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Il Calcio e i Ruoli Geneticamente Modificati

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Il Calcio e i Ruoli Geneticamente Modificati

“Passa il tempo sulle barbe, sui cappelli e sui capelli lunghi”: passaggio di una vecchia canzone di Antonello Venditti che, osservando il mutamento dei costumi nella società italiana degli anni Ottanta, rievocava i canoni estetici del decennio precedente. Anche il calcio, come qualsiasi altra rappresentazione socio culturale, ha creato modelli espressivi che la polvere del tempo ha reso obsoleti. Osservando il lasso temporale che copre gli ultimi quarant’anni, la trasformazione occorsa nella declinazione di alcuni ruoli di cui si compone l’undici di base di una squadra di calcio è stata tanto evidente quanto il fatto che altri sono rimasti entro un perimetro di definizione sostanzialmente invariato.

Ruoli Invariati

A partire dal reparto arretrato, dove i difensori centrali hanno mantenuto caratteristiche analoghe. Oggi come allora si tratta preferibilmente di due compagni (la variante a tre è stata spesso preferita negli anni novanta, oggi è meno ricorrente) che agiscono sulla stessa linea orizzontale, più o meno avanzata rispetto alla propria area di rigore, dalle proprietà fisiche orientate a garantire forza nei contrasti e prevalenza nel gioco aereo. Fondamentale la sintonia nella gestione dei tempi di intervento e nel coordinare la stretta del controllo sugli attaccanti avversari. La differenza rispetto ai difensori centrali degli anni settanta risiede soprattutto nella modalità delle marcature: all’epoca era prevista a uomo sulla prima punta con la possibilità di un secondo intervento da parte del libero, che giocava qualche metro dietro il cosiddetto stopper. Altre caratteristiche oggi preferite, a suo tempo meno determinanti: la velocità di corsa (che consente di alzare e abbassare con prontezza la linea del fuorigioco e l’efficacia dei recuperi) e la tecnica di base, che negli schemi attuali aiuta ad affrontare con minore affanno il primo pressing degli attaccanti avversari.

Nello schema di riferimento odierno, il 4-3-3, anche gli intermedi di centrocampo hanno conservato un’identità di base sovrapponibile a quella dei loro antesignani. Chiamati a garantire in ugual misura supporto alla difesa e sostegno alle azioni offensive, i centrocampisti che operano ai lati del centrale devono avere un’ottima capacità nei contrasti e resistenza alla fatica, intelligenza tattica e buon tiro, se non dalla distanza quanto meno già all’altezza del limite dell’area di rigore. Gli intermedi odierni sono le mezze ali (a maggior vocazione offensiva) o i mediani (più inclini alla fase difensiva) di ieri. Giocatori come Marco Tardelli o Gabriele Oriali oggi, al netto delle indiscutibili qualità tecniche, non avrebbero grossi problemi ad inserirsi negli schemi di gioco voluti dagli allenatori. Come anche gli attaccanti centrali, si tratti di quelli più prestanti fisicamente o che fanno dell’agilità e della velocità dei movimenti le loro doti di spicco, chiamati ora come allora a finalizzare una manovra offensiva che nel suo sviluppo segue trame diversificate. Forza fisica, velocità d’esecuzione, astuzia e tempo d’intervento rimangono qualità fondamentali per un centravanti che, rispetto al passato, è però chiamato a seguire con maggiore attenzione i movimenti di tutta la squadra pure in fase di non possesso palla. A loro oggi viene richiesto anche un lavoro di pressing e di collaborazione nell’applicazione degli schemi che comporta un maggior dispendio di energie rispetto al passato. Ma è difficile ravvisare negli attaccanti moderni calciatori che, comparati a quelli degli anni Settanta, sembrano geneticamente modificati.

Ruoli geneticamente modificati

Caratteristica sicuramente riscontrabile, invece, negli esterni d’attacco i quali, per modalità di gioco e caratteristiche individuali, sembrano applicare al calcio concetti derivati da altri sport. In astratto si tratta di coloro che hanno ereditato il ruolo delle ali, altresì detti tornanti (termine andato in voga per identificare un primo adattamento del ruolo alle mutate esigenze del calcio, che prevedevano un rientro in copertura anche per chi faceva dei dribbling e dei cross in area il suo compito primario) la cui occupazione degli spazi, nonché il lavoro nella squadra, è andato a mutare radicalmente. Franco Causio, Bruno Conti, Roberto Donadoni, le massime espressioni di quel ruolo tra gli anni Settanta e Novanta, sviluppavano le loro giocate a ridosso della linea laterale dal centrocampo in avanti. Il tracciato delle loro corse avrebbe evidenziato un binario parallelo al lato lungo del perimetro di gioco: su e giù a farsi dare palla per superare il terzino avversario con finte e dribbling, per rientrare sul piede naturale e crossare in mezzo per l’intervento del centravanti o qualche metro indietro per l’inserimento dei compagni che, seguendo l’azione, si affacciavano in area di rigore. Calciatori dotati di talento, dall’ottima tecnica di base e buona corsa ma dispensati da compiti di marcatura specifici, al più richiamati dietro il centrocampo per non concedere troppo spazio alla manovra opposta. Oggi gli esterni d’attacco giocano molto più accentrati, lasciando la corsia laterale alla spinta offensiva dei difensori di fascia. A loro è richiesto di svolgere un doppio lavoro di interdizione e costruzione del gioco che presuppone una forza atletica e un’applicazione mentale massimale: sono i primi ad osteggiare le azioni che nascono dalle difese avversarie, diventando poi suggeritori, nonchè esecutori finali, delle azioni offensive della propria squadra. In prossimità dell’area di rigore, più che cercare il fondo per il cross, si accentrano per tentare il tiro in porta, direttamente o a seguito dello scambio con un compagno, motivo per il quale gli allenatori invertono la fascia rispetto al piede naturale del giocatore: i destri vanno a sinistra, i mancini a destra. Agli esterni d’attacco il calcio di oggi richiede un contributo estremamente oneroso: non è un caso che Eusebio Di Francesco, tra i più convinti sostenitori del 4-3-3, dichiara da sempre di avere l’indispensabile necessità di disporre di quattro elementi per coprire due ruoli affinchè la squadra non accusi deficit di prestazione atletica, e conseguente applicazione degli schemi, dovuti alla stanchezza di chi è chiamato a coprire quella posizione sul campo.

Nel novero dei ruoli che hanno subito mutazioni genetiche rientrano a pieni titolo quelli che oggi si definiscono esterni bassi e in passato erano chiamati terzini. Nella prima metà del novecento votati esclusivamente a compiti di contenimento nella marcatura degli attaccanti avversari, i terzini hanno visto gradualmente ampliare la gamma delle loro possibilità di gioco, dapprima allargando il loro posizionamento verso le fasce laterali del campo e, negli ultimi quattro decenni, diventando degli attaccanti aggiunti nelle proposizioni di gioco offensive. Avanzando il loro raggio d’azione fino alla linea di fondo avversaria, nei fatti si sono sostituiti alla vecchia figura dell’ala, mantenendo comunque il compito di contrastare gli attacchi che si sviluppano ai lati della difesa e, in fase di possesso palla, costituendo l’elemento di sbocco perimetrale delle manovre offensive. E’ di evidenza intuitiva che terzini come quelli che fino agli anni Settanta poteva capitare di vedere calcare anche i campi di serie A, tecnicamente scadenti e mentalmente non reattivi alla necessità di proporre gioco, unicamente concentrati alla marcatura dell’attaccante assegnato, sono scomparsi. Capacità di corsa fluida e resistente e un controllo di palla quanto meno discreto sono caratteristiche oggi indispensabili per un’interpretazione del ruolo funzionale ai progetti tattici più in voga tra gli allenatori.

Dal passato, invece, il calcio moderno in qualche modo ha recuperato la figura del centrale di centrocampo, figura scomparsa nelle disposizioni con la linea intermedia a quattro e oggi ripresa ampiamente nel sopra richiamato 4-3-3. Ruolo che affonda le sue radici nella disposizione tattica del cosiddetto Metodo (il sistema di gioco più praticato nell’Europa tra le due guerre), il centrocampista centrale è di fatto il calciatore con maggiori responsabilità nella gestione dell’equilibrio di squadra. Primo interlocutore nell’avanzamento della manovra, difensore aggiunto nelle situazioni d’emergenza, spesso suggeritore avanzato nei calci piazzati, il centrocampista centrale è il perno attorno al quale ruota il gioco degli undici che scendono in campo. Non è un caso che gli allenatori assegnino spesso questa posizione a giocatori che, un tempo, sarebbero stati adatti a vestire i panni del trequartista (ruolo scomparso dopo il ritiro di Roberto Baggio). Tipico esempio è costituito da Miralem Pjanic: tecnica sopraffina, visione di gioco e capacità di interpretarne i tempi giusti, nonostante una struttura fisica poco portata all’interdizione (ma comunque molto dinamica) ha ormai stabilmente arretrato il suo raggio d’azione di una trentina di metri per consentire alle manovre della squadra di saltare il pressing alto e creare superiorità numerica in mezzo al campo.

Il ruolo che più di tutti ha subito una mutazione genetica, però, è quello del portiere, la cui inevitabile evoluzione cominciò nel 1992 con l’introduzione della regola del divieto di poter prendere il pallone con le mani a seguito del retropassaggio di un compagno. Da quel momento l’estremo difensore ha dovuto dedicare sempre più tempo all’addestramento della tecnica individuale legata al miglioramento del tocco di palla coi piedi: un passaggio malriuscito con gli attaccanti avversari in fase di pressing avanzato è un rischio potenzialmente letale. Mentre sul finire del secolo scorso la partecipazione al gioco di squadra da parte del portiere era un’esigenza sentita quasi esclusivamente dalle squadre gestite da Zdenek Zeman, oggi a tutti i portieri è richiesta attenzione e capacità di partecipazione all’interazione coi compagni. La riduzione della copertura della porzione di campo occupata nelle singole fasi di gioco, il pressing alto, l’impossibilità di utilizzare le mani in caso di retropassaggio, l’avanzamento della linea difensiva per sfruttare il fuorigioco impongono al portiere di essere protagonista tra i pali e soggetto d’interlocuzione affidabile in sede di fraseggio con la palla. Che si tratti di dare respiro alla manovra o di lanciare un attaccante in profondità, il portiere è andato incontro a una mutazione genetica che lo ha portato ad essere un ibrido tra Dino Zoff e Gaetano Scirea, andando a coprire parzialmente il vuoto lasciato dalla figura del libero, altro ruolo, analogamente a quanto accaduto al trequartista, andato ad estinguersi nelle disposizioni tattiche del nuovo millennio. In questo senso, probabilmente il prototipo assoluto della nuova dimensione assunta in campo dal portiere è dato da Ederson Moraes, estremo difensore nel giro della nazionale brasiliana al quale Pep Guardiola chiede una partecipazione continua e attiva al gioco del Manchester City.

Come si diceva all’inizio, il calcio è una rappresentazione socio culturale assolutamente permeabile alle sollecitazioni derivanti dal mondo di cui fa parte. L’evoluzione dell’interpretazione dei ruoli e le modalità di utilizzo dei giocatori disponibili ne sono l’esempio tecnico più tangibile, esprimendo in un dato periodo storico quello che i suoi protagonisti ritengono essere il modo migliore per raggiungere l’obiettivo che ogni squadra persegue: la dinamica di copertura degli spazi necessaria per imporsi sugli avversari.

Giornalista e scrittore, coltiva da sempre due grandi passioni: la letteratura e lo sport, che pratica applicandosi a diverse discipline, su tutte calcio a otto e corsa sulle lunghe distanze. Collabora con case editrici e redazioni giornalistiche ed è opinionista sportivo a Goal di Notte, quarantennale trasmissione calcistica condotta da Michele Plastino.

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