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Calcio

Brasile 2014: la Grande Germania nei Mondiali della contestazione

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Nel 2014 tocca al Brasile tornare a organizzare la fase finale della coppa del mondo. Tutto l’impegno del Paese è legato all’obiettivo di cancellare il ricordo del Maracanazo del 1950 dalla mente dei tifosi locali e del resto del mondo. La squadra è competitiva, una rosa di giocatori maturi con grande esperienza internazionale: Julio Cesar, Maicon, Dani Alves, Marcelo, Thiago Silva, Fernandinho, Paulinho, Fred sono la base di una piramide al cui vertice si posiziona Neymar, ritenuto capace di dare alla Selecao quel colpo di classe imprevedibile e incontenibile necessario per allungare le mani sulla vittoria.

Il processo di avvicinamento al mondiale non è dei più sereni: il governo brasiliano deve fronteggiare numerose manifestazioni di protesta interne sollevatesi contro le ingenti spese stanziate per organizzare il torneo mentre una buona fetta della popolazione deve affrontare i morsi della crisi economica. I lavori, poi, vengono finiti a ridosso dell’inizio del torneo, in alcuni casi in maniera approssimativa, come dimostra il cedimento di un cavalcavia a Belo Horizonte che causa la morte di due persone oltre ad alcuni feriti. Lo show, però, deve andare avanti e proprio a due passi dal sogno di cancellare il Maracanzo, la nazionale verde-oro incappa in una sconfitta di portata colossale, sportivamente molto più pesante di quella accusata sessantaquattro anni prima contro la Celeste di Schiaffino e Ghiggia anche se meno sentita per non essere arrivata in occasione della finale. O, più semplicemente, per avere proporzioni tali da rendere impensabile la possibilità di vincere il mondiale, diminuendo quindi la dimensione del rammarico. L’1-7 rimediato dalla Selecao a Belo Horizonte l’8 luglio batte una serie di record negativi che fanno vergognare Felipe Scolari e i suoi ragazzi che, intontiti dai colpi presi, chiudono al quarto posto perdendo male anche la finalina contro l’Olanda. E’ la Germania a salire per la quarta volta sul tetto del mondo, vincendo la tenace resistenza di un’Argentina che non riesce a trovare in Leo Messi il genio della lampada capace di trascinarla dove manca da tanto tempo. La squadra di Low vince sei partite su sette, lasciando sul campo l’impressione di una squadra solida, capace di combinare al meglio qualità tecnica e forza fisica.

Una mesta parentesi meritano gli azzurri di Prandelli, incapaci per la seconda volta di fila di superare il girone eliminatorio, pur avendo cominciato bene l’avventura con una buona vittoria ottenuta contro l’Inghilterra. La sconfitta con la sorprendente Costa Rica ci costringe a non dover perdere contro l’Uruguay di Mastro Tabarez e del duo delle meraviglie Suarez-Cavani. La disfatta, invece, puntualmente arriva, seppur intrisa di recriminazioni legittime: una severa espulsione di Marchisio lascia l’Italia in dieci a mezz’ora dalla fine mentre un morso cannibale del Pistolero Suarez a Chiellini, nell’ultimo mondiale senza VAR, rimane impunito nel corso della partita. L’eliminazione istantanea sembra diventata uno standard nelle performance della nazionale. Prandelli e il presidente federale Abete ne traggono le dovute conseguenze, lasciando ad altri il compito di riportare ai livelli che gli competono un calcio che sembra destinato a vivere uno dei periodi più bui della sua storia.



I RISULTATI

Leggi tutti i risultati dei Mondiali di Brasile 2014

LE CURIOSITA’

Il Gotha del calcio

La ventesima edizione della coppa del mondo si presenta tirata a lucido: come già avvenuto anche in Sudafrica quattro anni prima, alla fase finale in Brasile partecipano tutte le nazionali che hanno scritto il loro nome nell’albo d’oro dei vincitori. In ordine strettamente cronologico si tratta di: Uruguay, Italia, Germania, Brasile, Inghilterra, Argentina, Francia e Spagna.

Largo alla tecnologia

Brasile 2014 passa agli annali come il primo campionato del mondo nel quale viene utilizzata la goal line technology. Sperimentata con successo nella Confederations Cup 2013, questa tecnologia consente agli arbitri di ricevere una segnalazione acustica quando il pallone oltrepassa completamente la linea di porta, secondo i termini richiesti dal regolamento. Per ottenere tale effetto, è necessario che il pallone di gara sia dotato di un microchip che, nel momento in cui la sfera varca la linea di porta, invii il segnale al direttore di gara.

Il time-out

Data per certi versi storica quella del 29 giugno 2014: nella partita Olanda-Messico, valida per gli ottavi di finale, venne fischiato per la prima volta il time-out durante una partita dei mondiali. A causa delle alte temperature, infatti, la FIFA aveva stabilito che, nelle partite con inizio alle ore 13 locali, l’arbitro avrebbe potuto decidere di sospendere le gare per tre o quattro minuti alla mezz’ora di ciascun tempo di gioco, per consentire ai giocatori di idratarsi e recuperare energie. Una disposizione che veniva incontro alle esigenze dei calciatori, messi in passato a dura prova quando costretti a scendere in campo con temperature troppo elevate in funzione delle esigenze televisive.

Il morso di Suarez

Finisce anzitempo il mondiale per Luis Suarez, attaccante dell’Uruguay che, nella partita decisiva contro l’Italia, morde Giorgio Chiellini senza che l’infrazione venga rilevata dall’arbitro. Suarez può finire la gara ma non sfugge alle sanzioni della FIFA che, dopo il gesto inconsulto, lo squalifica per le successive nove partite della nazionale e per quattro mesi da ogni attività calcistica, oltre a multarlo di una cifra pari a 100.000 franchi svizzeri. Non è la prima volta che Suarez cade vittima di questa “particolare” abitudine: nella stagione precedente, infatti, era stato costretto a saltare sei partite col suo club di appartenenza, il Liverpool, per scontare una squalifica conseguita per lo stesso motivo.

Schiuma e barriere

Dopo un periodo di sperimentazione, nei mondiali del 2014 la FIFA autorizzò l’utilizzo da parte degli arbitri di una schiuma dissolvente che i direttori di gara avrebbero potuto usare per segnalare la linea di demarcazione oltre la quale, ai giocatori in barriera sui calci di punizione, non sarebbe stato consentito avanzare. La novità si rivelò efficace, riducendo i tentativi dei calciatori di accorciare la distanza dal punto di battuta e consentendo agli arbitri di intercettare eventuali infrazioni in materia nei momenti in cui davano le spalle agli uomini della barriera.

Top scorer

Aria di festa negli spogliatoi della Germania, non solo per la vittoria della coppa del mondo. Miroslav Klose, infatti, con i due gol segnati durante la competizione stabilisce il record di miglior marcatore di sempre nelle fasi finali della coppa del mondo con sedici gol, superando il brasiliano Ronaldo. Non è il solo record che Klose stabilisce, visto che eguaglia anche quello di quattro edizioni consecutive dei mondiali con almeno una rete all’attivo, come Pelè e Uwe Seeler.  Altro dato di rilievo: ogni volta che ha segnato con la nazionale, la Germania non ha perso.

Non solo campioni

La nazionale verde-oro scende in campo per riuscire a vincere la sua sesta coppa del mondo: in qualità di paese ospitante e con la stella Neymar pronta a consacrarsi, l’aspettativa sembra ben riposta. Almeno fino all’approdo alle semifinali, quando la Selecao va incontro a una debacle che al confronto il Maracanazo del 1950 impallidisce. La sconfitta rimediata contro i futuri campioni della Germania (1-7) raccoglie una serie di record che, anche nelle successive edizioni, sarà difficile eguagliare: maggior passivo mai patito da una nazionale ospitante; maggior numero di gol subiti in una sola partita dalla rappresentativa del paese organizzatore; più alta differenza reti mai avuta in una semifinale. Inoltre, il parziale di 0-5 accusato alla fine del primo tempo è il maggior scarto mai registrato in un match a eliminazione diretta. La miglior condizione dei tedeschi e, probabilmente, la non ottimale gestione della pressione, portarono il Brasile a comparire anche nell’albo dei record negativi della coppa del mondo.     

LA FINALE

Cinque mondiali nella bacheca virtuale della finale di Brasile 2014: ai tre della Germania rispondono i due conquistati dall’Albiceleste, che ha quindi la possibilità di raggiungere i tedeschi nell’albo d’oro. Le due nazionali arrivano con modalità differenti all’appuntamento decisivo: i ragazzi di Low hanno fatto fuoco e fiamme devastando il Brasile con un 7-1 di proporzioni bibliche mentre Messi e compagni, nel remake della finale del 1978, sono riusciti a dare la spallata definitiva all’Olanda solo ai calci di rigore. Anche Argentina-Germania è il remake di un’altra partita epica per i sudamericani: quella della vittoria dell’86 in Messico. Allora fu Maradona a prendere per mano una nazionale di valore ordinario. Oggi tocca a Messi dimostrare di essere il degno erede del Pibe de Oro. Per i tedeschi vale il positivo ricordo di Italia 90.

Si comincia, senza troppe reverenze, con due squadre che provano a creare le proprie occasioni evitando di prestare il fianco alle offensive avversarie. Sui piedi di Higuain e la testa di Hoewedes capitano le occasioni più clamorose dei tempi di gioco: il centravanti argentino spreca malamente la fortuna di un retropassaggio malriuscito della retroguardia tedesca mettendo a lato di Neuer la sua conclusione, mentre il colpo di testa su calcio d’angolo del difensore dello Schalke 04 trova nel palo alla sinistra di Romero un ostacolo insormontabile. Si arriva così ai supplementari di una partita che non è noiosa ma, nonostante le occasioni, non riesce a trovare il colpo del tie-break fino al 113° minuto quando Mario Goetze, subentrato a Miro Klose a due minuti dal 90°, raccoglie un cross dalla sinistra, stoppa di petto a seguire e insacca con un diagonale incrociato che abbatte i sogni di gloria di tutti gli argentini che, come già a Montevideo nel 1930, avevano raggiunto Rio de Janeiro con tutti i mezzi a disposizione per riuscire a festeggiare un mondiale in casa d’altri. La Germania è la prima squadra europea a vincere una coppa del mondo nel continente americano.

I PROTAGONISTI

Lionel Messi – E’ lui l’emblema dell’Argentina finalista che nemmeno in Brasile riesce a tornare a vincere per interrompere un digiuno che dura dall’ormai lontano 1993, quando l’Albiceleste conquistò la sua ultima Coppa America. La Pulce, unico vero antagonista contemporaneo di Cristiano Ronaldo e, quanto al passato, di Diego Armando Maradona, nel 2014, al suo terzo mondiale, comincia col piede giusto: quattro gol nel girone eliminatorio, giocate fluide ai livelli di quelle sciorinate abitualmente indossando la maglia blaugrana, sembrano proiettarlo verso un torneo finalmente all’altezza delle aspettative che lo circondavano già in Sud Africa quattro anni prima. L’opinione pubblica mondiale ansima per vederlo sollevare la coppa del mondo come fece il suo celeberrimo connazionale in Messico nel 1986: è l’unica cosa che manca allo sterminato palmares di Leo per documentare definitivamente la legittimità delle affermazioni che lo riconoscono come unico erede del Pibe de Oro. In Argentina, poi, l’attesa è amplificata dalla quasi inspiegabile mancanza di vittorie a livello internazionale che si protrae da un ventennio. Quando, al fischio di chiusura del mondiale, l’onnipotente Germania lo getta nel burrone degli sconfitti, le domande amletiche relative al livello di grandezza sul quale Messi vada posizionato tornano prepotentemente alla ribalta, allungando i propri strascichi anche ai nostri giorni senza che abbiano trovato una risposta definitiva, che probabilmente solo la storia riuscirà a dare.

Manuel Neuer – Tra la fine degli anni Settanta e i primi Ottanta, nella cultura popolare aveva preso piede la fantasia di immaginare come sarebbero stati gli inizi del nuovo millennio. Astronavi, vite su altri mondi, ambienti urbani reimpostati alla luce di tendenze di là da venire riempivano pagine di libri, programmi televisivi e pellicole cinematografiche. Anche per il calcio si ipotizzava il prototipo del calciatore degli anni Duemila senza immaginare che avrebbe indossato maniche lunghe anche d’estate e guantoni alle mani. Si, perché se si deve pensare a chi ha maggiormente stravolto il modo di interpretare un ruolo di campo nei primi anni del nuovo secolo, non si può non pensare a Manuel Neuer, il portiere della Germania campione del mondo 2014. Qualcosa di più di un ottimo portiere: un atleta completo, un calciatore a tutto tondo, imperforabile tra i pali e capace di disimpegni anche fuori dall’area di rigore degni di un regista arretrato. Nonostante un fisico imponente (193 centimetri per 92 chili) è dotato di un’agilità nei movimenti inusuale, anche se la peculiarità che lo rende unico e atipico è la capacità di giocare coi piedi il pallone. Un elemento di tranquillità per tutto il reparto arretrato che, in nazionale come nel Bayern Monaco, trova in lui un riferimento determinante nell’alzare la linea difensiva a ridosso del centrocampo e nel disbrigo del palleggio d’impostazione quando gli attaccanti avversari esercitano il pressing alto. Non è un caso che il selezionatore tedesco Low nutre la convinzione che Manuel potrebbe giocare tranquillamente a centrocampo. Insomma, un mix di qualità che trasmettono a Neuer una leadership quasi sfrontata, determinante nel costruire la mentalità vincente della Germania campione 2014.

 

 

Giornalista e scrittore, coltiva da sempre due grandi passioni: la letteratura e lo sport, che pratica applicandosi a diverse discipline, su tutte calcio a otto e corsa sulle lunghe distanze. Collabora con case editrici e redazioni giornalistiche ed è opinionista sportivo a Goal di Notte, quarantennale trasmissione calcistica condotta da Michele Plastino.

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