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Calcio

Gigi Riva: il Rombo di Tuono che disse No alla Vecchia Signora

Alessandro Mastroluca

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I calciatori oggi sono un po’ come i nomadi, seguono i soldi e non il cuore“. Il messaggio di Francesco Totti di qualche tempo fa a Higuain e Pjanic, passati alla Juventus, era chiaro. Il capitano della Roma non li nomina, ma lasciava intendere a Gazzetta World la sua idea di calcio, il suo piccolo mondo antico. “Forse è questa la differenza tra me e tutti gli altri. Non sono in tanti gli atleti che seguono il loro cuore. Scelgono di andare altrove per vincere e guadagnare di più, sono un po’ come dei nomadi. Non tutti gli stranieri sono Maradona”.

Ma come Maradona, un altro campione fece un gran rifiuto alla Juventus. È la fine degli anni Sessanta, sono i primi anni dei capelloni e dell’infatuazione per il calcio totale olandese. La Juve, a parte lo scudetto del 1967 griffato Heriberto Herrera, non è un gran periodo. Intanto cresce il Cagliari di Gigi Riva, diventato Rombodituono nel giorno della rovesciata al Vicenza. L’intesa con il centravanti di quella Juve, “PietruzzoAnastasi già c’è: chiedere per credere alla difesa della Jugoslavia nella ripetizione della finale europea dell’Olimpico. L’Avvocato Agnelli pensa proprio a Riva, dopo un’amara semifinale di Coppa dei Campioni, per riaccendere l’illusione un po’ sopita del Ginnasiarca.Questi tifosi meritano per davvero una squadra di nuovo grande” annuncia.

La stagione 1969-70 è più grigia che bianconera. La dirigenza ha scelto in panchina il morbido “Don” Louis Carniglia, che però dopo quattro sconfitte nelle prime otto partite, viene licenziato. Al suo posto viene promosso Ercole Rabitti, responsabile del settore giovanile. Nel mercato autunnale da Brescia arriva  un giovane di Alghero, scartato due anni prima dal Cagliari di Scopigno quando giocava nella Torres, che finisce nella squadra per cui ha sempre tifato da piccolo e debutta in serie A proprio contro i sardi. È Antonello Cuccureddu, che si prende anche la soddisfazione di pareggiare il vantaggio di Domenghini mentre tutto lo stadio intona “serie B, serie B” agli juventini al limite della zona retrocessione. È l’inizio della rinascita della Juve che al ritorno si presenta a soli due punti dal Cagliari capolista. È una guerra dei mondi, la rivoluzione contro la restaurazione. Una delle proverbiali autoreti di Niccolai apre la sfida, Riva apre un duello personale col portiere bianconero Anzolin che capitola nel recupero, prima dell’intervallo. Ma nella ripresa Lo Bello assegna un rigore molto dubbio ai bianconeri. Batte Haller, Albertosi para, l’arbitro fa ripetere e Riva viene portato via a forza dai compagni. Haller va di nuovo sul dischetto e stavolta segna. Lo Bello però compensa con un penalty al Cagliari. Riva va teso ma la palla scivola sotto Anzolin. La serie positiva della Juve finirà la settimana successiva e il Cagliari festeggerà lo scudetto.

Intanto, però, la Juventus ha trovato l’uomo che la condurrà all’antica gloria, Giampiero Boniperti. È diventato l’amministratore delegato della società che si fida sempre più di Italo Allodi, il manager che aveva costruito la “Grande Inter” di Moratti ed Herrera. E la prima mossa per fare grande la Juve è arrivare a Rombodituono.

Il Cagliari ha una società solida, ha spiegato anni dopo il capitano e leader della difesa Pierluigi Cera. “La società aveva una grossa mano da Angelo Moratti, per questioni politiche ed economiche legate alla Saras la raffineria con sede a Sarroch. “Altri soldi li metteva il Credito industriale sardo. La società aveva buone disponibilità, poteva permettersi investimenti impossibili ad altri”. La Juventus però presenta un’offerta di quelle che non si possono rifiutare: un miliardo di lire. Cento milioni in più di quelli con cui nove anni prima aveva tentato Pelè. “Quando vennero a realizzare in Brasile una fabbrica della Fiat, mi proposero di giocare nella Juventus” ha raccontato O’Rey. “Non accettai l’invito di Agnelli perché mi trovavo molto bene nel Santos che per 12 anni è stata la migliore squadra del mio Paese”.

Il miliardo fa vacillare il presidente Arrica. Ma Riva cancella ogni possibile trattativa. Il centravanti di Leggiuno, amico di De André, che si scambiava lettere col latitante Graziano Mesina, dice no. “Grazie, ma voglio restare a Cagliari. Per sempre”.

Una fede ostinata, un’identificazione simbiotica che sembra spezzarsi di nuovo, quattro anni dopo. È la vigilia dei Mondiali, il Cagliari è in cattive acque e i giornali danno già per certo il passaggio di Riva al Milan. I tifosi insorgono e la società deve emettere un comunicato. “Alcune società hanno ripetutamente manifestato il proposito di ottenere Riva, il Consiglio di amministrazione del Cagliari ha ritenuto doveroso prendere in considerazione tali richieste onde accertare se dal loro accoglimento potessero derivare alla società vantaggi di carattere tecnico-finanziario, soprattutto proiettati nel futuro”. Come da accordi, la società informa Rombodituono delle sue intenzioni. “In due diversi colloqui, uno telefonico l’altro di persona, Riva ha formalmente dichiarato che non intendeva lasciare il Cagliari. Di conseguenza le trattative sono state interrotte giacché nessuna delle parti ha ritenuto di coartare la volontà del giocatore”.

Riva, dal ritiro di un Mondiale fallimentare, se la prende con Arrica. “Dovrebbe essere contento, così potrà imbastire il suo solito show attorno al mio nome. La verità è che questi dirigenti contano poco o niente, i soldi li cacciano altri, non loro. Io sono stato per anni la fortuna del Cagliari e adesso non voglio esserne la disgrazia”.

21 Commenti

21 Comments

  1. emiliano

    luglio 28, 2016 at 11:08 am

    Non capisco tutte queste polemiche per questi cambi di casacca. Il calcio è un gioco ma soprattutto un business che ha come volano principale il calciatore. Guadagna e fa guadagnare milioni. Mi sembra pacifico. E’ un fortunato professionista libero di scegliere dove andare a “lavorare”. Non capisco perchè un lavoratore qualunque è libero di cambiare azienda perchè trova condizioni migliori altrove mentre loro no. Piuttosto a preoccupare è la massa di poveretti che si identifica nella “propria” squadra in mancanza di altro nella vita. Uscite, leggete libri, frequentate persone, meglio se donne, godetevi il tempo libero e perchè no, anche una bella partita di calcio.

    • viktor

      luglio 28, 2016 at 12:29 pm

      Ineccepibile. Vorrei vedere se a quelli che si lamentano tanto offrissero il doppio o il triplo per andare alla concorrenza se ne farebbero un’altra questione morale

  2. Alfonso

    luglio 28, 2016 at 11:17 am

    Direi piuttosto come mercenari!!!

  3. paolo

    luglio 28, 2016 at 11:51 am

    sono passati parecchi anni ma da come la ricordo io, non è stato Maradona a rfiutare la Juventus ma la dirigenza Juventina si è raffreddata nei confronti del pibe quando ha capito che non era consono allo “stile Juve”. In altre parole avrebbe voluto fare quello che gli pareva, come poi in effetti faceva a Napoli

    • Dante

      luglio 28, 2016 at 3:25 pm

      Lo stile Juve, esatto, quello raccontato da calciopoli, dalla serie B, dallo scudetto tolto, dagli arbitri chiusi nel bagno.

      Lo stile Juve, quello che Bonucci spiegava testa a testa a Rizzoli l’anno scorso.

      Lo stile Juve, quello della famiglia Agnelli e della Fiat.

      Tutta roba di cui andar fieri.

      Chi crede all’eterno amore promesso dai giocatori è un ingenuo.

      Chi promette quello che sa di non voler, o non poter mantenere .. invece cos’è ?

  4. marcov2

    luglio 28, 2016 at 12:18 pm

    Per trovare un esempio di rifiuto siete dovuti andare in un periodo in cui non c’era internet e neppure la tv a colori.
    La differenza dei tempi di Riva è che la Juve pagava il miliardo al Cagliari ma poche decine di milioni (di lire) al calciatore. Oggi per Higuain la Juve paga 90 milioni al Napoli ma una decina di milioni (di euro) all’anno al calciatore.
    Fine del discorso.
    In più qualcuno dovrebbe spiegarmi perché un calciatore argentino nato in Francia cresciuto nelle giovanili del River Plate esploso nel Real Madrid avrebbe dovuto avere legami particolari con Napoli e il Napoli con cui ha giocato solo tre anni. Sempre per rimanere nel paragone nel 1970 Riva era in Sardegna già da 7 anni.
    Il problema è che i tifosi credono alle balle che raccontano i calciatori: “sono innamorato di questa maglia con cui ho sempre voluto giocare sin da quando ero bambino” “i meravigliosi ragazzi della curva sono miei fratelli” ma per piacere, manco nei film porno si recita così male.
    I Napoletani poi credono alla propria retorica di chi va là si innamora e non se ne vuole andare via. Come no, chiedetelo a Koulibaly.

    • Arvaro 'l laido

      luglio 29, 2016 at 7:19 pm

      Infatti bastava citare solo IL CAPITANO,vera unica bandiera.
      Berlusconi gli fece recapitare un assegno in bianco con un biglietto che recitava:”metta lei la cifra”. Il Real Madrid ogni anno lo chiedeva ai Sensi,ci avrebbero guadagnato di brutto e idem Totti vincendo sicuramente di tutto e guadagnando una marea di soldi.

  5. la 557

    luglio 28, 2016 at 1:46 pm

    i sardi ancora oggi conservano tantissimo orgoglio di aver avuto un campione in tutti i sensi come Gigi Riva

  6. Franz

    luglio 28, 2016 at 3:11 pm

    2010 Di Natale rifiuta la Juventus (e circa 1,5 milioni di € in più a stagione) per restare all’Udinese… non tutti sono mercenari

    • Gianni T.

      luglio 28, 2016 at 10:03 pm

      Sarà inoltre capocannoniere. E contribuirà alla stagione più esaltante dell’Udinese (da ultima in classifica a terza).

  7. peppino255

    luglio 28, 2016 at 4:12 pm

    Quando i campioni praticavano lo “sport”….!!! C’est l’argent qui fait la guere…. un modo per vincere, oggi, è anche saper sottrarre all’avversario un giocatore significativo e col denaro averlo dalla propria parte…! Colpa di che ancora segue il calcio credendolo uno sport…:!

  8. Jonathan

    luglio 28, 2016 at 4:18 pm

    Baggio – Fiorentina/Juve
    Figo – Barca/Real
    Ronaldo – Inter/Milan
    A me sembra che i Napoletani stanno un pò esagerando per uno che è stato li solo 3 anni! non una vita!
    Ed i giornali e AdL ci stanno ricamando sopra perché la Juve fa notizia…
    Se mettessimo la stessa grinta ad Ottobre per il referendum sarei più tranquillo!

    • Arvaro 'l laido

      luglio 29, 2016 at 7:21 pm

      Guardi che Baggio fu venduto dai Pontello alla juve,non fu un tradimento come si pensa.

  9. Paolo

    luglio 28, 2016 at 4:49 pm

    Lo stesso Totti si impuntò non molto tempo fa, quando pretese un prolungamento di contratto ed aumento, quando la coerenza la si chiede agli altri. Ipocrita. Il calcio a questi livelli è professione e se lo fai per passione, lo fai gratis, altrimenti stai zitto. Gli esempi di Riva e di altri, pochi ad essere sinceri, son datati nel tempo, e lo stesso Totti alla fine, rientra anche lui nella categoria. Ha fatto pesare la sua classe per rimanere nella sua città……è lo stesso approccio….soldi, soldi, soldi!

    • Arvaro 'l laido

      luglio 29, 2016 at 7:25 pm

      Ma parli delle cose che conosce e non di totti tanto per…..
      Non si è mai impuntato,il quinquennale a 5 mln glielo fece la sensi direi giustamente,poi c’è stato il biennale e questi altri due guadagnati sul campo.
      Sciacquati la bocca.
      Vorrei vedere quanti ipocriti come te giocherebbero in serie a solo per passione!

  10. andrea santagati

    luglio 28, 2016 at 7:12 pm

    Sicuramente, con Higuain la Juve, vincera` il prossimo scudetto ma, a livello internazionale, ….. dubito. Gli arbitri sono diversi e lo stile Juve non si impone come in Italia.

  11. re57

    luglio 28, 2016 at 7:31 pm

    Totti, De laurentis…ecc…ecc…quando la volpe non arriva all’uva …dice che è acerba…!!!!

  12. Italiano medio

    luglio 29, 2016 at 12:00 pm

    Totti ha dimostrato di essere veramente attaccato alla maglia della Roma e di amarla come nessun altro. Difatti ha sempre giocato gratis.

  13. dana

    luglio 29, 2016 at 2:02 pm

    Totti aveva gia firmato per il real madrid..qui in spagna ,che si racconta la verita,tutti lo sanno..aveva gia firmato ed il sindaco di allora,Veltroni,chiese quasi in ginocchio a Florentino Perez di non comprare Totti se no gli avrebbero messo a ferro e fuoco la citta’…Non per niente il fratello e la madre sono palazzinari a Roma con case del comune,chissa come mai,e sono ancora obbligati a farlo giocare con 40 anni e pagarlo…
    quindi mio caro Francesco,hai rinunciato ben poco tu per rimanere nella tua amata Roma..i soldi su un contratto sonouna cosa,le cose che ti hanno dato a cambio veramente sono altre..

  14. Valter Toni

    agosto 9, 2016 at 8:05 pm

    Ma a parte tanti discorsi, ad un bambino come me che aveva 7 anni, “rombo di tuono” a cui veniva attribuita la frase “con quei soldi a Cagliari si possono fare un sacco di appartamenti” non poteva che accrescere il mito, come fosse una divinità dell’Olimpo. E non è forse un caso che a distanza di 46 anni, pur non essendo sardo, il Cagliari è l’unica squadra di cui guardo il risultato, e la voce di Nando Martellini che dice “Riva, Riva, ed è goal” mi procura grandi brividi alla schiena.

  15. giuseppe

    febbraio 11, 2017 at 5:17 pm

    Non sono tifoso della roma ma ammiro totti come giocatore…e’ vero poteva andare all estero e ha rifiutato, come e’ vero che il contratto del pupone era pazzesco + ritocco, ma l amore che ha totti x la roma va oltre tt, x chi nn lo sapesse quando la roma era in brutte acque pago’ di tadca sua gli stipendi degli operai,giardinieri, elettricisti ect della roma fc, acquisto’ alcune quote della societa’ x dare liquidita’.’quindi tra lui e la roma il rapporto e’ intenso.

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Calcio

Mario Corso, il poeta maledetto del calcio italiano

Nicola Raucci

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Corso gioca un calcio in poesia, ma non è un “poeta realista”: è un poeta un po’ maudit, extravagante. Pier Paolo Pasolini

La storia del calcio è come un grande dipinto su un campo d’erba, ricco di migliaia di personaggi. Alcuni riconoscibili, altri meno; ognuno con le proprie caratteristiche. Solcato da una caterva di atleti, podisti o poco più, battuto da una moltitudine di agonisti senza fantasia, si intravede nella miriade di calciatori buoni e di giocatori mediocri la luce dei veri artisti del pallone. Tra questi spunta un ragazzo un po’ così, svagato e dall’aria sorniona, pochi capelli, orecchie a sventola e voce roca. Non si fa fatica a definirlo poeta: Mariolino Corso.

Talento cristallino ed incompreso, genio assoluto sempre in discussione, insolente fino a far saltare i nervi, affinatore delle sue opere nei minimi dettagli, Mariolino, il poeta maledetto, ha scritto pagine di pura bellezza calcistica.

Nasce a San Michele Extra, quartiere di Verona, il 25 agosto 1941. Esordisce nell’Azzurra Verona, società del rione di San Giovanni in Valle, e ben presto passa tra le file dell’Audace. Il ragazzino non è che corra poi tanto ma ha una classe sublime e un piede sinistro divino. Su quei campetti di periferia il suo primo allenatore, Nereo Marini, ne intuisce il dono e lo costringe ad esercitarsi ogni giorno per ore sui calci piazzati alla fine delle sessioni di allenamento.

Nel 1957 l’Inter lo preleva nell’ambito dell’operazione da 9 milioni di lire che porta anche Guglielmoni, il giocatore ritenuto di maggior talento, e da Pozzo alla società meneghina. Per Corso primo contratto da professionista da 70 mila lire al mese.

Debutta in maglia nerazzurra a 16 anni e 322 giorni, siglando la seconda marcatura di Como Inter 0-3 di Coppa Italia, il 12 luglio 1958. Il 23 novembre dello stesso anno esordisce in Serie A in Inter-Sampdoria 5-1 e la settimana successiva segna in Bologna-Inter 2-2 la sua prima rete nel massimo campionato.

Lega indissolubilmente il suo nome ai colori nerazzurri dove milita dal 1957 al 1973. 502 presenze e 94 reti, quattro Scudetti (1962-1963, 1964-1965, 1965-1966, 1970-1971), due Coppe dei Campioni (1963-1964, 1964-1965) e due Coppe Intercontinentali (1964, 1965), oltre a tre stagioni da capitano (1967-1970). È uno dei leggendari interpreti della Grande Inter di Helenio Herrera, dove gioca svariando tra il centrocampo e l’attacco, senza collocazione fissa. Lo si chiamerebbe poeta errante sebbene sovente lo si veda aspettare il pallone sul lato del campo come fosse in contemplazione. Porta il numero 11 sulle spalle ma non è un’ala, predilige accentrarsi partendo dalla destra per calciare con l’unico piede che utilizza: il sinistro. L’essenza di Corso è tutta nel suo piede sinistro, più precisamente è il piede sinistro di Dio, come dirà di lui la sera del 15 ottobre 1961 il CT avversario Mándi, dopo una doppietta (87’ e 90’) e una prestazione sontuosa in Israele-Italia 2-4. “Meglio un piede solo che due scarsi” afferma Mariolino durante le interviste.

Sua prerogativa sono quei calzettoni abbassati fino alle caviglie, in omaggio al suo idolo, Omar Sivori, al quale il talento di San Michele Extra fa tunnel non appena se lo trova davanti. Ma Corso è fatto così, irriverente, dal carattere forte e anarchico fuori e in campo, dove si aggira indisciplinato a scompaginare gli schemi di gioco. Definirlo risulta difficile, uno sforzo impossibile. Tutto e niente, attaccante esterno non proprio velocissimo, centrocampista di manovra a volte eccessivamente compassato e con scarsa propensione difensiva. Brera lo chiama participio passato del verbo correre per quel dinamismo a corrente alternata in cui a progressioni esaltanti fanno seguito lunghe camminate. E lui risponde a modo suo, con giocate imprevedibili, dribbling che spiazzano gli avversari e passaggi risolutivi per i compagni. Espressioni di un genio assoluto, in quanto libero da ogni limite o ruolo. È la palla che deve correre, non lui. Lui crea, ammalia, stupisce ne la Scala del calcio. Non è un calciatore da lavagna e posizione, lui è sregolatezza ed intuizione. Tanto indisciplinato nella tattica quanto ligio agli allenamenti dove affina le doti, primo ad arrivare, ultimo ad andarsene, perché il dono non basta. Occorre dedizione e lavoro.

Herrera, il comandante, dal carattere autoritario, non ama di certo quel ragazzo discontinuo e riservato ma carismatico, che nello spogliatoio ruggisce, permettendosi di interrompe le sue arringhe estatiche, e che si aggira in modo irritante nelle zone d’ombra del campo quando il sole è particolarmente forte. Alla fine di ogni campionato mette puntualmente il nome di Corso in cima alla sua lista di proscrizione. E Angelo Moratti puntualmente se lo tiene stretto, innamorato del suo genio, tutto estro e imprevidibilità.

Nella macchina perfetta della Grande Inter, Corso è Mandrake mago e illusionista, in grado di tirare fuori dal suo piede azioni impossibili. È il tocco di imprevidibilità capace di risolvere le situazioni di stallo. Come a Madrid il 26 settembre 1964 nello spareggio della Coppa Intercontinentale contro l’Independiente. Sotto il diluvio e in un Santiago Bernabeu totalmente a favore degli argentini, l’Inter resiste stoicamente agli assalti e alla superiorità fisica degli avversari. Mandrake gioca una gara incredibile, di grande sacrificio. Poi, ai supplementari al 110’, controlla la palla di petto su cross dal fondo di Peiró e la colpisce al volo di collo esterno, ovviamente, sinistro. Rete e prima Coppa Intercontinentale per l’Inter.

Il 12 maggio 1965, in un San Siro gremito in ogni ordine di posto per la semifinale di ritorno della Coppa dei Campioni, una delle sue magistrali punizioni a foglia morta, dalla proverbiale traiettoria ad effetto, la quale si alza sopra la barriera e scende in maniera imprevedibile e improvvisa, apre all’8’ la storica rimonta contro il Liverpool. Al 62’ esegue un passaggio filtrante di prima con l’esterno del sinistro per l’inserimento di Facchetti che sigla il 3-0. Beneamata in finale verso il secondo trionfo continentale consecutivo.

Il pezzo più pregiato della sua carriera è l’annata 1970-71 quando, partito Suarez, diviene il regista della squadra. Una stagione straordinaria, nella quale la continuità e la tecnica di Mariolino guidano l’Inter ad una entusiasmante rimonta sul Milan da -7 alla conquista dello scudetto. Prestazione da antologia nel decisivo derby di ritorno del 7 marzo 1971, di cui è l’assoluto protagonista. Al 12’ segna l’1-0 con una punizione dai 18 metri battuta a sorpresa ad aggirare la barriera che si insacca a fil di palo alla destra di Cudicini. Alla mezz’ora, vinto il contrasto con Rivera tra l’ovazione del pubblico, dà il via al contropiede per il definitivo 2-0 di Sandro Mazzola.

Una qualità sopraffina quella di Corso che purtroppo non si è potuta ammirare abbastanza in Nazionale. Solo 23 presenze e nessuna convocazione a Mondiali o Europei. Il 16 maggio 1962, dopo essere stato escluso per il Mondiale in Cile dal CT Giovanni Ferrari a seguito di un confronto a muso duro, durante un’amichevole di preparazione tra l’Inter e la selezione cecoslovacca, Mandrake è autore di un goal capolavoro. Tra l’applauso degli avversari e l’ammirazione del pubblico, Corso cerca con lo sguardo il CT nella tribuna di San Siro e gli dedica platealmente un inequivocabile gesto dell’ombrello. Scalpore, indignazione e addio alla maglia azzurra che da allora in poi diventerà sempre più irraggiungibile.

Un ostracismo favorito comunque dallo spirito ribelle del talento veronese, spesso in contrasto con i suoi allenatori, da Edmondo Fabbri a Heriberto Herrera.

Anche sul campo la sua grinta e il suo carattere forte sono sempre presenti, come nella famosa partita della lattina del  20 ottobre 1971 contro il Borussia Mönchengladbach, nella quale prende a calci l’arbitro Jef Dorpmans nel finale concitato. Riceve una squalifica di sei turni nonostante l’annullamento della gara.

L’esperienza da calciatore nerazzurro termina nel 1973, quando l’allora presidente della società milanese, Ivanoe Fraizzoli, richiama in panchina Helenio Herrera. Senza più la protezione di Moratti, Corso viene ceduto al Genoa. Ma i grandi artisti, è risaputo, non escono mai di scena in sordina, così nella partita contro l’Inter a Marassi, Mariolino mette a referto un goal di testa, un colpo di genio del poeta nei confronti del suo eterno amore nel modo più imprevedibile. Il tutto sotto gli occhi di Herrera.

Il periodo genovese ha storia breve a causa di un grave infortunio alla tibia che lo porta a ritirarsi nel 1975.

È la fine della carriera calcistica del poeta maledetto, di un artista del pallone senza eguali, libero e geniale come le sue giocate, in grado di estasiare con il suo estro intere generazioni: Mariolino Corso.

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Ronaldo: Manifesto di un Futurismo “fenomenale”

Matteo Calautti

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Compie oggi 42 anni Luis Nazario de Lima Ronaldo, per tutti il Fenomeno. La sua data di nascita resta però discussa in quanto, secondo sue dichiarazioni, dovrebbe risalire al 18 Settembre mentre l’iscrizione all’anagrafe è del 22. Per celebrarlo abbiamo messo in parallelo il suo modo di giocare con l’arte futurista.

Quella di Ronaldo Luís Nazário de Lima, universalmente conosciuto come Ronaldo, è una carriera cinematografica ma non nel senso comune del termine. Bensì una carriera rappresentabile per mezzo di fotogrammi, dalla temperatura spesso antitetica: dal freddo glaciale dei periodi bui al caldo dei momenti di energia che ha regalato all’universo del Pallone. Una serie di diapositive diverse per natura che, se sovrapposte, configurano ciò che è stato e ciò che avrebbe potuto essere. Il tutto con tre minimi comun denominatori: movimento, velocità ed energia.

«Noi vogliamo esaltare il movimento aggressivo, l’insonnia febbrile, il passo di corsa, il salto mortale, lo schiaffo ed il pugno». Così recitava il terzo punto del Manifesto del Futurismo, scritto da Filippo Tommaso Marinetti e pubblicato nel 1909 sul quotidiano francese Le Figaro, con sede a Parigi. Un manifesto che ha sconvolto il mondo dell’arte e alimentato le avanguardie, nella città della raffinatezza per eccellenza. Un contrasto, quello tra impeto ed eleganza, che sembra sintetizzarsi nella rete con cui Ronaldo stupisce il mondo ad appena 19 anni ai Giochi Olimpici di Atlanta 1996, sotto la guida di Mário Zagallo. Il Ghana conduce per 2-1 quando si accende il Fenômeno. Goal del pareggio su punizione dal limite dell’area battuto rapidamente ed astutamente da un compagno. Poi la magia per il 3-2: verticalizzazione per Ronaldo dal settore sinistro della tre quarti, il dianteiro verdeoro resiste alla carica di un avversario e supera Simon Addocon un dolcissimo tocco sotto a girare.

Parigi, dicevamo. La città in cui Marinetti ha divulgato al mondo intero il suo nuovo Credo artistico. «Noi vogliamo inneggiare all’uomo che tiene il volante, la cui asta ideale attraversa la Terra, lanciata a corsa, essa pure, sul circuito della sua orbita». Una città, la capitale francese, che ha raccolto i fotogrammi con la differenza di temperatura maggiore. Era il 1997 quando Ronaldo sollevava il suo primo trofeo internazionale in Europa, ovvero la Coppa delle Coppe vinta con il Barça grazie ad un suo calcio di rigore proprio contro il Paris Saint-Germain. Era il 1998 quando il Fenômeno trionfò in Coppa UEFA con la maglia dell’Inter nel derby tutto italiano contro la Lazio, proprio al Parc des Princes. Il suo goal, quello del 3-0, è scolpito nella leggenda: un attaccante capace di intimorire, disorientare e far sedere il proprio avversario, affrontato in un duello condotto senza toccare il pallone. Serie di finte che si disperdono nell’aria, un movimento in corsa, Marchegiani seduto e palla in rete.

Tuttavia, era anche il 1998 quando allo Stade de France, nei pressi di Parigi, il Brasile dello stesso Zagallo perse contro la Francia la finale della Coppa del Mondo. Per mesi, se non anni, si è parlato del malore che lo aveva colto la sera prima dell’atto conclusivo contro i Bleus. Per mesi scorrerà nella mente degli appassionati soprattutto il fotogramma in cui Ronaldo scende dall’aeroplano a Rio de Janeiro dimostrandosi debole e barcollante. Ma era anche il 2008 quando, concretizzata la sua “capriola” sportiva al Milan, venne operato a Parigi per l’ennesimo grave infortunio dal chirurgo Eric Rolland con la consulenza di Gérard Saillant, colui da cui era stato operato otto anni prima. Altri due fotogrammi lampeggiano nella mente: l’infortunio nel 1999 a Lecce e la ricaduta nel 2000 a Roma. «Perché per rinascere dovete morire», come scritto ne L’arte contro l’estetica vicino al nome di Joan Salvat-Papasseit, il più importante poeta futurista catalano. E il Fenômeno rinacque più volte nella sua vorticosa carriera.

Dalla staticità e la freddezza delle diapositive tristi alla gioia dell’ultimo periodo interista, quello della rinascita. Una gestione, quella di Ronaldo da parte di Héctor Cúper, delicata e ragionata. Una gestione che portò il brasiliano ad essere quasi decisivo per la vittoria dello Scudetto con sette reti in dieci presenze. Un campionato, però, che sfugge nella funesta Roma, due anni e 23 giorni dopo la rottura del suo tendine rotuleo nella finale d’andata di Coppa Italia. Una nuova diapositiva, quella del famoso “cinque maggio”: mani in faccia, lacrime che sgorgano dai suoi occhi coperti e un’aura nefasta intorno a lui, che sembra faccia ormai parte della sua stessa essenza. Ma ecco che, dopo esser “morto”, Ronaldo rinasce ai Mondiali del 2002, quelli in Giappone e Corea del Sud. Una competizione trionfale per i Verdeoro, mai in discussione e che ha regalato una delle versioni migliori dell’attaccante di Rio de Janeiro, se non la migliore. Otto reti in tutta la competizione, due solamente nella finale di Yokohama ad Oliver Kahn, mai ossidato come quella sera. Accelerazioni, movimento continui sul fronte offensivo, imprevedibilità nel movimento, potenza palla al piede e colpi da autentico giocoliere. Un fotogramma su tutti rimane nella memoria: quello di un Ronaldo in corsa, con le sue possenti leve in movimento. Un’immagine che richiama con un tono di voce assordante l’animale più famoso dipinto dal futurista Giacomo Balla: il cane di Dinamismo di un cane al guinzaglio. «Il primo studio analitico delle cose in movimento», come affermò lo stesso pittore torinese. Due immagini, quella dell’attaccante e quella del cane, in cui si condensano tutti i fotogrammi che ne designano i moti, che lasciano trasparire l’attimo prima ed intuire l’attimo dopo. Autentica metafora della carriera del Fenômeno, fatta di attimi impressi in diapositive instabili.

«Il coraggio, l’audacia, la ribellione, saranno elementi essenziali della nostra poesia», recitava il secondo punto del Manifesto. Un coraggio, quello di Ronaldo, che gode di un colore impuro, a cavallo tra l’ingratitudine e la prontezza nel cogliere l’attimo. In una notte di fine agosto, precisamente 14 anni fa, il Fenômeno voltava le spalle al suo secondo padre Massimo Moratti per inseguire il sogno galactico. Indifferenza pura nei confronti del Barcellona che tanto l’aveva acclamato al Camp Nou sei stagioni prima. Indifferenza pura anche nei confronti della stessa Inter, affrontata con la maglia del Milan nel 2008, con tanto di beffarda esultanza al derby di ritorno. Ma è lecito contestare le scelte in vita a chi è stato privato della piena realizzazione delle proprie potenzialità dalla sua stessa vita?

Ciò che è stato e ciò che avrebbe potuto essere. Uno scorrere perpetuo di diapositive instabili. Ma, forse, è stata proprio questa l’essenza stessa del Fenômeno.

Ronaldo Luís Nazário de Lima, il primo futurista brasiliano.

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Calcio

Cosa ci fa un canguro in Repubblica Ceca? La curiosa storia dei Bohemians Praga

Leonardo Ciccarelli

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Per quale motivo una squadra della Repubblica Ceca, di Praga in particolare, ha come stemma e simbolo un canguro?

Se pensate alla cosa, è davvero strano. Il canguro è un animale che vive solo in Australia, il marsupiale è il simbolo stesso dell’Isola-Continente, eppure la Boemia ha adottato questo amorevole bipede come mascotte.

La storia è piuttosto curiosa e deriva dalla pubblicità: nel 1927 l’Australian Soccer Association è in fase promozionale essendo nata da poco (ed avrà un bel po’ di vicissitudini fino agli anni ’60 tanto che la Football Federation Australia, l’attuale organo di governo del calcio australiano, è stata fondata nel 1961), ed invita varie squadre a dei tour sul suo territorio. Niente da fare, rifiutano tutte. Non è tanto per un vezzo, le tournèè erano molto in voga anche all’epoca, ma pensate cosa doveva essere fare un viaggio dalla Cecoslovacchia all’Australia era un’avventura, con aerei scomodi ed un tasso di rischio molto alto. Oggi da Praga a Sydney il volo non è diretto e con un solo scalo ci vogliono oltre 22 ore di viaggio, pensate quindi 90 anni fa.

Una sola squadra accetta, l’AFK Vrsovice che per l’occasione cambia nome in Bohemians, “i Boemi“, affinché gli australiani capiscano la provenienza della squadra.

20 partite per loro, 15 vittorie e quasi 100 gol segnati a testimonianza della debolezza del gioco australiano, ma non importa perché gli australiani sono impazziti per questa compagine cecoslovacca e in preda ai deliri dei sensi che solo il football può regalare, regalano due canguri vivi alla squadra.

Come i due malcapitati marsupiali siano arrivati sani e salvi in Cecoslovacchia, non è dato sapere anche se pare fossero stati affidati a Oldřich Havlín, un giocatore dell’epoca, che ha poi consegnato i canguri allo zoo di Praga dove hanno trascorso in serenità tutto il resto della loro vita. L’AFK Vrsovice si tenne per sempre il nome Bohemians e il logo richiamante l’antico “regalo” degli Australiani.

Questo il tabellino delle partite in Australia nel ’27:

23.04.1927 Colombo British Army XI 2-4 Bohemians

05.05.1927 Perth Western Australia 3-11 Bohemians

07.05.1927 Perth Western Australia 4-6 Bohemians

11.05.1927 Adelaide South Australia 1-11 Bohemians

14.05.1927 Adelaide Australia XI 1-2 Bohemians

18.05.1927 Melbourne Victoria 0-1 Bohemians

21.05.1927 Melbourne Australia XI 1-4 Bohemians

25.05.1927 Wagga Wagga Southern Districts XI 0-9 Bohemians

28.05.1927 Sydney New South Wales 5-4 Bohemians

01.06.1927 Woonona South Coast XI 1-2 Bohemians

04.06.1927 Newcastle Northern District XI 3-4 Bohemians

06.06.1927 Sydney Australia 4-6 Bohemians

08.06.1927 Cessnock South Maitland XI 3-1 Bohemians

11.06.1927 Brisbane Queensland 3-2 Bohemians

15.06.1927 Ipswich Ipswich & West Moreton XI 3-5 Bohemians

18.06.1927 Brisbane Australia 5-5 Bohemians

21.06.1927 Newcastle Newcastle XI 5-2 Bohemians

23.06.1927 Sydney Metropolis XI 3-5 Bohemians

25.06.1927 Sydney Australia 4-4 Bohemians

02.07.1927 Fremantle Western Australia 2-3 Bohemians

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