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Calcio

Calcio e Psicologia: 10 domande su come si gestisce un campione

Matteo Luciani

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Qual è il ruolo della psicologia nel mondo del calcio? Perchè sempre più squadre si affidano ad un Mental Coach per gestire il gruppo e i giocatori che ne fanno parte? A queste e molte altre domande hanno risposto gli esperti del settore, Dott.ssa Marzia Serena Terragni, psicologa dello sport e psicoterapeuta e Dott. Paolo Seghezzi, consulente e procuratore, di Calcio Profiler.

E’ Meglio il Mental Coach o l’Algoritmo Vincente? Sono collegabili?

Per gestire al meglio una squadra non esiste la formula magica che possa andar bene in tutti i contesti. Come tutto ciò che ha a che fare con le persone, bisogna adattarsi alle peculiarità di chi si ha davanti. La capacità di un allenatore, ma anche dello staff con cui collabora, è allora trovare l’“algoritmo perfetto” per quello specifico gruppo, composto da quelle specifiche individualità. In questo senso il lavoro integrato che svolgiamo noi di Calcio Profiler va proprio nella direzione di fornire una fotografia il più possibile precisa di come si componga la squadra, sia per caratteristiche tecniche che di personalità.

Come si aiuta uno sportivo che arriva per spaccare tutto ma fa flop a rinascere?

E’ una situazione che avviene spesso nel calcio. Giocatori evidentemente importanti, che portano un carico , non solo a livello di aspettative, ma anche dal punto di vista strettamente economico, spesso non riescono a tener fede ai sogni del team acquirente. I fattori sono molteplici, vanno individuati con pazienza e nei dettagli, ma soprattutto in questo caso la gestione psicologica, vien da sé, è protagonista del piano di recupero dell’atleta. Cercare le leve per riportarlo alla tranquilla è la prima fase operativa, successivamente la motivazione e la riconduzione alla consapevolezza dei propri mezzi completano l’opera.

Fare outing davvero aiuta nel calcio o più in generale nello sport? .

Aiuta. Tutto ciò che libera la mente dell’atleta è di aiuto, per cui a maggior ragione il non dover più mantenere un forte controllo su di sé per celare un segreto tanto grande. Dobbiamo sempre tener presente che per raggiungere il flow (che è la condizione ideale di maggior rendimento per uno sportivo) è necessario essere totalmente compresi nel proprio ruolo nel qui ed ora della gara, fin quasi a “dimenticarsi” di se stessi. È evidente che, finché si è preoccupati di non rivelare aspetti di sé che non si vuole che emergano, questa condizione di totale concentrazione non si può ottenere.

Le relazioni sentimentali durature migliorano le prestazioni rispetto al sesso occasionale?

Sicuramente le relazioni stabili aiutano la concentrazione, perché fungono da “porto sicuro”, perché non comportano, come in quelle occasionali, degli sbalzi emotivi, che senz’altro potrebbero determinare funzionali picchi di adrenalina, ma anche produrre insicurezza e bisogno di dimostrare (all’altro prima che a se stessi) che si vale. Ciò potrebbe caricare l’atleta di uno stress negativo, che potrebbe sfociare anche in ansia da prestazione.

Il rapporto con i tifosi? Quanto conta il calore (o la freddezza, o la rabbia) del pubblico? In riferimento a ciò, discorsi o musiche pre-gara, funzionano? Se sì, quali sono i migliori modelli?

Per quanto si sia sviluppata una buona capacità di concentrazione, di tener fuori dal campo attentivo gli input del mondo esterno (e in questo ci sono tecniche molto utili che si possono apprendere nel lavoro con un Mental Coach e che spesso sono supportate da specifiche musiche adattate al singolo atleta), resta inevitabile che il tifo a favore o contro giochi un ruolo importante, soprattutto nelle personalità più emotive. Dovrebbero capirlo i tifosi che durante la partita fischiano i propri giocatori: in questo modo si fanno un autogoal!

Quanto influenza la prestazione, il trasferimento frequente di un calciatore da una squadra all’altra? L’atleta non rischia di rimanere disorientato dai ripetuti cambi di ambiente, compagni, allenatore (per non parlare di vere e proprie abitudini di vita quando va all’estero)? Che contromisure deve adottare perché il suo rendimento rimanga il medesimo?

Assolutamente sì. Del resto i traslochi sono considerati il primo fattore di stress nella vita di una persona, per cui possiamo immaginare cosa significhi stravolgere tutta la condizione di vita in calciatori che restano comunque giovani adulti, se non addirittura ragazzi, per i quali quindi, a maggior ragione, poter mantenere dei riferimenti stabili è importante. In questo senso, può essere di aiuto cercare di mantenere qualche abitudine o ritualità che riconducano alla propria “confort zone” (mantenere una specifica alimentazione, o, compatibilmente con la distanza, continuare a incontrare regolarmente, anche se saltuariamente, gli amici di sempre…). Parallelamente, diventa indispensabile il lavoro su di sé: le tecniche di rilassamento e visualizzazione, ad esempio, possono essere un ottimo supporto per ricreare un ambiente conosciuto e rassicurante.

L’allenatore polemico, che trova sempre alibi (pioggia, arbitri, infortuni, sfortuna, ecc. ecc.) quando la squadra gioca male e non fa risultato, per la psicologia, che tipo di uomo è?

In psicologia sociale si è soliti parlare di “locus of control” come variabile psicologica determinata dal fatto di ritenere che ciò che ci accade dipenda da noi (L.o.C. interno) o da fattori esterni non controllabili dal soggetto (L.o.C. esterno). Questo secondo tipo di atteggiamento non solo è indice di una immaturità di base, ma, soprattutto nel caso di allenatori o giocatori, danneggia profondamente la motivazione e la determinazione. In fondo è come dire che io posso metterci anche tutto me stesso, ma il risultato è determinato da altre variabili e pertanto io sono impotente.

Qual è il problema più grande da affrontare per un calciatore che appende gli scarpini al chiodo dopo anni sulla cresta dell’onda? In molti, dopo il ritiro, hanno confessato di aver affrontato difficoltà enormi ed impreviste. Qual è il modo migliore per affrontare tale passaggio nella vita di un giocatore?

Il pensionamento è una fase storicamente traumatica per ogni mansione professionale. Non fa eccezione il calciatore, ritrovarsi a dover cominciare un nuovo libro da capo è spesso traumatizzante, da molti punti di vista. Anche in questo caso, le differenti personalità e situazioni ambientali amplificano o smorzano la deflagrazione che comunque avviene. La testa non ha più processi collaudati, deve reinventarli, e perfino il fisico diventa presto irriconoscibile. E’ un equilibrio delicato che si rompe, la scoperta di nuovi stimoli è il primo mattone da cui ripartire.

Alcuni anni fa, Gigi Buffon confessò di essere stato affetto dalla depressione: una dichiarazione coraggiosa, che è sostanzialmente rimasta unica in tal senso. Perché c’è ancora così tanta paura a toccare tale argomento nel calcio? E ancora, la gente comune si chiede come sia possibile per un uomo che sembra avere tutto dalla vita ammalarsi di depressione: come si può rispondere a ciò?

Buffon ha avuto molto coraggio a raccontare una storia così delicata e personale. Non tutti lo fanno, perché significa mostrare il proprio lato fragile, quando lo stereotipo del calciatore di successo si avvicina sempre di più a quello del supereroe a cui tutti vorrebbero somigliare. Eppure è proprio questo pregiudizio che spesso può indurre uno stato di malessere – più o meno accentuato – in persone che sembrano non dover avere bisogno di niente. Il problema è molto spesso che si diventa (agli occhi di molti, se non di tutti) personaggi e si finisce di essere considerati persone: non ci si possono permettere errori né debolezze, se non a costo di essere condannati da critiche spietate. Quella che è una passione, diventa un lavoro e può perdere la connotazione di piacevolezza. Ci si sente sopraffatti da doveri e aspettative altrui

Buffon stesso ha dichiarato che considerava gli psicologi delle persone che facevano soldi sulle insicurezze altrui, per poi ricredersi e ammettere che a salvarlo è stato proprio l’incontro con una psicoterapeuta che lo ha ascoltato e gli ha permesso di liberarsi dei pensieri cupi che teneva nascosti dentro di sé.

Da Mourinho a Guardiola, passando per Ancelotti: gli allenatori vincenti hanno molto spesso metodi di gestione del gruppo assolutamente differenti tra loro. Ma c’è un modo più o meno ‘oggettivamente’ migliore per saper guidare il famoso ‘spogliatoio’? (tattica dell’allenatore ‘amico’ piuttosto che il ‘generale’ alla Capello o Mou assolutamente su un piedistallo, in postazione di comando)

In realtà la formula magica non esiste; gli allenatori citati sono tutti vincenti con modi assolutamente diversi, però è certo che gestire differentemente gli elementi della squadra, e non con un rigido protocollo, risulta alla lunga più efficace. Il buon Ancelotti sapeva che con Nedved era propedeutica una sessione extra di ripetute, con Montero ci si beveva una birra. Questo ha fatto in modo che Cristiano Ronaldo piangesse solo per lui nel momento dell’addio al Real. E forse è anche per questo che Mourinho e Capello siano vincentissimi ma con cicli molto più corti e dopo pochi anni si impegnano in nuovi progetti. Per Guardiola la rivoluzione mentale è soprattutto tattica, ma questo è un altro argomento.

 

Calcio

Jules Rimet, il visionario padre dei Mondiali che ha cambiato il ‘900

Leonardo Ciccarelli

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Il 16 ottobre 1956 moriva Jules Rimet, il padre dei Mondiali di Calcio. Ripercorriamo la sua vita che attraversa tutti i momenti cruciali della storia moderna. Un uomo di sport, oltre lo sport.

Al civico 45 in Avenue Marx-Dormoy, in Bagneaux, provincia di Parigi, c’è un meraviglioso cimitero extra muros in cui sono sepolti alcuni importanti francesi, da Claude Berri a Frida Boccara, da Jules Laforgue a Charles Denner, c’è anche la salma di un visionario che ha cambiato per sempre la storia dello sport più radicato del pianeta, il calcio. Parliamo di Jules Rimet.

Nato nel 1873 e cresciuto nel bel mezzo del niente nelle colline della Francia di fine ‘800, si trasferisce a ridosso del nuovo secolo a Parigi insieme alla famiglia per sfuggire alla fame e alla povertà. Nella capitale ad 11 anni lavora nella drogheria di suo padre, ed in questa splendida città scopre il calcio giocato dai ragazzi nelle strade e si convince dei benefici dello sport nell’educazione fisica e morale dei giovani, che porta benessere e amicizia tra le persone. Diventa uno studente coscienzioso fino a diventare un avvocato.

Contemporaneamente si impegna nello sport e fonda col fratello nel 1897 i Red Star, una delle società più antiche della Francia, attualmente in Ligue 2, la Serie B francese, e l’anno dopo fonda anche un giornale cristiano, repubblicano e democratico, La Revue, che si fonde nel gennaio del 1899 con Le Sillon di Marc Sangnier, una rivista per la quale numerosi cristiani divennero ostili alla monarchia.

La politica è centrale nella vita di Jules Rimet che fin da giovane si avvicina alla Democrazia Cristiana transalpina, restando però con ideali vicini alla sinistra, chiedendo una collaborazione forte e reale tra la chiesa ed il popolo e pretendendo un riformismo che avvicini le classi sociali, smussando i conflitti sociali.

Vede nel calcio il mezzo per smussare i suddetti conflitti, vede lo sport e proprio il football in particolare, un veicolo serio e concreto di emancipazione per i meno fortunati e crede fermamente nello sport come un fattore reale di avvicinamento tra i popoli.

Rimet è un contemporaneo di Pierre de Coubertin, l’inventore delle Olimpiadi moderne e all’indomani della fine della Prima Guerra Mondiale la voglia di non spargere più sangue e risolvere i propri dissensi nello sport è davvero forte, prende forma in questo clima l’idea di un Campionato del Mondo di Calcio, un clima fortemente politicizzato proprio dal suo fondatore che usa questa idea per scalare i vertici della Fifa che approva questo nuovo torneo.

Il primo organizzatore è l’Uruguay che negli anni ’20 e ’30 è un felice Paese del Sudamerica e che nel calcio sta dominando nell’unico torneo mondiale fino ad allora esistente, il torneo olimpico, che la nazionale vince sia nel ’24 sia nel ’28. Sono i più forti del mondo, ed infatti vincono la prima edizione del torneo iridato, organizzato da loro che festeggiano quell’anno proprio il centenario dell’indipendenza. Il 31 luglio oggi è festa nazionale in Uruguay, per ricordare quel glorioso giorno.

E’ stato un successo, Jules Rimet diventa uno degli uomini più potenti del mondo, le nazioni guardano con coraggio questo sport inventato dagli inglesi e i capi di governo si ingolosiscono. Tra questi, Mussolini ottiene l’organizzazione dela Coppa del Mondo del ’34, vinta dalla stessa Italia che sulla bandiera ha il fascio littorio, impresa ripetuta 4 anni dopo nell’edizione francese della competizione iridata.

La Coppa del Mondo del ’38 è il manifesto di quello che sarebbe successo l’anno successivo: la Germania schiera 5 austriaci, poco dopo l’annessione dell’Austria al Terzo Reich, ed esclude ogni atleta di origine ebraica dalla competizione.

Dopo la Guerra le cose cambiano. Si riuniscono i comitati a Lussemburgo e stilano alcune regole ancora oggi in vigore, come quella di dedicare la coppa al suo ideatore e soprattutto di donare il trofeo alle nazioni in grado di vincerlo per 3 volte. La prima a riuscirci è stata la nazionale brasiliana, poi ha seguito l’Italia nel 1982, infine la Germania, nel ’90.

Rimet lascia la presidenza Fifa ad 84 anni, due anni dopo sarebbe morto in solitudine, con un ideale ben chiaro a lui, ben poco a chi i campionati li avrebbe organizzati come ha dimostrato l Italia e come dimostreranno il Cile di Pinochet, l’Argentina di Videla.

La sua idea di calcio romantico, che unisce i popoli sotto un unico dominatore, è parzialmente riuscita e forse l’esempio migliore è stata la sua nazionale, che nel ’98 lo omaggia con una piazza nei pressi del Parco dei Principi e con una scritta sulla fiancata del pullman: “Liberté, Égalité, Jules Rimet”. Una nazionale fatta da francesi, algerini, baschi, sudamericani, africani, tutti uniti sotto un’unica bandiera, quella francese, tutti uniti per un bene ideale, quello del Calcio.

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Calcio

65 anni del Divino: Falcao, l’addio, la politica e il Papa

Matteo Luciani

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Compie oggi 65 anni Paulo Roberto Falcao, l’ottavo Re di Roma, rimasto nella memoria dei tifosi giallorossi per aver portato il tricolore a Roma. Ma ci fu un momento in cui il brasiliano fu ad un passo dall’Inter. Vi raccontiamo questa storia di calciomercato sfumata per un soffio.

Giugno 1983. La capitale d’Italia è in tripudio dopo che la sua parte giallorossa ha appena conquistato il secondo tricolore della propria storia. Merito di un gruppo di uomini e calciatori eccezionali guidati sapientemente dal ‘Barone’ Nils Liedholm.

Neppure il tempo di gustarsi il sapore della vittoria, però, che nei pressi di Trigoria scoppia la bomba: il ‘Divino’ Paulo Roberto Falcao, uno dei simboli del successo ottenuto soltanto poche settimane prima sul campo, vuole andare via ed ha trovato l’accordo con l’Inter per trasferirsi all’ombra della Madunina.

I tifosi della lupa sono sconvolti. Proprio lui, l’uomo che, arrivato a Roma soltanto tre anni prima (quando i giallorossi erano in possesso di una squadra ancora non eccellente), dichiarò subito senza dubbi “entro pochi anni vinceremo lo Scudetto”, cambiando il modo di pensare e rapportarsi alla realtà calcistica di supporter tutt’altro che abituati a trionfi e coppe, decide di abbandonare la nave ora che questa si appresta a salpare pure in Europa per dare l’assalto alla Coppa dei Campioni.

A gettare benzina sul fuoco, in quei giorni caldissimi, arrivano le dichiarazioni dello stesso Falcao, che da Porto Alegre, dove si trova in vacanza, parla già da ex giallorosso e dichiara: “Lasciare Roma è stato un trauma”. Sembrano ormai non esserci più speranze, dunque, per la permanenza del numero cinque nella Capitale. Dino Viola, però, sa bene che nessun club ha raggiunto un accordo anche con la società per lasciare libero il campione brasiliano e non si preoccupa più di tanto.

Si parla di offerte da parte di Verona e Napoli ma la realtà è che Falcao vuole solo l’Inter. Il merito dell’operazione è da ascrivere a Sandro Mazzola, allora dirigente nerazzurro, che insieme al procuratore del nazionale verdeoro Cristoforo Colombo ha lavorato per molto tempo nell’ombra. Alla fine, Mazzola riesce a portare l’accordo con Falcao tra le mani del presidente interista Fraizzoli. E’ ormai tutto fatto. Manca solo l’ultimo tassello: l’accordo economico con la Roma.

Fraizzoli, mostrando una correttezza d’altri tempi, alza il telefono per chiamare Dino Viola e comunicargli che ha la firma del numero cinque romanista in mano. La richiesta implicita è: “Quanto serve per lasciarlo andare?”. La risposta del numero uno giallorosso è sorprendente: l’assoluto silenzio. Viola, infine, comunica di aver preso atto della faccenda e attacca.

Da questo punto in poi, il calcio inizia ad entrarci poco. Per bloccare la partenza di Falcao, infatti, si muove addirittura Giulio Andreotti (insieme al fido braccio destro Evangelisti). La prima mossa riguarda il contatto con la mamma di Falcao, la signora Azise, a cui viene fatto sapere che anche Papa Wojtyla desidera che il campione brasiliano rimanga nella Capitale. “Non vorrai mica dare un dispiacere al Santo Padre?”, saranno le parole di Azise al figliolo.

L’accordo con l’Inter, ora, vacilla. A dare il colpo di grazia a Fraizzoli ci pensa Andreotti in persona. Quest’ultimo, infatti, chiama Fraizzoli e, ancor prima di parlare di Falcao, si rivolge al presidente interista con le seguenti parole: “mi dicono si tratti di affari importanti…..”. Il riferimento è ai capi d’abbigliamento che Fraizzoli fabbrica e che vengono distribuiti anche ai ministeri.

Il numero uno nerazzurro capisce che ormai la situazione si è fatta più grande di lui e contatta immediatamente Sandro Mazzola. “Il contratto di Falcao va stracciato”. La macchina della politica si è messa in moto ed il povero Fraizzoli non può far altro che lasciare il ‘Divino’ lì dove ha appena fatto la storia.

Il calciomercato non è mai sembrato argomento tanto ‘piccolo’.

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Calcio

Fasce e lacci arcobaleno, ma il Calcio resta ancora uno sport omofobo

Matteo Luciani

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Il 14 Ottobre 1979 negli Stati Uniti, a Washington, si svolse la prima marcia per i diritti LGBT. A distanza di anni le cose sono migliorate, ma grandi problemi rimangono palesemente. Anche lo Sport soffre le stesse criticità. In particolare il calcio, dove è quasi impossibile mostrarsi per quello che si è.

Novembre 2016: i capitani delle squadre della Premier League indossano fasce color arcobaleno mentre tutti i calciatori scendono in campo con i lacci delle scarpe dello stesso tipo. La ragione? Tutto ciò è parte integrante della campagna anti-omofobia ‘Rainbow Laces’ promossa dall’organizzazione Stonewall.

L’evento viene visto dai media come un grande passo per uno sport spesso ritenuto reticente nei confronti delle comunità LGBT; ma lacci e fasce arcobaleno sono veramente un segno tangibile di progresso nel trasformare il calcio in uno spazio in cui i giocatori LGBT si sentano liberi di esprimere la propria sessualità anche in pubblico?

Francamente, no.

È piuttosto singolare, infatti, che soltanto un ex atleta della Premier League, passato pure in Serie A per una fugace apparizione con la maglia della Lazio, il tedesco Thomas Hitzlsperger, abbia ufficialmente fatto coming out (peraltro, soltanto a carriera conclusa) quando il 2% della popolazione maschile britannica oggi si identifica come gay e si è a conoscenza del fatto che oltre 500 giocatori della Premier League, tra passato e presente, sono omosessuali.

Hitzlsperger affermò, riguardo alla sua dichiarazione pubblica, di essersi ispirato a quanto fatto dal cestista John Amaechi, dal tuffatore Tom Daley, dalla stella gallese di rugby Gareth Thomas e dall’ex calciatore di Leeds United e LA Galaxy Robbie Rogers; il tedesco spiegò pure di sperare che il proprio gesto potesse aiutare altri colleghi a fare lo stesso.

Parole, purtroppo, poco utili se si pensa che addirittura il presidente della FA, Clarke, non certo il primo venuto, ha recentemente dichiarato che sarebbe “impossibile” per un giocatore attuale fare coming out poiché la lega non sarebbe in grado di proteggerlo a sufficienza dagli attacchi esterni di tifosi avversari.

Di certo, il precedente dell’ex attaccante del Norwich City e del Nottingham Forest, Justin Fashanu (peraltro, il primo calciatore di colore ad essere pagato un milione di sterline nel calcio inglese), in tal senso, ha segnato un profondo solco.

Fashanu, uscito allo scoperto nel 1990, decise di porre fine alla sua vita soltanto otto anni dopo a causa degli enormi problemi (lavorativi e non) che il suo coming out gli aveva creato.

Presso il già citato ‘Rainbow Laces Summit’, diversi atleti britannici si sono riuniti per discutere sul modo in cui poter aiutare la comunità LGBT nel mondo dello sport.

Due stelle dell’hockey britannico, Kate e Helen Richardson-Walsh, regolarmente sposate, sono intervenute, così come il rugbista Keegan Hirst.

A quanto pare, soltanto il calcio è rimasto così indietro sull’argomento.

In tal senso, durante il vertice, il presidente Clarke, ha dichiarato che il calcio è “due decenni indietro” rispetto alla possibilità di diventare oggi un posto sereno anche per gli omosessuali.

Clarke ha affermato che sta tentando di parlare con molti calciatori gay del mondo inglese, in merito alla chance di effettuare il coming out, ma che, tuttavia, nessuno si sente veramente tranquillo all’idea.

Mancherà ancora molto, in Inghilterra e non, per rendere anche il calcio uno sport più civile?

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