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C’è un’Italia nel Rugby che vince

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C’è un’Italia nel Rugby che vince

Il rugby, si sa, non è mai stato uno sport in cui la nazionale italiana maschile si è contraddistinta per i risultati raggiunti. Sabato scorso, 16 marzo 2019, si è conclusa l’edizione 2019 del torneo della palla ovale del 6 Nazioni in cui gli azzurri, per la quattordicesima volta su venti disputate in totale, hanno ottenuto quello che viene denominato cucchiaio di legno.

Questo, per chi non lo sapesse, è il nome con cui è chiamato il “trofeo” che viene assegnato all’ultima classificata. Per dare qualche altro numero, la nazionale guidata dall’irlandese Conor Michael Patrick O’Shea ha chiuso la competizione senza aver vinto neanche un match, con 79 punti fatti e ben 167 subiti: la differenza tra i due parametri risulta essere di ben 88 punti.

Una vera e propria debacle per gli azzurri, a pochi mesi dalla nona edizione del mondiale di rugby che comincerà il prossimo 20 settembre 2019 in Giappone. Una competizione che non sembra riservare grandi speranze agli italiani della palla ovale dato che sono stati inseriti nel gruppo b insieme a due pilastri del rugby, a livello mondiale, come i campioni in carica della Nuova Zelanda e il Sudafrica.

Ciò che ha lasciato più perplessi gli addetti ai lavori, durante i match del 6 nazioni appena concluso, è stata la disarmante fragilità con cui gli azzurri si sono fatti travolgere da qualsiasi squadra incontrata. D’altronde si sa che, per vincere in uno sport come il rugby, non basta l’ardore, il coraggio, neppure la rabbia; bisogna essere anche concreti, fare punti, essere “vincenti” nel senso più alto del termine.

Tutto ciò non è avvenuto in nessun match giocato dagli azzurri nel 6 nazioni: neppure nell’ultima partita, contro una Francia in chiara e netta difficoltà sotto più punti di vista. Nonostante ciò, la nazionale transalpina, è riuscita a vincere, con il risultato di 14 a 25, dato che l’Italia ha dominato per tutto l’incontro sprecando però una incredibile quantità di occasioni.

Per fortuna, il mondo della palla ovale non è tutto da buttare per quel che riguarda i risultati raggiunti dall’Italia in campo internazionale. Nelle stesse ore di quello maschile, si disputava, infatti, il torneo 6 Nazioni del rugby femminile: i risultati raggiunti in questo campo, però, sono stati ben differenti.

Allo stadio Plebiscito di Padova infatti, davanti a ben 3500 spettatori, le ragazze guidate dall’ex rugbista Andrea di Giandomenico, si sono classificate seconde nel più importante torneo di palla ovale dell’emisfero boreale. Questo è stato il risultato raggiunto grazie ad un cammino di tutto rispetto: tre vittorie, un pareggio ed una sconfitta arrivata, tra l’altro, con una squadra, l’Inghilterra, formata, in larga parte, da rugbiste professioniste.

Questo storico risultato è stato raggiunto, per la prima volta nella storia del rugby femminile italiano, grazie ad un punto di bonus, viste le quattro mete realizzate contro i transalpini. L’ultima, per la precisione, è stata segnata al 36′ del secondo tempo e porta la firma di Manuela Furlan: per tutti “la capitana”.

Tutto ciò si è verificato nonostante il rugby rientri appieno in quella categoria di sport considerati, dai più, “per soli uomini”.

Subito, manco a dirlo, sono partiti i confronti tra le due realtà. A gettare acqua sul fuoco, però, ci ha pensato lo stesso di Giandomenico che, durante l’intervista del dopo partita, ha affermato “Questi risultati sono merito del lavoro delle ragazze, che hanno carattere e meritano attenzione. Andiamoci piano però con i paragoni. Capisco che si facciano, ma con i ragazzi non c’è rivalità e i contesti sono molto diversi. Da noi il professionismo, esasperato in campo maschile, non esiste”.

Una bella e propria rivincita, pensa chi scrive, dopo i numerosi attacchi di genere che ha dovuto subire il mondo femminile nel mondo dello sport in generale. Chissà se, anche nel rugby, tra qualche tempo arriverà il Collovati di turno che dirà la sua affermando che le donne non capiscono nulla di tecnica anche in questo sport…

Per concludere vogliamo chiudere con una affermazione che, secondo noi, fa capire bene come tale cambiamento “di genere” stia avvenendo anche nell’ambito rugbistico. Lo mette bene in chiaro la stessa capitana, già citata in precedenza, Margherita Furlan che ha detto: “In dieci anni è cambiato tutto. Una volta se dicevi gioco a rugby ti guardavano come se fossi una matta. Adesso ti dicono: che bello”.

Classe 1991. Romano e laureato in storia. La mia passione per lo sport, in particolare rugby e calcio, comincia fin da piccolissimo. Il lato culturale l'ho acquisito nel corso del tempo e con un po' di fatica. Con i miei articoli cerco di unire i miei tre interessi principali: sport, storia e cultura.

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