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Pugilato

Bruno Arcari, la concretezza del Campione riservato di una Boxe che non esiste più

Nicola Raucci

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In un’epoca in cui la spettacolarizzazione dello sport è all’ordine del giorno, in cui si assiste ad una miriade di ostentazioni esibizionistiche da parte di sportivi, o presunti tali, stride enormemente la storia di un campione schivo, un antidivo. Un uomo semplice, che picchiava forte, fatto di un’altra pasta in altri tempi, un vero pugile: Bruno Arcari.

Nasce ad Atina il 1º gennaio del 1942. L’anno dopo la famiglia si trasferisce a Genova, che diventerà la sua città adottiva. Da ragazzino gioca a calcio come ala sinistra, temperamento combattivo ma poca tecnica. Su quel campo Bruno usa più le mani che i piedi.



Gli consigliano di darsi al pugilato. Ed è quello che fa. L’ingresso alla palestra Mameli nel 1957 è all’insegna dello sberleffo. I due maestri di boxe, Alfonso Speranza e Armando Causa, lo prendono in giro per via delle sue gambe grosse e lo rimandano al giorno successivo. In realtà mettono alla prova la sua decisione. Vogliono solo duri in quell’ambiente. E il giorno dopo Bruno ritorna. Serve ben altro per farlo desistere. Il ragazzo ha stoffa. Lavora come garzone in un negozio di frutta e verdura a Nervi e quando combatte Duilio Loi a Milano si mette nel bagagliaio della giardinetta degli amici più grandi e va a vederlo. Sogna di salire sul ring e diventare come il suo idolo. La palestra è un mondo dove si sente a suo agio, sempre pronto a dimostrare di essere il migliore.

Passa dilettante e diventa campione italiano (1962 e 1963). Nel 1963 conquista anche il bronzo ai Campionati europei e vince il torneo preolimpico di Tokyo. Parte favorito per le Olimpiadi del 1964 dove è però costretto a ritirarsi per ferita durante l’incontro di apertura. L’avversario, il keniano Alex Oundo, gli rifila una testata e Bruno deve abbandonare così un match in completo controllo.

Il suo punto debole sono quelle arcate sopraccigliari fragili come uova, che colpite sanguinano copiosamente. L’unico modo per arginare la furia agonistica dell’italiano è picchiare su quella parte usando ogni mezzo, lecito o meno.

Esordisce tra i professionisti, pesi superleggeri, l’11 dicembre 1964 a Roma. Una sconfitta inattesa contro Franco Colella, il quale si rende protagonista di un atto sleale: ancora una volta una testata al sopracciglio. Il combattimento viene interrotto al 5º round e Arcari, nonostante sia indubbiamente in vantaggio ai punti, esce battuto.

La seconda sconfitta arriva dopo una serie di dieci vittorie consecutive, il 10 agosto 1966 a Senigallia, durante il dodicesimo match da professionista contro Massimo Consolati, valido per il titolo italiano. L’arbitro ferma l’incontro per ferita al 10º round, sempre con il pugile di Atina in palese vantaggio.

Bruno è un pugile pragmatico e concreto. Boxare è il suo lavoro. Migliora la guardia destra per difendere il suo unico punto debole e continua a menare con il sinistro devastante. Un mix esplosivo che lo rende invincibile. Quelle rimarranno le uniche due sconfitte di una carriera incredibile, da imbattuto quasi assoluto (record di 70-2-1). 73 incontri e 70 vittorie, di cui 38 per KO. Non perderà più un incontro dei successivi 61 disputati, vincendone 57 consecutivamente e pareggiando in modo controverso solo il suo quartultimo match, nel 1976 contro Rocky Mattioli a Milano. Il 7 dicembre 1966 a Genova, Arcari ha la meritata rivincita contro Consolati. Un match sporcato dai reiterati tentavi di colpi proibiti dell’avversario, che viene squalificato al 7º round. Bruno diventa così campione italiano dei welter junior.

Difeso il titolo italiano in tre occasioni, il 7 maggio 1968 sfida alla Stadthalle di Vienna l’idolo locale, il campione europeo Johann “Hans” Orsolics. Incontro epico, l’arcigno italiano di 165 cm contro l’austriaco oltre il metro e settanta. Atmosfera infuocata e assordante di fronte a 15 mila spettatori che per tutto il combattimento battono i piedi e fanno letteralmente tremare il palazzetto. Pur essendo considerato sfavorito, Arcari non mostra minimamente timore. Domina il match e picchia duro. L’arbitro è costretto a fermare l’incontro al 12º round per KOT, prima che Orsolics vada definitivamente al tappeto. Titolo europeo conquistato. È il combattimento della consacrazione, che lo rende un mito per i ragazzi italiani. Difende poi la cintura in quattro occasioni, vincendo sempre per KO.

Il 31 gennaio 1970 al Palazzetto dello Sport di Roma, Arcari combatte per il titolo mondiale contro il campione in carica, il filippino Pedro “the rugged” Adigue Jr, uno di quelli che colpisce senza remore, non curante dei regolamenti. L’incontro comincia male, alla terza ripresa Arcari incassa un gancio destro alla mascella e piega le gambe rischiando il KO. Una sassata che si fa sentire, ma da lì sembra scuotersi ed inizia ad affondare i colpi. Il match è arduo, tirato, di una cattiveria quasi brutale. Un’autentica battaglia. Al termine della dodicesima ripresa tutto è ancora in gioco. Così Arcari decide di chiudere la partita e dà il via a tre riprese leggendarie. Attacca mantenendo l’iniziativa in continuazione, ma Adigue non molla. Al quindicesimo round l’italiano assesta un preciso gancio sinistro al filippino, che però rimane ancora in piedi. Entrambi finiscono il match esausti, ma il verdetto è unanime: Arcari vince ai punti ed è il nuovo campione del mondo WBC.

Nei quattro anni seguenti difende il titolo per nove volte. Il suo avversario più tenace sarà un boxeur dal talento cristallino, il brasiliano Joao Henrique, contro il quale combatte in due occasioni.

Il 6 marzo 1971 a Roma si assiste al loro primo match. Un combattimento ad armi pari in cui Arcari vince ai punti. La rivincita arriva il 10 giugno 1972, al Palazzo dello Sport di Genova. Un evento attesissimo, seguito da 200 milioni di spettatori in mondovisione e che fa registrare uno share dell’87% in Italia. Un match duro tra due grandi pugili. Il brasiliano è sicuro di vincere, ma Bruno si è preparato al massimo. Tira le prime due riprese a tutta, carico oltremisura. Continua a sferrare pugni micidiali negli altri round fino a rompere la mascella a Joao, che oppone una stoica resistenza alla furia dell’italiano. Alla dodicesima ripresa Bruno gli rifila un colpo allo stomaco. Joao Henrique va giù, si rialza, ma fa segno di non voler proseguire. Arcari è ancora campione del mondo.

Lascia volontariamente il titolo da imbattuto la sera del 2 settembre 1974. Prosegue ancora tra i welter prima di abbandonare la carriera agonistica nel 1978. Si ritira a vita privata in Liguria, nella Riviera di Levante.

Un pugile concreto, senza alcuna concessione allo spettacolo e agli eccessi. Mancino spaccasassi, preciso nel portare i colpi alla figura. Intelligente nello studio minuzioso dell’avversario e con una inesauribile velocità dei movimenti. Per anni ha evitato la popolarità preferendo alle copertine patinate dei rotocalchi il sudore della palestra e il suono sordo dei sacchi scazzottati da due mani pesanti come macigni. Ha onorato l’antica e nobile disciplina del pugilato nei suoi valori di agonismo, forza e rispetto dell’avversario. Ha fatto della boxe la sua professione senza distrazioni, consapevole della fugacità dei successi e del valore del coraggio e del sacrificio.

Un uomo che ha fatto dell’umiltà la sua firma, dei pugni la sua vita. L’ultimo imbattibile del pugilato italiano: Bruno Arcari.

4 Commenti

4 Comments

  1. Salvatore

    settembre 12, 2017 at 10:15 am

    Ottimo articolo ??

  2. Vincenzo

    settembre 12, 2017 at 10:19 am

    Articolo scritto molto bene e dettagliato.

  3. Alessandro

    settembre 12, 2017 at 10:26 am

    È stato bello immergersi, grazie a questo articolo, nella storia di un campione nostrano di cui non conoscevo quasi niente. Bellissimo Articolo.

  4. Davide Giolitto

    gennaio 1, 2018 at 6:47 pm

    Arcari fu il mio primo idolo sportivo negli anni in cui la boxe era uno sport epico e struggente. Leggendo l’articolo ho ritrovato un po’ delle antiche emozioni. Grazie a Nicola Raucci

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Pugilato

La storia dell’australiano Les Darcy, una fiamma bruciata troppo in fretta

Marco Nicolini

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James Leslie Darcy, detto “Les”, fu un pugile australiano di grande talento, i cui nonni erano emigrati agli antipodi da Tipperary, in Irlanda. Nacque a Maitland, nel Nuovo Galles del Sud, il 31 ottobre 1895, ed esordì quindicenne nel pugilato professionistico con una stupefacente serie di diciassette vittorie consecutive. Perso l’incontro per il titolo australiano dei welter, contro l’esperto Bob Whitelaw, la sua prestazione destò comunque l’attenzione di pubblico ed addetti ai lavori, favorendone il debutto al Sydney Stadium.

In quegli anni perse contro Fritz Fred Holland e Jeff Smith, ma vendicò ogni sconfitta subita in incontri epici che ne sancirono la qualità di combattente e rilanciarono, in suo nome, l’orgoglio nazionale degli australiani. Dall’incontro perso con Smith, avvenuto nel febbraio del 1915 e maturato grazie ad un colpo sotto la cintura da parte del suo avversario, non visto dall’arbitro, infilò un lungo filotto di ventidue vittorie consecutive terminato il 30 settembre del 1916, durante il quale arrivò a fregiarsi, nonostante la piccola statura, del titolo australiano dei pesi massimi. Durante questo periodo, trovò anche il tempo per combattere molti incontri d’esibizione e recitare in un film.

Alla fine del 1916, tutti i passaporti degli australiani in età da militare furono requisiti per impedire diserzioni alla coscrizione obbligatoria in atto: l’Inghilterra reclamava ogni potenziale soldato del Regno e l’Australia stava per pagare un prezzo elevatissimo in termine di giovani vite spezzate. Su una popolazione totale di 4,9 milioni di persone, quasi il 40% della popolazione maschile con meno di 45 anni e più di 17, pari a 420.000 individui, fu arruolata: 61.000 di questi trovarono la morte. La percentuale di deceduti dell’Australia, per numero di soldati impegnati in combattimento, fu la più alta dell’intero conflitto. Les Darcy chiese di aggirare il divieto, essendo in partenza per una serie di match d’esibizione negli Stati Uniti grazie ai quali avrebbe potuto sistemare la propria famiglia, ma rilasciò la dichiarazione per cui, una volta terminati gli incontri, avrebbe raggiunto il Canada per arruolarsi.

Il 27 ottobre 1916, prima che una decisione delle autorità preposte fosse presa al riguardo, Darcy s’imbarcò clandestinamente per l’America, affrontando il viaggio infinito nell’Oceano Pacifico chiuso in uno scompartimento minuscolo. Questa sua condotta, povero ragazzo, gli portò grande sfortuna. Un ricco e prestigioso match, organizzato a New York per pochi mesi dopo il suo arrivo, fu cancellato dal Governatore, il quale spiegò di non gradire la maniera in cui il campione australiano aveva abbandonato il proprio paese. Altri incontri, previsti in tutti gli Stati Uniti per il grande richiamo del suo nome, subirono la stessa sorte. Les, per sfuggire alla povertà, cominciò ad accettare incontri d’esibizione dallo scarso appannaggio finché, a fine aprile del 1917, stramazzò al suolo dopo un inatteso collasso. Ricoverato per una sospetta setticemia, gli furono asportate le tonsille ma, quasi un mese dopo, si spense per una polmonite contratta in ospedale. Il suo corpo ricomposto fu trasportato nell’Australia piegata dalla guerra, dove una processione di mezzo milione di persone lo accompagnò a sepoltura.

Sconfitto in soli quattro incontri, senza mai aver messo un ginocchio al tappeto, Les Darcy è tuttora figura di eroe popolare di grande potenza; se la fuga dall’Australia ne incrinò l’immagine eroica, la sua triste morte solitaria gli donò un’aura romantica che perdura nel tempo. A quasi cento anni dal suo addio alla vita terrena, ogni anniversario dell’infausto giorno della sua morte si ricorda con una bandiera a mezz’asta nel municipio di Sydney. Per generazioni, le penne di giornalisti e scrittori si sono mosse sulla carta con l’ispirazione giunta dalle sue gesta sul ring. Questo accadeva un secolo fa, negli anni in cui James Leslie “Les” Darcy da Sydney, pugile professionista scomparso a soli ventuno anni, scolpiva il proprio nome nel ristretto novero degli immortali.

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Pugilato

Holman Williams: il Ballerino omicida dal cuore d’oro

Marco Nicolini

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Eddie Futch, allenatore leggendario mancato nel 2001, era solito dire: “Preferisco vedere Holman Williams anche solo fare i vuoti, piuttosto di un qualunque incontro tra altri pugili!” Le parole di un immenso del nostro sport, davano il senso della grandezza di un combattente straordinario, da molti considerato uno dei più grandi pugili mai esistiti ma che poco credito ha riscosso tra analisti e storici della boxe.

Un talento raffinatissimo dedicato ad un pugilato di alta scuola, con abilità difensive di prim’ordine, era quello avuto in dono da Williams. Nato a Pensacola, in Florida, nel gennaio del 1915, crebbe a Detroit, città d’ispirazione per tante ricche pagine di boxe. Vittima di bullismo in un quartiere difficile della grande periferia industriale, il piccolo Holman abbandonò il sogno infantile di lavorare sulle automobili per dedicarsi, anima e corpo, al pugilato.

Vinti i Detroit Golden Gloves ed arrivato alla semifinale per le qualificazioni olimpiche, Williams terminò la propria carriera da dilettante con soli quaranta match all’attivo. Alla famosa Brewster Boxing Center, dove ebbe, come detto, Eddie Futch allenatore, l’immenso talento non fu l’unica qualità di Holman a stupire gli atleti ed i frequentatori, date le sue grandi simpatia e correttezza: indossava da solo le fasciature da allenamento e, a fine serata, lavava a mano i propri indumenti. Dopo alcuni tentativi per dissuaderlo da tali attività, i tecnici e gli allenatori furono costretti ad accettare i suoi rituali. Passato professionista nel 1932, Holman Wiliams perse una sola volta nei primi trentadue incontri, conquistando il titolo riservato ai “negri” dei pesi leggeri, nel 1935.

La stampa gli affibbiò un soprannome leggendario: the Murderous Dancer, il Ballerino Omicida. In inglese suona senz’altro meglio e rende l’idea di quanta abilità risiedesse nella sua boxe fantasiosa. Con tattica spumeggiante ed avvalendosi di uno dei migliori jab della boxe moderna, Holman aveva un intricato ed efficace gioco di gambe con cui confondeva ogni avversario, sparendogli da davanti e materializzandosi sul fianco. Non era un feroce colpitore, mancando di un briciolo di potenza; questa fu forse l’unica pecca della sua straordinaria dotazione pugilistica.

Dal ’35 in avanti affrontò quasi tutti i più grandi della sua epoca, vincendo praticamente sempre, senza mai avere l’occasione di battersi per il titolo dei medi, categoria in cui si era definitivamente stabilito. Paulie Walker, Cocoa Kid, Gene Buffalo, Charley Bulley furono solo alcuni dei grandissimi avversari da lui affrontati, fino a giungere allo stellare doppio confronto col leggendario Archie Moore, la Vecchia Mangusta, con cui divise equamente la posta di un incontro vinto a testa. Nel 1946, dopo quattordici, logoranti, durissimi anni di professionismo, gli si offrì la possibilità di volare in Francia per combattere, nella signorile cornice del Roland Garros, contro l’astro nascente transalpino Marcel Cerdan. In un meraviglioso incontro tra stili contrapposti, Holman Williams deliziò la folla della borghesia francese con le sue tecniche sublimi, schivate millimetriche e precisi controtempi. I cartellini dei giudici, non arrivati alla nostra epoca, premiarono il pugile di casa sulla distanza dei dieci round, non senza dubbi sull’obiettività dei tali. Cerdan chiese all’unico giornalista americano presente come fosse possibile che il pugile di gran lunga più forte ch’egli avesse incontrato in carriera, non avesse mai potuto combattere per il titolo di campione del mondo. La domanda del Bombardiere Marocchino è parte di uno dei più grandi misteri della storia del pugilato.

Alcuni storici tendono ad addossare la colpa di questa mancanza al lungo periodo in cui Williams fu sotto contratto con Joe Louis, anche lui di Detroit, che a quel tempo era divenuto manager ed era molto mal visto dall’establishment newyorchese. Al contrario, le risposte sempre calme e misurate, l’umorismo intelligente e mai offensivo, la generosità di un cuore votato all’aiuto del prossimo, fecero di Murderous Dancer uno dei più benvoluti atleti dell’epoca. Maltrattato per tutta la carriera dalle autorità del pugilato, Holman Williams ricevette un po’ di giustizia solo nel 2008, con l’induzione nella prestigiosa International Boxing Hall of Fame come uno dei più grandi di ogni tempo. Malauguratamente, il tardivo riconoscimento giunse quarantuno anni dopo la sua morte.

A dimostrazione, infatti, che il buon Dio, se esiste, poco voglia mischiarsi con le cose terrene, Holman Williams, persona onesta e benvoluta, aveva trovato un’orribile morte soffocato dal fumo dell’incendio del Club Wonder, in Ohio, cui qualcuno aveva dato fuoco la notte del 15 luglio 1967. A nemmeno cinquantadue anni se ne andava, ancora nel pieno delle forze, uno degli atleti più grandi dello sport mondiale. Nella sua fallita fuga dalla casa in fiamme c’è tutta la sfortuna di un artista cui avere tutti i doni e le qualità caratteriali per sfruttarli, non fu mai abbastanza.

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Pugilato

Billy Collins e quel pugno “dopato” che ha distrutto la sua vita

Matteo di Medio

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Commissario! Commissario! Non c’è la dannata imbottitura!”.

Comincia così, o meglio, finisce così la storia che vi stiamo raccontando.

A fare da sfondo alla  nostra narrazione, gli anni 80 e il Madison Square Garden di New York. Il tempio della Boxe, o della “Noble Art” così com’è conosciuta ai più. Già, Arte nobile. Perché, malgrado i volti dei protagonisti, non certo dei fotomodelli, e quei colpi sferrati con impeto e violenza, il pugilato è fatto di regole ben precise che vanno rispettate, così come deve essere rispettato l’atleta che ti trovi di fronte su quel ring. Quel quadrato in cui sei tu contro un altro come te, da soli, dove coraggio e paura si fondono e solo chi saprà trovare il giusto equilibrio tra le due forze potrà emergere e conquistare la gloria in questa personale guerra contro il fallimento, fatta di concentrazione e tecnica.

Facciamo un passo indietro nella storia e torniamo alla nascita delle regole in questo sport: dopo che il pioniere James Figg, considerato da molti colui che ha coniato il termine “noble art”, ritiratosi dall’attività pugilistica per divenire allenatore, ha dato il via al movimento boxeristico moderno con tutta una serie di incontri tra atleti, la disciplina, durante tutto il 1700, prese sempre più piede e, di pari passo, anche le implicazioni economiche, quali premi vittoria e il traffico di scommesse.

Proprio per questo, nel 1865, il marchese di Queensberry, John Sholto Douglas scrisse, a quattro mani con l’atleta John Graham Chambers, le regole della boxe, contenenti il “codice della boxe scientifica“. All’interno di questo codice, vengono elencati i fondamenti base del pugilato moderno utilizzati da allora fino ai nostri giorni, chiaramente con qualche modifica apportata negli anni.

Vengono introdotte le categorie di peso, il sistema del conteggio e del KO, la durata dei round e, dulcis in fundo, i guantoni. Infatti, prima di Douglas, la disciplina veniva praticata a mani nude. Con l’introduzione dei guantoni, essendo spesso gli incontri organizzati tra persone di alto rango, si evitava, nelle uscite in pubblico, un imbarazzo estetico a fronte dei colpi ricevuti durante il combattimento.

Finita la digressione storica, molti di voi si staranno chiedendo il perché di tutte queste precisazioni in merito alle regole del pugilato.

Ebbene, perché la storia di Billy Collins nasce, esclusivamente, dal mancato rispetto dei principi per cui questa disciplina è praticata: mancato rispetto delle regole che si traduce in mancato rispetto del pugile, dell’uomo che combatte contro di te, mancata lealtà, mancata fierezza.

E i guantoni sono i protagonisti della nostra storia.

Andiamo ai fatti: figlio di un ex pugile degli anni 50, Billy nasce a Antioch, un sobborgo di Nashville in Tennessee, il 21 Settembre 1961. Di origini irlandesi, il giovane Collins, con quella faccia da eterno bambino incorniciata dalla tipica chioma rossa, è, in realtà, una macchina di pugni, come ci racconta lo scrittore Dario Torromeo nel suo “Non fare il furbo, combatti“. Il padre allenatore lo ha istruito bene e il suo record è di 11 vittorie di cui otto per KO e tre ai punti. Si presenta, quella sera del 16 marzo del 1983, da imbattuto. Di fronte a lui il pugile Luis Resto, portoricano di Juncos. Resto, è la nemesi di Collins: cresciuto nel Bronx, a 14 anni deve scontare 6 mesi in un centro per persone con problemi psichici, avendo preso a gomitate il professore di matematica.

Al Madison, il pubblico è quello delle grandi occasioni: in cartello la sfida mondiale tra Moore e Duran, ma c’è molta curiosità anche per l’incontro tra i due pesi welter.
L’incontro è duro e violento. Nessuno dei due pugili si risparmia e il match è in bilico fino al finale: dopo 10 riprese e 30 minuti di feroce battaglia, la bilancia pende, a sorpresa di tutti, verso Luis Resto, che pensa già all’incontro per il titolo mondiale con Don Curry.

Al momento della proclamazione, Collins è devastato: occhi tumefatti e tagli su tutto il volto. Ma è normale: la boxe è questo, si vince o si perde, il fisico è sempre quello che ha la peggio. Ma lo spirito va salvaguardato: per questo, il padre, sale sul ring, consola il ragazzo e si va a congratulare con lo sfidante, uscito vincitore. In quel momento, il sangue di Collins Senior gela: stringendo i guantoni di Resto, sente che sono sottili, troppo sottili.

Non c’è l’imbottitura – urla – hanno tolto l’imbottitura!”.

Lo sguardo di Resto da felice si trasforma in incredulo: si volta verso il suo angolo, verso il suo coach Panama Lewis, che si affretta a portarlo negli spogliatoi.

Il commissario sequestra i guantoni di Resto e, dopo attenta analisi, viene rinvenuto un profondo foro all’interno e la mancanza di gran parte dell’imbottitura, all’epoca crine di cavallo. Il risultato è che Resto, in quell’occasione, aveva “boxato” praticamente a mani nude.

I risultati di questa negligenza da parte dell’entourage del portoricano sono tragici: Collins viene portato in ospedale e gli viene diagnosticata la lesione dell’iride dell’occhio destro, nonché gravi danni al sinistro. Il giovane irlandese, a soli 22 anni, rischia di rimanere cieco.

Col tempo, le sue condizioni fisiche migliorano, ma del pugilato non se ne parla minimamente: Billy non sarà più atleta, e i risvolti psicologici fanno più male dei pugni presi sul ring: trova, in sequenza, due lavori, che perde in breve tempo, annegato dalla depressione e dell’alcol.

Nel frattempo, la commissione di inchiesta espone il caso alla Commissione di Atletica di New York, la quale riconosce colpevoli Luis Resto e Panama Lewis di aggressione, possesso criminale di un’arma (i pugni di Resto) e cospirazione per un periodo totale di detenzione di 3 anni.

Ma questo non basta: non può bastare a chi della boxe aveva fatto la sua vita: Billy Collins, a distanza di nove mesi dal maledetto incontro, viene ritrovato morto dentro un fiume, vicino casa, con la sua auto. E’ il 6 marzo 1984, ma Billy era, ormai, “morto” da tempo. Il tasso alcolico rinvenuto sul corpo è a livelli altissimi e la moglie Andrea Collins-Nile, così come il padre del pugile, sono sicuri che non si trattasse di un incidente, ma bensì di un suicidio.

A distanza di anni il dubbio ancora resta, come restano molte ombre circa l’inappropriato comportamento da parte degli organi di controllo di correttezza da parte della commissione nei momenti antecedenti l’incontro e posteriori allo stesso (ad esempio, i guantoni di Resto, in fase processuale, non furono confiscati).

Ma il peggio deve ancora essere svelato: dopo due anni e mezzo di reclusione, Panama e Resto escono di prigione. Panama, sebbene radiato dalla boxe, continua ad allenare i futuri campioni e a fare la bella vita circondato da lusso e denaro, pur non potendo più presiedere agli incontri. Luis Resto, invece, quasi inseguito dal fantasma di Billy Collins, vuota, definitivamente, il sacco e porta alla luce la più tremenda delle verità: prima dell’incontro, sul bendaggio delle sue mani, il suo staff aveva spruzzato una polvere indurente, una sorta di stucco a presa rapida con il quale era inevitabile che Billy venisse irrimediabilmente reso inabile a continuare l’attività agonistica. Aggiunge, inoltre, che questo stratagemma era stato usato anche in altri due incontri precedenti a quello con Collins. In pratica, Luis Resto combatteva con dei sassi al posto delle mani.

“Basta che lo colpisci al volto e vincerai”. Queste le parole di Panama, urlate ripetutamente al pugile, a detta di Resto.

Pare che il suo clan avesse scommesso una grande cifra su di lui, largamente sfavorito.

Ma, a volte, il destino viene tragicamente influenzato dal karma: la vita di Luis Resto, dopo l’accaduto, ha preso una parabola vertiginosamente discendente: ha vissuto per 10 anni in uno scantinato di 6 metri quadrati sotto una palestra, senza bagno, lontano dai figli, dalla moglie e dai nipoti. Ha chiesto accoglienza alla sorella, in un monolocale dove vive con i suoi tre figli. Divorato dall’alcol e dalla droga, soffocato dalla depressione, a 59 anni, piange ogni notte. Tornato nel Bronx, ha cominciato il suo percorso di redenzione, allenando i ragazzi in una palestra del suo vecchio quartiere. Insegna la tecnica, il coraggio e la lealtà. Quella che non ha avuto lui, artefice, e vittima allo stesso tempo, vista la sua condizione, di un mancato rispetto delle regole.

Il ricordo di Billy Collins, punta i riflettori su tutto quello che l’interesse economico può scatenare all’interno dell’attività sportiva, eludendo la fatica, le ore di allenamento e le regole, riuscendo così a sporcare, anche, una nobile arte come il pugilato.

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