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Calcio a stelle e strisce: il Soccer sfida l’Europa

Leonardo Ciccarelli

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Il calcio statunitense è finalmente giunto ad un punto in cui ci si può fidare di lui. E’ ormai un secolo che gli Stati Uniti seducono ed abbandonano quello che loro chiamano soccer, ci hanno provato in tutti i modi, prima con gli inglesi che cercano di instaurare un rapporto con i “coloni” a cavallo delle grandi guerre aiutati anche dai tanti emigranti che stanno giungendo in America e che hanno cominciato a giocare a calcio proprio grazie ai marinai inglesi che sbarcavano nelle varie città europee, poi ci hanno riprovato seriamente negli anni ’70, con i Chinaglia, i Krol, i Pelè. Niente ancora, nuovo tentativo, più organizzato, dopo il mondiale casalingo, USA ’94.

Da 20 anni ormai in Europa giungono varie voci su questo strambo campionato chiamato MLS che incuriosiscono migliaia di appassionati ma è solo da un triennio che forse si vede a questo campionato non solo come un cimitero per gli elefanti, ma come un vero e proprio campionato, non a caso Nigel De Jong ha dichiarato di aver scelto i Galaxy adesso nonostante avesse molte offerte dall’Europa per rispetto dei tifosi e dei colleghi americani che tanto stanno facendo per il movimento.

A differenza degli altri anni, di quelli in cui le grandi squadre venivano depredate delle proprie vecchie glorie come Beckham, Angel, Di Vaio, Henry, grazie ad un rebranding (tra le altre cose) è stato fatto un grosso passo avanti verso il futuro perché i nostalgici devono mettersi l’anima in pace e capire che il calcio va sempre più verso una globalizzazione totale a discapito dei rassicuranti campionati europei e nel caso in cui l’MLS cominci ad incassare parecchio, non quanto NFL o NBA per intenderci, ma quasi, allora molto potrà cambiare.

Nella MLS sono stati portati molti crismi dei grandi campionati pro americani, come la grande viralità dei social, un sito internet sempre informato, applicazioni per smartphone e spettacoli, tifosi felici di andare allo stadio ed un concetto di sport entertainment che non spesso coincide con i crismi del calcio, ma allo stesso tempo tenta di importare quegli stessi crismi, su tutti il potere del tifo e la voglia di costruire una storia intorno ad una squadra, anche perché purtroppo si predilige ancora l’aspetto atletico a quello tattico in campo.

Questo rebranding è stato anche tecnico perché la MLS ha imposto delle stipulation alle squadre che sono state di conseguenza “costrette” ad investire nei settori giovanili: oltre 40 milioni di euro nel solo 2015, scrive il Wall Street Journal. Anche questa novità assoluta per gli Stati Uniti dato che non esistono i settori giovanili negli sport americani: la formazione sportiva è affidata alle scuole. L’MLS ha però capito, forse con 30 anni di ritardo, che se vuole sfondare, non deve essere il resto del mondo ad adattarsi allo sport americano, ma deve essere lei ad importare i concept stranieri data l’ignoranza in materia. Questo investimento ha fruttato già, partito qualche anno fa e solo aumentato nell’ultimo anno, perché dai settori giovanili arrivano Zardes, ai Galaxy, o il più famoso DeAndre Yeldin, che il Tottenham ha strappato alla Roma a suon di milioni, per non parlare dei vari Morris, a Seattle, o Facundez, ai New England Revolution.

La crescita del movimento è quindi esponenziale ed ha una differenza netta con i paesi arabi o la Cina o ancora il Giappone che pure c’ha provato ad importare grandi campioni dall’estero per “insegnare” il calcio ai giapponesi (non a caso si sono affidati a due fuoriclasse assoluti come Zico e Leonardo). Cina e paesi arabi vogliono acquistare il grande nome per avere notorietà ed un riscontro pubblicitario, questo forse era la MLS qualche anno fa, ma ora è cambiata radicalmente tant’è che l’età media della MLS è di 27 anni, quanto la Serie A, la Premier e la Liga. Un anno in più della Ligue 1 e due anni in più della Budensliga (che non sono pochi).

Per restare nei confronti con i grandi campionati europei, anche il raffronto con il pubblico viene retto a pieno: 261.513 tifosi distribuiti in 10 stadi alla prima giornata di questa stagione. Per intenderci, questo weekend ci sono stati più spettatori in MLS che in Serie A (216.747). Quindi oltre 26mila di media, in Francia la media è di 20mila spettatori, in Italia di 21mila. Certo il confronto con Inghilterra e Germania è impietoso ma ci sono poche centinaia di spettatori di media che dividono MLS e Liga con la differenza che il trend della Spagna è stabile, quello degli Stati Uniti è in crescita vertiginosa anche perché, grazie  alla maestosa Copa America Centenario, l’edizione speciale del torneo solitamente riservato alle Nazionali della CONMEBOL che per una volta si farà  continentale, includendo anche la CONCACAF, e quindi gli USA, sarà il più grande evento calcistico dai tempi della finale triste per l’Italia di Pasadena e si stanno quindi costruendo o rimodernando molti stadi.

Le squadre non giocheranno più in stadi del Football “prestati” al calcio, quegli stadi magari dismessi e riconvertiti, ma giocheranno in veri e propri stadi progettati per il calcio. Questo fa sì che il San Josè Earthquakes passerà da un impianto da 10mila posti ad uno da quasi 19mila, o lo stadio del Toronto di Giovinco sarà espanso fino a 30mila posti, con un progetto che in breve termine lo porterà ad averne 40mila. E’ vero, c’è chi dice che sì, è più facile avere tanti spettatori con città immense ma anche questo è un falso mito se si vedono le percentuali: le squadre con il tifo più caldo in Italia sono probabilmente Roma e Napoli, entrambe sono città con milioni di abitanti eppure la media spettatori è inferiore a quella di Seattle, dove se ci sono meno di 55mila spettatori in una partita è un fallimento. Seattle conta “solo” 600mila abitanti, ce ne sono sempre 60mila allo stadio, questo vuol dire 1/10 della popolazione. Facendo un rapporto sarebbero 260mila a Roma, sarebbero 100mila a Napoli.

Tirato fuori Giovinco, restiamo in Canada, perché la MLS non è esclusiva Stati Uniti, ci giocano anche le tre canadesi e sono davvero forti. Il Canada ci crede in questo sport, lo sente un po’ suo forse, e vuole ospitare i mondiali del 2026, mondiali che si contenderà proprio con gli Stati Uniti. Un derby che non è da poco anche perché la presenza di italiani, francesi, russi, tedeschi o altre etnie appassionate di calcio è davvero forte in Canada ed è anche per questo che il “soccer” si sta sviluppando così rapidamente, oltre a giustificare alcune scelte discutibili, come l’acquisto di Pisanu e Paponi qualche anno fa, o addirittura la scelta di Bargnani al Draft come primo assoluto dei Toronto Raptors nel basket. Marketing.

Il passaggio sul marketing è molto importante. Negli USA nulla è lasciato al caso e la Adidas, main sponsor della lega, ha creato un concept di divise per le squadre unico. Sono tutte, o quasi, bellissime. Si ha voglia di comprarle anche se non si tifa per quelle squadre, semplicemente perché quelle maglie sono belle. Come succede in NBA, (quanti se ne vedono in strada con la maglia di Rose dei Bulls o di Kobe dei Lakers?), o magari come succede col merchandising del baseball, (l’esempio più celebre: il cappellino dei New York Yankees, ormai simbolo di New York stessa). A tutto questo si aggiunge uno stile tipicamente americano, una voglia tipicamente americana, quella di legare le rappresentative al territorio. E’ così che la maglia nella fredda Vancouver ricorda il ghiaccio, o ci sono i quattro fiori in argento sulla maglietta di Montreal, o ancora lo splendido verde dei Seattle Sounders che richiama non solo la bandiera dello stato, ma lo stesso soprannome della città, ovvero Emerald City.

Che sviluppo può avere realmente l’MLS? Che margini ci sono e come sviluppare il tutto? Innanzitutto bisogna capire le regole, che non possono essere mutate sia per esigenze geografiche, sia per esigenze economiche perché conviene di più agli sponsor sperare che l’appassionato cinese o europeo capisca le regole della MLS che un americano abituato ad un sistema sportivo così rigido ed immutato negli anni, cambi completamente visione del proprio mondo per abbracciare uno sport che tutto sommato ritiene essere per donnette.

Le regole della MLS sono complicate: hanno un sistema impossibile da decifrare per quanto riguarda i contratti con i giocatori, un miscuglio di regole prese dai 3 sport principali del Paese, con in più la possibilità di fare qualche piccolo strappo alla regola. Per quanto riguarda il campo ci sono due Conference, Western ed Eastern, a ciascuna Conference partecipano dieci squadre, ciascuna delle quali giocherà 34 partite: una in casa e in trasferta con ciascuna squadra della propria Conference, una contro ciascuna squadra dell’altra Conference e sei “bonus” – tre in casa e tre in trasferta – sempre con le squadre della propria Conference.

Ai playoff si qualificano le prime sei di ciascuna Conference: le prime due classificate accedono direttamente alle semifinali di ciascuna Conference, mentre terza, quarta, quinta e sesta qualificata si giocheranno il posto nella semifinale con una partita secca: la quarta contro la quinta e la terza contro la sesta. La squadra vincitrice dello “spareggio” con la posizione in classifica più bassa affronterà in semifinale la prima classificata, quella con la classifica migliore giocherà contro la seconda. Si gioca una partita di andata e una di ritorno. Le due squadre vincitrici delle semifinali si giocano la finale di conference, anch’essa con una partita di andata e una di ritorno. Le due squadre vincitrici di ciascuna Conference, infine, si giocano il titolo della MLS con una finale secca, stile SuperBowl.

Quanto ci vorrà per imporre la MLS almeno come un campionato di livello nel continente americano è difficile da dire ma la strada è quella giusta e se c’è una cosa che gli Stati Uniti d’America hanno insegnato al mondo, è che “Impossible is nothing”.

FOTO: www.espn.go.com

Altri Sport

Usa-Messico: quando un muro serve per unire

Emanuele Catone

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Sono iniziati i lavori per la costruzione del famigerato muro tra il Messico e gli Stati Uniti, uno dei punti fondamentali della campagna elettorale di Donald Trump, che non riesce per ora ad ottenere il completo appoggio economico da parte del Congresso. La barriera in costruzione, infatti, andrà a sostituire e rafforzare quella già esistente, fatta di reti e recinzioni e sarà lunga 6 chilometri su 3200 totali di frontiera. Ma tra i due Stati, c’è chi quel muro lo utilizza per giocare e per unire, non per dividere.

Innalzare un muro per bloccare l’immigrazione, ma costruirlo anche scrivendo la parole fine ad una pratica sportiva che dal 1979 coinvolge le popolazione del Messico e degli Stati Uniti d’America. Donald Trump non molla l’idea di voler rafforzare il muro tra le due nazioni. Rafforzare perché, in effetti, esiste già una trincea separatoria in quella vasta area dove ogni anno ad aprile, in una tradizione nata nel 1979 e divenuta continuativa dal 2006, messicani ed americani si riuniscono per giocare a Wallyball; una partita di pallavolo che ha la particolarità di trasformare quel muro, che ancora tale non è, come rete da gioco. Il match viene disputato precisamente nella zona di Naco, nello stato del Sonora per il Messico e in quello dell’Arizona per gli Stati Uniti.

Di schiacciate non se ne vedono data l’altezza della recinzione e del gesto di “murare” gli amici-avversari neanche l’ombra; solo pallonetti, tanta voglia di divertirsi e il desiderio di dare uno schiaffo alla politica mostrando la nullità delle barriere di fronte all’umanità della “gente comune”. Il tutto, però, limitato nell’arco di tre ore ovvero il tempo limite dettato della legge che non permette una sosta più lunga in quella zona di confine.

Col tempo questa tradizione si è estesa anche a zone diverse dal confine messicano-statunitense: sulle spiagge di San Diego, ad esempio, si è giocato un Beach Wallyball” contro i dirimpettai messicani abitanti di Tijuana.

E il muro ideato da Trump, cavallo di battaglia nella sua corsa all’elezione, potrebbe far terminare questa bellissima iniziativa. La costruzione sarebbe troppo alta per permettere agli atleti di giocare, non riuscirebbero neanche a guardarci attraverso; anche se il presidente non dovesse riuscire nel suo progetto per il costo troppo elevato, ci sarà comunque un rinforzo delle barriere e una aggiunta di recinzione che renderebbero allo stesso modo la partita impraticabile.

“Per noi è un modo per celebrare l’unione dei due paesi”. Questo aveva dichiarato Jorge Villegas, sindaco di Sonora. Parole che vanno ben oltre lo scevro patriottismo trumpiano e che da sole potrebbero servire a mostrare l’inutilità e futilità del progetto Trump.

Illustrazione Copertina: Victor Abarca

 

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Sport & Integrazione

Giornata Mondiale della Pace: I bambini israeliani e palestinesi giocano insieme

Matteo di Medio

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Il 21 Settembre si celebra la Giornata Mondiale della Pace ONU. Per l’occasione vi raccontiamo il grande insegnamento che i bambini israeliani e palestinesi hanno dato a tutti coloro che non credono che un futuro migliore sia possibile.

Ormai le tecnologie e i videogame si stanno pian piano togliendo la cattiva reputazione di essere il male assoluto e la rovina dei giovani. Gli Esports sono diventati a tutti gli effetti degli Sport 2.0 con il riconoscimento da parte del Cio come disciplina e si sta tentando addirittura di farla rientrare nel calendario olimpico.

Esistono casi in cui i videogiochi ricoprono un ruolo fondamentale e rompono definitivamente con gli stereotipi della critica che vorrebbe abolire del tutto l’uso di questi nuovi strumenti come elemento di svago.

Riprendendo quanto scritto da Edwin Evans-Thirlwell nel sito Motherboard.com, raccontiamo il progetto portato avanti da Uri Moshol.

Uri Moshol, ex CEO della società di software Incredibuild, nonché ex militare dell’esercito israeliano, sfruttando il grande interesse verso il mondo del gioco digitale da parte delle ultime generazioni, ha realizzato un programma di carattere sociale per contrastare il clima di odio ed intolleranza religiosa sul territorio della Striscia di Gaza tra Israele e Palestina che ora più che mai è tornato ad essere rovente con conseguenze tragiche e sanguinose per tutta la popolazione.

La Games For Peace (G4P), con sede a Tel-Aviv, è un’organizzazione no profit che, attraverso videogames multiplayer ha l’obiettivo di formare ed informare i giovani delle comunità ebraiche e palestinesi, impegnati in partite online, sul tema dell’integrazione e del rispetto della diversità di fede verso quelle persone che fin da piccole vengono educate al disprezzo del diverso.

L’idea di Moshol nasce dopo una partecipazione nel 2013 ad una Conferenza a New York di Games for Change, organizzazione che pone l’attenzione sul ruolo positivo che i giochi possono avere all’interno della società. Uri è rimasto talmente colpito da questa realtà, non essendo un esperto del settore, da voler esportare questa nuova visione dell’universo videoludico anche verso i territori che ha più a cuore come la Palestina e Israele. Con l’aiuto di esperti del settore, ha individuato come la migliore strada da percorrere l’utilizzo di giochi già esistenti, piuttosto che crearne nuovi ad hoc, per combattere il razzismo e gli stereotipi verso culture che tra loro, in alcuni casi, non sono mai venute a contatto, non si sono mai confrontate.

Il motivo principale di utilizzare videogame già conosciuti è stato dettato dall’intento di creare, sin da subito, coinvolgimento ed adesione da parte dei giovani. Proprio per questo, il gioco scelto per il progetto G4P è stato Minecraft. Con milioni di copie vendute, il videogame creato dalla Mojang nella persona del Presidente Markus Persson, poi venduto per la cifra record di 2,5 miliardi di dollari alla Microsoft, ha come obiettivo quello di costruire città ed edifici di vario genere in un mondo virtuale nel quale il giocatore è il protagonista.

Come racconta Moshol, in alcuni casi, attraverso il videogame, molti bambini si mettevano in contatto per la prima volta con il mondo “dall’altra parte”.

Il progetto Games for Peace porta avanti due diverse iniziative: nella prima, la “Play for Peace”, viene chiesto, ad un numero indefinito di giocatori, di collaborare insieme online per costruire la città. Nella prima occasione di incontro virtuale, il 17 gennaio 2014, parteciparono 50 giovani provenienti da Israele, Palestina, Cisgiordania ed Egitto con l’obiettivo di creare la “Città della Pace”. Alla quinta edizione, nel luglio dello stesso anno, bisognava costruire uno stadio di calcio per i Mondiali.

In queste occasioni, così come nelle altre, le reazioni sono state più che positive e confortanti, tolti singoli casi di comportamenti abusivi, come quando un giocatore cominciò a creare svastiche ovunque. La risposta del resto della comunità fu esemplare: tutti insieme si sono adoperati a cancellarle immediatamente.

La seconda iniziativa è la “Play to Talk”, dove ragazzi di due scuole diverse si sfidano nella costruzione di una città, attraverso la cooperazione e la condivisione di informazioni, pur essendo di religioni od estrazione diversa. Al termine della sessione di gioco, vengono organizzati degli incontri reali tra i giocatori così da commentare tutti insieme l’andamento della partita e conoscersi un po’.

Moshol evidenzia come la Games for Peace stia portando a risultati promettenti e l’evidenza di quanto esposto sta nel fatto che molti giocatori sono rimasti in contatto tramite i social network o addirittura attraverso una frequentazione offline.

L’obiettivo finale del CEO è quello di esportare il G4P in tutto il mondo e in tutte quelle zone dove l’intolleranza e la mancanza di integrazione è il pane quotidiano per le giovani generazioni, diffondendo un messaggio universale senza bandiere o ideologie.

Questa volta, mettiamo da parte la facile critica verso i videogiochi, i peggiori nemici di mamme e papà “disperati”, e poniamo l’attenzione, riconoscendone il merito, sul ruolo che, grazie a persone illuminate come Moshol, la tecnologia ludica può avere per superare ostacoli vecchi un’eternità e far conoscere ai propri figli una realtà che gli è sempre stata tenuta nascosta.

 

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Calcio

L’Antipatico Van Gaal, l’uomo Louis

Francesco Cavallini

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Compie 67 anni oggi Louis Van Gaal, uno dei tecnici più vincenti della storia del calcio. Un carattere forte, per molti antipatico, il tecnico olandese ha mostrato con il suo addio un lato che nessuno conosceva.

Da che mondo è mondo, vincere rende antipatici. Lo cantava anche Morrissey, we hate it when our friends become successful. E se siamo in grado di invidiare i nostri amici, figuriamoci qualcuno che non conosciamo e che già di suo non fa molto per accaparrarsi le nostre simpatie. Prendiamo Louis Van Gaal. Vincente come pochi, odiato come quasi nessun altro. Sarà quel volto perennemente corrucciato, l’espressione severa o quell’aura di superiorità che sembra sprizzare da ogni poro. O forse la causa è la sua profonda conoscenza calcistica, quella capacità di comprendere il gioco più bello del mondo che pochi hanno, che l’ha portato a far risorgere l’Ajax dalle sue ceneri e a vincere ovunque andasse.

Bravo, ma antipatico. Un uomo solo al comando, che porta con sé il fardello di una reputazione ormai dura da cancellare. Reputazione che probabilmente si è anche guadagnato, nel corso di una carriera da allenatore quasi trentennale. I suoi addii al veleno e i suoi ritorni in grande stile sono rinomati quasi quanto le sue vittorie. Un lungo filo rosso di scontri, incomprensioni e polemiche, ingredienti immancabili in ogni sua esperienza manageriale. Un palmarés come quello di Van Gaal dovrebbe garantire genuflessioni al suo passaggio un po’ ovunque. Del resto, su ogni panchina, nazionale esclusa, ha lasciato perlomeno un trofeo. Eppure non c’è mai quell’unanimità di pensiero, quel comune accordo sulla leggendarietà della sua figura che altri, vedi Ancelotti, riescono a guadagnarsi in ogni dove. Lui non piace a tutti. Soprattutto, non piace a chi ha un ego simile al suo. Lì, il conflitto è pressoché inevitabile. In un’idea di calcio in cui tutti sono utili ma nessuno indispensabile, chiunque, anche il Pallone d’Oro, deve piegarsi alla logica di squadra. E non importa che Rivaldo creda di rendere meglio da trequartista, se Van Gaal decide che deve giocare ala, il brasiliano deve adattarsi. Perché Van Gaal è testardo. A volte è un pregio, molte altre un difetto enorme.

Gli si chiede spesso di scendere dal suo piedistallo, ma lui quel piedistallo se l’è costruito con cura, con la consapevole mancata accettazione di un qualsiasi confronto con gli altri. Una volta che ha stabilito un’opinione, solo l’ortodossia più totale può garantire un accordo. Le critiche? Che vadano a farsi benedire, in particolare se provengono dagli odiati giornalisti. Amici della stampa, me ne vado. Complimenti. Il primo addio al Barcellona è il perfetto riassunto di una carriera intera. Vincente, ma mai amato. Forse accettato, di certo mal sopportato. Anche a casa sua. L’Ajax, che a lui tanto deve, lo richiama più volte come direttore tecnico, ma quando è costretto a lavorare con altre icone del club dalla personalità importante, come Koeman o, peggio ancora, Crujiff, lo scontro è garantito. In ogni città c’è spazio per un solo sceriffo, che deve necessariamente chiamarsi Aloysius Van Gaal. Per chiunque altro, le regole sono semplici. Niente personalismi, nessuno spazio per i sentimenti o la gratitudine, a Monaco di Baviera come a Manchester. Contano solo il cervello e le gambe.

Un tipo del genere porta persino a dubitare della effettiva presenza di un cuore sotto l’immancabile cravatta. Fa pensare che l’olandese sia un cyborg insensibile, il cui unico obiettivo è accumulare trofei, fama e denaro. Ma non è così. Il mondo se ne è accorto a inizio 2017, quando la facciata del manager di ghiaccio crolla inesorabilmente davanti alle difficoltà della vita umana. Cosa se ne fa Louis Van Gaal dei milioni cinesi se non è in grado di riportare il sorriso a sua figlia, che in quel periodo ha perso suo marito? Dà più emozioni alzare un’altra Champions oppure trascorrere il tempo che ti resta assieme alla donna, tua moglie, che ami? Già, l’amore. La più improbabile delle motivazioni, per uno come Van Gaal. Quella che offusca il cervello, che non fa ragionare, che a volte ti porta a scelte totalmente assurde. E che ora è lo specchio dell’anima di un uomo, che per anni si è auto-dipinto come una statua in un eremo solitario, ma che come tutti noi ride, piange e, soprattutto, ama. E quindi ha lasciato il calcio Van Gaal, tornando ad essere semplicemente Louis. Lascia la prosopopea delle dichiarazioni pre-partita, l’adrenalina dei novanta minuti e le polemiche del giorno dopo. Se ne è andato dal calcio con pochi amici e molti critici, come era naturale che fosse. Ma con quell’addio, per l’ultima volta in carriera, ha vinto. Ha vinto quell’apprezzamento, quel calore e quella stima che per anni si è volontariamente negato, uscendo tra tanti applausi e qualche lacrima. Perché i trofei soddisfano il cervello. L’amore, quello vero, accarezza il cuore.

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