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Calcio

Carlo Petrini: il coraggio di denunciare

Andrea Loiacono

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Carlo Petrini: il coraggio di denunciare

Avrebbe compiuto oggi  70 anni Carlo Petrini , il calciatore che degli anni 70-80 che ha vissuto sulla sua pelle i grandi scandali del pallone nostrano, tra partite truccate e doping. Ed ebbe il coraggio di denuciare, pagandone le conseguenze.

Carlo Petrini rappresenta senza dubbio una delle figure più controverse del calcio italiano, un uomo capace di essere presente in quasi la totalità degli scandali che hanno coinvolto il mondo pallonaro negli anni ‘70 e ‘80, ma altrettanto capace di scoperchiare il calderone dell’ipocrisia sul nostro apparentemente inattaccabile sistema calcio, facendo venire a galla verità scomode che sono sempre state nascoste dall’omertà dilagante che caratterizza questo sport.

Carlo Petrini nasce a Monticiano (stesso paese di un certo Luciano Moggi) nel 1948, ma le difficoltà familiari lo portano a Genova ad appena 9 anni, al seguito del padre Aldo, che verrà a mancare di lì a qualche anno assieme alla sorella minore. Un’infanzia difficile la sua, ma la svolta sembra arrivare nel 1960 quando il giovane Petrini entra a far parte delle giovanili del Genoa, squadra con la quale 5 anni dopo debutterà non ancora maggiorenne nei professionisti. Dopo la solita gavetta in prestito sui campi di Serie C, con la maglia del Lecce, Petrini torna alla base, gioca benissimo due anni in Serie B che gli valgono la chiamata da parte del Milan di Nereo Rocco. Adattarsi al carattere del Paròn però è molto difficile, specie per Carlo che, come sua stessa ammissione, è un ragazzo che non si fa mettere i piedi in testa da nessuno; la rottura arriva in poco tempo, Petrini dopo una lite con Rocco abbandona di punto in bianco l’allenamento e torna a casa. La rottura a fine stagione è inevitabile, ma le porte della Serie A non sono affatto chiuse, negli anni successivi infatti vestirà le maglie di Torino, Varese, Catanzaro, Ternana, Roma, Cesena, Verona e Bologna. In quest’ultima città però, ormai 32enne, Petrini viene coinvolto nello scandalo scommesse del 1980, il primo grande caso di partite combinate scoppiato in Italia, e verrà squalificato per 3 anni e 6 mesi in seguito alla combine di Bologna-Avellino, poi amnistiati in seguito alla vittoria del mondiale ‘82. Torna per qualche anno a giocare, ma ormai ha fatto il suo tempo, e a 37 anni decide di dire basta col calcio.

 

Dopo una carriera ventennale divisa tra A e B, apre una propria società finanziaria, che inizialmente, grazie anche alle enormi conoscenze, va a gonfie vele, salvo invertire la rotta nel giro di poco tempo, costringendo Petrini a farsi aiutare da usurai e criminali che lo mettono alle strette. Non riesce a ripagare i debiti e le pressioni diventano insostenibili. E’ giunto il momento di scappare, si rifugia in Francia.

Per anni non si sente più parlare di lui, fino a quando nel 1995 il figlio Diego, promessa del settore giovanile della Sampdoria, si ammala di tumore al cervello. Ormai le condizioni sono critiche, e prima di morire lancia un appello ai giornali, vuole rivedere il padre, di cui non ha notizie da ormai 6 anni. Attorno a questa vicenda si crea un vero e proprio caso, tutta l’Italia ne parla, ma Petrini ha troppa paura di tornare in Italia, sa perfettamente che la criminalità organizzata lo troverebbe e gli farebbe fare una bruttissima fine. Non vedrà mai l’ultimo respiro del povero Diego.

Sconvolto da questa incredibile vicenda però, decide che è arrivato il momento di parlare, vuole raccontare la sua storia, vuole fare qualcosa di buono per il calcio, lo sport che gli ha dato tanto, ma che nel momento di difficoltà gli ha anche voltato le spalle (come lui stesso dichiarerà). Inizia a lavorare alla sua autobiografia, che verrà pubblicata nel 2000, dal titolo Nel fango del dio pallone. Il libro scritto da Petrini è devastante, parla di un mondo apparentemente dorato, che in realtà nasconde del marcio ovunque, fa nomi e cognomi senza paura, parla dei calciatori morti a causa del doping, parla delle combine, parla di Luciano Moggi, della Juventus e della sua influenza sul calcio italiano.

 

I racconti sono agghiaccianti, soprattutto quelli riguardanti il doping. Petrini fa notare ai lettori come un gran numero di calciatori della sua generazione siano morti a causa di gravi malattie, tumore, leucemia, aneurisma, ad esempio Giuliano Taccola, morto nello spogliatoio durante Roma-Cagliari, Beatrice, Longoni, Brignani, Umile, solo per citarne alcuni. Così racconta di come il doping negli anni settanta fosse una pratica comune nel mondo del calcio italiano. Prima di un Verona-Genoa ad esempio, il medico societario si presentò nello spogliatoio con una boccetta piena di uno strano liquido, e con una siringa (specifica non sterilizzata) fece ben cinque iniezioni a cinque giocatori diversi; Petrini sostiene come quel giorno riuscisse a saltare quasi fino al soffitto del tunnel antecedente al campo da gioco, e una volta dentro, dopo qualche minuto, una bava verde iniziasse ad uscire dalla sua bocca e da quella degli altri compagni. L’effetto di questa “miracolosa” siringa durava addirittura oltre cinque ore, lasciandoti però stremato una volta terminato l’effetto, gonfiandoti la lingua “tanto da non riuscire a tenere la bocca chiusa” . Ma racconta anche di quando Giorgio Ghezzi, allenatore del Genoa, utilizzò il secondo portiere, il giovane Emmerich Tarabocchia, come cavia, facendogli bere un intruglio (convincendolo fosse del vino bianco)  prima di un allenamento; tutto bene, fino a quando il ragazzo collassò a terra dopo un’uscita in presa alta, stramazzando al suolo con gli occhi rivoltati.

Probabilmente però il racconto che descrive al meglio la situazione del calcio dell’epoca è quello riguardante la combine di Bologna-Juventus del 13 gennaio 1980, a suo dire partita combinata, ma per la quale non ci fu nessuna squalifica da parte della giustizia sportiva, in quanto il fatto non sussistesse.

Come racconta, all’epoca la Juventus non navigava in buone acque, così il martedì prima della gara, Roberto Bettega, centravanti juventino, chiamò Beppe Savoldi, giocatore del Bologna, in quel momento in compagnia di Michele Plastino, noto giornalista romano, chiedendo di accordarsi per un pareggio. Il giorno dopo, all’allenamento, dopo qualche evidente telefonata da parte della dirigenza juventina, Riccardo Sogliano, DS del Bologna, convocò tutti i giocatori, compreso lo staff, nello spogliatoio, chiedendo chi non fosse d’accordo a pareggiare l’incontro, perché in tal caso non sarebbe stato convocato. Nessuno disse nulla. Si parlò allora di scommettere, e tutti, tranne Sali e Castronaro, vollero guadagnare qualcosa da questo accordo. I giocatori si rivolsero a Petrini, erano infatti noti i suoi rapporti con Massimo Cruciani, personaggio conosciuto ai tempi della Roma, che aveva un banco di scommesse clandestine, addirittura l’allenatore Marino Perani chiese a Petrini di aggiungere 5 milioni in più da parte sua. Tutto pronto, arrivata la domenica, in ballo c’erano 50 milioni di lire, così prima della partita Petrini parlò nel tunnel con Trapattoni e Causio per confermare l’accordo. Qualcuno, sponda Juve, rispondendo ad una domanda di Petrini disse “non abbiamo avuto tempo di scommettere, ma il colpaccio l’abbiamo fatto due domeniche fa” riferendosi al clamoroso Juve- Ascoli 2 a 3. Entrati in campo, dopo un primo tempo a suo dire ridicolo, i giocatori vennero addirittura presi a pallate di neve dai tifosi tanta la sfacciataggine dell’accordo; nel secondo tempo tutto sembrava andare secondo i piani, ma un tiro senza pretese di Causio, complice un errore di Zinetti (attuale osservatore della nazionale) si insaccò in rete. I giocatori della Juventus sembrava non volessero più rispettare più gli accordi, e Perani per cercare il pareggio gettò nella mischia Petrini. A suo dire gli insulti in campo si sprecavano, fino a quando su un calcio d’angolo Bettega non sentenziò “basta litigare, adesso ci penso io a farvi pareggiare”. Il caso volle però che su quello stesso corner Sergio Brio infilasse la palla nella porta sbagliata, aggiustando il risultato secondo gli accordi.

Il bello però avvenne due mesi dopo, in seguito alla denuncia sulle partite truccate da parte di Trinca e Cruciani. Infatti dopo i famosi arresti negli stadi, quando lo scandalo scommesse ormai imperversava, e stava per colpire anche Juve e Bologna, Petrini ricevette una telefonata, era Giampiero Boniperti. L’allora presidente della Juventus offrì a Petrini ben 200 milioni di lire, depositati in un conto svizzero, per assumersi tutta la responsabilità sulla combine, offerta però declinata prontamente. Allora la seconda proposta: se Petrini avesse convinto Cruciani, con una cospicua somma di denaro pagata dalla Juventus,  a non presentarsi all’interrogatorio su Bologna-Juventus, lo avrebbe aiutato in qualche modo durante il processo. Petrini accettò, e incontrò Cruciani alla porta 5 dello Stadio San Siro; Cruciani accettò la proposta di Boniperti, e non presentandosi al processo, scagionò sia la Juventus che il Bologna.

Dopo la sua autobiografia Carlo Petrini continuerà a scrivere libri sulla sua esperienza nel mondo del calcio, farà scalpore ad esempio Il calciatore suicidato che racconta la storia di Denis Bergamini, calciatore del Cosenza trovato morto apparentemente schiacciato da un camion. Ci sarebbero tante altre storie alle quali pochi giornalisti sportivi hanno dato importanza, queste a mio modo di vedere sono le più interessanti, che spero facciano rivalutare un personaggio controverso che ha però pagato (a mio modo di vedere) ampiamente il proprio debito con il mondo del calcio, cercando in tutti i modi di ripulirlo.

Un’ultima considerazione, Carlo Petrini non ha mai ricevuto querele per ciò che ha scritto, coincidenze?

4 Commenti

4 Comments

  1. pietro vittorio

    febbraio 13, 2017 at 11:59 am

    questa storia l’avevo vista in tv qualche anno fa. Molto triste, ma se pensiamo che ancora oggi (x me) esiste perché è impossibile (anche se come si dice “il pallone è rotondo”) squadroni con oltre 30 giocatori tra campioni e fuoriclasse una domenica fanno sfracelli e la domenica dopo perdono con una squadra di bassa classifica. Buona giornata.

  2. Roby2001

    febbraio 13, 2017 at 6:16 pm

    L’ennesima dimostrazione di quanto siano luridi quelli con la maglia che sembra la divisa di Alcatraz; quella volta la sfangarono, la successiva hanno preso solo un buffetto sulla guancia

  3. mellin

    febbraio 13, 2017 at 8:04 pm

    …e adesso parliamo un po’ di Ferruccio Mazzola!!!!

  4. dino

    marzo 29, 2018 at 6:43 pm

    Scusate io il libro l’ ho letto e questo è un episodio dei tanti ed l’ unico che riguarda
    la Juve………direi alquanto di parte chi ha scritto l’ articolo.
    Provate a leggerlo il libro perché merita.

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Calcio

Jules Rimet, il visionario padre dei Mondiali che ha cambiato il ‘900

Leonardo Ciccarelli

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Il 16 ottobre 1956 moriva Jules Rimet, il padre dei Mondiali di Calcio. Ripercorriamo la sua vita che attraversa tutti i momenti cruciali della storia moderna. Un uomo di sport, oltre lo sport.

Al civico 45 in Avenue Marx-Dormoy, in Bagneaux, provincia di Parigi, c’è un meraviglioso cimitero extra muros in cui sono sepolti alcuni importanti francesi, da Claude Berri a Frida Boccara, da Jules Laforgue a Charles Denner, c’è anche la salma di un visionario che ha cambiato per sempre la storia dello sport più radicato del pianeta, il calcio. Parliamo di Jules Rimet.

Nato nel 1873 e cresciuto nel bel mezzo del niente nelle colline della Francia di fine ‘800, si trasferisce a ridosso del nuovo secolo a Parigi insieme alla famiglia per sfuggire alla fame e alla povertà. Nella capitale ad 11 anni lavora nella drogheria di suo padre, ed in questa splendida città scopre il calcio giocato dai ragazzi nelle strade e si convince dei benefici dello sport nell’educazione fisica e morale dei giovani, che porta benessere e amicizia tra le persone. Diventa uno studente coscienzioso fino a diventare un avvocato.

Contemporaneamente si impegna nello sport e fonda col fratello nel 1897 i Red Star, una delle società più antiche della Francia, attualmente in Ligue 2, la Serie B francese, e l’anno dopo fonda anche un giornale cristiano, repubblicano e democratico, La Revue, che si fonde nel gennaio del 1899 con Le Sillon di Marc Sangnier, una rivista per la quale numerosi cristiani divennero ostili alla monarchia.

La politica è centrale nella vita di Jules Rimet che fin da giovane si avvicina alla Democrazia Cristiana transalpina, restando però con ideali vicini alla sinistra, chiedendo una collaborazione forte e reale tra la chiesa ed il popolo e pretendendo un riformismo che avvicini le classi sociali, smussando i conflitti sociali.

Vede nel calcio il mezzo per smussare i suddetti conflitti, vede lo sport e proprio il football in particolare, un veicolo serio e concreto di emancipazione per i meno fortunati e crede fermamente nello sport come un fattore reale di avvicinamento tra i popoli.

Rimet è un contemporaneo di Pierre de Coubertin, l’inventore delle Olimpiadi moderne e all’indomani della fine della Prima Guerra Mondiale la voglia di non spargere più sangue e risolvere i propri dissensi nello sport è davvero forte, prende forma in questo clima l’idea di un Campionato del Mondo di Calcio, un clima fortemente politicizzato proprio dal suo fondatore che usa questa idea per scalare i vertici della Fifa che approva questo nuovo torneo.

Il primo organizzatore è l’Uruguay che negli anni ’20 e ’30 è un felice Paese del Sudamerica e che nel calcio sta dominando nell’unico torneo mondiale fino ad allora esistente, il torneo olimpico, che la nazionale vince sia nel ’24 sia nel ’28. Sono i più forti del mondo, ed infatti vincono la prima edizione del torneo iridato, organizzato da loro che festeggiano quell’anno proprio il centenario dell’indipendenza. Il 31 luglio oggi è festa nazionale in Uruguay, per ricordare quel glorioso giorno.

E’ stato un successo, Jules Rimet diventa uno degli uomini più potenti del mondo, le nazioni guardano con coraggio questo sport inventato dagli inglesi e i capi di governo si ingolosiscono. Tra questi, Mussolini ottiene l’organizzazione dela Coppa del Mondo del ’34, vinta dalla stessa Italia che sulla bandiera ha il fascio littorio, impresa ripetuta 4 anni dopo nell’edizione francese della competizione iridata.

La Coppa del Mondo del ’38 è il manifesto di quello che sarebbe successo l’anno successivo: la Germania schiera 5 austriaci, poco dopo l’annessione dell’Austria al Terzo Reich, ed esclude ogni atleta di origine ebraica dalla competizione.

Dopo la Guerra le cose cambiano. Si riuniscono i comitati a Lussemburgo e stilano alcune regole ancora oggi in vigore, come quella di dedicare la coppa al suo ideatore e soprattutto di donare il trofeo alle nazioni in grado di vincerlo per 3 volte. La prima a riuscirci è stata la nazionale brasiliana, poi ha seguito l’Italia nel 1982, infine la Germania, nel ’90.

Rimet lascia la presidenza Fifa ad 84 anni, due anni dopo sarebbe morto in solitudine, con un ideale ben chiaro a lui, ben poco a chi i campionati li avrebbe organizzati come ha dimostrato l Italia e come dimostreranno il Cile di Pinochet, l’Argentina di Videla.

La sua idea di calcio romantico, che unisce i popoli sotto un unico dominatore, è parzialmente riuscita e forse l’esempio migliore è stata la sua nazionale, che nel ’98 lo omaggia con una piazza nei pressi del Parco dei Principi e con una scritta sulla fiancata del pullman: “Liberté, Égalité, Jules Rimet”. Una nazionale fatta da francesi, algerini, baschi, sudamericani, africani, tutti uniti sotto un’unica bandiera, quella francese, tutti uniti per un bene ideale, quello del Calcio.

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Calcio

65 anni del Divino: Falcao, l’addio, la politica e il Papa

Matteo Luciani

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Compie oggi 65 anni Paulo Roberto Falcao, l’ottavo Re di Roma, rimasto nella memoria dei tifosi giallorossi per aver portato il tricolore a Roma. Ma ci fu un momento in cui il brasiliano fu ad un passo dall’Inter. Vi raccontiamo questa storia di calciomercato sfumata per un soffio.

Giugno 1983. La capitale d’Italia è in tripudio dopo che la sua parte giallorossa ha appena conquistato il secondo tricolore della propria storia. Merito di un gruppo di uomini e calciatori eccezionali guidati sapientemente dal ‘Barone’ Nils Liedholm.

Neppure il tempo di gustarsi il sapore della vittoria, però, che nei pressi di Trigoria scoppia la bomba: il ‘Divino’ Paulo Roberto Falcao, uno dei simboli del successo ottenuto soltanto poche settimane prima sul campo, vuole andare via ed ha trovato l’accordo con l’Inter per trasferirsi all’ombra della Madunina.

I tifosi della lupa sono sconvolti. Proprio lui, l’uomo che, arrivato a Roma soltanto tre anni prima (quando i giallorossi erano in possesso di una squadra ancora non eccellente), dichiarò subito senza dubbi “entro pochi anni vinceremo lo Scudetto”, cambiando il modo di pensare e rapportarsi alla realtà calcistica di supporter tutt’altro che abituati a trionfi e coppe, decide di abbandonare la nave ora che questa si appresta a salpare pure in Europa per dare l’assalto alla Coppa dei Campioni.

A gettare benzina sul fuoco, in quei giorni caldissimi, arrivano le dichiarazioni dello stesso Falcao, che da Porto Alegre, dove si trova in vacanza, parla già da ex giallorosso e dichiara: “Lasciare Roma è stato un trauma”. Sembrano ormai non esserci più speranze, dunque, per la permanenza del numero cinque nella Capitale. Dino Viola, però, sa bene che nessun club ha raggiunto un accordo anche con la società per lasciare libero il campione brasiliano e non si preoccupa più di tanto.

Si parla di offerte da parte di Verona e Napoli ma la realtà è che Falcao vuole solo l’Inter. Il merito dell’operazione è da ascrivere a Sandro Mazzola, allora dirigente nerazzurro, che insieme al procuratore del nazionale verdeoro Cristoforo Colombo ha lavorato per molto tempo nell’ombra. Alla fine, Mazzola riesce a portare l’accordo con Falcao tra le mani del presidente interista Fraizzoli. E’ ormai tutto fatto. Manca solo l’ultimo tassello: l’accordo economico con la Roma.

Fraizzoli, mostrando una correttezza d’altri tempi, alza il telefono per chiamare Dino Viola e comunicargli che ha la firma del numero cinque romanista in mano. La richiesta implicita è: “Quanto serve per lasciarlo andare?”. La risposta del numero uno giallorosso è sorprendente: l’assoluto silenzio. Viola, infine, comunica di aver preso atto della faccenda e attacca.

Da questo punto in poi, il calcio inizia ad entrarci poco. Per bloccare la partenza di Falcao, infatti, si muove addirittura Giulio Andreotti (insieme al fido braccio destro Evangelisti). La prima mossa riguarda il contatto con la mamma di Falcao, la signora Azise, a cui viene fatto sapere che anche Papa Wojtyla desidera che il campione brasiliano rimanga nella Capitale. “Non vorrai mica dare un dispiacere al Santo Padre?”, saranno le parole di Azise al figliolo.

L’accordo con l’Inter, ora, vacilla. A dare il colpo di grazia a Fraizzoli ci pensa Andreotti in persona. Quest’ultimo, infatti, chiama Fraizzoli e, ancor prima di parlare di Falcao, si rivolge al presidente interista con le seguenti parole: “mi dicono si tratti di affari importanti…..”. Il riferimento è ai capi d’abbigliamento che Fraizzoli fabbrica e che vengono distribuiti anche ai ministeri.

Il numero uno nerazzurro capisce che ormai la situazione si è fatta più grande di lui e contatta immediatamente Sandro Mazzola. “Il contratto di Falcao va stracciato”. La macchina della politica si è messa in moto ed il povero Fraizzoli non può far altro che lasciare il ‘Divino’ lì dove ha appena fatto la storia.

Il calciomercato non è mai sembrato argomento tanto ‘piccolo’.

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Calcio

Fasce e lacci arcobaleno, ma il Calcio resta ancora uno sport omofobo

Matteo Luciani

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Il 14 Ottobre 1979 negli Stati Uniti, a Washington, si svolse la prima marcia per i diritti LGBT. A distanza di anni le cose sono migliorate, ma grandi problemi rimangono palesemente. Anche lo Sport soffre le stesse criticità. In particolare il calcio, dove è quasi impossibile mostrarsi per quello che si è.

Novembre 2016: i capitani delle squadre della Premier League indossano fasce color arcobaleno mentre tutti i calciatori scendono in campo con i lacci delle scarpe dello stesso tipo. La ragione? Tutto ciò è parte integrante della campagna anti-omofobia ‘Rainbow Laces’ promossa dall’organizzazione Stonewall.

L’evento viene visto dai media come un grande passo per uno sport spesso ritenuto reticente nei confronti delle comunità LGBT; ma lacci e fasce arcobaleno sono veramente un segno tangibile di progresso nel trasformare il calcio in uno spazio in cui i giocatori LGBT si sentano liberi di esprimere la propria sessualità anche in pubblico?

Francamente, no.

È piuttosto singolare, infatti, che soltanto un ex atleta della Premier League, passato pure in Serie A per una fugace apparizione con la maglia della Lazio, il tedesco Thomas Hitzlsperger, abbia ufficialmente fatto coming out (peraltro, soltanto a carriera conclusa) quando il 2% della popolazione maschile britannica oggi si identifica come gay e si è a conoscenza del fatto che oltre 500 giocatori della Premier League, tra passato e presente, sono omosessuali.

Hitzlsperger affermò, riguardo alla sua dichiarazione pubblica, di essersi ispirato a quanto fatto dal cestista John Amaechi, dal tuffatore Tom Daley, dalla stella gallese di rugby Gareth Thomas e dall’ex calciatore di Leeds United e LA Galaxy Robbie Rogers; il tedesco spiegò pure di sperare che il proprio gesto potesse aiutare altri colleghi a fare lo stesso.

Parole, purtroppo, poco utili se si pensa che addirittura il presidente della FA, Clarke, non certo il primo venuto, ha recentemente dichiarato che sarebbe “impossibile” per un giocatore attuale fare coming out poiché la lega non sarebbe in grado di proteggerlo a sufficienza dagli attacchi esterni di tifosi avversari.

Di certo, il precedente dell’ex attaccante del Norwich City e del Nottingham Forest, Justin Fashanu (peraltro, il primo calciatore di colore ad essere pagato un milione di sterline nel calcio inglese), in tal senso, ha segnato un profondo solco.

Fashanu, uscito allo scoperto nel 1990, decise di porre fine alla sua vita soltanto otto anni dopo a causa degli enormi problemi (lavorativi e non) che il suo coming out gli aveva creato.

Presso il già citato ‘Rainbow Laces Summit’, diversi atleti britannici si sono riuniti per discutere sul modo in cui poter aiutare la comunità LGBT nel mondo dello sport.

Due stelle dell’hockey britannico, Kate e Helen Richardson-Walsh, regolarmente sposate, sono intervenute, così come il rugbista Keegan Hirst.

A quanto pare, soltanto il calcio è rimasto così indietro sull’argomento.

In tal senso, durante il vertice, il presidente Clarke, ha dichiarato che il calcio è “due decenni indietro” rispetto alla possibilità di diventare oggi un posto sereno anche per gli omosessuali.

Clarke ha affermato che sta tentando di parlare con molti calciatori gay del mondo inglese, in merito alla chance di effettuare il coming out, ma che, tuttavia, nessuno si sente veramente tranquillo all’idea.

Mancherà ancora molto, in Inghilterra e non, per rendere anche il calcio uno sport più civile?

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