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Giochi di palazzo

Brescia-Fortitudo Bologna: la finale dei divieti. Parlano i dirigenti delle due squadre

Simone Meloni

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Divieti, soltanto divieti, divieti tra noi. La parafrasi di una nota canzone di Mina è il giusto appiglio per aprire l’ennesima triste pagina di questo finale di stagione cestistico. Leonessa Brescia-Fortitudo Bologna avrebbe dovuto essere il punto esclamativo di una Serie A2 a tinte forti, che quest’anno ha ospitato piazze importanti e sfide memorabili. E invece, per l’ennesima volta, la sfida rischia di trasformarsi in un diktat di come si uccide lo sport attraverso una gestione dell’ordine pubblico alquanto discutibile.

Le prime due gare, che si disputeranno al PalaGeorge di Montichiari, saranno infatti vietate ai tifosi felsinei, e con tutta probabilità lo stesso provvedimento verrà adottato nei confronti dei supporter lombardi al PalaDozza. Motivazioni? “Le tensioni registrate lo scorso 1 giugno in occasione della semifinale di playoff gara 3 di serie B tra le compagini di Montichiari e Bologna nonché degli episodi di intemperanza della tifoseria felsinea dello scorso 29 maggio durante Treviso-Bologna”.

Così si legge sulla nota. L’incontro tra Montichiari e Fortitudo cui si fa riferimento risale addirittura a un anno fa. Era la semifinale playoff di Serie B, e al termine della gara, per festeggiare il successo dei biancoblu, ci fu un’invasione di campo, dove si registrò qualche tensione. Di fatto la Fortitudo pagò quegli episodi con la squalifica del campo per due giornate, scontando fattivamente l’esuberanza dei propri tifosi. Appare quindi almeno pretestuoso il richiamare in causa un episodio che già fece scaturire sanzioni. Sulla partita di Treviso abbiamo approfondito qualche giorno fa (http://iogiocopulito.ilfattoquotidiano.it/fortitudo-bologna-treviso-tra-divieti-menzogne-e-proibizionismo/ e http://iogiocopulito.ilfattoquotidiano.it/fortitudo-bologna-treviso-dopo-i-felsinei-ecco-la-replica-trevigiana-sui-fatti-di-gara-1/), ed anche in quel caso la “F” pagò con l’interdizione ai propri tifosi in gara 2, cosa che si ripercosse pure sui fan trevigiani, ai quali fu precluso l’accesso al palazzetto di Piazza Azzarita.

bresciabolognabasket

All’indignazione e allo sconcerto, hanno fatto seguito le proteste dei tifosi sui social. Siamo tornati ad interpellare alcuni esponenti delle due società chiamate in causa. “Abbiamo appreso la notizia ieri sera alle 20,30esordisce il Responsabile della sicurezza al PalaDozza Massimiliano Zanettie la cosa ci ha lasciato completamente basiti. Non ci aspettavamo un provvedimento così severo. Troviamo a dir poco ingiuste le motivazioni che sono state addotte. Se, ad esempio, contro Treviso poteva esserci la giustificazione di un clima astioso, adesso appare un po’ arduo trovare motivazioni valide. In vista di Gara 2 – racconta – stiamo cercando di aprire un tavolo di discussione. Siamo disposti a farci da garanti sui nostri tifosi, mettendoci la faccia. Io ero a Montichiari lo scorso anno, ci fu un’invasione pacifica, segnata da qualche piccolo screzio con lo speaker locale, reo di alzare le casse dell’impianto acustico per disturbare il nostro giocatore Iannilli intento a realizzare i tiri liberi, ma chiunque frequenti i palazzetti conosce bene le fasi concitate di questo genere di partite. E comunque per quell’episodio abbiamo già pagato ad inizio campionato. Sottolineo – continua – come tra la Fortitudo e la Leonessa Brescia si sia istaurato subito un clima di collaborazione. La società lombarda si è impegnata a giocare in un palazzetto più grande, e comunque nella regular season le partite tra le due compagini si sono svolte nella massima tranquillità, senza nessun problema tra le tifoserie”.

In molti vedono la scelta come una vera e propria spada di Damocle sulla testa dei tifosi fortitudini: “Non vorrei – dice – che si stesse preparando il terreno per vietare tutte le trasferte ai tifosi bolognesi nella prossima stagione. Di fatto ci stanno criminalizzando. Qua nessuno nasconde che quando hai così tante persone al seguito possano anche esserci dei soggetti poco consoni al tifo, e stiamo lavorando affinché questo problema venga meno. Ma si dimentica che Bologna è una delle città più civili d’Italia, che qualche tempo fa al PalaDozza si è giocato un derby under 19 con 5.000 persone, dove tutto è filato liscio, con tanto di complimenti da parte di Petrucci e della Questura. E comunque pacificare la situazione, invece di acutizzare tensioni e polemiche, andrebbe ad appannaggio di tutti”.

Una semifinale e una finale senza tifosi ospiti sono una pesante sconfitta per tutto il movimento cestistico. “C’è il rischio che si voglia esportare nella pallacanestro quanto attuato nel calcio a livello di gestione dell’ordine pubblico – ipotizza – e ciò vorrebbe dire, probabilmente, veder morire questo sport. Non abbiamo i fondi e le possibilità del calcio, e comunque vietare una trasferta, limitare la libertà personale, prima che del tifoso, resta un qualcosa di inconcepibile. Una sconfitta in partenza”. Infine un messaggio chiaro in vista delle partite da disputare all’ombra delle Due Torri: “Mi auspico che Casms, Osservatorio e Questura di Bologna non vietino le trasferte ai tifosi bresciani. Sarebbe l’ennesimo torto. Da noi non c’è alcun rischio, il nostro pubblico è caldo ma non violento. È importante che passi questo messaggio”.

Anche da Brescia la reazione è quasi incredula. “Noi abbiamo appreso passivamente la decisioneracconta Sandro Santoro, General Manager della Leonessagarantiamo la massima collaborazione e cercheremo di venire incontro alla Fortitudo nei limiti del possibile. Non possiamo entrare nel merito di compiti che spettano alla prefettura, ovviamente da sportivi vorremmo che tutto si svolgesse nella normalità, anche perché in campionato non si è registrato alcun problema. Noi – afferma – dobbiamo accettare questo genere di scelte, ovviamente dispiace per i tifosi bolognesi e siamo consapevoli di quanto una finale senza una delle due tifoserie perda molto del suo valore. In condizioni normali sarebbe stata una festa dello sport”.

A ventiquattro ore dalla palla a due si fa sempre più spazio la concreta ipotesi di vedere una finale mozzata di un’importante parte del suo fascino. Un modus operandi che purtroppo tende ad azzerare e uccidere tanto di quell’unicità che questo sport ancora garantisce. La pallacanestro in Italia è un’oasi felice, dove i tifosi, almeno finora, possono ancora veleggiare in acque tranquille e sentire lo sport come un fattore di appartenenza e partecipazione, tifando e seguendo la squadra in trasferta (quasi) sempre senza le tante idiote e repressive limitazioni poste in essere nel calcio. Se si è deciso di fucilare la palla a spicchi, si sappia che questa è la strada giusta. E non è un discorso circoscritto alla Fortitudo, ma soltanto un sasso di una massicciata mentale bieca e limitata di vedere e intendere le cose. Un assunto secondo il quale per limitare il comportamento inappropriato di un alunno si boccia l’intera scuola. Senza appello. E questa sarebbe l’educazione allo sport di cui ci parlano? Forse varrebbe la pena chiamarla con il suo nome: repressione. E con la repressione non si  è mai andati lontano.

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Calcio

Mistero Bergamini: Cronaca di un suicidio che non è mai accaduto

Luigi Pellicone

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Avrebbe compiuto oggi 56 anni Donato Bergamini, il calciatore del Cosenza la cui misteriosa vicenda era tornata sotto i riflettori dopo che il procuratore Eugenio Facciolla aveva chiesto la riapertura del caso e la riesumazione del corpo del giocatore: l’ipotesi era che Bergamini fosse già morto prima di finire investito da un tir. La nuova perizia ha sancito che la morte avvenne per soffocamento, escludendo di fatto la pista del suicidio.“Io Gioco pulito” ricostruisce i passi salienti di una storia archiviata, ma non dimenticata. 

Sono le 19.00 del 18 novembre del 1989. Roseto Capo Spulico, Calabria, quasi Basilicata.  Sulla statale ionica 106, una delle strade più pericolose d’Italia, giace un corpo senza vita ai bordi della carreggiata. Non è una novità. Questa volta, però, c’è qualcosa di strano. Misterioso. Velenoso. Irrisolto.

Il corpo è di Donato, Denis, Bergamini. Calciatore talentuoso di un Cosenza ambizioso. Leader  tecnico e carismatico di una squadra che lotta per la promozione in serie A. Denis, talento destinato alla massima serie, con o senza il Cosenza, è esanime. Quel che resta, è a pochi metri da un autoarticolato dell’Iveco.

Bergamini si è suicidato. Si è gettato fra le ruote di un camion guidato da Raffaele Pisano. Che non può evitarlo”.

“Suicidio”. O omicidio?

La testimone è solo una. Si chiama Isabella Internò. É la ex fidanzata di Donato Bergamini. Una storia d’amore tormentata iniziata nel 1988. Lui 26enne, lei poco più che maggiorenne. Sullo sfondo, una gravidanza, l’accettazione del figlio, ma il rifiuto dell’uomo di sposarsi. E un presunto aborto. La storia finisce, divorata da incomprensioni. Una rottura dolorosa. Isabella racconta che Denis, dopo la fine della relazione, perde serenità. E decide di farla finita. Secondo la  sua deposizione, il calciatore, dopo l’ennesimo litigio, scende dalla macchina e si butta sotto un camion. Il mezzo lo avrebbe travolto e trascinato per circa 60 metri.

Ipotesi che non ha mai convinto né familiari, né compagni di squadra, né  amici del calciatore.

Anche perchè, nel primo pomeriggio del 18 novembre, Bergamini è al cinema: come sempre, prima di andare in ritiro. Strano, non viaggia mai da solo. Al termine della proiezione, riceve una telefonata.  Un appuntamento. Prende la sua macchina. E sparisce. É l’ultima volta che i compagni lo vedono vivo. Isabella dirà che voleva partire, lasciare tutto. Era diretto verso Taranto, per poi partire verso la Grecia. Strano. Da Taranto, non si parte per la Grecia. Al massimo, da Bari. E comunque, difficile che Bergamini volesse fuggire senza bagaglio e con pochissimo contante….

Il giallo”  prosegue: entra in scena il professor Francesco Maria Avato.  La sua relazione autoptica consta di 25 pagine. É consegnata un mese e mezzo dopo la morte del ragazzo, il 4 gennaio 1990.  “La causa della morte va riferita all’ emorragia iperacuta connessa alla lacerazione pressoché totale dell’iliaca comune destra”. Sul corpo, “fratture multiple del bacino, in particolare del pube e il reinvenimento dei testicoli estrusi dallo scroto, pene parzialmente solidale con i tessuti legamentosi della radice”. Avato sostiene che Bergamini fu schiacciato da una sola ruota del camion quando era già steso sull’asfalto.

Non certo, insomma, trascinato per 60 metri.

Brividi: tutto lascia pensare, oltre all’ ”arrotamento lento”, alla sceneggiatura di un suicido-omicidio.

Qualcuno sapeva. Forse, due magazzinieri del Cosenza: “scompaiono” il 3 giugno 1990 in un incidente stradale sulla statale 106. Strane coincidenze. E la sensazione di una punizione macabra, quanto simbolica, risalente a una Calabria arcaica. A una questione d’onore. Risolta attraverso l’evirazione e il taglio dei testicoli di chi ha “sbagliato”.  E la messa a tacere di chi sapeva troppo.

L’atto firmato dal dottore Avato non è preso in considerazione dal procuratore capo di Castrovillari, Franco Giacomantonio che non giudica incidente probatorio. “Le ferite sono quelle, ma non sono mai emersi fatti che facessero pensare ad un’azione voluta o ad un atto consapevole”. 

La famiglia Bergamini non si arrende. Vuole chiarezza. É innaturale, per un genitore, seppellire un figlio. Se poi alla morte si aggiunge il mistero, diviene insopportabile. Eugenio Gallerano, l’avvocato che si occupa del caso, non molla.

Passano dodici anni.

Il 29 giugno 2011, il caso è riaperto dalla Procura di Castrovillari. L’ipotesi cambia. Cosi come il reato di accusa. Si ridisegna la scena del suicidio.

Il 22 febbraio del 2012 i Ris di Messina depositano presso la Procura della Repubblica di Castrovillari una nuova perizia.

La tesi è che Bergamini non sia stato investito dal camion. E che il corpo sia stato lasciato lì, già esanime. Emergono ulteriori interrogativi. Inquietanti. Se Bergamini si fosse gettato fra le ruote dell’autoarticolato così come ha sempre sostenuto la fidanzata, perché le scarpe sono pulite? Perché catenine, vestiti e orologio sono intatti?  Eppure, un corpo trascinato da un autoarticolato per 60 metri, avrebbe dovuto subire danni consistenti. Invece è pressoché intatto. E pulito. Per la cronaca: quel 18 novembre pioveva a dirotto. Sul corpo di Bergamini, non una traccia di fango.

Il 15 maggio 2013 Isabella Internò è raggiunta da un avviso di garanzia per omicidio volontario.

Nel dicembre 2014 la magistratura chiede l’archiviazione del caso. Non vi sono indizi sufficienti, né assolute certezze per istruire un processo per omicidio volontario. La tesi del suicidio è sempre più debole. La famiglia Bergamini non molla. Prosegue la ricerca, anche se la strada della verità, è sempre più difficile da percorrere. La nuova perizia dona in parte giustizia ai suoi cari. E la storia di Denis è nuovamente ancora tutta da scrivere.

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Calcio

I benefici del Fair Play Finanziario: il calcio europeo vola

Emanuele Sabatino

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Per la prima volta il calcio europeo è in attivo. Nel 2017 il ricavo del mondo pallonaro ha superato i 20 miliardi di euro secondo i dati forniti dalla UEFA.

Le alte sfere della massima federazione calcistica europea hanno ovviamente attribuito questo dato positivo al Fair play finanziario che proprio ieri ha compiuto 9 anni dalla sua introduzione. La regola del pareggio del bilancio, invece  introdotta nel 2011, in quell’anno il calcio europeo subì una perdita di 1.7 miliardi di euro.

Un aumento dei ricavi totali superiore di 1,6 miliardi di euro rispetto all’anno precedente per un profitto, dopo trasferimenti e costi di gestione, parti a 600 milioni di euro. Il calcio europeo ha 711 clubs contando solo le massime serie divise in 54 nazioni, e 27 di esse, pari proprio al 50 % sono in profitto.

Il Fair Play Finanziario è stato introdotto proprio con il proposito di limitare le spese folli dei club ed evitare che i proprietari ricchi potessero comprare il successo distorcendo il mercato trasferimenti. Su questo punto però la strada è ancora molto lunga.

Grazie a questa regola i club che non rispettano le regole rischiano di essere escluse dalle competizioni UEFA, proprio come era successo in prima battuta al Milan, poi riammesso dopo il cambio di proprietà.

Su questi dati si è pronunciato il presidente Ceferin:Il calcio europeo non è mai stato più sano di così. Le regole da noi imposte funzionano alla perfezione. Il Fariplay finanziario previene i piccoli problemi sul nascere prima che diventino gigantesche catastrofi. La Uefa è in prima linea per valutate ed aiutare i club ad uscire dalle difficoltà e rispettare le regole.”

Regole più strette come ad esempio quella che non tutti conoscono che ogni club che spende più di 100 milioni di euro in una finestra di mercato entra automaticamente sotto stato di osservazione.

La Premier League è ovviamente il torneo con più ricavi pari a 5,34 miliardi di euro, con un incremento pari a 452 milioni rispetto alla stagione precedente. Il loro profitto netto è il più alto con  1.19 miliardi di euro.

Il calcio nostrano, la nostra Serie A, ha avuto un incremento dei ricavi pari al 3,7 percento rispetto alla stagione precedente e per la prima volta dopo sette anni consecutivi in perdita è riuscita ad andare in profitto anche se di pochissimo. I ricavi sono pari a poco più di due miliardi di euro, di cui solo il 10% dai botteghini che dovrebbe farci non solo interrogare sullo stato del calcio italiano, su quello degli stati fatiscenti e di proprietà comunale ma soprattutto sulla strategia dei prezzi in netta contrapposizione con la realtà reddituale e lavorativa attuale.

 

 

 

 

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Calcio

Non solo De Laurentiis: quando il presidente fa collezione di squadre

Matteo Luciani

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Nei giorni scorsi, attraverso un articolo di un quotidiano sportivo croato, è rimbalzata anche da noi la notizia che Aurelio De Laurentiis, il vulcanico presidente del Napoli, dopo il recente acquisto anche del fallimentare Bari, sia interessato a rilevare un altro club, questa volta straniero, l’Hajduk di Spalato, gloriosa squadra croata che naviga in acque burrascose travolto da problemi finanziari. Per adesso non c’è niente di concreto, se non una dichiarazione dello stesso AdL che non chiude la porta. Il numero 1 partenopeo non è il solo in Italia, e all’estero, ad essere proprietario di più squadre. I casi più recente sono sicuramente quelli della Red Bull e del gruppo Suning. Il Toro Rosso oltre al Lipsia (del quale formalmente è solo sponsor) e al Salisburgo, è proprietario anche dei New York Red Bulls mentre il colosso cinese al Jiangsu ha aggiunto l’Inter, pur rimanendo il presidente Thohir, già proprietario del Dc United americano e in cordata della proprietà dei Philadelphia 76ers della Nba. Ma la lista dei multiproprietari nel mondo del calcio è molto lunga.

In Italia, per quanto concerne i casi di multiproprietà di squadre militanti in diversi campionati più vicini temporalmente a noi, si staglia la figura di una famiglia su tutti: i Gaucci, proprietari fino al 2001 di Perugia e Viterbese e poi di Perugia e Catania (fino al 2004).

Personaggio decisamente importante nel calcio di casa nostra tra gli anni Novanta e Duemila, anche Franco Sensi fu proprietario di ben tre club: Roma (che condusse allo storico Scudetto del 2001), Palermo (seppur con presidenza lasciata a Sergio D’Antoni) che portò dalla serie C1 alla serie B e poi cedette a Zamparini, ed, infine, Nizza.

Oggi, il caso più eclatante riguarda certamente Claudio Lotito, patron della Lazio dall’estate del 2004 e della Salernitana (condotta, dopo il fallimento, dalla serie D alla serie B) dall’estate del 2011.

Le storie di questo genere, come dicevamo, sono veramente tante. Eccone alcuni esempi.

Prima del clamoroso crac finanziario avvenuto nel 2003, la Parmalat del presidente del Parma Tanzi aveva anche il controllo del Palmeiras, in Brasile dove militò per un periodo uno dei calciatori simbolo dei gialloblu degli anni d’oro: Faustino Asprilla.

Attualmente, invece, in Europa, c’è la ‘nostra’ famiglia Pozzo, proprietaria di Udinese, Watford e, fino a pochi mesi fa, del Granada (ceduto, poi, ai cinesi di Desport).

Un caso che in Inghilterra ha fatto discutere, invece, è quello del proprietario del Manchester City, lo sceicco di Abu Dhabi Mansour, comproprietario di una franchigia della MLS (New York City FC), di una squadra in Australia (Melbourne Heart) e proprietario del 20% di un club giapponese (Yokohama). La causa scatenante delle polemiche riguardò uno dei calciatori più importanti degli ultimi anni: Frank Lampard. Questi, infatti, dopo essere stato scaricato da quel Chelsea in cui aveva trascorso praticamente l’intera vita calcistica, accettò la proposta di New York; qualche mese dopo, però, tornò in Premier League, proprio al City, in prestito dai NYFC. Per molti, in primis il tecnico dell’Arsenal Wenger, si trattò di una furbata per aggirare le regole del Fair Play finanziario e di una mossa pericolosa, che avrebbe potuto aprire scenari preoccupanti per eventuali altri club satellite in futuro (su questa scia, vedasi il caso, mai chiarito del tutto, Chelsea-Vitesse).

La stessa Red Bull è proprietaria di altre due squadre nel mondo: i New York Red Bulls e Red Bull Brazil; ma le multiproprietà nel calcio toccano il proprio apice in un altro territorio: America settentrionale e centrale.

Negli Stati Uniti, anno 2004, viene fondato il C.D. Chivas dallo stesso proprietario del Chivas de Guadalajara messicano e del Deportivo Saprissa in Costa Rica.

In Messico, TV Azteca ha acquistato l’altra squadra di Guadalajara, l’Atlas, che risulta essere la seconda squadra di sua proprietà dopo il Monarcas de Morelia. Televisa, altro colosso televisivo del medesimo paese, è invece proprietario del Necaxa e dell’America. Alle società già citate, si aggiunge America Movil, proprietario del 30% del Grupo Pachuca, che controlla Leon e Pachuca.

Infine, trattasi di partnership e non di multiproprietà per Atletico Madrid e Fiorentina che ‘controllano’ indirettamente squadre indiane (rispettivamente Kolkata e Pune) o per il Parma con l’NK Gorica sloveno.

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