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Calcio

C’era una volta il Calais: i dilettanti che distrussero le grandi del calcio

Jacopo DAntuono

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Questa sera allo Stade de France, a Parigi – Saint Denis, va in scena la Finale di Coppa di Francia. A contendersi il titolo, le stelle del Paris Saint Germain che dovranno vedersela con la Cenerentola Les Herbiers, squadra che milita nella terza serie francese e ancora in piena lotta per la retrocessione. Questa sfida ci riporta alla mente un’impresa di qualche tempo fa: quella dei dilettanti del Calais.

Quella che sto per raccontarvi è una delle storie più romantiche della storia del calcio. Una favola che porta alla ribalta delle persone normali. Una favola inaspettata, che rovescia le piramidi e mette in ginocchio le più grandi squadre della Francia. Questa è la favola del Calais, compagine dilettante che mise in crisi le big del football francese.

Siamo nel duemila, ci troviamo in Francia in una piccola cittadina del nord. Siamo a Calais, un piccolo villaggio di pescatori che affaccia sulle coste dell’Oceano Atlantico. La squadra di calcio locale è una delle tante. Nel Calais non ci sono giocatori professionisti. La squadra è composta da persone normali, che integrano con il calcio il loro lavoro principale. Operai, pescatori, postini e parrucchieri. Gente comune che decide di iscriversi alla Coppa di Francia per puro divertimento.

Questa storia comincia proprio da qui.

Il Calais spera di reggere almeno qualche turno, con il sogno di confrontarsi con qualche squadra professionista. In questa favola tutti sono protagonisti, dall’ex promessa Cédric Schille (portiere) all’attaccante Gerard (magazziniere e bomber di periferia). Solo appassionati del pallone, con delle qualità rimaste nel buio per troppo tempo.

Il Calais comincia finalmente il torneo con la fase eliminatoria e affronta tante squadre di pari categoria, sulla carta persino più attrezzate. I giallorossi (colori sociali del Calais) superano indenni quattro battaglie. Si suda, si lotta e si soffre. Tutte le piccole realtà della Francia vogliono ben figurare e ogni turno diventa un’impresa. Eppure siamo ancora nelle fasi preliminari del torneo, con i grandi club del paese che ancora non si interessano lontanamente alla Coppa.

Ecccoci all’ottavo turno del torneo, il Calais ribalta i pronostici e travolge il Dunkerque, facendo esplodere di gioia tutta la città e i tifosi della squadra. Fidanzate, parenti, amici e mogli in estasi per il miracolo dei loro cari. Il Calais vola ai trentaduesimi di finale, dove finalmente può affrontare qualche compagine professionista. I giocatori del Calais sono al settimo cielo e sono emozionati all’idea di poter affrontare dal vivo giocatori che fino al giorno prima avrebbero potuto vedere soltanto in televisione.

Dai sorteggi esce fuori il Lille, capolista in Ligue 2 (la nostra serie B). Un sorteggio che sembra mettere fine ai sogni di gloria del Calais, anche perchè la differenza tecnica è  abissale.  I giallorossi arrivano a questa sfida con la giusta dose di emozione e adrenalina. Ma l’approccio in campo è spensierato. I ragazzi ribaltano la sfida ai calci di rigore, senza fallire nemmeno una esecuzione. Il sogno può continuare. Nel turno successivo il sorteggio sembra più generoso coi nostri eroi: arriva il  Langon-Castets, squadra di quarta divisione ma pur sempre temibile. Il Calais gioca nel suo piccolo impianto locale e travolge 3-0 gli avversari. L’effetto Lille si fa sentire ancora e i gli undici sognatori di Calais  volano agli ottavi di finale.

L’entusiasmo è incontenibile, c’è bisogno di uno stadio più grosso e il Calais si trasferisce allo Stade de la Liberatìon di Boulogne. Dal bussolotto esce il Cannes (Ligue 2) che secondo i bookmaker vincerà a mani basse. D’altronde la differenza tecnica è immensa. Ma non in quei centoventi minuti combattutissimi, dove il Calais riesce a trascinare i professionisti ai calci di rigore. Proprio dal dischetto i giallorossi si rivelano più efficaci e conquistano il biglietto per i quarti di finale. Il Calais è già tra le più forti di Francia.

Tocca allo Strasburgo e la favola sembra davvero poter finire. Ma il Calais ormai è  una mina vagante e in una partita rocambolesca beffa gli avversari due a uno. I dilettanti mandano al tappeto (ancora una volta) i professionisti. I giallorossi ormai diventano l’incubo delle grandi. Si va in semifinale, senza paura di affrontare i campioni in carica del Bordeaux.

Per i campioni dovrebbe essere una pura formalità, ma il Calais alza i muri in difesa e non si lascia abbattere. Si soffre, si sputa sangue e si corrono pericoli. I nostri (sì, tifiamo palesemente per loro) hanno più benzina, più fantasia e si portano incredibilmente in vantaggio con l’impiegato Jandau. Il Bordeaux si sente umiliato e pareggia i conti con Laslandes. Altra partita ai rigori? No, perchè il Calais non ci sta e con le reti di Millien  (insegnante delle elementari) e Gerard fissa il 3-1.

I giallorossi incredibilmente, inspiegabilmente e senza un vero perchè hanno sconfitto tutte le grandi e sono ad un passo dal trofeo. Quasi tutte le grandi, perchè l’appuntamento con la storia mette di fronte il Nantes.

Il Nantes è una squadra di Ligue 1, inutile dire che il pronostico anche qui sembra scontato. Sul rettangolo verde il dislivello viene completamente annullato. Il Calais passa addirittura in vantaggio con Dutitre. Solo 45′ seperano il Calais dal titolo. C’è aria di festa e paura di vincere. Un contrasto di emozioni inspiegabili. Proprio sul più bello il Nantes pareggia, trascinando i giallorossi ai supplementari. Può succedere di tutto, anche perchè il Calais continua a proporre il suo gioco ben consolidato e in ottica dei calci di rigore può schierare i suoi cecchini. C’è però lo scherzo del destino che manda in frantumi i sogni della piccola cittadina francese: nel finale della gara l’arbitro sogna un fallo immaginario dentro l’area del Calais e decreta il penalty per il Nantes.

Il portiere dei miracoli può salvare i suoi, ormai non ci stupirebbe nemmeno più. Ma dagli undici metri il Nantes non sbaglia e fa sprofondare il Calais. Non c’è più tempo, ma solo tante lacrime. All’ultimo respiro il Nantes vince la Coppa.

Nessun lieto fine per i nostri undici eroi, sconfitti sul più bello. Ma questa è una favola che merita di essere raccontata. E ricordata. Un’impresa che resterà a lungo nella storia del magico mondo del calcio.

Calcio

Jules Rimet, il visionario padre dei Mondiali che ha cambiato il ‘900

Leonardo Ciccarelli

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Il 16 ottobre 1956 moriva Jules Rimet, il padre dei Mondiali di Calcio. Ripercorriamo la sua vita che attraversa tutti i momenti cruciali della storia moderna. Un uomo di sport, oltre lo sport.

Al civico 45 in Avenue Marx-Dormoy, in Bagneaux, provincia di Parigi, c’è un meraviglioso cimitero extra muros in cui sono sepolti alcuni importanti francesi, da Claude Berri a Frida Boccara, da Jules Laforgue a Charles Denner, c’è anche la salma di un visionario che ha cambiato per sempre la storia dello sport più radicato del pianeta, il calcio. Parliamo di Jules Rimet.

Nato nel 1873 e cresciuto nel bel mezzo del niente nelle colline della Francia di fine ‘800, si trasferisce a ridosso del nuovo secolo a Parigi insieme alla famiglia per sfuggire alla fame e alla povertà. Nella capitale ad 11 anni lavora nella drogheria di suo padre, ed in questa splendida città scopre il calcio giocato dai ragazzi nelle strade e si convince dei benefici dello sport nell’educazione fisica e morale dei giovani, che porta benessere e amicizia tra le persone. Diventa uno studente coscienzioso fino a diventare un avvocato.

Contemporaneamente si impegna nello sport e fonda col fratello nel 1897 i Red Star, una delle società più antiche della Francia, attualmente in Ligue 2, la Serie B francese, e l’anno dopo fonda anche un giornale cristiano, repubblicano e democratico, La Revue, che si fonde nel gennaio del 1899 con Le Sillon di Marc Sangnier, una rivista per la quale numerosi cristiani divennero ostili alla monarchia.

La politica è centrale nella vita di Jules Rimet che fin da giovane si avvicina alla Democrazia Cristiana transalpina, restando però con ideali vicini alla sinistra, chiedendo una collaborazione forte e reale tra la chiesa ed il popolo e pretendendo un riformismo che avvicini le classi sociali, smussando i conflitti sociali.

Vede nel calcio il mezzo per smussare i suddetti conflitti, vede lo sport e proprio il football in particolare, un veicolo serio e concreto di emancipazione per i meno fortunati e crede fermamente nello sport come un fattore reale di avvicinamento tra i popoli.

Rimet è un contemporaneo di Pierre de Coubertin, l’inventore delle Olimpiadi moderne e all’indomani della fine della Prima Guerra Mondiale la voglia di non spargere più sangue e risolvere i propri dissensi nello sport è davvero forte, prende forma in questo clima l’idea di un Campionato del Mondo di Calcio, un clima fortemente politicizzato proprio dal suo fondatore che usa questa idea per scalare i vertici della Fifa che approva questo nuovo torneo.

Il primo organizzatore è l’Uruguay che negli anni ’20 e ’30 è un felice Paese del Sudamerica e che nel calcio sta dominando nell’unico torneo mondiale fino ad allora esistente, il torneo olimpico, che la nazionale vince sia nel ’24 sia nel ’28. Sono i più forti del mondo, ed infatti vincono la prima edizione del torneo iridato, organizzato da loro che festeggiano quell’anno proprio il centenario dell’indipendenza. Il 31 luglio oggi è festa nazionale in Uruguay, per ricordare quel glorioso giorno.

E’ stato un successo, Jules Rimet diventa uno degli uomini più potenti del mondo, le nazioni guardano con coraggio questo sport inventato dagli inglesi e i capi di governo si ingolosiscono. Tra questi, Mussolini ottiene l’organizzazione dela Coppa del Mondo del ’34, vinta dalla stessa Italia che sulla bandiera ha il fascio littorio, impresa ripetuta 4 anni dopo nell’edizione francese della competizione iridata.

La Coppa del Mondo del ’38 è il manifesto di quello che sarebbe successo l’anno successivo: la Germania schiera 5 austriaci, poco dopo l’annessione dell’Austria al Terzo Reich, ed esclude ogni atleta di origine ebraica dalla competizione.

Dopo la Guerra le cose cambiano. Si riuniscono i comitati a Lussemburgo e stilano alcune regole ancora oggi in vigore, come quella di dedicare la coppa al suo ideatore e soprattutto di donare il trofeo alle nazioni in grado di vincerlo per 3 volte. La prima a riuscirci è stata la nazionale brasiliana, poi ha seguito l’Italia nel 1982, infine la Germania, nel ’90.

Rimet lascia la presidenza Fifa ad 84 anni, due anni dopo sarebbe morto in solitudine, con un ideale ben chiaro a lui, ben poco a chi i campionati li avrebbe organizzati come ha dimostrato l Italia e come dimostreranno il Cile di Pinochet, l’Argentina di Videla.

La sua idea di calcio romantico, che unisce i popoli sotto un unico dominatore, è parzialmente riuscita e forse l’esempio migliore è stata la sua nazionale, che nel ’98 lo omaggia con una piazza nei pressi del Parco dei Principi e con una scritta sulla fiancata del pullman: “Liberté, Égalité, Jules Rimet”. Una nazionale fatta da francesi, algerini, baschi, sudamericani, africani, tutti uniti sotto un’unica bandiera, quella francese, tutti uniti per un bene ideale, quello del Calcio.

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Calcio

65 anni del Divino: Falcao, l’addio, la politica e il Papa

Matteo Luciani

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Compie oggi 65 anni Paulo Roberto Falcao, l’ottavo Re di Roma, rimasto nella memoria dei tifosi giallorossi per aver portato il tricolore a Roma. Ma ci fu un momento in cui il brasiliano fu ad un passo dall’Inter. Vi raccontiamo questa storia di calciomercato sfumata per un soffio.

Giugno 1983. La capitale d’Italia è in tripudio dopo che la sua parte giallorossa ha appena conquistato il secondo tricolore della propria storia. Merito di un gruppo di uomini e calciatori eccezionali guidati sapientemente dal ‘Barone’ Nils Liedholm.

Neppure il tempo di gustarsi il sapore della vittoria, però, che nei pressi di Trigoria scoppia la bomba: il ‘Divino’ Paulo Roberto Falcao, uno dei simboli del successo ottenuto soltanto poche settimane prima sul campo, vuole andare via ed ha trovato l’accordo con l’Inter per trasferirsi all’ombra della Madunina.

I tifosi della lupa sono sconvolti. Proprio lui, l’uomo che, arrivato a Roma soltanto tre anni prima (quando i giallorossi erano in possesso di una squadra ancora non eccellente), dichiarò subito senza dubbi “entro pochi anni vinceremo lo Scudetto”, cambiando il modo di pensare e rapportarsi alla realtà calcistica di supporter tutt’altro che abituati a trionfi e coppe, decide di abbandonare la nave ora che questa si appresta a salpare pure in Europa per dare l’assalto alla Coppa dei Campioni.

A gettare benzina sul fuoco, in quei giorni caldissimi, arrivano le dichiarazioni dello stesso Falcao, che da Porto Alegre, dove si trova in vacanza, parla già da ex giallorosso e dichiara: “Lasciare Roma è stato un trauma”. Sembrano ormai non esserci più speranze, dunque, per la permanenza del numero cinque nella Capitale. Dino Viola, però, sa bene che nessun club ha raggiunto un accordo anche con la società per lasciare libero il campione brasiliano e non si preoccupa più di tanto.

Si parla di offerte da parte di Verona e Napoli ma la realtà è che Falcao vuole solo l’Inter. Il merito dell’operazione è da ascrivere a Sandro Mazzola, allora dirigente nerazzurro, che insieme al procuratore del nazionale verdeoro Cristoforo Colombo ha lavorato per molto tempo nell’ombra. Alla fine, Mazzola riesce a portare l’accordo con Falcao tra le mani del presidente interista Fraizzoli. E’ ormai tutto fatto. Manca solo l’ultimo tassello: l’accordo economico con la Roma.

Fraizzoli, mostrando una correttezza d’altri tempi, alza il telefono per chiamare Dino Viola e comunicargli che ha la firma del numero cinque romanista in mano. La richiesta implicita è: “Quanto serve per lasciarlo andare?”. La risposta del numero uno giallorosso è sorprendente: l’assoluto silenzio. Viola, infine, comunica di aver preso atto della faccenda e attacca.

Da questo punto in poi, il calcio inizia ad entrarci poco. Per bloccare la partenza di Falcao, infatti, si muove addirittura Giulio Andreotti (insieme al fido braccio destro Evangelisti). La prima mossa riguarda il contatto con la mamma di Falcao, la signora Azise, a cui viene fatto sapere che anche Papa Wojtyla desidera che il campione brasiliano rimanga nella Capitale. “Non vorrai mica dare un dispiacere al Santo Padre?”, saranno le parole di Azise al figliolo.

L’accordo con l’Inter, ora, vacilla. A dare il colpo di grazia a Fraizzoli ci pensa Andreotti in persona. Quest’ultimo, infatti, chiama Fraizzoli e, ancor prima di parlare di Falcao, si rivolge al presidente interista con le seguenti parole: “mi dicono si tratti di affari importanti…..”. Il riferimento è ai capi d’abbigliamento che Fraizzoli fabbrica e che vengono distribuiti anche ai ministeri.

Il numero uno nerazzurro capisce che ormai la situazione si è fatta più grande di lui e contatta immediatamente Sandro Mazzola. “Il contratto di Falcao va stracciato”. La macchina della politica si è messa in moto ed il povero Fraizzoli non può far altro che lasciare il ‘Divino’ lì dove ha appena fatto la storia.

Il calciomercato non è mai sembrato argomento tanto ‘piccolo’.

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Calcio

Fasce e lacci arcobaleno, ma il Calcio resta ancora uno sport omofobo

Matteo Luciani

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Il 14 Ottobre 1979 negli Stati Uniti, a Washington, si svolse la prima marcia per i diritti LGBT. A distanza di anni le cose sono migliorate, ma grandi problemi rimangono palesemente. Anche lo Sport soffre le stesse criticità. In particolare il calcio, dove è quasi impossibile mostrarsi per quello che si è.

Novembre 2016: i capitani delle squadre della Premier League indossano fasce color arcobaleno mentre tutti i calciatori scendono in campo con i lacci delle scarpe dello stesso tipo. La ragione? Tutto ciò è parte integrante della campagna anti-omofobia ‘Rainbow Laces’ promossa dall’organizzazione Stonewall.

L’evento viene visto dai media come un grande passo per uno sport spesso ritenuto reticente nei confronti delle comunità LGBT; ma lacci e fasce arcobaleno sono veramente un segno tangibile di progresso nel trasformare il calcio in uno spazio in cui i giocatori LGBT si sentano liberi di esprimere la propria sessualità anche in pubblico?

Francamente, no.

È piuttosto singolare, infatti, che soltanto un ex atleta della Premier League, passato pure in Serie A per una fugace apparizione con la maglia della Lazio, il tedesco Thomas Hitzlsperger, abbia ufficialmente fatto coming out (peraltro, soltanto a carriera conclusa) quando il 2% della popolazione maschile britannica oggi si identifica come gay e si è a conoscenza del fatto che oltre 500 giocatori della Premier League, tra passato e presente, sono omosessuali.

Hitzlsperger affermò, riguardo alla sua dichiarazione pubblica, di essersi ispirato a quanto fatto dal cestista John Amaechi, dal tuffatore Tom Daley, dalla stella gallese di rugby Gareth Thomas e dall’ex calciatore di Leeds United e LA Galaxy Robbie Rogers; il tedesco spiegò pure di sperare che il proprio gesto potesse aiutare altri colleghi a fare lo stesso.

Parole, purtroppo, poco utili se si pensa che addirittura il presidente della FA, Clarke, non certo il primo venuto, ha recentemente dichiarato che sarebbe “impossibile” per un giocatore attuale fare coming out poiché la lega non sarebbe in grado di proteggerlo a sufficienza dagli attacchi esterni di tifosi avversari.

Di certo, il precedente dell’ex attaccante del Norwich City e del Nottingham Forest, Justin Fashanu (peraltro, il primo calciatore di colore ad essere pagato un milione di sterline nel calcio inglese), in tal senso, ha segnato un profondo solco.

Fashanu, uscito allo scoperto nel 1990, decise di porre fine alla sua vita soltanto otto anni dopo a causa degli enormi problemi (lavorativi e non) che il suo coming out gli aveva creato.

Presso il già citato ‘Rainbow Laces Summit’, diversi atleti britannici si sono riuniti per discutere sul modo in cui poter aiutare la comunità LGBT nel mondo dello sport.

Due stelle dell’hockey britannico, Kate e Helen Richardson-Walsh, regolarmente sposate, sono intervenute, così come il rugbista Keegan Hirst.

A quanto pare, soltanto il calcio è rimasto così indietro sull’argomento.

In tal senso, durante il vertice, il presidente Clarke, ha dichiarato che il calcio è “due decenni indietro” rispetto alla possibilità di diventare oggi un posto sereno anche per gli omosessuali.

Clarke ha affermato che sta tentando di parlare con molti calciatori gay del mondo inglese, in merito alla chance di effettuare il coming out, ma che, tuttavia, nessuno si sente veramente tranquillo all’idea.

Mancherà ancora molto, in Inghilterra e non, per rendere anche il calcio uno sport più civile?

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