimento dello Jura a 1107 metri di altitudine, che al tempo delle Olimpiadi di Chamonix era abitato da circa 1700 persone, ora vanta 3100 abitanti e dagli anni Settanta è il centro principale dell’importante comprensorio sciistico noto come Station de Rousses. Camille morirà a 77 anni nel 1969, mentre suo fratello Maurice vivrà fino al 1981.

La squadra francese

Terza a partire fu l’Italia, guidata da Pietro Dente, sottotenente degli Alpini, con Goffredo Lagger, Albino Bich e Paolo Francia, sappiamo poco di questi quattro pionieri del Biathlon in Italia, se ne conosce la data di nascita, 1901 per tutti e quattro e se ne sono perse le tracce dopo le Olimpiadi.

Alle 8.49 al via la pattuglia polacca, comandata dal sottotenente Zbigiew Woycicki, nato a Zakopane nel 1902, di lui si sa che partecipò alla gara di sci militare anche quattro anni dopo a Saint Moritz e che, tornato in Polonia, morì pochi mesi dopo a nemmeno 26 anni. Con lui Szczepan Witkowski, Stanislaw Chrobak e Stanislaw Kadziolka.

Quinti a partire i cecoslovacchi, con Karel Buchta (capitano), Josef Bim, Bohuslav Josifek e Jan Mittlohner. Josef Bim fu atleta completo e gareggiò in diverse discipline invernali durante la sua breve vita: nato il 24 gennaio 1901 a Vysoké Nad Jizerou morì infatti a soli 33 anni il 5 settembre del 1934. Riuscì a gareggiare in due olimpiadi, nel 1924 prese parte anche alle gare di Combinata Nordica finendo tredicesimo e di Salto Speciale chiudendo ventiseiesimo, mentre nel 1928 rappresentò la Cecoslovacchia nel Salto ottenendo un ventesimo posto. Fu presente anche a due edizioni dei Mondiali di Sci Nordico, nel 1925 a Janske Lazne, in casa, fu quinto nella Combinata, dove invece finì ventitreesimo un anno dopo a Lahti in Finlandia.

Ultima a partire fu alle 8.52 la pattuglia della Svizzera, guidata dal tenente bernese Denis Vaucher, classe 1898 fu uno degli ultimi partecipanti alle gare di Chamonix a venire a mancare, in quanto sopravvisse fino al 1993, col caporale Antoine Jules e i fucilieri Alphonse Julen e Alfred Aufdenblatten. I fratelli Julen erano membri di una famiglia che diede ben quattro olimpionici alla Svizzera, il cugino Oswald Julen fu combinatista nordico, mentre un altro cugino, Simon Julen fondista. Alfred Aufdenblatten invece in quei Giochi prese parte anche alla prova della 50 chilometri di fondo in cui fu costretto al ritiro.

Torniamo ora sulla neve in quella mattinata di maltempo nell’inverno delle Alpi francesi. La pattuglia finlandese transitò per prima a tutti i controlli e sparò con ottima precisione al poligono centrando 11 dei 18 bersagli, alle sue spalle in diversi erano in difficoltà. La Polonia e l’Italia dovettero ritirarsi a causa delle avverse condizioni meteo, anche se per quel che riguarda l’abbandono dell’Italia altre fonti riferiscono sia  stato causato dalla rottura di uno sci di uno dei componenti la squadra.

Molto veloce avanzava la Svizzera partita per ultima, che dopo un discreto poligono 8/18 il risultato, superò tutte le nazioni partite prima di lei tranne la Finlandia. I francesi spararono veramente male, 2/18 oltre a essere lenti sugli sci, mentre i cecoslovacchi fecero un po’ meglio al poligono 5/18, ma avanzavano nella neve ancora più lentamente dei francesi.

La Finlandia al tiro

Allo stadio olimpico entrò per prima la Finlandia che tagliò il traguardo alle 12.45.40 seguita alle 12.55.06 dalla Svizzera che però era partita 15 minuti dopo. Al tempo dei finlandesi furono tolti 5 minuti e 30 secondi in virtù degli 11 bersagli colpiti, a quello degli svizzeri 4 minuti. La Svizzera quindi ottenne il primo posto con un tempo compensato di 3 ore 56 minuti e 6 secondi contro le 4 ore 0 minuti e 10 secondi dei finnici, conquistando così il primo oro olimpico della storia del Biathlon.

Nella lotta per il bronzo nonostante il fallimentare poligono la Francia regolò la Cecoslovacchia per 1 minuto e 1 secondo, avendola battuta di 2’31” sugli sci: non bastò infatti ai cechi il minuto e mezzo di maggior abbuono conquistato nella prova di tiro.

Quattro anni dopo a Saint Moritz il Biathlon fu ancora presente, ma solo come sport dimostrativo, lo stesso avvenne nel 1936 a Garmisch e di nuovo al ritorno delle Olimpiadi dopo la Seconda Guerra Mondiale a Saint Moritz 1948. Poi più nulla nemmeno a livello dimostrativo, fino al 1960 quando a Squaw Valley negli Stati Uniti il Biathlon entrò ufficialmente nel programma Olimpico, con una sola gara, l’Individuale sui 20 chilometri e 4 poligoni. Le donne invece dovettero aspettare fino ad Albertville nel 1992 per avere il loro spazio a cinque cerchi. Nei decenni però l’importanza di questo sport ha continuato a crescere inarrestabilmente, agli ultimi Giochi a Sochi ha assegnato ben undici titoli olimpici, cinque maschili, cinque femminili e uno misto, la staffetta composta da 2 uomini e due donne per squadra.

Gli Svizzeri raggiungono i Polacchi lungo il percorso

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Paul Allen: storia del Genio tifoso innamorato dello Sport

Alessandro Mazza

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Genio, rivoluzionario, magnate, filantropo. Non bastano le parole, gli aggettivi. Scrivo. Meglio: pigio i tasti del mio PC. Il Personal Computer in ogni casa, la visione, il sogno della Microsoft. E di uno dei suoi fondatori, Paul Gardner Allen, che ci ha lasciato a 65 anni, sconfitto dalle complicazioni legate ad un Linfoma non-Hodgkin, rara forma di cancro che già lo aveva colpito nel 2009 e contro il quale stava combattendo nuovamente, come lui stesso aveva annunciato soltanto pochi giorni fa. Il co-fondatore di Microsoft se ne va nella sua Seattle, la città dello smeraldo e della prestigiosa scuola privata Lakeside, dove giovanissimo conobbe William Henry Gates III, meglio noto come Bill, con il quale fonderà nell’Aprile del 1975 il colosso informatico destinato a cambiare la vita di miliardi di persone. Servirebbero libri, film, documentari. Ci sono stati, ci saranno.

Un uomo diverso, dai molteplici interessi, la sua enorme ricchezza (oltre 20 miliardi di Dollari secondo Forbes) messa a disposizione di svariati progetti. E delle sue passioni. La musica, con la sua band, gli Underthinkers, e il mito di Jimi Hendrix che lo accompagnerà tutta la vita. E lo sport, l’altro grande amore di Paul Allen. Nel Giugno del 1988, Allen acquista i Portland Trail Blazers, storica squadra NBA: 70 milioni di Dollari a Larry Weinberg, uno dei fondatori della franchigia e un “sogno che diventa realtà” per il genio dell’informatica. La squadra è buona, futuribile, la stella del giovane Drexler ha cominciato a brillare e il tocco di Allen (all’epoca il più giovane proprietario nello sport professionistico americano) sembra quello di Re Mida. Dopo una prima stagione interlocutoria, Portland cambia marcia: tre Finali di Conference consecutive, due delle quali vinte. Si perde in Finale NBA, troppo forti i Bad Boys di Detroit nel 1990 e il Michael Jordan del ’92, lanciato nell’Olimpo dal primo titolo conquistato l’anno prima contro i Lakers (che avevano sconfitto proprio i Blazers nelle finali dell’Ovest). Vinceranno, si pensa, questo giovane miliardario troverà il modo di trionfare anche nello sport. E invece non vince. Si ricomincia con le uscite al primo turno dei Playoffs, Drexler chiede e ottiene la cessione, la squadra non ingrana. Alla fine degli anni ’90, uno spiraglio: un gruppo nuovo, giovani promettenti (Wallace, Stoudamire), veterani di spessore (Pippen, Smith), leggende europee (Sabonis, Schrempf). Sembrano pronti, dopo le Finali dell’Ovest perse nel ‘99, nel 2000 si mettono alle corde i soliti Lakers, stavolta in versione Kobe&Shaq. Ma il quarto periodo della decisiva gara7 è un calvario, la rimonta di Los Angeles stronca i sogni di Portland e la finale di Conference va di nuovo ai gialloviola.

Paul Allen spende tantissimi soldi, spesso male. La squadra non migliora, anzi, si riempie di personalità e caratteri discutibili (a qualcuno viene in mente di chiamarli Jail Blazers vista l’attitudine comportamentale di qualche giocatore di riferimento). Fuori dal campo le cose non vanno meglio: la Rose Garden Arena va in bancarotta, per molti Allen pensa di cedere la squadra o addirittura di trasferirla nella sua Seattle, destinata di lì a poco a perdere la franchigia che verrà spostata dai nuovi proprietari ad Oklahoma City. Paul Allen, invece, mantiene il controllo dei Trail Blazers. Non solo, smentisce categoricamente l’idea del trasferimento a Seattle. Dove invece aveva salvato un’altra squadra. Già, perché nel 1996 Paul Allen decide che la NFL deve rimanere a Seattle e acquista i Seahawks da Ken Behring, orientato a trasferirli in California. Col Football, la storia sembra ripetersi: la squadra va bene praticamente da subito, cominciano ad arrivare le vittorie in Regular Season, le qualificazioni ai Playoffs e soprattutto il primo Superbowl, anno 2006. Anche stavolta, però, una sconfitta: sulla strada dei Seahawks, gli Steelers di Roethlisberger, la storia che va ancora una volta da un’altra parte, anche decisioni arbitrali controverse. Ma quando vince Paul Allen? Fidatevi, vince. E lo fa proprio con la squadra della sua città, trionfando nel Superbowl XLVIII in una partita in cui la clamorosa difesa dei Seahawks, la “Legion of Boom”, metterà in ginocchio l’attacco dei Denver Broncos e del leggendario QB Peyton Manning. Paul Allen alza al cielo il Vince Lombardi Trophy, festeggia, si narra che nel party per la vittoria abbia nuovamente imbracciato la chitarra e suonato. Come faceva nelle sue celebri feste sull’Octopus, lo yacht (oddio “yacht”, il palazzo galleggiante di sua proprietà) che ospitava la serata più divertente dell’intera settimana del Festival di Cannes. Chitarra che, a proposito, secondo il leggendario Quincy Jones sapeva suonare proprio come Hendrix.

Paul Allen perderà ancora: un Superbowl in maniera clamorosa, con uno scellerato ultimo possesso che toglierà ai Seahawks il bis del titolo e consegnerà l’anello ai Patriots dei monumenti Brady e Belichick. E perderà ancora con Portland, dove infortuni, scelte sbagliate e avversari oggettivamente troppo superiori hanno tenuto i Blazers lontano dalle Finali e da un titolo (l’unico) che manca dal 1977. Ma questo miliardario tifoso c’è sempre stato, fino alla fine, nella vittoria e nella sconfitta. Persino in qualche trasferta (cosa assai rara per i proprietari statunitensi), seguendo le proprie squadre con una passione probabilmente unica. Domenica per Seattle c’è il turno di riposo, Portland invece comincerà ufficialmente la stagione tra un giorno, tra le mura amiche e proprio contro i soliti Lakers. Sarà l’esordio con Los Angeles di LeBron James, per i Blazers sarà soprattutto la prima gara senza Paul Allen. Il posto vuoto sotto al canestro, il ricordo, certamente le lacrime.

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Storia di Ciprian, l’atleta Special Olympics salvato da Madre Teresa di Calcutta

Olympics Italia

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Il 17 Ottobre 1979 veniva assegnato il Premio Nobel per la Pace a Madre Teresa di Calcutta, una donna divenuta Santa per le sue immense opere di carità verso i più poveri e i più sfortunati al mondo. Tra le tante storie che accompagnano la sua vita, c’è quella di Ciprian. Insieme a Special Olympics vi raccontiamo la sua meravigliosa vicenda.

Madre Teresa di Calcutta è stata proclamata santa da Papa Francesco; tra i suo “miracoli” c’è certamente quello di aver salvato la vita a Ciprian, oggi un Atleta Special Olympics.
La sua rinascita ha inizio quando, a Tirgoviste vicino Bucarest, Madre Teresa di Calcutta varcando la soglia di un orfanotrofio, per casi incurabili, con scarse condizioni igieniche e cibo insufficiente, lo prese in braccio e decise di portarlo via con sé, ancora piccolino. Un incontro che, invertendo un destino già segnato, ha aperto le porte ad una nuova vita fatta di attenzioni, cure ed attività di riabilitazione che gli hanno permesso di sentirsi parte di una famiglia e di avere le giuste condizione per poter vivere pienamente.

La nascita
Ciprian è nato in un piovoso giorno di gennaio, durante gli anni della dittatura di Ceausescu. Per i medici è già un miracolo che sia ancora vivo perché le conseguenze del parto si rivelano drammatiche: le ossa del cranio non si saldano, non permettendo un corretto sviluppo del cervello; il neonato è destinato ad andare incontro a seri problemi durante la crescita. Le gravi malformazioni alla nascita e le conseguenti preoccupazioni portano probabilmente la madre ad abbandonarlo.

L’arrivo in Italia
La sua nuova casa diventa, fino a quando non gli viene permesso di arrivare in Italia, l’Istituto delle Suore Missionarie della Carità a Bucarest. Accolto successivamente a Roma in un Convento delle Suore Missionarie, viene sottoposto, al Policlinico Gemelli, a diverse operazioni chirurgiche che riescono a salvargli parte della vista dell’occhio destro. Madre Teresa, negli anni, non si è mai dimenticata di Ciprian al quale, tornando in Italia nel 1993, fa da madrina di battesimo.

Il Serafico, una nuova famiglia
Nel 1995 per il Tribunale dei Minori di Roma Ciprian può essere adottato; le Suore Missionarie si adoperano per trovargli una famiglia ma le sue difficoltà spaventano così tanto che nessuno porta avanti, fino in fondo, l’intenzione di adottarlo. Ad occuparsi di lui nelle vesti di tutore legale, fino ai 15 anni, è una religiosa delle Suore Missionarie della Carità; successivamente si aprono le porte del Serafico di Assisi, centro di riabilitazione e ricerca per ragazzi con disabilità plurime, nonché team Special Olympics. Ciprian soffre di una encefalocele fronto-nasale a suo tempo corretta chirurgicamente con un residuo visivo e un ritardo mentale medio lieve, ma la riabilitazione, le numerose attività svolte, lo sport e l’affetto hanno fatto un vero e proprio miracolo in termini di crescita.

Lo Sport e Special Olympics
Ciprian è un ragazzo simpatico, vitale, sempre allegro; i volontari raccontano “uno straordinario smontatore di oggetti”, che ama conoscere nei dettagli per avere la certezza che ogni pezzetto, anche il più piccolo, ha un ruolo ed è prezioso. Nella struttura di Assisi diventa attore negli spettacoli del laboratorio teatrale, pittore al laboratorio grafico e un grande sportivo.
Partecipa ai primi Giochi Nazionali Special Olympics, nel 2007 a Lodi, dove conquista le sue prime medaglie, entrambe d’oro nei 100 metri e nel salto in alto; da lì un percorso di crescita continua la strada da fare è ancora lunga ma Ciprian non ha paura, ha già dimostrato a se stesso di avere una gran voglia di continuare a correre.

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Federico Turrini: “Quitters never win”. Mi riprendo il tempo che mi è stato tolto

Angela Failla

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Occhi accesi e il sorriso di chi non si è mai arreso. Lo sguardo è fermo, le mani tracciano piccoli segni nell’aria, con una calma quasi surreale. Ma quando indossa la cuffia e si tuffa in acqua sembra quasi un supereroe. Lui è Federico Turrini, 31 anni, toscano, uno dei grandi protagonisti del panorama di nuoto mondiale e attuale capitano della nazionale italiana. Il primo a stupirsi dei suoi successi è stato proprio lui. Con il suo metro e 93 di altezza e la medaglia di bronzo 400 misti agli europei in vasca lunga, si prepara, insieme ai compagni, a dare del filo da torcere alle squadre avversarie nei prossimi Mondiali. Un percorso, il suo, iniziato da piccolino e da allora un crescendo di successi consacrati dalla fascia di capitano. Ma anche un periodo buio, quello della squalifica per doping a soli vent’anni. Ma Federico non si è mai arreso e come recita il tatuaggio sul suo addome: Quitters never win si riprende le sue rivincite e insieme ad esse il tempo perduto.

Nel 2014 ha vinto la medaglia di bronzo in una competizione europea in vasca lunga. Una bella soddisfazione, non è vero?

Le medaglie di bronzo che ho vinto ai campionati europei in vasca lunga sono state sicuramente le emozioni più grandi perché arrivare all’appuntamento estivo, che poi è quello che conclude il ciclo di lavoro che hai fatto durante l’anno, e ottenere quello che avevo prefissato come obiettivo massimo, mi ha riempito di gioia e mi ha anche dato la forza di continuare a lavorare per gli anni successivi.

Nel 2007 durante un controllo antidoping l’hanno trovata “non negativo” e squalificato per due anni. Cosa ha provato?

E’ stato uno dei momenti più difficili della mia vita, anche perché si è trattato più che altro di una ingenuità compiuta ad appena 20 anni. Ho usato un collirio che non pensavo potesse contenere sostanze dopanti. Con me sono stati molto severi perché sono stato costretto ad una squalifica di due anni mentre in casi analoghi le squalifiche sono state diverse. Però, senza voler fare polemica su un capitolo ormai chiuso e ampiamente superato grazie ad altre soddisfazioni che mi ha dato lo sport, devo dire che è stato davvero difficile stare fermo per così tanto tempo senza poter gareggiare. Portare avanti allenamenti senza avere mai una verifica e senza lo stimolo della gara non è facile. Ho avuto una grande forza di volontà. Non nascondo che lì per lì ho anche pensato di smettere di nuotare e fare altro visto che comunque sono sempre andato bene a scuola. Ricordo perfettamente quell’estate: c’erano le Olimpiadi di Pechino, alle quali, ironia della sorte, mi ero pure qualificato. All’inizio non riuscivo nemmeno a vedere le gare. I miei compagni di nazionale mi scrivevano messaggi da laggiù e mi facevano ancora sentire parte di loro. E così qualcosa in me è cambiata. Mi è tornata la voglia di mettermi in gioco. E ho ricominciato ad allenarmi.

E cosa è successo dopo?

Sono stato 14 mesi senza poter competere, allenandomi però tutti i giorni. Quando sono rientrato, mi sono ripreso le mie soddisfazioni. Adesso posso dire di aver una carriera lunga anche perché ho già 31 anni e ancora nuoto. Spero di poterlo fare ancora per un po’ di tempo. Magari se non avessi avuto questo stop, mi piace pensare che la mia carriera si sarebbe conclusa prima. Invece le ho dato più longevità perché mi voglio riprendere il tempo che mi è stato tolto.

Cosa significa essere capitano della nazionale italiana di nuoto?

Essere capitano della nazionale italiana di nuoto è davvero una bellissima soddisfazione, senza dubbio.  Questa qualifica era per me una cosa impensabile! Il capitano viene votato dalla squadra e quindi significa che anche all’interno della squadra la mia figura è riconosciuta e può trasmettere qualcosa ai più giovani. I miei compagni di squadra mi hanno dato fiducia e spero di portare avanti questa carica il più a lungo possibile perché è davvero un bel ruolo. E poi succedere a una figura come quella di Filippo Magnini, che ha fatto la storia del nuoto italiano, è un onore e onere.

Le ha dato qualche suggerimento Filippo Magnini?

Mi sono sentito con Filippo Magnini la sera in cui è uscita la notizia della mia elezione come suo successore e, oltre a complimentarsi, mi ha detto che ero la persona adatta a prendere il suo posto. E questo mi ha riempito di gioia e orgoglio. Mi ha anche dato un po’ di consigli su come interfacciarmi con l’ambiente e su come fare il mediatore tra gli atleti e lo staff.  Ho cercato di fare tesoro dei suoi consigli.

E’ fidanzato con la nuotatrice Chiara Masini Luccetti, che abbiamo intervistato, un po’ come è stato tra Federica Pellegrini e Filippo Magnini, sono tante le coppie di atleti che condividono storie d’amore e allenamenti, non trova?

Il nuoto è uno sport dove maschi e femmine fanno le stesse identiche cose, non c’è divisione come invece può esserci in altri sport. Nuotatori maschili e femminili fanno esattamente gli stessi allenamenti, passano le stesse ore di palestra e quindi è facile che si creino dei legami. Con una persona al di fuori del nostro ambiente non credo sarebbe così facile. Ci assentiamo per grandi periodi e siamo costretti anche a parecchie rinunce soprattutto nel periodo di gara, di conseguenza stare con una persona che condivide le tue stesse passioni e stile di vita è più facile. Una persona che conduce una vita diversa dovrebbe comunque, in qualche modo, adattarsi o sacrificarsi.

Galeotta è stata la piscina, possiamo dirlo?

Hai perfettamente ragione. Io e Chiara ci siamo conosciuti durante un collegiale in Sudafrica perché lei si era aggregata alla nostra squadra per fare un periodo di allenamento insieme a noi e da lì tra una cosa e un’altra è iniziata la nostra storia d’amore. Adesso sono 5 anni che stiamo insieme.

Un aggettivo per definire la sua fidanzata?

Chiara è estremamente talentuosa e anche abbastanza testarda. Per questo mi piace da impazzire.

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