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Calcio, tifo e periferie: perché a Roma uccidono la gioventù?

Simone Meloni

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Vogliono uccidere la nostra gioventù. Vogliono disgregare, annientare e stracciare tutto quello che i ragazzi possono creare: sogni, speranze, fantasia e passione. Ci diranno che lo fanno “per ordine pubblico”, ci diranno che lo fanno per “riportare le famiglie allo stadio”, ci diranno che lo fanno “per la nostra sicurezza”. Dalle piazze agli stadi, passando per le semplici comitive o assemblee di quartiere. Roma deve fungere da esempio, la Capitale d’Italia deve diventare il fulcro di una politica repressiva e volta alla “normalizzazione” di qualsiasi fenomeno di interazione sociale. Poco importa se lo stesso è anche pacifico e ludico. L’importante è che sia aggregante: questo è il “mostro a tre teste” da combattere. L’importante è che tanga innanzitutto le fasce più deboli e più facilmente colpibili o strumentalizzabili: le periferie, i giovani, i tifosi, i manifestanti e chiunque osi anche lontanamente pensare di uscire dalla “retta via” in cui le istituzioni romane quotidianamente ci convogliano. Una città gestita, ormai è il caso di dirlo, in tutto e per tutto come uno Stato a parte. Con un Doge (in questo caso il Questore D’Angelo) che ordina e dispone senza trovare alcun contrasto da una classe politica perennemente impegnata a guardarsi allo specchio e ad armarsi per combattere le più intense battaglie intestine, con nessun fine utile alla cittadinanza.

Non è solo lo stadio Olimpico l’esempio. Non è il trattamento discriminante e dispotico nei confronti di Roma e Lazio a suffragare quanto detto. C’è molto di più. Sebbene potremmo parlare dell’ennesima multa piovuta sulle teste di supporter giallorossi per l’esposizione di un drappo raffigurante Alberto Sordi nelle vesti di Otello Celletti, ne “Il Vigile”, corredato dall’ironico striscione “Multras”. Altri 167 Euro di inettitudine e prepotenza a scapito di un pubblico ormai tramortito, che con l’ironia ha provato a rispondere a chi dell’ironia e del folklore ne ha fatto un reato. E sono tentacoli che si estendono ben oltre l’impianto di Viale dei Gladiatori, arrivano fino ai margini del Grande Raccordo Anulare, in quelle zone dove altri figli di questa città spesso sono alle prese con problemi ben più duri e intricati di un posto da rispettare allo stadio o uno striscione esposto per strappare una risata e rendere l’idea dell’assurdità di talune regole. In quelle periferie dove sovente non resta neanche più l’aggregazione. Per mancanza di strutture, per mancanza di attenzioni, per un menefreghismo sempre più dilagante e quasi rassegnato. Benché dall’aggregazione si sviluppi una società più empatica e duttile.

Ne feci cenno in un articolo di qualche tempo fa. Quando parlando dei ragazzi che seguono il Tor Sapienza (in Eccellenza) sottolineai il particolare trattamento riservato loro dal commissariato locale. In un contesto con pochi spettatori e totalmente privo di qualsiasi criticità (vista anche l’assenza cronica di tifoserie ospiti), il gruppo al seguito della compagine gialloverde si vide vietare l’ingresso di striscioni e fumogeni per una coreografia da agenti in borghese, pronti a riprendere per tutti i 90 minuti i ragazzi con le telecamere. Alla stregua di pericolosi camorristi. Il culmine di un clima repressivo che attanaglia i supporter del Tor Sapienza ormai da qualche stagione. Si è ripetuto un qualcosa di simile a Torrenova, domenica scorsa, per una partita di Promozione tra la squadra locale, seguita da un manipolo di tifosi, e il La Rustica. Arrivati al campo i ragazzi si sono visti bloccare da alcuni agenti in borghese per dei controlli meticolosi. Questo il racconto di uno di loro: “Come tutte le mattine quando giochiamo in casa – esordisce –  siamo arrivati al campo verso le 10,30. Questa volta però abbiamo subito notato uno strano dispiegamento di forze dell’ordine. Entrando al campo ci hanno chiamato per una perquisizione, aprendo i nostri zaini dove c’erano gli striscioni e qualche fumogeno. Con un fare abbastanza aggressivo uno dei cinque agenti ci ha intimato di lasciare i fumogeni, le aste delle bandiere e alcuni striscioni (peraltro non c’era scritto nulla di offensivo). In maniera educata alcuni di noi hanno chiesto spiegazioni per questo trattamento, vedendosi rispondere in modo alquanto tracotante e a mo’ di sfida che il Tre Torri (nome del campo) “diventerà come l’attuale stadio Olimpico”. Come se non bastasse, all’80’ è arrivata una terza volante con tutti gli strumenti anti-sommossa a disposizione (caschi e manganelli). Sembrava un’operazione anti mafia”.

“Le persone presenti – continua – hanno provato a sottolineare quanto questo atteggiamento fosse del tutto fuori luogo, soprattutto a fronte di un quartiere afflitto da tantissimi problemi che vengono regolarmente ignorati dalle istituzioni. Ci tengo a precisare come tra noi ci siano tutti ragazzi che lavorano e vanno a scuola, siamo tutti incensurati e paghiamo regolarmente le tasse; la società ci ringrazia per quello che facciamo, aiutando la squadra durante le partite e rendendo l’ambiente festoso e colorato. Basti pensare che il Presidente del Torrenova, all’oscuro di tutto ciò, una volta appresa la notizia ci ha immediatamente portato la propria solidarietà. Non vogliamo fare le vittime, ma ci chiediamo per quale motivo dobbiamo essere trattati come criminali? Nessuno scredita l’operato generale della Polizia ovviamente, ma la repressione che sta investendo la nostra città è a dir poco allucinante”.

A margine viene da chiedersi, anzitutto, quanto sia normale un così ampio e puntiglioso impiego della forza pubblica (pagata dalla collettività) per forgiare questa pretestuosa “caccia all’ultras” inaugurata nella Capitale ormai da quasi due anni? Provocazioni ed esasperazioni mirate, anche nei confronti di ragazzi compresi tra i 16 e i 22 anni, spesso con l’unica colpa di saper costruire movimenti aggreganti e di svago in zone degradate o prive dei più basilari servizi. C’è ancora qualcuno disposto a credere che il fine di queste operazioni sia il contrasto della violenza attorno alle manifestazioni sportive? La contraddizione in termini è lapalissiana proprio perché la repressione è giunta anche dove di atti violenti non ce ne sono mai stati. Un vero e proprio accanimento da parte della Questura, che nel frattempo, forse, dimentica quanto la città più grande del Paese imploda su se stessa. Dimentica come quotidianamente dal Centro alla periferia tante zone vengano adibite a piazze di spaccio a cielo aperto, dimentica la prostituzione minorile che lambisce la strade attorno alla stazione Termini come le vie consolari che portano fuori città, dimentica la corruzione atavica e certificata dei tanti corpi ufficiali che compongono Roma Capitale e l’hanno resa l’epicentro del malaffare e degli stravizi. Dimentica o fa finta di dimenticare? Gli ultras e i tifosi di calcio sono davvero il più grande e irrisolvibile problema della città? Oppure si vuole semplicemente silenziarli, per uccidere anche uno degli ultimi movimenti in grado di far sognare i ragazzi e, perché no, farli sentire parte di una comunità? Si ha paura che tutti assieme si ragioni e ci si contrapponga a politiche, scelte e trame che sempre più debbono essere imposte senza nessuna opposizione e senza nessun dialogo?

Da quando l’Olimpico è stato trasformato in un lager in tanti hanno deciso di popolare i campetti delle categorie inferiori, per esportare là il folklore e l’aspetto più bello e colorato del tifo. E guarda caso, a distanza di tempo, il trattamento sconsiderato riservato ai supporter del “calcio che conta” sta cominciando a investire anche queste “oasi” di libertà. Ma è proprio questa libertà a dare fastidio? È l’unione di ragazzi, la possibilità di creare assieme un qualcosa di diverso dal grigio piattume delle periferie romane, abbandonate a loro stesse,  l’obiettivo di chi opta per determinate scelte?

E la classe politica cosa fa in tutto ciò? Sonnecchia e se ne disinteressa. Quando, invece, sarebbe ora che scendesse in campo e prendesse posizione. Perché, de facto, Roma è attualmente sotto l’egida di un Doge, lasciato libero di decidere e radere al suolo ciò che meglio crede. Non va dimenticato il valore sociale e interattivo che una città deve sempre e comunque garantire ai suoi ragazzi. Eppure nella Capitale sta avvenendo l’esatto contrario. C’è bisogno che venga ricreato un collante tra tutte le componenti del tessuto urbano e che la Capitale torni a essere una città come le altre, anziché un insieme di esperimenti che l’hanno trasformata in un laboratorio socialmente invivibile. Si hanno davvero a cuore le sorti dei nostri giovani? In questa maniera, costringendoli a diventare seriosi e stressati adulti sin dalla tenera età si sta facendo esattamente l’opposto. E di certo non li si aiuta a crescere in maniera sana. Consentiamogli di avere i loro spazi. Il che non vuol dire trasgredire le regole o eccedere in comportamenti al di fuori del concesso. Bisognerebbe uscire da questa malsana forma di giustizialismo. È proprio il non capire ciò che sta rendendo Roma una città dall’anima e dalla mente chiusa e retroattiva ad ampliare sempre più il solco tra politica, istituzioni e cittadini. Infine, una comunità che non ha rispetto e senso di protezione per il proprio futuro, è una comunità destinata a crollare, sfaldarsi ed essere in grado soltanto di reprimere, vietare e proibire. E per questo, siamo già sulla buona strada.

Vista dai giovani, la vita è un avvenire infinitamente lungo. Vista dai vecchi, un passato molto breve. (Arthur Schopenhauer).

11 Commenti

11 Comments

  1. Manuel71

    ottobre 11, 2016 at 10:13 am

    Sintesi perfetta della politica dittatoriale di uno Stato falsamente democratico. Bisogna lobotomizzare i giovani a repressione e monnezza social. Le curve, paradossalmente, sono università di vita ed aggregazione nonché laboratorio di libero pensiero.

  2. Filippo

    ottobre 11, 2016 at 11:26 am

    Una città totalmente allo sbando in mano ad incompetenti. Vergogna

  3. ame

    ottobre 11, 2016 at 12:11 pm

    il drappo che raffigura sandra milo che piangeva per prendere in giro Antonella Leandri la madre dell’eroe civile Ciro Esposito…ricordo solo quello di drappo!
    covo di fascisti codardi questa è la curva della roma, la galera è poco per gentaglia come voi

  4. Giovannino Malagò

    ottobre 11, 2016 at 12:36 pm

    A parte il commento generalista e volto solo ad offendere, forse non ti sei accorto che il pezzo non parla della Curva Sud. Brutta bestia l’ignoranza. Leggi prima di commentare.

  5. questetto

    ottobre 11, 2016 at 1:49 pm

    Multras! Multras! cosi entrerò domenica prossima allo stadio…inneggiando il Multras!
    circa le istituzioni capitoline, si spera in un veloce riciclo della natura
    saluti

  6. Cristian

    ottobre 11, 2016 at 1:51 pm

    Eroe civile???ma eroe de che???

  7. gianluca

    ottobre 11, 2016 at 2:09 pm

    Ecco ci mancava il solito commento campanilista…. Certo che se bastano 200 kilometri a trasformare un teppista sfortunato in un eroe civile questo paese ha ben poco avvenire…..

  8. ame

    ottobre 11, 2016 at 3:29 pm

    dura la verità, Ciro Esposito eroe civile per aver difeso donne a bambini dall’assalto codardo di un neofascista!
    andate a vedere video, carte processuali, l’infame è inchiodato alle sue responsabilità come voi che cercate di difenderlo!
    non ci dividono certo 200 km, a Napoli gente come De santis alla gogna, da voi è un eroe.

    p.s.
    Ciro Esposito è stato insignito della medaglia d’oro al valor civile dal Comune di Napoli, teppista è chi offende la sua memoria

    • Matteo

      ottobre 11, 2016 at 3:46 pm

      Scusa ma cosa c’entra Ciro Esposito, il Napoli, la Roma con un articolo del genere. Ma lo avete letto? Se ogni scusa è buona per aprire la polemica su un argomento poi così delicato allora non andiamo da nessuna parte. Il drappo Multras quale collegamento ha con quello di Sandra Milo? A cosa serviva citarlo? Il trattamento dei tifosi è una cosa che riguarda tutte le squadre e almeno in questo ci dovrebbe essere un coro comune e non trovare terreno fertile per parlare di quello che conviene.
      Per non parlare del voler fare di tutta un’erba un fascio e additare come codardi e infami una tifoseria di milioni di persone. Tale e quale a quando a voi napoletani vi chiamano camorristi e voi giustamente vi incazzate. La prossima volta rifletti su questo prima di sputare sentenze.

  9. Giovannino Malagò

    ottobre 11, 2016 at 3:39 pm

    Un articolo dove si parla di tutt’altro. Non si capisce il perchè sotto si sfoci in commenti che non c’entrano niente. E ogni tanto cercate di vedere la mano e non solo il dito…

  10. gianluca

    ottobre 12, 2016 at 12:29 pm

    Caro Ame il fatto che uno sia un fascista codardo assassino non toglie che l’altro sia un teppista sfigato che si è trovato nel momento sbagliato durante un linciaggio! Non cominciamo a falsare la verità per crearci santini assurdi. Qui nessuno difende un assassino!!! L’articolo parla di tutt’altro e state tranquilli che toccherà anche a Napoli….basta aspettare!….

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Calcio

Josef Bican, il più grande marcatore della storia dimenticato per colpa della Guerra

Nicola Raucci

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Avrebbe compiuto oggi 105 anni Josef Bican, un nome che potrebbe non dire nulla, ma che in realtà rappresenta il più grande marcatore della storia del calcio. La sua gloriosa storia venne dimenticata per colpa della guerra. Ve la raccontiamo.

Ho sentito molte volte la teoria secondo la quale era più facile segnare ai miei tempi. Ma le occasioni erano le stesse anche cento anni fa  e saranno  le stesse anche tra cento anni. La situazione è identica e tutti dovrebbero concordare sul fatto che una occasione dovrebbe trasformarsi in un gol. Se avevo cinque occasioni facevo cinque gol, se ne avevo sette ne segnavo sette”. (it.uefa.com)

Vienna, 1913. La capitale dell’Impero austro-ungarico è una autentica polveriera politico-sociale. Tra le sue strade un pezzo di storia del Novecento: Freud, Stalin, Trockij, Tito e Hitler.

Qui nasce il 25 settembre 1913 Josef Bican, il più grande marcatore di tutti i tempi con 805 goal in competizioni ufficiali e 1468 reti a referto contando anche le amichevoli. Unico giocatore ad aver militato e segnato in tre diverse nazionali.

Un campione quasi del tutto dimenticato, emblema di un momento storico tragico, la cui carriera reca le ferite di un secolo caratterizzato da cambiamenti improvvisi e assurde atrocità. Un giocatore sul quale sono nate leggende, dalle cinquemila reti ai numeri spettacolari in allenamento in cui colpiva dal limite dell’area una serie di bottiglie posizionate sulla traversa.

Figlio di Frantisek, boemo di Sedlice, giocatore dell’Herta Vienna, e Ludmila, viennese di origine cecoslovacca, passa l’infanzia nell’indigenza e nella sofferenza. A otto anni perde il padre, dopo un tremendo scontro di gioco. Il lavoro della madre nel dopoguerra permette la sola sopravvivenza. Il giovane Josef detto “Pepi” corre scalzo dietro il pallone, il suo grande amore. Si forma nelle categorie giovanili dello Schustek e del Farbenlutz e a 18 anni firma il suo primo contratto da professionista con il Rapid Vienna, il club più importante della città.

Con il tempo matura una raffinata sensibilità in entrambi i piedi che ne fanno un finalizzatore spietato,  supportato  da  una  velocità  impressionante  (100  metri  in  10,80  secondi)  e  da una struttura fisica possente (178 cm, 77 kg). Il tutto unito ad una forza di volontà senza eguali.

Il suo stipendio arriva in solo due anni alla considerevole cifra di 600 scellini. A 20 anni, il 29 novembre 1933, esordisce nella nazionale austriaca, il Wunderteam. L’anno successivo partecipa ai Mondiali italiani e segna una rete decisiva ai supplementari degli ottavi di finale contro la Francia. In totale con la maglia austriaca disputa 19 incontri con 14 reti a referto. Nel 1935 lascia il Rapid Vienna, con all’attivo 68 reti in 61 presenze, un campionato e un titolo di capocannoniere. Si trasferisce al SK Admira Vienna dove continua a vincere e segnare: due campionati (1936, 1937) e 22 goal in 31 partite.

Nel 1937 va in Cecoslovacchia allo Slavia Praga. Lascia l’Austria ormai vicina all’Anschluss e sfugge al regime nazista, rifiutando di vestire la maglia della Germania. Ritorna nella sua terra d’origine, nella quale era solito trascorrere le vacanze estive in tenera età. Prende la cittadinanza ma non può giocare i Mondiali del 1938 con la selezione cecoslovacca per un cavillo burocratico. Farà il suo esordio il 7 agosto 1938, mettendo a segno una tripletta contro la Svezia.

In seguito all’occupazione nazista, veste la maglia del nuovo Protettorato di Boemia e Moravia. Il12 novembre 1939, nel match dal roboante risultato di 4-4 tra Boemia-Moravia e Germania, Josef mette a referto 3 reti, diventando il  primo e finora unico giocatore ad aver segnato con tre nazionali diverse.

Bican è fin da subito il simbolo della polisportiva dello Slavia Praga, senza dubbio la squadra della sua vita. I tifosi estasiati lo chiamano “il cinico”. Negli undici anni in cui milita tra le fila dei Červenobílí segna 385 goal in 204 partite di campionato, vince 4 campionati di Boemia-Moravia (1939-40, 1940-41, 1941-42, 1942-43), un campionato cecoslovacco (1946-47), 3 Coppe di Cecoslovacchia (1941, 1942, 1945), una Mitropa Cup (nel 1938, capocannoniere con 10 goal) e

10 titoli di capocannoniere (6 del campionato di Boemia-Moravia nel 1938-39, 1939-40, 1940-41,1941-42, 1942-43, 1943-44 e 4 del campionato cecoslovacco nel 1937-38, 1945-46, 1946-47 e 1947-48).

Al termine della seconda guerra mondiale molte squadre europee, tra cui la Juventus, lo desiderano. “Pepi” male informato rifiuta il trasferimento in Italia in quanto teme l’avvento di un governo comunista. Sorte che invece tocca proprio alla Cecoslovacchia. Difatti, nel 1948 il partito comunista, con l’appoggio dell’Unione sovietica, prende il potere. Come già fatto nei confronti del nazismo,  rifiuta  di  aderire  al  partito.  Per  tale  ragione  Bican  e  la  sua  famiglia  vengono emarginati e subiscono il sequestro di diverse proprietà.

Per migliorare la sua reputazione di fronte al regime lascia lo Slavia Praga, club di tradizione borghese, e firma per il Sokol Vítkovice Železárny, squadra delle acciaierie di Ostrava con un largo seguito popolare. Vi milita per tre anni, vincendo l’ennesimo titolo di capocannoniere nel 1950. Successivamente, si trasferisce in seconda divisione allo Škoda Hradec Králové, disputando solo pochi incontri. Su pressione del partito comunista è infatti costretto a lasciare la squadra per la sua crescente e pericolosa popolarità tra la popolazione locale.

Nel 1953 ritorna allo Slavia Praga, rinominato allora in Dynamo Praga, dove gioca fino a 42 anni, con 29 presenze e 22 goal. A fine carriera, nel 1955, nessun onore gli è concesso e viene mandato a lavorare come operaio alla stazione ferroviaria di Holešovice.

Intraprende poi la carriera di allenatore senza particolare fortuna. Muore il 12 dicembre 2001 a Praga, a 88 anni. Ricordato come uomo umile ma sicuro di sé, è stato sempre lontano dalle ideologie totalitarie del tempo. Venerato dal pubblico e osteggiato dai poteri forti, Josef “Pepi” Bican ha scritto soprattutto negli anni bui della seconda guerra mondiale pagine leggendarie di storia del calcio, forse per questa ragione dimenticate troppo in fretta.

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Marco Tardelli racconta Spagna 1982

Paolo Valenti

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Compie oggi 64 anni Marco Tardelli, una delle colonne portanti dell’Italia Campione del Mondo nell’82. Centrocampista eclettico, ugualmente capace sia nella fase di interdizione che in quella di costruzione del gioco, valido agonisticamente, era dotato di una tecnica individuale molto buona che spiegava la sua capacità di andare in gol. Il più importante e famoso lo segnò la sera dell’11 luglio 1982, dando all’Italia la sicurezza di potersi sentire Campione del Mondo. Di questo gol e di quel mondiale ne abbiamo parlato con lui in questa intervista esclusiva che vi riproponiamo.

 

Marco, puoi ricordare perché nel ritiro di Vigo c’era un’atmosfera pesante intorno alla nazionale?

I motivi erano un po’ i soliti, legati soprattutto alla stampa che avrebbe preferito che lì in Spagna ci fosse stato un giocatore piuttosto che un altro. Ma Bearzot aveva sempre preso le sue decisioni senza ascoltare i suggerimenti dei giornalisti, per cui eravamo un po’ criticati per questo. E poi c’era della tensione per quello che una parte della stampa aveva scritto su di noi. Tra calciatori, però, il clima era assolutamente sereno.

Quale fu la goccia che fece traboccare il vaso e vi spinse al famoso silenzio stampa?

Il silenzio stampa lo facemmo quando arrivammo a Barcellona: Bearzot ci dette una mezza mattinata libera che noi trascorremmo andando in giro con le mogli e i giornalisti fecero delle battute su di loro. Quella fu la goccia di cui tu parli ma in precedenza erano già successe altre cose.  

Tornando alle vicende di campo: le prime partite le faceste a Vigo con una temperatura piuttosto mite. Poi arrivaste a Barcellona dove faceva molto caldo. Risentiste di questo cambiamento dal punto di vista fisico?

No, assolutamente. Anzi, gradualmente la nostra condizione fisica andava crescendo perché avevamo fatto una preparazione finalizzata a farci migliorare andando in là con le partite. Certo, Vigo ci fece bene perché era un posto abbastanza fresco: si sapeva che a Barcellona sarebbe arrivato il caldo. Comunque io, dal punto di vista fisico, mi trovai bene.

Quando si affrontarono Maradona e Zico, perché si decise di mettere Gentile in marcatura su di loro invece che te, che in teoria saresti stato la prima scelta?

Bearzot mi disse che aveva bisogno che io godessi di maggiore libertà, che avessi la possibilità di poter andare ad attaccare le difese avversarie, di verticalizzare. E in effetti poi feci anche dei gol (sorride, ndr).

Quando rientraste negli spogliatoi dopo la partita col Brasile, cosa vi diceste? Vi aspettavate di poter vincere?

Noi dopo il primo turno ci aspettavamo di tutto, nel senso che sapevamo di essere una buona squadra che poteva fare bene. Eravamo in grado di battere chiunque perché eravamo una squadra di qualità e quantità. Vincendo col Brasile capimmo di aver fatto una gran cosa, comprendemmo che avremmo potuto puntare anche più in alto. Fu un primo passaggio di consapevolezza.

Quando Cabrini sbagliò il rigore nella finale cosa pensaste? Aveste un momento di scoramento?

No, assolutamente no. Anzi, quando rientrammo negli spogliatoi eravamo convinti di potercela fare perché stavamo facendo una buona gara e stavamo bene sulle gambe. Un po’ di scoramento lo aveva Cabrini (ancora sorridendo, ndr), non noi: cercammo di tirarlo su, più che altro ignorandolo.

Nel secondo tempo aspettavate che la Germania risentisse della stanchezza dei supplementari disputati due giorni prima?

Non ci pensavamo, contavamo solo sulle nostre forze. I tedeschi non muoiono mai, in finale ci arrivano sempre anche se fanno dodici supplementari: sono sempre lì, hanno abitudine, testa. Insomma, erano forti e il fatto di aver giocato i supplementari più di tanto non poteva condizionarli.

C’è L’Urlo di Munch a rappresentare paura, dolore, angoscia. E c’è l’urlo di Tardelli, un’espressione di felicità assoluta. Mi dici se nella vita hai provato momenti di gioia maggiori di quello?

Le grandi emozioni della vita sono queste, quando raggiungi il massimo nella tua carriera. Poi ci sono i figli, i momenti quando nascono, anche se si tratta di un altro tipo di emozioni. Sicuramente nel calcio quello è stato il massimo momento di emozione che ho provato, simile all’emozione del primo gol in Serie A con la Juventus. Anche se, ovviamente, il primo gol in Serie A era un’emozione per una maglia mentre il gol in finale era un’emozione per un Paese. Una cosa completamente diversa.  

E’ vero che in quel mese tu e Bruno Conti dormiste solo due ore a notte?

In quelle notti insonni c’erano anche Selvaggi, Oriali… non so se erano due ore a notte ma sicuramente ci addormentavamo tardissimo, a volte non dormivamo nemmeno. Ma penso che dormivamo qualcosa in più di due ore… anche quattro o cinque, quelle sufficienti per stare in piedi!

Una parola per definire il mondiale di Bruno Conti?

Lo chiamarono Marazico, è stata già inventata la parola per definirlo. Quello per lui fu davvero un mondiale speciale. 

 

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Il calcio nella Città senza sole

Nicola Raucci

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Mongolia (Монгол улс), Asia orientale. Cuore di quell’immenso territorio che fu l’Impero mongolo forgiato con la spada da Gengis Khan e arricchito da Kublai Khan. Terre che affondano le radici in una storia millenaria popolata da guerrieri invincibili, luoghi misteriosi e lande infinite. L’impenetrabile deserto del Gobi a meridione e i massicci del settentrione occidentale fanno da corona a una distesa interminabile di steppe in cui l’occhio smarrisce l’orizzonte e la terra si unisce al cielo senza un confine preciso. Per secoli i popoli nomadi hanno solcato queste praterie con le loro yurte, seguendo l’alternarsi delle stagioni e la direzione dei venti tra estati roventi a+40°C e inverni rigidi a −40°C. Un luogo dove sopravvivere è la prima regola, dove natura e umanità vivono in una simbiosi ancestrale di sofferenza e attesa.

Centro principale è la capitale Ulan Bator (Улаанбаатар). Nome che rimanda al liberatore nazionale Damdin Sùhbaatar, Eroe Rosso. Città di oltre 1.3 milioni di abitanti, sorge a 1.350 m d’altitudine nella zona centro-settentrionale del Paese, nella valle del fiume Tuul ai piedi del monte Bogd Khan Uul. È il centro nevralgico della poco sviluppata rete stradale e soprattutto di quella ferroviaria, la Transmongolica, che si collega a nord alla ferrovia Transiberiana (a Ulan-Udė, in Russia) e a sud alla rete centrale cinese (a Jining, in Cina).


Polo unico di riferimento a livello culturale e finanziario, nonché governativo, è di gran lunga il maggior centro industriale dello Stato. La capitale ha assistito a un consistente fenomeno di urbanizzazione negli ultimi decenni a causa dell’industrializzazione a volte indiscriminata che ha portato alla creazione di numerosi distretti extraurbani dove risiede gran parte della popolazione. Una periferia di case in legno e yurte caratterizzata da povertà diffusa. All’esterno le steppe, all’interno una delle città più inquinate al mondo per la combustione del carbone e della legna, che ne fanno un luogo dall’atmosfera infernale soprattutto nei mesi invernali. Una nebbia perenne e un pungente odore di smog invadono le strade, oscurando la luce del sole.
È qui che sorge uno stadio unico nel suo genere. L’impianto della squadra più importante e vincente della Mongolia: l’Erchim FC. Fondata nel 1948 da un gruppo di ingegneri della principale centrale elettrica di Ulan Bator, è entrata nel calcio professionistico nel 1994, come club di proprietà della TES4 (Centrale Termica n.4). Ha vinto dieci volte la Premier League della Mongolia e nel 2017 è stato il primo club mongolo a qualificarsi per la AFC Cup.

Lo stadio è situato a poche centinaia di metri da quella che è la più grande centrale a carbone in Mongolia, in cui si sono verificati frequenti malfunzionamenti ed incidenti. Inoltre, l’impianto genera tuttora altissimi livelli di inquinamento. Ciò che si presenta agli occhi è un’immagine da film post apocalittico. Un campo di calcio in sintetico con una capienza di 2000 spettatori, circondato da basse gradinate in legno e delimitato da spoglie mura di cemento armato. Sullo sfondo le montagne e la gigantesca centrale che sputa fumo in continuazione. Si è immersi nella desolazione totale, tra la polvere delle strade non asfaltate e uno smog che avvinghia.
Simbolo inequivocabile della Mongolia che tra le contraddizioni cerca la via per la modernità e il progresso. A livello economico-sociale come in quello calcistico.

A livello di club, la Premier League mongola (Монголын Үндэсний Дээд Лиг) è stata istituita nel 1996 per riformare la competizione creata nel 1955. Il campionato si svolge solamente da maggio a ottobre a causa del clima rigido. Dal 2014 la Federazione calcistica mongola (МХБХ, Монголын хөлбөмбөгийн холбоо) ha dato il via anche a due serie professionistiche minori per tentare un allargamento delle squadre partecipanti. Nella stessa ottica, dal 2016 il numero di squadre della Premier League è stato portato a 10. Sono state disposte poi associazioni nelle 21 province e attuati diversi programmi nelle scuole a favore del calcio giovanile e anche di quello femminile, sia per sviluppare il movimento in modo diffuso e globale, sia per ottenere un campionato di più largo respiro nazionale e meno basato sull’apporto della capitale.
Sono stati infine siglati accordi a livello commerciale come quello che dal 2015 lega la massima serie alla birra Khurkhree. Un accordo che ha portato il calcio mongolo in televisione, su NTV. Risulta, in ogni caso, difficile incrementare la diffusione del calcio in un Paese in cui, ad eccezione del confine russo a nord, la fanno da padroni gli sport individuali: la lotta, il sumo, il tiro con l’arco e l’equitazione.

Per quanto concerne la nazionale di calcio della Mongolia (Монголын хөлбөмбөгийн үндэсний шигшээ баг) i risultati sono storicamente bassi. Creata nel 1959, non ha mai disputato un incontro internazionale dal 1960 al 1998 e tuttora occupa la 198ª posizione del Ranking FIFA. La giovane nazionale dei Lupi Azzurri è stata immediatamente eliminata da Timor Est al primo turno per i Mondiali di Russia 2018.
I problemi sono ancora tanti. Innanzitutto, gli inverni lunghi e freddi e la cronica mancanza di infrastrutture risultano essere ostacoli colossali per lo sviluppo del movimento. L’esiguo numero di partite ufficiali a livello internazionale non permette poi il fondamentale scambio di conoscenze. Inoltre, il tasso di corruzione resta molto alto con circa l’80% dei fondi per lo sviluppo del calcio provenienti dalla FIFA che non prende la strada giusta.
Ma i fattori di crescita ci sono e fanno ben sperare. Non resta che attendere il giorno in cui un figlio di quelle generazioni guerriere, affamate dal crollo dell’Unione Sovietica, che gioca tra le strade polverose di Ulan Bator o nelle terre infinite delle steppe mongole, sognando di raggiungere sui vagoni della Transmongolica gli stadi di Russia e Cina, diventi un campione di fama mondiale.

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