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Gianluca Manoli, “Cento di questi Centosei!”

Davide Portinari

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Gianluca Manoli rimarrà negli annali per aver realizzato il primo centone dello snooker Italiano. Un traguardo storico agognato un po’ da tutti gli azzurri che abbiano mai saggiato il panno verde. Semifinalista messinese dell’ultima edizione dei campionati italiani, si sta preparando per la sua seconda trasferta europea a Cipro in programma dal 12 marzo al 19 marzo.

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Da dove nasce la tua passione per lo snooker e chi ha accompagnato il tuo percorso di crescita sportiva?

Iniziai a giocare sui vecchi biliardi da birilli con le buche strette al gioco dell’8-15, che dalle mie parti viene chiamato Shanghai, all’età di 14 anni, ma senza poter partecipare ad alcuna gara in quanto non esisteva una federazione. Iniziai a vedere lo snooker in TV circa 8 anni fa e poi riuscii a convincere Guerrera, Master di 5 birilli e titolare dell’omonima accademia a Messina, a piazzare 2 tavoli regolamentari Riley. Gli dissi che avrei mosso le acque insieme ad altri 4-5, alcuni poi hanno mollato finché siamo rimasti in due e la motivazione è scesa a picco. Ho smesso per un periodo, e poi ho ripreso con Caperna alla MBM di Roma, dopo essermi trasferito nella capitale 5 anni fa. Poi, nei miei viaggi di ritorno a casa, è nata l’amicizia con il giovane e talentuoso Maisano.

A Roma ti sei consacrato uno dei migliori giocatori a livello Italiano, come hai raggiunto questo status?

Giocavo molto con Andrea Bendinelli, uno dei primi ad andare in Inghilterra a imparare e a fare break sopra 50. Ora non gioca più a snooker, ma dalle nostre parti è stato uno dei pionieri, anche nell’epoca in cui i pochi appassionati erano rintanati in qualche blog. Mi alleno al club 70 un paio di volte a settimana per 2 o 3 ore, ma sto intensificando in vista degli europei. Prendo le Routine da un sito che ha materiale dal medio livello in su, poi compilo e studio i miglioramenti. Mi concentro molto sulla serie finale dei colori: provo a farla almeno 5 volte di fila e recentemente sono arrivato a 10. Di solito non impazzisco troppo dietro a un singolo esercizio e se non lo risolvo in 10 minuti cambio. Ultimamente ho studiato anche l’apertura del cluster, dalla nera o dalla blu per poi ripulire il tavolo. Credo che la “pink cross” sia la più difficile in cui mi sto cimentando. Per governare il tavolo alleno il passaggio blu-gialla e blu-rosa per iniziare e chiudere i colori: la combinazione fra effetto, colpo e misura è fondamentale per portare a casa frame combattuti alla prima occasione.

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Non ti è ancora riuscito un acuto ai campionati nazionali. Come giudichi le tue prestazioni nella massima competizione?

Al primo nazionale del 2015 ero fuori forma e oltretutto ero impostato ancora un po’ troppo da pool. Mi muovevo, non facevo back pause. Talento, punto palla e mira li avevo, ma avevo bisogno di più disciplina tecnica dato che non riuscivo a migliorare. Sapevo che con la nuova impostazione sarebbe arrivato un calo di prestazioni, ma ho insistito e nell’ultimo anno sono risalito e i risultati sono arrivati e ho molta più sicurezza. Nel 2016 ho raggiunto la semifinale, ma ho giocata molto male. Rivara è stato molto bravo e il momento chiave è stato alla nera di spareggio nel terzo frame: ho scelto il raddoppio per non lasciargli il traversino e lui ha comunque imbucato a tutto biliardo per il 3-0. Non trovavo la linea di tiro, forse stanco dal match della sera prima con Giuseppe De Franceschi. Avevo finito alle 2, per l’adrenalina mi sono addormentato alle 5-6 e poi partita di nuovo alle 9. Rivara lo temevo un po’ già dai turni precedenti, pensavo che superato quello scoglio avrei potuto vincere anche la finale.

Veniamo ora alla tua grande impresa, com’è la transizione da dilettante a centurione?

Ho coronato un sogno perché era un traguardo lontano. Ero arrivato a 97, anni fa, ma poi ho sbagliato la gialla per andare a 99 in favore di un piazzamento sulla verde. Pensavo che avrei avuto molto difficilmente un’ altra simile occasione. La chiave è stata non pensarci. Il ricordo con Paolo è ancora nitido: mi sono accorto di aver finito le 14 rosse che c’erano, ho sistemato l’ultimo cluster e poi i colori fino a forzare la blu per andare a prendere la rosa a sponda, ma sapevo di aver già superato il 100. Il momento critico è arrivato sugli 80, mi sono accorto del traguardo con poche rosse e i tiri obbligati. Ho fatto 2 giri intorno al tavolo prendendo grossi respiri. Ripetevo a me stesso di fare quello che sapevo fare, i tiri davanti non erano difficili in sé. Ora ragiono diversamente, anche sopra i 50 sono molto più sicuro. Alla mia età senza scuola adeguata è difficile migliorare e per sfornare break di qualità con costanza servono un coach e molto allenamento. Aver tagliato questo traguardo con le mie forze è incoraggiante ma consiglio ai neofiti di rivolgersi da subito ad una accademia con coach qualificati. Consideravo il layout da centone come un allineamento di pianeti, lo vedevo distante e pensavo sarebbe stata l’occasione della vita.

Ora testa agli europei. L’anno scorso ti sei fatto valere ma è mancata la qualificazione, come l’hai vissuta?

L’Anno scorso sono partito senza aspettative, il livello era molto alto ma pensavo di poter vincere qualcosa se avessi mostrato il mio gioco. L’olandese ad esempio era fortissimo ma debole al centro. A un certo punto lasciavo volontariamente bilie al centro e lui da attaccante non si tirava indietro. Ne avrà sbagliate 7 in 4 frame e dal 2-0 ho recuperato fino alla nera decisiva. Da lì ho realizzato di poter superare i gironi, mi sono spaventato pensando di avere qualcosa da perdere e mi sono irrigidito. Alla fine è passato proprio l’olandese che comunque aveva un best sopra i 140. L’Irlandese invece era fuori portata, la scuola anglosassone si vedeva subito per la tattica unita al resto. Recentemente a Rankweil ho ricevuto i complimenti di Alexander Ursenbacher per un 1-3 in cui abbiamo giocato alla pari. Quest’anno cercherò di passare il girone, voglio giocare con tutti tenendo la testa leggera.

Dopo questa nuova dimensione che il centone ti ha dato anche in termini di fiducia, quali sono le tue ambizioni?

Il primo obiettivo è vincere il Campionato Nazionale, 2 anni fa sono arrivato scarico e sono uscito arrabbiato, l’anno scorso pensavo di potercela fare e ci sono andato vicino. Il titolo nazionale, come prestigio, per me è a pari livello con il centone, anche se in realtà vedevo più tangibile il titolo. Il centone che invece aleggiava da tempo, sarebbe potuto arrivare anche fra 5 anni o mai, ho solo avuto fiducia.

Sui social si notano le tue amicizie di rilievo tramite lo snooker: regalaci un aneddoto per concludere.

Lo snooker ha un pubblico davvero eterogeneo ed i profili di altri sportivi attirati dalla precisione e difficoltà del gioco sono ben presenti. Negli ultimi tempi ho avuto la fortuna di conoscere Stephan El Shaarawy, talmente appassionato da aver preso un tavolo regolamentare per casa. Spesso sono invitato a giocare con lui e devo dire che il suo talento motorio e la coordinazione si notano anche sul tavolo verde. Per ora riesco a spuntarla ma spero proprio che non mi chieda mai la rivincita con un pallone ai piedi …

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8 Commenti

8 Comments

  1. Fabian

    febbraio 25, 2017 at 12:22 pm

    un bravo davvero a Gianluca

  2. Davide De Bona ambrosian snooker

    febbraio 25, 2017 at 4:53 pm

    Fantastico Gianluca ! Ottima intervista …. talento e soprattutto tanto allenamenti ed esercizio legato a braccetto con la passione per questo bellissimo gioco, sono la chiave per arrivare a grandi soddisfazioni sportive e personali??. Un giorno chissà se riuscirò anch’io a giocare così ma personalmente parlando è pura passione e non ossessione nel cercare grandi break… quelli sono convinto che col tempo arriveranno prima o poi.
    Complimenti ancora a uno dei più forti giocatori italiani di Snooker?.

  3. Henry

    febbraio 25, 2017 at 5:10 pm

    Bravissimo Gianluca e un bravissimo anche alla redazione per la bella intervista.

  4. Lorenzo

    febbraio 25, 2017 at 5:18 pm

    Mi aspetto di vedere El Sharaawi iscritto al campionato fibis ahaha. Bella intervista!

  5. Federico B

    febbraio 25, 2017 at 5:41 pm

    Anch’io riesco a fare 100 punti, però totali in tre frame.

    • Claudio iuculano

      febbraio 25, 2017 at 7:32 pm

      Speriamo che porti i colori italiani al primo posto

  6. Orazio Palmiotto

    febbraio 25, 2017 at 6:27 pm

    Bravo Gianluca, questa è la dimostrazione che impegno e passione non possono che portare a grandi soddisfazioni. In bocca al lupo per la tua avventura a Cipro, regala a tutto il movimento snookeristico un sogno e tanti centoni.

  7. Lorenzo

    febbraio 25, 2017 at 9:19 pm

    Tantissimi complimenti a Gianluca, che ho avuto la fortuna di conoscere personalmente al primo Campionato Nazionale. Sicuramente ha tutte le carte in regola per poter crescere ancora in questo sport a livello internazionale. Bravissimo!

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Lucio, la Lazio e il suo canto libero

Jacopo DAntuono

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Il 9 Settembre 1998 Lucio Battisti, uno dei più grandi della storia della musica italiana. Un artista la cui musica è diventata l’inno dei tifosi della Lazio che hanno sempre rivendicato la sua passione per i colori biancocelesti.

Lucio Battisti era tanto grande quanto riservato. Per questo non ha mai manifestato apertamente la sua passione per la Lazio. Proprio non sopportava l’idea di essere etichettato. Eppure di etichette in quegli anni, gliene sono state affibbiate addosso tantissime. Un giorno era di destra per ‘Il mio canto libero’, un altro era fascista perchè tifava Lazio. Insomma il festival dei luoghi comuni e delle banalità.

Lucio non è mai stato compreso fino in fondo. Spesso è stato frainteso. Quando ha tagliato con i fan e i giornali qualcuno ha pensato che si fosse montato la testa. E Lucio ne avrebbe avuto tutto il diritto, perchè la sua musica era come la mano di re Mida. Ha rappresentato qualcosa di importante per ognuno di noi. E continua farlo ancora oggi.

“Mio figlio era un grande tifoso della Lazio, amava andare allo stadio senza farsi riconoscere” rivelò tempo fa suo padre Alfiero. Battisti distingueva nettamente la vita privata da quella artistica. Voleva parlare al suo pubblico esclusivamente attraverso la musica. E basta. Tanto da dribblare abilmente questi argomenti non inerenti al suo lavoro.

Ma un bel giorno Lucio si stufò anche di questo. Era stanco di dover far fronte ad un qualcosa più grande di lui: la sua popolarità. Decise il silenzio totale. Battisti era un gran tifoso della Lazio, ma non solo. Tanti altri aspetti della sua vita privata restano ignoti al grande pubblico. Ed è giusto così in fondo.

Un artista non può camminare dietro il suo pubblico, un artista deve camminare davanti“. E’ difficile camminare davanti al proprio pubblico. E’ molto pericoloso e ci vuole gran coraggio. Ma in queste parole è racchiusa tutta la sua essenza. L’essenza di un artista che vuole lasciare incontaminata la sua immagine. Fu così che all’apice della sua carriera Lucio decise di non rilasciare più interviste ai giornali, rifiutò di posare per fotografie e diede una mazzata alle tv sostenendo che l’olio di ricino fosse meglio.

I toni si inasprirono, la critica cominciò ad attaccarlo. Nel frattempo arriva la separazione da Mogol. Il grande amore finisce, i due viaggiavano su binari diversi. Lucio voleva evolversi, spingendosi artisticamente fino al limite della sperimentazione.

Inizia la collaborazione con Panella. Il taglio col passato è nettissimo. I testi sono dei giochi di parole e doppi sensi. Musicalmente esplora luoghi inusuali, sfornando brani come “La Sposa Occidentale”, “La Metro eccetera”, “Almeno l’inizio”, “Estetica”, “Fatti un pianto”, “Cosa farà di nuovo”  e “Il Diluvio”. Dei capolavori.

E al diavolo chi ha osato bestemmiare dicendo che ormai fosse diventato un dilettante spaventoso. Lucio ha ricevuto tanto amore meritato. Ma anche tanti insulti. Musicalmente parlando e non. Che fosse tifoso della Lazio ormai è risaputo. Da genoano, vantando Faber e Savoretti non dovrei provare alcuna invidia. Ma Lucio è Lucio e un po’ di gelosia c’è. Ma in fondo cosa importa. Nemmeno a lui interessava. Battisti parlava attraverso la musica. E ciò che aveva da dire era fantastico, oltremodo fantastico.

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Johann Trollmann, il pugile sinti vittima delle Leggi Razziali

Matteo di Medio

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Con l’introduzione delle Leggi Razziali, nella Germania nazista e nell’Italia fascista la popolazione ebraica fu definitivamente messa al bando. Ma non furono i soli a subire le conseguenze del regime. Anche i sinti vennero perseguitati e uccisi in massa. Tra loro Johann Trollmann, il pugile “zingaro” che mai si piegò al germe che si era propagato in tutta Europa.

Adolf Hitler amava la boxe. Per lui la nobile arte rappresentava il massimo esempio di forza e supremazia sotto forma di prestanza fisica, disciplina e velocità di decisione, in barba a coloro che la volevano relegare ad attività volgare lontana dall’eleganza della scherma. Johann Trollmann era un pugile. Diverso dallo stereotipo del Fuhrer.

Nato nel 1907 in Bassa Sassonia da una famiglia sinti, in mezzo ad otto fratelli, cominciò a tirare a 8 anni, seguito da un allenatore ebreo. Cresce di età e di fisico diventando, incontro dopo incontro, uno dei pugili più richiesti del panorama tedesco. Fisico asciutto e scultoreo, chioma riccia e mora lo trasformano in “Rukelie”, l’albero, e a bordo ring le ragazze fanno a gara per accaparrarsi un sorriso, uno sguardo di quel rom che è già un divo e un rubacuori. Ma la sua diversità con il perfetto boxeur hitleriano non è solo nell’aspetto, così lontano dalle caratteristiche estetiche tanto amate dal dittatore. Trollmann è un pugile moderno, assimilabile per stile a Muhammad Ali. Veloce, leggero nei movimenti, Johann saltella intorno all’avversario, lo sfianca, lo irride per poi sferrare il colpo decisivo, quello della vittoria.

Nella categoria dei pesi medi è uno degli atleti più temuti. L’apice della sua carriera lo tocca in occasione dell’incontro valevole per il titolo contro il tedesco Adolf Witt, il 9 giugno 1933. In quella occasione, quello “zingaro” sconfigge l’avversario, sfruttando, appunto, le sue caratteristiche che lo hanno reso famoso. Caratteristiche vincenti ma che non piacevano all’ambiente nazista. Per questo, Georg Radamm, presidente dell’Associazione Pugili Tedeschi non vuole convalidare la vittoria, ma la rivolta del pubblico presente mette fine a questa ingiustizia, portandolo letteralmente in trionfo e obbligando la commissione a confermare il titolo. Le lacrime di Trollmann, in quell’occasione, sono il ricordo più vivo.

Ricordo che rimase vivo anche nella mente della Federazione che, una settimana dopo, per squallidi motivi legati al suo stile di combattimento (effeminato) e alle lacrime (non consone ad uno sport così virile), annullano il match, “concedendogli” la possibilità di rifarsi in occasione di un incontro organizzato contro Gustav Eder. Ma con delle limitazioni: niente balletti e giravolte, si boxa alla maniera nazista, maschia, al centro del ring.

La reazione di Trollmann vale il prezzo del biglietto e i fatti raccontati si mescolano con la leggenda: pare che l’atleta si sia presentato con i capelli ossigenati, biondo. Sul corpo un velo di farina che lo ricopriva completamente. La perfetta maschera dell’ariano perfetto. I cinque round che si susseguono sono una rivolta silenziosa: Johann fermo in mezzo al “quadratoincassa a ripetizione fino a perdere la sfida. Da quel giorno, Trollmann non fu più pugile, fatte salve alcune apparizioni in match secondari o fiere di Paese.

A partire dal 1938, fu costretto alla sterilizzazione, in quanto sinti, secondo le leggi razziali introdotte dal nazismo. Per evitare problemi alla sua famiglia, divorziò dalla moglie Olga, separandosi anche dalla figlia Rita, che cambiarono cognome.

Partito per il fronte con la divisa della Wermacht al confine russo, fa ritorno con licenza nel 1942. La situazione è drasticamente cambiata. La sterilizzazione non era più sufficiente. Un po’ di carcere ad Hannover e, più tardi, deportato nei campi di concentramento insieme ad altri 500.000 innocenti di etnia rom e sinti.

A Neuengamme, vicino ad Amburgo, torna ad essere pugile. Nel campo di lavoro è costretto, pur di avere una doppia razione di cibo, a combattere come “sparring partner“, più che altro come punching ball, negli incontri organizzati dalle guardie naziste. Vittima sacrificale, umiliato e deriso pur di mangiare, di resistere. Si è spenta la luce che incantava le ragazze negli occhi di Johann. L’ironia, quella danza intorno all’avversario, il non prendersi sul serio hanno lasciato spazio a disperazione e rabbia.

Viene trasferito al campo adiacente di Wittenberge. Anche qui, riconosciuto da un ex arbitro, non sfugge al suo amaro destino.

Ennesima nottata, ennesimo incontro. Di fronte a lui, il kapò Emil Cornelius. Solo il nome incute terrore. Trollmann è stremato e pelle ossa. Malgrado questo, lo spirito dell’uomo che fu rivive nei guantoni del pugile che, con l’ultimo sforzo, sconfigge il suo aguzzino, urlando metaforicamente la sua anima libera. L’umiliato che umilia l’umiliante. Inaccettabile per un devoto nazista: giorni dopo, mentre era a lavoro, Cornelius raggiunge Trollmann e si prende la sua vendetta. Lo uccide. C’è chi dice con una pallottola in testa, chi massacrato a badilate. E’ il 9 Febbraio 1943. Si parla di morte accidentale. Ma nessuno ci crede. Robert Landsberger, un testimone, racconterà la verità, a conflitto terminato.

Il ricordo di Trollmann è vivo nel popolo tedesco: nel 2003 viene consegnata alla famiglia la cintura di campione dei pesi medi (quella che gli avevano negato) e nel 2010 nel Viktoria Park, quartiere di Kreuzberg a Berlino gli viene dedicato un monumento a forma di ring. Molti autori hanno trattato la sua storia: ricordiamo il nostro Dario Fo, con il libro “Razza di Zingaro.

Ennesima vittima innocente di un folle ideale, Trollmann non si è mai piegato. Come un Rukelie, un albero, ha accettato la sua condizione, la privazione della libertà e della gioia di essere atleta, colpito nel corpo ma con l’anima di chi ha provato a resistere, oltre l’umiliazione di essere considerato inferiore dai veri inferiori. Non fu la resa a spegnere il sorriso di Trollmann, ma il livore di chi, incapace di batterti sul “campo”, con una pallottola o una pala, poco conta, ti ha lasciato steso nella terra.

LEGGI LA STORIA DI MATTHIAS SINDELAR, IL PATRIOTA ANTI HITLER

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Bianchi contro Neri, la partita “razzista” dove nessuno si sentì discriminato

Matteo Luciani

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Estate 1979; West Midlands, più precisamente West Bromwich.

La società di casa allo stadio The Hawthorns è alla ricerca di una grande idea da proporre al proprio pubblico per omaggiare il calciatore Len Cantello; un nome che dalle nostre parti non dice molto ma che per i tifosi del WBA è da considerare una vera e propria leggenda.

Nato a Manchester nel 1951, ma cresciuto nelle giovanili del West Brom, Cantello inizia la propria, lunga, militanza tra le fila dei ‘Baggies’ nel 1968. Resta in maglia bianco-blu per ben undici anni, con 301 partite e 13 gol in First Division (i tempi della Premier League e della ‘rivoluzione inglese’, infatti, sono ancora piuttosto lontani).

Proprio nel 1979, tuttavia, le strade del WBA e di Cantello si dividono, con quest’ultimo che decide di trasferirsi al Bolton.

Il club in cui è cresciuto, comunque, non può fare a meno di rendergli il giusto tributo per una così grande fedeltà mostrata negli anni.

C’è, però, un problema che inizialmente blocca l’iniziativa: “come dividiamo le squadre?”, la domanda che si pongono i vertici della società anglosassone.

Alla fine, ecco il ‘colpo di genio’: i ragazzi del WBA si sfideranno divisi in due squadre in base al colore della pelle. Il match sarà tra ‘Blacks’ e ‘Whites’.

Oggi si sarebbero sollevati polveroni enormi; allora, invece, tutto sembrò normale, come spiegato da Cyrille Regis, uno dei membri del ‘Black Team’.

“Durante i nostri allenamenti spesso capitava di dividerci tra bianchi e neri. Penso che l’idea sia sorta quasi in modo naturale nella dirigenza, dopo aver pensato a tale fatto.”

“Nessuno ci contattò per dirci ‘hey, ma non pensate alle implicazioni che questa faccenda potrebbe avere?’. Per noi fu solo un’occasione di enorme divertimento. Ricordo negli spogliatoi prima della partita che eravamo fuori di testa per salutare Len”

I problemi, semmai, accadevano durante lo svolgimento delle gare stagionali: le banane lanciate sul campo all’indirizzo di calciatori neri furono solo uno dei tristi esempi che molti ragazzi dovettero affrontare in giro per l’Europa già da quegli anni.

Un esempio viene riportato alla BBC da George Berry, uno dei partecipanti alla gara in onore di Cantello, che alcuni anni prima, proprio sul campo del WBA, ma con indosso la maglia del Wolverhampton, dovette affrontare un tifoso di casa, reo di averlo definito ‘negro bastardo’ e di avergli consigliato di ‘tornare sopra gli alberi’.

Per fortuna, comunque, la partita al The Hawthrons si svolse in un clima di assoluta serenità.

Len Cantello ottenne un tributo straordinario da oltre ventimila persone, accorse solo per salutare il suo eccezionale esempio di fedeltà calcistica.

Per la cronaca, la partita terminò 3-2 in favore dei calciatori di colore. Il dato interessante riguardò il fatto che molti tifosi neri si precipitarono sulle tribune dell’impianto per guardare la partita e partecipare alla festa.

Nessuna protesta.

Zero polemiche per una scelta, comunque, non proprio lungimirante.

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