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Cento articoli, una telecronaca notturna e una bambina

Francesco Beltrami

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Questo è il mio centesimo articolo per Io Gioco Pulito e mi fa particolarmente piacere che per festeggiarlo mi sia possibile raccontare di un’esperienza che mancava al mio bagaglio e che ho fatto la notte tra sabato e domenica scorsi. Ho partecipato a una trasmissione televisiva in qualità di co-telecronista, invitato dopo aver vinto un contest online dell’emittente Fight Network Italia. Dopo trent’anni che racconto lo sport scrivendone, e un paio in una web radio, ora chiusa, in cui parlavamo di calcio dilettantistico, sono arrivato anche in televisione, ambito in cui per la verità, avevo già fatto qualche intervista nel dopo partita per conto di un’emittente di Gavirate ai tempi in cui mi occupavo di basket e in cui ebbi l’onore di rivolgere qualche domanda a Nidia Pausich, uno dei nomi più importanti della storia del basket femminile italiano a quel tempo allenatrice a Treviso.

Questa volta l’appuntamento era per la 1.30 del mattino presso gli studi di Gold Tv a Roma dove Fight Network Italia realizza le sue emissioni. Fight Network è un canale internazionale con sede in Canada che si occupa esclusivamente di sport da combattimento, presente in molti paesi del mondo e attivo in Italia dal 18 novembre del 2016, prima attraverso la piattaforma satellitare di Sky, poi dal luglio del 2017  sul digitale terrestre. L’evento da commentare, che scatterà alle 2.00 precise, è la card preliminare di UFC 229 che sarà invece per i match principali trasmesso in diretta per l’Italia da DAZN. UFC 229, proprio quello della sfida Nurmagomedov – McGregor, la prima di questa disciplina ad essere pubblicizzata in modo intensivo in Italia. Data l’estrema importanza dell’evento, considerato unanimemente il principale appuntamento delle MMA al mondo per questo 2018, anche i quattro match previsti nei preliminari sono di altissimo livello.

Arrivo puntuale e vengo accolto da uno dei due commentatori di ruolo, Fabrizio Forconi. La risposta a una sua domanda su Instagram alla base del contest, insieme a un sorteggio, è ciò che mi ha permesso di essere qui oggi. Ci sono venuto dal Piemonte, prendendomi un po’ del matto perché proprio non volevo perdermi l’occasione. Una visita alla regia, che impressiona sempre i non addetti ai lavori, da dove vengono gestiti in contemporanea diversi canali in un mare di monitor e computer e poi si sale  in un grande studio all’ultimo piano del palazzo dove è allestita la postazione di commento. Arriva anche l’altro telecronista, Luca Lotrecchiano, qualche rapida spiegazione ed è quasi ora di iniziare, non senza la presenza del gruppo di supporto, dei brillanti ragazzi molto appassionati, dotati di ogni genere di conforto per sostenere il lavoro di chi lavora a notte fonda. Uno di loro, il mio omonimo Francesco, due settimane fa ha inaugurato la serie di queste “telecronache con il fan” ed era seduto dove ora sono io. Alle due in punto si inizia.

Certo il mio livello tecnico nelle MMA è lontano dall’essere decente, non ho mai messo piede in una palestra e mi sono appassionato a fine 2013 attraverso la televisione, e conto due soli eventi visti dal vivo. Però come chi mi segue su IGP da cento articoli, ammesso ci sia qualcuno, sa io scrivo di tantissime discipline, e le seguo davvero, quindi sono convinto, non scendendo ovviamente nello specifico, di potermi destreggiare anche questa notte. Fabrizio e Luca raccontano, danno dettagli tecnici e mi fanno entrare nella conversazione con domande mirate. Sbaglio qualche tempo ma nel complesso ci sto dentro. Intanto alla T-Mobile Arena di Las Vegas lo statunitense Scott Holtzman ha sconfitto per Ko tecnico il brasiliano Alan Patrick a poco più di un minuto dalla fine del tempo previsto, smentendo la mia previsione di conclusione ai punti. Nell’ottagono entrano due ragazze, l’imbattuta,, giovanissima, Aspen Ladd, 23 anni e possibile astro nascente delle MMA femminili che deve confermarsi contro Tonya Evinger, coriacea veterana trentasettenne. La Evinger tiene a bada la Ladd per poco più di un minuto lottando in piedi contro la recinzione della gabbia, poi viene portata a terra e cede sotto i colpi precisi e potenti di una scatenata Aspen.

C’è tempo per parlare di come può un non praticante appassionarsi alle MMA, sport estremamente complesso per il suo combinare tecniche provenienti dalle più diverse arti marziali, del mio conoscere bene la strada per Roma per esserci venuto molte volte in passato quando seguivo il Sei Nazioni di rugby. Intanto il gruppo di supporto non fa mancare una deliziosa torta al cioccolato e qualche birra. Tocca ai pesi welter, Vicente Luque, brasiliano mette KO in poco più di tre minuti Jalin Turner con una prestazione molto convincete. La sfida seguente, l’ultima dei preliminari è un incontro che in un evento meno di lusso sarebbe stato senza alcun problema  tra le sfide principali. Dei quattro è il match che prende di meno, molta lotta in piedi, è Jussier Formiga, altro brasiliano, che vince ai punti bloccando le velleità di riscossa di Sergio Pettis nell’ultimo round. Il pubblico fischia, troppo  abituato allo spettacolo e con troppi eventi da scegliere a disposizione in Nevada, spiega Fabrizio, per stare ad apprezzare le fasi tecniche. Sono quasi le quattro, orario in cui si conclude la diretta di Fight Network, c’è il tempo per i saluti e per citare IGP se qualcuno all’ascolto vorrà ritrovarmi in forma scritta.

La nottata però per Fabrizio e Luca non è finita. Arrivano due nuovi ospiti per registrare il commento alla card principale, che l’emittente potrà mandare in onda passati 30 giorni. Sono due ospiti seri, non come me, Carlo Pedersoli, uno dei quattro italiani attualmente con un contratto in UFC, non solo omonimo ma proprio nipote di nonno Bud (Spencer) e Luca Anacoreta, romano classe 1989, il jiu-jitsu brasiliano la sua disciplina, una lunga lista di successi nel record che lo pongono ai vertici italiani della specialità. Resto a vedere quel che succede, trasferendomi nel gruppo di supporto. Una grande serata di sport e arti marziali, rovinata un po’ purtroppo alla fine, con quella risa tra i clan di Nurmagomedov e McGregor dopo che l’irlandese si è arreso al preponderante russo nella quarta ripresa. Una rissa con coinvolti anche i due fighter purtroppo, che avremmo tutti preferito non vedere, figlia di tensioni eccessive e molte parole di troppo nei mesi pre-match soprattutto da parte di McGregor che se l’era presa in ogni modo col rivale e con la sua famiglia. E’ tempo di saluti e ringraziamenti a tutti e qualche foto coi big…

 

Torno in albergo, dove mia moglie e mia figlia dormono che sono le 7.30. Colazione poco dopo le otto con loro e poi qualche ora di sonno fino a mezzogiorno. Il pomeriggio è a Tivoli, dove mia figlia Maria può estasiarsi tra le  fontane di Villa d’Este, che ha già visto in passato e che adora. Maria ha 8 anni e come quel ipotetico lettore che mi segue da cento articoli qui su IGP saprà, non è una bambina come tutte le altre, ma ha davanti a se una sfida enorme quanto quelle dei fighters, è una bambina autistica e dovrà cercare di costruirsi un piccolo passo alla volta un futuro in cui essere in grado di badare almeno un po’ alle sue necessità da sola. Una sfida che da cinque anni mia moglie ed io portiamo avanti con e per lei, l’abbiamo portata con noi in molti angoli del mondo perché possa vedere e conoscere per quel che può più cose possibili della vita ed essere tutto tranne che una bambina isolata.

In effetti la mia passione per le MMA è nata proprio nei giorni in cui abbiamo avuto la diagnosi definitiva di autismo per Maria. Ero arrabbiato, disperato. Perché avere una figlia a 45 anni quando ormai nemmeno più ci pensavo ed avere poi una sentenza simile dai medici? Volevo vedere gente che si faceva del male. Qualcosa di molto più violento della boxe che seguivo da sempre. Poi ho visto un vecchio match, del 1994. Il grande campione brasiliano Royce Gracie, vincitore sia del torneo di UFC1 che di quello di UFC2, affronta a UFC3 Kimo Leopoldo. Subisce per tutto il match, sembra più volte sul punto di soccombere, poi in un secondo ribaltata tutto e vince per sottomissione. Mi ha aiutato a capire che bisogna sempre combattere. E mi ha fatto venire voglia di comprendere cosa c’è veramente dietro quell’impatto a prima vista violento che danno le MMA a chi le avvicina dall’esterno. Cinque anni dopo eccomi qui, con ancora molto da imparare.

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Stupende lo stesso! Italvolley, la speranza (non solo sportiva) da cui ripartire

Emanuele Sabatino

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TricoloRosa: si ferma sul piú bello, ad un passo, il sogno mondiale della nazionale di pallavolo femminile. Dispiace per le ragazze ma arrivati a quel punto il risultato, che anche se positivo, sarebbe stato celebrarlo poco in quella triste e ridondante sfortuna che spetta agli sport minori, conta veramente poco.

Quello che resta é l’emozione, é il trasporto che queste ragazze hanno regalato al popolo italiano tanto da mettere i maxi-schermi nelle piazze.

Quello che invece non va dimenticato mai é che questo paese, nella magia che lo contraddistingue, nonostante i messaggi di chiusura e di xenofobia, per non usare altri termini, da parte dei suoi governanti, che sta pian piano incredibilmente rivalutando e rispolverando certe ideologie da solo, proprio perché magico, tramite lo sport, che é uno dei viatici piú importanti e popolari, mostra l’esempio da seguire e la realtá dei fatti.

Tutti conoscono il termine sliding door, porta girevole, un bivio esistenziale che determina il percorso di vita di ognuno di noi. La sliding door della nazionale azzurra risale a tanto tempo fa, quando non c’erano Ministri pronti a chiudere i porti e gli aeroporti, tanto da permettere ai genitori nigeriani di Paola Ogechi Egonu di approdare nel Bel Paese e nel 1998 dare alla luce un angelo di 190 cm, dal corpo marmoreo e dalla pelle color ebano che dal cielo, guardando le mani dei muri sgretolati delle avversarie, come il piú vendicativo degli stessi, sempre col sorriso genuino e stampato sul viso ha trascinano le sue compagne a suon di “martellate”.

É nata a Cittadella quindi per chi bada a queste cose, evidentemente nella vita non ha nulla da fare o a cui pensare, é 101% italiana.

Questa nazionale è il fulgido esempio di quello che una nazione nel 2018 la logica ci dice dovrebbe essere ed in parte nel silenzio é. Spavalda, giovane, multietnica. Perchè non esiste solo Paola: c’è  la Nwakalor, la Malinov, la Fahr e la Sylla.

Le ragazzine terribili sono il segno che si può emergere indipendentemente dall’etá anagrafica, e che se messi nelle condizioni giuste tutti possono essere integrati, essere felici e rispettare le regole arricchendo la nostra giá sconfinata cultura. Lo stato si auto-batte e ammette la sconfitta se evita il problema con mezzucci invece di affrontarlo e trovare una soluzione credibile e soprattutto al passo con i tempi.

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Paul Allen: storia del Genio tifoso innamorato dello Sport

Alessandro Mazza

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Genio, rivoluzionario, magnate, filantropo. Non bastano le parole, gli aggettivi. Scrivo. Meglio: pigio i tasti del mio PC. Il Personal Computer in ogni casa, la visione, il sogno della Microsoft. E di uno dei suoi fondatori, Paul Gardner Allen, che ci ha lasciato a 65 anni, sconfitto dalle complicazioni legate ad un Linfoma non-Hodgkin, rara forma di cancro che già lo aveva colpito nel 2009 e contro il quale stava combattendo nuovamente, come lui stesso aveva annunciato soltanto pochi giorni fa. Il co-fondatore di Microsoft se ne va nella sua Seattle, la città dello smeraldo e della prestigiosa scuola privata Lakeside, dove giovanissimo conobbe William Henry Gates III, meglio noto come Bill, con il quale fonderà nell’Aprile del 1975 il colosso informatico destinato a cambiare la vita di miliardi di persone. Servirebbero libri, film, documentari. Ci sono stati, ci saranno.

Un uomo diverso, dai molteplici interessi, la sua enorme ricchezza (oltre 20 miliardi di Dollari secondo Forbes) messa a disposizione di svariati progetti. E delle sue passioni. La musica, con la sua band, gli Underthinkers, e il mito di Jimi Hendrix che lo accompagnerà tutta la vita. E lo sport, l’altro grande amore di Paul Allen. Nel Giugno del 1988, Allen acquista i Portland Trail Blazers, storica squadra NBA: 70 milioni di Dollari a Larry Weinberg, uno dei fondatori della franchigia e un “sogno che diventa realtà” per il genio dell’informatica. La squadra è buona, futuribile, la stella del giovane Drexler ha cominciato a brillare e il tocco di Allen (all’epoca il più giovane proprietario nello sport professionistico americano) sembra quello di Re Mida. Dopo una prima stagione interlocutoria, Portland cambia marcia: tre Finali di Conference consecutive, due delle quali vinte. Si perde in Finale NBA, troppo forti i Bad Boys di Detroit nel 1990 e il Michael Jordan del ’92, lanciato nell’Olimpo dal primo titolo conquistato l’anno prima contro i Lakers (che avevano sconfitto proprio i Blazers nelle finali dell’Ovest). Vinceranno, si pensa, questo giovane miliardario troverà il modo di trionfare anche nello sport. E invece non vince. Si ricomincia con le uscite al primo turno dei Playoffs, Drexler chiede e ottiene la cessione, la squadra non ingrana. Alla fine degli anni ’90, uno spiraglio: un gruppo nuovo, giovani promettenti (Wallace, Stoudamire), veterani di spessore (Pippen, Smith), leggende europee (Sabonis, Schrempf). Sembrano pronti, dopo le Finali dell’Ovest perse nel ‘99, nel 2000 si mettono alle corde i soliti Lakers, stavolta in versione Kobe&Shaq. Ma il quarto periodo della decisiva gara7 è un calvario, la rimonta di Los Angeles stronca i sogni di Portland e la finale di Conference va di nuovo ai gialloviola.

Paul Allen spende tantissimi soldi, spesso male. La squadra non migliora, anzi, si riempie di personalità e caratteri discutibili (a qualcuno viene in mente di chiamarli Jail Blazers vista l’attitudine comportamentale di qualche giocatore di riferimento). Fuori dal campo le cose non vanno meglio: la Rose Garden Arena va in bancarotta, per molti Allen pensa di cedere la squadra o addirittura di trasferirla nella sua Seattle, destinata di lì a poco a perdere la franchigia che verrà spostata dai nuovi proprietari ad Oklahoma City. Paul Allen, invece, mantiene il controllo dei Trail Blazers. Non solo, smentisce categoricamente l’idea del trasferimento a Seattle. Dove invece aveva salvato un’altra squadra. Già, perché nel 1996 Paul Allen decide che la NFL deve rimanere a Seattle e acquista i Seahawks da Ken Behring, orientato a trasferirli in California. Col Football, la storia sembra ripetersi: la squadra va bene praticamente da subito, cominciano ad arrivare le vittorie in Regular Season, le qualificazioni ai Playoffs e soprattutto il primo Superbowl, anno 2006. Anche stavolta, però, una sconfitta: sulla strada dei Seahawks, gli Steelers di Roethlisberger, la storia che va ancora una volta da un’altra parte, anche decisioni arbitrali controverse. Ma quando vince Paul Allen? Fidatevi, vince. E lo fa proprio con la squadra della sua città, trionfando nel Superbowl XLVIII in una partita in cui la clamorosa difesa dei Seahawks, la “Legion of Boom”, metterà in ginocchio l’attacco dei Denver Broncos e del leggendario QB Peyton Manning. Paul Allen alza al cielo il Vince Lombardi Trophy, festeggia, si narra che nel party per la vittoria abbia nuovamente imbracciato la chitarra e suonato. Come faceva nelle sue celebri feste sull’Octopus, lo yacht (oddio “yacht”, il palazzo galleggiante di sua proprietà) che ospitava la serata più divertente dell’intera settimana del Festival di Cannes. Chitarra che, a proposito, secondo il leggendario Quincy Jones sapeva suonare proprio come Hendrix.

Paul Allen perderà ancora: un Superbowl in maniera clamorosa, con uno scellerato ultimo possesso che toglierà ai Seahawks il bis del titolo e consegnerà l’anello ai Patriots dei monumenti Brady e Belichick. E perderà ancora con Portland, dove infortuni, scelte sbagliate e avversari oggettivamente troppo superiori hanno tenuto i Blazers lontano dalle Finali e da un titolo (l’unico) che manca dal 1977. Ma questo miliardario tifoso c’è sempre stato, fino alla fine, nella vittoria e nella sconfitta. Persino in qualche trasferta (cosa assai rara per i proprietari statunitensi), seguendo le proprie squadre con una passione probabilmente unica. Domenica per Seattle c’è il turno di riposo, Portland invece comincerà ufficialmente la stagione tra un giorno, tra le mura amiche e proprio contro i soliti Lakers. Sarà l’esordio con Los Angeles di LeBron James, per i Blazers sarà soprattutto la prima gara senza Paul Allen. Il posto vuoto sotto al canestro, il ricordo, certamente le lacrime.

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Storia di Ciprian, l’atleta Special Olympics salvato da Madre Teresa di Calcutta

Olympics Italia

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Il 17 Ottobre 1979 veniva assegnato il Premio Nobel per la Pace a Madre Teresa di Calcutta, una donna divenuta Santa per le sue immense opere di carità verso i più poveri e i più sfortunati al mondo. Tra le tante storie che accompagnano la sua vita, c’è quella di Ciprian. Insieme a Special Olympics vi raccontiamo la sua meravigliosa vicenda.

Madre Teresa di Calcutta è stata proclamata santa da Papa Francesco; tra i suo “miracoli” c’è certamente quello di aver salvato la vita a Ciprian, oggi un Atleta Special Olympics.
La sua rinascita ha inizio quando, a Tirgoviste vicino Bucarest, Madre Teresa di Calcutta varcando la soglia di un orfanotrofio, per casi incurabili, con scarse condizioni igieniche e cibo insufficiente, lo prese in braccio e decise di portarlo via con sé, ancora piccolino. Un incontro che, invertendo un destino già segnato, ha aperto le porte ad una nuova vita fatta di attenzioni, cure ed attività di riabilitazione che gli hanno permesso di sentirsi parte di una famiglia e di avere le giuste condizione per poter vivere pienamente.

La nascita
Ciprian è nato in un piovoso giorno di gennaio, durante gli anni della dittatura di Ceausescu. Per i medici è già un miracolo che sia ancora vivo perché le conseguenze del parto si rivelano drammatiche: le ossa del cranio non si saldano, non permettendo un corretto sviluppo del cervello; il neonato è destinato ad andare incontro a seri problemi durante la crescita. Le gravi malformazioni alla nascita e le conseguenti preoccupazioni portano probabilmente la madre ad abbandonarlo.

L’arrivo in Italia
La sua nuova casa diventa, fino a quando non gli viene permesso di arrivare in Italia, l’Istituto delle Suore Missionarie della Carità a Bucarest. Accolto successivamente a Roma in un Convento delle Suore Missionarie, viene sottoposto, al Policlinico Gemelli, a diverse operazioni chirurgiche che riescono a salvargli parte della vista dell’occhio destro. Madre Teresa, negli anni, non si è mai dimenticata di Ciprian al quale, tornando in Italia nel 1993, fa da madrina di battesimo.

Il Serafico, una nuova famiglia
Nel 1995 per il Tribunale dei Minori di Roma Ciprian può essere adottato; le Suore Missionarie si adoperano per trovargli una famiglia ma le sue difficoltà spaventano così tanto che nessuno porta avanti, fino in fondo, l’intenzione di adottarlo. Ad occuparsi di lui nelle vesti di tutore legale, fino ai 15 anni, è una religiosa delle Suore Missionarie della Carità; successivamente si aprono le porte del Serafico di Assisi, centro di riabilitazione e ricerca per ragazzi con disabilità plurime, nonché team Special Olympics. Ciprian soffre di una encefalocele fronto-nasale a suo tempo corretta chirurgicamente con un residuo visivo e un ritardo mentale medio lieve, ma la riabilitazione, le numerose attività svolte, lo sport e l’affetto hanno fatto un vero e proprio miracolo in termini di crescita.

Lo Sport e Special Olympics
Ciprian è un ragazzo simpatico, vitale, sempre allegro; i volontari raccontano “uno straordinario smontatore di oggetti”, che ama conoscere nei dettagli per avere la certezza che ogni pezzetto, anche il più piccolo, ha un ruolo ed è prezioso. Nella struttura di Assisi diventa attore negli spettacoli del laboratorio teatrale, pittore al laboratorio grafico e un grande sportivo.
Partecipa ai primi Giochi Nazionali Special Olympics, nel 2007 a Lodi, dove conquista le sue prime medaglie, entrambe d’oro nei 100 metri e nel salto in alto; da lì un percorso di crescita continua la strada da fare è ancora lunga ma Ciprian non ha paura, ha già dimostrato a se stesso di avere una gran voglia di continuare a correre.

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