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Storie dell'altro mondo

Boxe e arte: il dadaismo di Omar Hassan

Federico Corona

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Pugni, violenti e precisi. Tecnici. Raffiche di montanti, diretti e jab, che si schiantano su tela carichi di vernice colorata. Il risultato è un’opera d’arte fatta di decine e decine di cerchi colorati, impronte di guantoni che colano fino ai piedi della tela come sudore che fluisce sul volto di un pugile sul ring. Si chiama “breaking through” la forma d’arte che Omar Hassan, 28enne milanese dalle mani di piombo e il sorriso lucente ha ideato dopo una vita nel segno del pugilato e della pittura. “Breaking through”, letteralmente: “rompere attraverso”, eppure i suoi pugni più che demolire, creano: “è una metafora: abbattere le barriere artistiche attraverso la boxe”, spiega Omar.

Nato da madre italiana e cristiana e padre egiziano e musulmano, che hanno generato in lui una dicotomia esistenziale e artistica, e che non finirà mai di ringraziare perché “grazie a loro ho una visione più ampia delle cose, che si riflette anche nella mia arte”, Omar ha cominciato imbrattando muri e treni in corsa con tag e murales accompagnando amici writers della zona est di Milano, dove è cresciuto e si è formato più come uomo che come artista, perché “quell’adrenalina che spingeva i miei amici a dipingere non mi coinvolgeva, non faceva per me”.

Quei fuggevoli spruzzi di bomboletta non erano abbastanza, Omar voleva di più. E la vocazione artistica che sentiva dentro scalciava sempre più forte, ma non voleva venire fuori in maniera clandestina, voleva essere cullata e cresciuta con amore e dedizione. Poi la morte di Marco, fratello di quartiere travolto da uno dei tanti treni che dipingeva, ultima fermata di una vita all’insegna del rischio. Un diretto al cuore che manda Omar al tappeto. Ma quel dolore così inaspettato e lacerante si trasforma in spinta decisiva per partorire la sua arte: “sentivo che gli dovevo qualcosa, gli ero riconoscente”.

Decide di iscriversi all’Accademia delle Belle arti di Brera, ed è qui, studiando Manzoni, Pollock e Fontana, che avverte la necessità di cercare un gesto pittorico che lo raccontasse. Lo trova nel “pallino che cola”, lo spruzzo primordiale, quello che ogni street artist è obbligato a fare prima di iniziare un lavoro con la bomboletta e che diventa il suo tratto distintivo: “uso i pallini perché sono la prima lettera dell’alfabeto della cultura street”. Migliaia e migliaia di pallini colorati che Omar realizza ovunque, partendo da muri e passando per calchi in gesso raffiguranti vittorie alate e veneri mutile, scarti di discarica e objects trouvés, fino a riportarli su tela, come una vero dadaista che sovverte ogni codice artistico e culturale.

Ma parallelamente all’arte c’era anche la boxe, eccome se c’era la boxe. A 16 anni Omar è un vero e proprio portento del pugilato e, proprio come con l’arte, con la boxe ha un approccio intimo, cogliendone immediatamente il lato filosofico: “l’arte è la perfetta metafora della vita: combattere, da solo, per rimanere in piedi”. Potente come un tuono e veloce come una farfalla, sul ring stende chiunque. A prenderlo sotto i suoi insegnamenti è il grande maestro Ottavio Tazzi, per tutti “il nonno”, che dopo aver allenato otto campioni del mondo tra i quali Rocky Mattioli e Giacobbe Fragomeni, si trova tra le mani questo ragazzino prodigio, accorgendosi subito che in lui c’è qualcosa di speciale. Ad attenderlo c’erano già Clemente Russo e i guantoni della nazionale, ma i sogni di gloria di Omar durano il tempo di qualche visita agonistica, quelle che alla voce “diabete” impongono senza riserva lo stop obbligato dall’attività. La sua carriera si chiude dopo 18 incontri amichevoli, dai quali solo una volta è uscito sconfitto.

Dalla legge della medicina sportiva non si può difendere, contro l’eccessivo glucosio il suo spirito guerriero non può nulla. Ancora oggi, le parole di Tazzi gli rimbombano nella testa: “La boxe ti riesce come camminare, ma non la puoi fare. Metti le tue qualità a disposizione degli altri”.

Così Omar inizia a insegnare e fare da sparring partner a giovani pugili che ancora possono coltivare quel sogno che lui ha dovuto abbandonare, mettendoli sempre a disagio perché puntualmente meno bravi di lui. Il dolore, nel frattempo, diventa arte. Ancora una volta. Quei pallini che aveva cominciato a sviluppare diventano il riverbero della sua malattia: “dipingevo 5 pallini al giorno, equivalenti alle mie insuline”.

Il tempo passa, e per Tazzi, ormai vecchio e stanco, suona l’ultima campanella. Lì, sul letto di morte, nonostante l’eredità e gli insegnamenti di boxe e di vita che per 70 anni ha dispensato a tanti pugili e uomini, a tenergli la mano fino alla fine c’è Omar, quel ragazzo che più di tutti, forse, il “nonno” avrebbe voluto vedere con una medaglia d’oro al collo. Per Omar è un altro addio difficile, ma anche un nuovo momento di svolta. L’ultimo respiro di Tazzi è il lascito che lo convince a declinare la boxe all’arte, e intrecciare così i due fili della sua vita.

È il 2009, e Omar comincia a sviluppare la sua idea del “breaking through”, con qualche indugio. La paura del giudizio di chi non avrebbe compreso e apprezzato la fusione di questi due mondi, e l’intenzione di portare un concetto, quello dello sport, nell’arte, lo spaventa. Non che questo fosse un binomio inesplorato, da “Le boxeur” dipinto da Alberto Savinio negli anni Venti a Guttuso e i suoi cicli pittorici sulle varie discipline sportive, sono tanti i riferimenti dell’arte allo sport. Ma nel caso di Omar la questione è diversa: lo sport, invece che essere rappresentato nell’arte, diventa mezzo per generare arte. Un vero e proprio “mariage des muscles et d’ésprit”, per dirla con Pierre De Coubertin. Gli chiedo di associare un pugile a un artista e sta al gioco: “Muhammad Ali e Amedeo Modigliani, per la loro sana sfrontatezza. Anche Tyson e Lynch è un accostamento suggestivo”, come a volere dire che un ponte fra le due cose c’è, e non è nemmeno troppo immaginario.

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Passeranno sei anni prima che riesca a spogliarsi del tutto di quella paura: è il 2015, e Omar espone per la prima volta in pubblico la sua arte visionaria, frutto della sua esperienza di vita, in una mostra alla galleria di arte moderna Contini Art Uk di Londra, tra lo stupore del curatore e di tutti i presenti che assistono dal vivo alla creazione del suo “breaking through”.

Dopo quell’evento, Omar ha esposto le sue opere a Miami, Singapore, Londra, Tokyo, e oggi i suoi pugni colorati sono richiesti in ogni angolo del mondo. Ad aprile si esibirà in una performance al Pirellone di Milano, dove tra gli invitati pare ci sia Salvini: “spero di no, non vorrei che mi scappasse un pugno”.

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12 Commenti

12 Comments

  1. andrea

    gennaio 29, 2016 at 12:41 pm

    Articolo bellissimo e rubrica interessantissima.
    complimenti

  2. Francesco

    gennaio 29, 2016 at 11:38 pm

    Che storia!
    Amo lo sport, la cultura e l’essere umano. Spero proprio che questa rubrica possa avere lunga vita.
    Gran bella idea!
    Non vedo l’ora di leggere il prossimo racconto.

  3. giovanni

    gennaio 30, 2016 at 7:50 am

    Bella storia, raccontata con calore e passione dalla penna magica di Federico Corona

  4. Federica

    gennaio 30, 2016 at 2:05 pm

    Contenuti raccontati con grande espressivita’. E’ un binomio che merita, quello dell’arte e dello sport, e raccontandolo cosi e’ stato meritatamente esaltato.

  5. Riccardo

    gennaio 30, 2016 at 5:51 pm

    Salvini invitato numero uno

  6. elzevier

    febbraio 1, 2016 at 4:35 pm

    Federico Corona è una piacevole rivelazione in punta di penna. Complimenti

  7. c.a.

    febbraio 3, 2016 at 6:42 pm

    veramente bello, di in’intensità emotiva notevole. Grande Federico.

  8. Marco

    febbraio 3, 2016 at 7:54 pm

    Coinvolgimento emotivo molto intenso ed articolo scritto con gusto e stile inconfondibile . Bravo Federico . Marco

  9. Luana

    febbraio 7, 2016 at 9:49 am

    Grande amico e grande artista! Un bellissimo articolo che rispecchia la tua personalità e l amore che hai verso il prossimo. Sei un grande Omar ??

  10. Alessio

    febbraio 7, 2016 at 2:58 pm

    Notevole Omar. Non si può che augurarti ogni bene.

  11. Marco

    febbraio 7, 2016 at 3:46 pm

    Grande Mido!

  12. Silvia

    febbraio 10, 2016 at 12:35 pm

    Una grande persona, un grande artista, con tutta la vita davanti per continuare ad esprimersi e a mostrarci le sue opere piene della sua personalità e del suo amore per le persone e per l’arte.
    S.

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Calcio

La Strage allo Stadio Lenin di Mosca e l’insabbiamento del regime

Lorenzo Martini

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Il 20 Ottobre 1982 allo Stadio Lenin di Mosca una tragedia colpì il mondo del pallone. Durante una partita di Coppa Uefa 66 persone persero la vita. Una strage paragonabile all’Heysel, ma che a differenza di quest’ultima sappiamo poco perchè intervenne il Regime a nascondere tutto.

Da anni il problema della sicurezza negli stadi è uno dei temi che più sta a cuore agli organismi sportivi nazionali e internazionali. Controlli serrati all’entrata, le contestate tessere del tifoso, i DASPO e tanti altri provvedimenti sono stati gli strumenti principali per rendere gli stadi più vivibili e sicuri.

Purtroppo, però, le azioni intraprese dallo Stato sono state adottate in maniera poco strutturata e organizzata, andando a colpire spesso solo i tifosi, tralasciando gli aspetti legati alla manutenzione e alla messa in sicurezza degli impianti. Le ripercussioni conseguenti a questa incapacità gestionale hanno sfociato, in molti casi, in disordini, tafferugli e persino vittime. Tali fatti di cronaca hanno amaramente campeggiato su tutti i giornali nazionali, causando un totale oscuramento del calcio giocato per dare spazio a episodi di violenza che non avremmo mai voluto vedere.

Ma come veniva affrontato questo tema più di trent’anni fa, quando l’ambiente stadio e i problemi ad esso associati avevano una risonanza mediatica completamente diversa?

Quella del 20 ottobre 1982 è una data chiave per capire come una tematica simile fosse tutt’altro che prioritaria. Quella sera si disputava la partita di andata di sedicesimi di Coppa Uefa tra i padroni di casa dello Spartak Mosca e gli olandesi dell’HFC Harlem. Allo Stadio Centrale Lenin di Mosca – oggi stadio Luzhniki – erano accorsi oltre 15mila tifosi, malgrado gli oltre 10 gradi sotto zero. Questo perché lo Spartak era la squadra rappresentativa del popolino, della gente umile che si animava per le giocate dei proprio beniamini, contrapposta al Lokomotiv, la squadra dei ferrovieri, alla Dinamo e al CSKA, con cui si identificavano le forze di polizia.

A causa del ghiaccio, alcuni settori dello stadio non erano agibili e tutti gli spettatori erano stati disposti nella Tribuna Est, che era stato sistemato all’ultimo alla bell’e buona. Questa scelta era stata anche apprezzata dai tifosi moscoviti, visto che la maggior parte di loro – soprattutto operai e studenti – avevano preso la metro per arrivare allo stadio e la fermata dava proprio sulla Tribuna Est.

Dopo 16 minuti dal fischio di inizio, è lo Spartak ad andare in vantaggio, grazie ad un gol di Edgar Gess. Poi la partita scorre lenta e monotona, anche a causa delle pessime condizioni climatiche e del campo. Con la partita in stallo, verso l’ottantesimo molti tifosi moscoviti, allora, decidono di abbandonare lo stadio, così da non trovare file o intoppi alla metro. Sembrerebbe una tranquilla serata di calcio come tante altre, quando all’85 il difensore Sergei Shvetsov  sigla il definitivo 2 a 0: la gente, accalcata sulle scale per l’unica uscita, sente l’esultanza proveniente dalle tribune e quindi in molti decidono di tornare indietro, venendo però bloccati dalla polizia.

E’ una bolgia.

 Ma il peggio ancora deve venire. Infatti, mentre la persone restano imbottigliate tra le scale, spintonate a destra e a manca, accade l’imprevedibile: inadatte a sopportare un peso simili, le scale cedono di schianto. E’ una carneficina.

Alla fine il bilancio ufficiale è di 66 morti e 61 feriti, anche se, secondo alcune fonti, le vittime sarebbero addirittura 300. Il tutto a causa, non solo del crollo delle scale e della calca che si era generata, ma anche perchè le milizie erano tutt’altro che preparate per un intervento immediato e i soccorsi arrivarono con molto ritardo. La totale disorganizzazione della polizia provocò inoltre problemi nell’uscita degli altri spettatori ancora sugli spalti, che rimasero a lungo intrappolati nello stadio.

Al contrario, la polizia fu tutt’altro che disorganizzata nell’insabbiare tutta la vicenda. Appena terminato l’incontro, mentre ancora si cercava di capire l’entità dell’incidente, le due squadre vennero sbrigativamente allontanate dallo stadio. Il giorno seguente sul giornale “Il Vespro di Mosca” riportò che nello stadio Lenin “c’erano stati degli incidenti che avevano comportato lesioni a qualche tifoso”. Una rilettura totalmente distorta di ciò che era avvenuto.

Nei giorni successivi, i rapporti ufficiali sulla vicenda non sono per nulla chiari e omettono di spiegare la gravità dell’incidente. Come capro espiatorio viene identificato un tale Panchickin, il custode dello stadio, che viene ritenuto il responsabile delle precarie condizioni dell’impianto e viene condannato a 18 mesi di lavori forzati.

Perché tutto questo? Perché di mezzo c’è la politica. Breznev, ormai malato e sul punto di lasciare la guida della Russia, voleva che comunque l’Unione Sovietica avesse dato ancora un’immagine di sé forte e invincibile, lontano da qualsiasi debolezza. Uno scandalo come quello dello stadio Lenin sarebbe inaccettabile, ed è  per questo che viene dato inizio ad un’autentica campagna di disinformazione. Pur di non apparire una nazione in declino e lontana dalle superpotenze mondiali, si cerca di nascondere tutto.

Solo anni dopo, il nuovo segretario del PCUS Jurii Andropov ordinò un’inchiesta sul disastro avvenuto e vennero riportati alla luce molti dettagli e aspetti della vicenda che erano stati celati. Eppure il tentativo di insabbiamento durò ancora per anni e alcuni decessi furono tenuti nascosti dalle alte sfere del Cremlino.

Oggi lo stadio Luzhniki è uno stadio all’avanguardia, cinque stelle nel ranking UEFA, ed è uno degli impianti più sicuri al mondo. Eppure quelle 66 persone sono morte proprio su quegli spalti, a causa dell’incuria e dell’inesistente manutenzione della struttura.

 “Non avrei mai voluto segnare quel gol.”

Molti giorni dopo il tragico evento, furono queste le dichiarazioni del difensore Sergei Shvetsov, autore del raddoppio dello Spartak Mosca. Si sentiva responsabile di quanto era accaduto.

Ed è proprio per questo che il tema della sicurezza negli stadi deve essere affrontato con sempre maggiore attenzione e determinazione. Perché un momento di gioia sportiva non può e non deve essere mai la causa di una strage di vittime innocenti.

 

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Calcio

Ranieri, il Leicester e lo zampino di Santa Rita, protettrice dei casi impossibili

Andrea Corti

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Compie oggi 67 anni Claudio Ranieri, attuale allenatore del Nantes, che verrà per sempre ricordato come colui che ha compiuto una delle imprese più belle della storia del calcio, quella del Leicester Campione d’Inghilterra. Una vittoria miracolosa, non a caso collegata ad un fattore divino che vi raccontiamo.

I gol di Vardy, ovviamente. I dribbling di Mahrez e la parate di Kasper Schmeichel, of course. E la tanta saggezza di mister Ranieri in panchina, nemmeno a dirlo. Ma a dare una grande mano al Leicester laureatosi clamorosamente campione d’Inghilterra nel 2016 potrebbe essere stato anche un fattore decisamente insospettabile: “Da anni Ranieri è devoto a Santa Rita – ci raccontò Claudia Mannelli nel ristorante ‘La Porrina’ di Roccaporena, gestito dalla sua famiglia da generazioni -, e credo ci sia lo zampino della protettrice degli impossibili nello scudetto che ha vinto”.

Siamo in Umbria, nel pieno della Valnerina, a pochi minuti da Cascia. Roccaporena è un paese tanto piccolo quanto grazioso, adagiato alla base di una piccola conca e abitato da poco più di 50 persone. In questo luogo è nata nel XIV secolo Santa Rita, passata alla storia per essere la patrona dei casi impossibili e disperati, e proprio qui Claudio Ranieri negli ultimi trent’anni ha portato molte delle sue squadre in ritiro pre-campionato. Il cuore pulsante di Roccaporena è il centro sportivo, gestito fino a poco tempo fa dal Rettore dell’Opera di Santa Rita, don Sante Quintiliani, scomparso nel 2017, con cui Ranieri aveva costruito negli anni una solida amicizia. L’Opera accoglie ormai da decenni orfani e ragazzi provenienti da famiglie difficili, che nelle scorse estati hanno potuto ammirare da vicino fior di campioni. Sul bel campo di calcio si sono allenati, tra gli altri, il Chelsea di Zola e Desailly e la Fiorentina di Batistuta e Rui Costa. Ogni volta che una squadra del tecnico testaccino ha fatto tappa qui è stata organizzata una sfida amichevole contro una selezione locale: “Tutte le volte abbiamo preso belle ‘imbarcate’ – ci racconta Luca Rasi -, ma ci siamo sempre divertiti e qualche volta siamo anche riusciti a segnare!”.

Al centro di Roccaporena c’è lo Scoglio di Santa Rita, piccolo promontorio sulla sommità del quale la Santa andava a pregare e ora c’è un santuario a lei dedicato. Tra gli allenamenti che Ranieri faceva fare alle sue squadre c’era anche la salita e la discesa di corsa di questa ripida scalinata: “Normalmente ci vogliono 20 minuti per arrivare su, – continua Rasi -, ma i giocatori impiegavano al massimo cinque minuti…”. Chiaramente questa piccola comunità ricorda ancora con stupore i giorni caotici in cui folle di tifosi invadevano gioiosamente la loro quiete: “All’epoca in cui qui veniva la Fiorentina – assicura Enrico Di Curzio, il direttore dell’hotel dove soggiornano le squadre – facevo salire Batistuta sulla mia Panda per evitare di farlo andare al campo di allenamento a piedi, e per fare un tratto di strada per il quale solitamente ci vogliono due minuti ce ne mettevamo trenta a causa dei tifosi che bloccavano il percorso”. Non mancano poi gli aneddoti: “Qui c’è poco da fare – spiega Rasi -, al massimo ci sono i bar: mi ricordo che i giocatori del Chelsea bevevano come matti!”. Inevitabile poi qualche ‘scappatella’: “I giocatori durante il ritiro sono sottoposti a una dieta ferrea – ricorda Claudia -, e spesso venivano nel mio ristorante per mangiare di nascosto dall’allenatore. Mi ricordo che una volta Ranieri stava per entrare e i ragazzi sono scappati dalla finestra nel retro!”.

Ovviamente nella vittoria della Premier non è intervenuta la mano divina, quel che è certo è che la sua devozione per la protettrice dei casi impossibili gli ha quantomeno portato bene nel realizzare quella che è da più parti considerata la più grande impresa dello sport inglese, che a molti ha ricordato le vittorie del Nottingham Forest di Brian Clough, regalando una boccata di ossigeno a chi si ostina a non arrendersi alla logica del calcio moderno in cui dominano le regole dello show business.

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Calcio

Truffe e affini: quando lo Sportivo è vittima di raggiro

Emanuele Sabatino

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Il detto parla di gallina dalle uova d’oro ma se ribaltiamo il sesso possiamo tranquillamente parlare del pollo dalle uova d’oro. Il pollo in questione è il calciatore, o atleta di successo in generale, spesso miliardario in giovane età, improvvisamente o quasi, contornato da persone che gli vogliono bene ma anche da falsi cortesi che salgono sul carro del vincitore, di chi nella vita ce l’ha fatta e ha un bel po’ di grana. Indifeso e sprovveduto corre spesso il rischio di fidarsi troppo buttando alle ortiche gran parte della propria fortuna monetaria. Di seguito una carrellata di casi in cui i poveri atleti sono stati vittime di truffe e raggiri più un paio di chicche extra.

ALESSANDRO GAMBERINI

Ultimo in ordine cronologico la truffa ai danni dell’ex giocatore della Fiorentina Alessandro Gamberini che sarebbe stato raggirato da due suoi ex amici di Prato ed un banchiere per una cifra intorno al milione e seicento mila euro. Gamberini credeva di aver investito 1 milione di euro in un fondo obbligazionario al 3% (era scontento della gestione della banca precedente che gli fruttava solo lo 0,7% annuo), rivelatosi inesistente, e gli altri 620.000 in una fideiussione che non si ricordava neanche di aver firmato. Questi soldi sono stati usati dai due truffatori per coprire i loro debiti e comprare delle case. Ora dopo la deposizione in tribunale è in attesa che la giustizia faccia il suo corso.

MACCHINE PAGATE E MAI ACQUISTATE

Cosa hanno in comune Mexes, Ferrari, Zotti e Vucinic? Oltre ad aver militato nella Roma, gli stessi sono stati truffati da un concessionario della capitale che vendeva le auto, incassava i soldi ma non era in grado di fare il passaggio di proprietà perché queste ultime non erano di proprietà del concessionario ma in leasing. Scoperta fatta dalle forze dell’ordine in seguito alla denuncia di uno dei tanti comuni cittadini raggirati.

QUELLA PORSCHE FANTASMA

Stessa città, Roma, sempre una concessionaria. Sorte malevole è toccata anche ai calciatori Giorgio Venturin ed Andrea Silenzi che hanno comprato una porsche da 200 mila euro ma che non hanno mai visto dal vivo. Per loro una doppia beffa: oltre a non guidare mai la supercar anche l’archiviazione del caso da parte del giudice e addio soldi.

IL MADOFF DEI PARIOLI

Vittime del più classico degli schema Ponzi sono stati i due calciatori ex Roma Stefano Desideri e Ruggero Rizzitelli che hanno mal riposto i loro soldi nella mani (bucate) di Gianfranco Lande detto “Il Madoff dei Parioli”. Garantiva investimenti con ritorni incredibili nel corto-medio termine e riusciva a pagare tutti fintanto che riusciva a portare soldi nuovi dentro il suo schema. Una volta saturo è scappato con la cassa. Rizzitelli ha perso circa 3 milioni di euro. Lande è stato condannato a 5 anni e mezzo di carcere, già scontati, per un ammontare di soldi rubati pari a 170 milioni di euro ma c’è chi giura siano molti di più.

MAMMA HO PERSO L’AEREO

Dall’erba al parquet il discorso non cambia. Anche un grande campione come Scottie Pippen è stato truffato alla grande. L’ex stella degli imbattibili Bulls di MJ ha comprato un aereo, rivelatosi poi rotto, per 4 milioni di dollari. Oltre il danno anche la beffa: per riparare ha dovuto spendere un milione di dollari aggiuntivo.

SE TI TRUFFA ANCHE LO STATO

Quante volte abbiamo sentito parlare della Spagna come il paradiso fiscale per i giocatori che lì pagavano meno tasse? Fu proprio Galliani a dire anni fa, prima che la situazione cambiasse, che non c’era partita perché la fiscalità spagnola a parità di offerta era sempre la metà preferita dai calciatori.

In Spagna però le cose sono cambiate ed i calciatori che pagano in Spagna il 50% di tasse, una volta venduti all’estero e cambiando la residenza fiscale abbattono l’aliquota fino al 20%. La differenza deve tornare nelle casse dei contribuenti. Non è stato così però per alcuni calciatori come ad esempio Sahin ai tempo del Real, Salvio con l’Atletico Madrid e Zapata con il Villarreal che una volta cambiato squadra e lasciata la Spagna non hanno ricevuto nulla. Dove finivano i soldi? Su un conto off-shore intestato ad un’ispettrice del dipartimento fiscale spagnolo. Il piano era perfetto perché in teoria i calciatori ignari del vantaggio fiscale non avrebbero mai preteso la cifra. Peccato per lei che alcuni calciatori sono sprovveduti ma altri si affidano a fior di professionisti per pagare meno tasse e avere vantaggi economici in continuazione (come il trasferimento di Ronaldo alla Juve).

TRUFFARE UNA FEDERAZIONE

Dovrebbe vincere il premio di truffatore del millennio. Il personaggio in questione è Wilson Perumal ora in carcere ma prima una delle persone più potenti ed influenti del calcioscommesse mondiale. Cosa faceva? Organizzava finte amichevoli tra nazionali comprando le divise e raccattando le persone per strada. Così da far uscire risultati clamorosi e scommettendoci sopra. Come è stato scoperto? Grazie ai suoi agganci organizzò a Manama un’amichevole tra Bahrein e Togo. Il Togo era una nazionale forte perché annoverava tra le sue fila Adebayor mentre il Bahrein era una squadra modesta. Quote stra-sbilanciate a favore dei togolesi che però persero 3-0. Il perché è da ricercarsi proprio nel fatto che chi vestiva la maglia della nazionale togolese erano dei figuranti. Mentre in Bahrein festeggiavano la vittoria, il ministro dello Sport del Togo lesse sul giornale di quella partita e incredulo scrisse una lettera alla Fifa: la nazionale, quella vera, era impegnata in Botswana nelle qualificazioni della Coppa d’ Africa.

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