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Calcio

Borghi, Callegari e Tacchinardi raccontano Riquelme, el ultimo Diez

Matteo Calautti

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Nella giornata di oggi ricorre il nono anniversario dell’ultima convocazione di Juan Román Riquelme con la Selección. Una convocazione arrivata da parte dell’allora commissario tecnico Alejandro Sabella, a due anni di distanza dall’addio di Román alla sua nazionale. Un doppio impegno con il Brasile a cui però il número diez non riuscì a partecipare a causa di un infortunio. Ogni ricorrenza speciale merita voci capaci di far contemplare il mito. Le voci in questione sono quelle di Stefano Borghi e Massimo Callegari, due esperti di calcio sudamericano che al momento ricoprono il ruolo di commentatori rispettivamente per Fox Sports e Mediaset Premium. Ma anche la voce di Alessio Tacchinardi, unico giocatore italiano che può vantare di essere stato un suo compagno di squadra. Erano i tempi del Villarreal di Manuel Pellegrini, arrivato in semifinale di Champions League contro l’Arsenal, fallendo però almeno l’approdo ai tempi supplementari a causa di un calcio di rigore sbagliato nei minuti finali, proprio dallo stesso Román.

«Una costante nella carriera di Riquelme», comincia Stefano, «è che nel bene o nel male ha deciso sempre tutto lui». «Obiettando le decisioni e prendendo posizioni anche abbastanza rigide», continua, «ma ha sempre deciso tutto lui». «Nei passaggi più importanti ci sono stati sicuramente all’inizio i successi con il Boca di Bianchi», prima di passare al Barcellona. «Al Barça il problema è stato il suo rapporto personale e tecnico con Louis van Gaal», sostiene invece Massimo, il quale praticamente gli espose la seguente tesi: «Se la palla ce l’hanno gli avversari con te giochiamo uno in meno». Un’esperienza, quella blaugrana, di cui ha parlato anche ad Alessio ai tempi del Villarreal. «Ricordo che quando parlavamo del suo ruolo di esterno nel tridente del Barcellona», afferma l’ex compagno di squadra, «mi diceva di aver sofferto perché era come se fosse incastrato». C’è spazio anche per un aneddoto riguardante l’Inter. «Quando Mancini e Mihajlović mi chiamarono all’Inter per avere informazioni su Riquelme», rivela Alessio, «io ne ho parlato benissimo». «Quando lui mi chiedeva del campionato italiano», però, «io gli dicevo che è un campionato “noioso” dal punto di vista tattico». Un campionato in cui «eri capace di fare cinque ore a settimana di movimento codificati», continua, «che però non era il suo calcio». «Se sei un cane che non ha mai avuto il guinzaglio», conclude il cremasco, «non puoi indossarlo dopo vent’anni».

«Román era un giocatore che se lasciato senza ruolo», prosegue Alessio, «non sapevi mai come prendere, ti cuciva il gioco e ti metteva il pallone in porta». Non è un caso, infatti, che Diego Forlán viaggiò con la media di 0.46 goal a partita. «Se trovi due attaccanti con il veleno addosso da mettergli davanti», sostiene l’ex Juventus, «Riquelme ti fa fare sessanta goal all’anno». Una formazione, quella del Villarreal di Pellegrini, che arrivò ad un passo dalla finale di Parigi. «Durante quella stagione davanti c’erano José Mari e Forlán», ricorda, «poi in mezzo c’era un centrocampo composto da me, Senna e Sorín». «Pellegrini era intelligente perché gli costruiva la squadra intorno», afferma Alessio. «Riquelme al Villarreal ha fatto cose straordinarie», continua Massimo sulla stessa scia, ricordando «la leadership che ha dimostrato in momenti cruciali», per esempio «nel duello psicologico stravinto contro Verón nella sfida contro l’Inter in Champions League». «Purtroppo il passaggio fondamentale della sua carriera è il rigore sbagliato contro l’Arsenal in semifinale», sostiene invece Stefano, affermando che «se avesse segnato quel rigore ci sarebbe state tante storie diverse e forse anche lui avrebbe avuto un riconoscimento più globale», non rimanendo «purtroppo praticamente un calciatore di nicchia». Il rigore è stato «una delle sliding doors della sua carriera internazionale», sentenzia Massimo, così come «i Mondiali del 2006 ed il palo che lo ha fermato della finale di Copa America con il Brasile nel 2007».

«Ma non si è fermato lì», ricorda Stefano, in quanto va ricordato «il suo ritorno e come ha preso per mano il Boca». Poi arrivò infine il suo definitivo addio agli Xeneizes dopo la finale di Copa Libertadores persa nel 2012 contro il Corinthians, dichiarando di non aver più nulla da dare a quella società. Poi un’ultima parentesi all’Argentinos Juniors, società in cui era cresciuto, per poi ritirarsi dal calcio giocato. «Secondo me tutto sommato ha fatto bene», sostiene il commentatore di Fox, perché «se non si sentiva più di poter essere Riquelme, è bello non averne visto una versione polverosa». «Con il suo addio al calcio abbiamo perso forse l’ultimo vero e antico número diez», conclude, «ma secondo me ha detto basta al momento giusto», anche se «sono stati giorni molto tristi».

«Io penso di aver giocato con grandissimi giocatori», esordisce l’ex centrocampista di Juve e Villareal, «ma ho visto pochi giocatori giocare come nel cortile di casa loro e pochi giocatori in grado di farti vincere le partita come lui». Román era uno di quelli, «un anarchico totale», continua, «ma un anarchico sano». Arriva dunque il momento dei paragoni, e quelli scelti da Alessio sono di quelli importanti. «Lo dico da tanto tempo anche se molti mi danno del matto», afferma il cremasco: «Dal punto di vista tecnico Román è solo un piccolo gradino sotto Zidane». «Magari Zidane raccordava di più la squadra», ammette, «ma Riquelme calciava meglio». La sua ammirazione nei confronti dell’ex compagno di squadra  si evince ancor di più quando si parla di quello che definisce il suo «ultimo passaggio». «L’ultimo passaggio di Riquelme lo paragono all’ultimo passaggio di Totti», afferma, «quegli ultimi passaggi che ti ammazzano perché illuminano il gioco». Nessun dubbio anche sulla sua tenuta atletica. «L’unico difetto che posso riscontrare», sostiene Alessio, «è che si gestiva in allenamento un po’ come a volte faceva Totti». «Sono giocatori talmente forti che finiscono per gestirsi al di fuori delle partite», continua l’ex giocatore, ricordando però che «in occasione dei test atletici ti ammazzava letteralmente perché era un grandissimo atleta». Ama definirlo come un «falso lento», ricordando di averlo visto rincorso da gente come Verón, Materazzi ed Adriano.

Stefano, invece, ne elogia una caratteristica rimasta secondo lui «unica nel suo tempo», ovvero la sua difesa del pallone. «Quando prendeva la palla non gliela portavi mai via anche se lui stava fermo», afferma Stefano, «in quanto puntava i piedi e ti teneva lontano con il posteriore». Senza dimenticare però «i suoi piedi, i suoi goal e le sue geometrie». «C’è un aggettivo che ho usato e mi tengo solo per Riquelme ed il suo calcio», continua il pavese: «Riquelme è il giocatore più lirico che abbiamo mai visto giocare dal vivo». «Un giocatore fuori dalle mode e dallo sviluppo del tempo», insiste, «ma ad un livello in un qualche modo superiore». Una partita su tutte lo emoziona se ripensa alla sua carriera. Era una sfida tra la sua Argentina ed il Cile, ad un mese dal suo ritorno al Boca e valida per le Qualificazioni ai Mondiali in Sudafrica nel 2010. Pur essendo fuori rosa al Villarreal, Alfio Basile decise di convocarlo e lui ripagò la fiducia con gli interessi. «Ricordo quella partita», afferma il pavese, «due goal pazzeschi su punizione che ho ancora negli occhi». Ironia della sorte proprio al Monumental, la casa dei rivali di sempre del River Plate. Quale invece la giocata che più lo emoziona? Per rispondere a questa domanda bisogna ritornare al torneo di Apertura del 2008, in una sfida a La Bombonera tra il Boca di Carlos Ischia ed il Racing di Avellaneda. Il risultato è ancora di parità quando Riquelme serve tra le linee un Luciano Figueroa che si fa travolgere dal portiere, conquistando così un calcio di rigore che Román realizzerà. «La mia sensazione chiara nel momento in cui parte il passaggio era che la palla fosse troppo lungo per l’attaccante», ricorda Stefano, «ma ad un certo punto la palla si ferma». «Quella è una giocata per la quale io non sapevo più cosa dire e che mi rimarrà per sempre», conclude.

Ma lasciamo spazio anche alla fantasia. Se Borghi dovesse scegliere due aggettivi con cui descrivere la storia di Riquelme con il Boca Juniors quali sceglierebbe? «Sicuramente passionale», esordisce Stefano, «in quanto la sua storia con il Boca è stata pervasa da un sentimento di profondissimo». «Poi direi vincente», continua il commentatore, «perché con Riquelme il Boca ha prodotto il ciclo più vincente della sua storia, soprattutto a livello internazionale». E come dargli torto? Cinque campionati argentini, tre Copas Libertadores ed una Recopa Sudamericana in un totale di tredici stagioni, considerando ambedue le sue avventure a Buenos Aires. E se Callegari dovesse paragonarlo ad un artista? «Sceglierei Juan José Campanella» afferma Massimo, ovvero il regista il cui film Il segreto dei suoi occhi è stato insignito del Premio Oscar come miglior film straniero nel 2010. «Anche Campanella ha vissuto a lungo all’estero», a New York per la precisione, «ma poi non ha saputo resistere al richiamo di Buenos Aires». Un legame indissolubile che l’ha portato a «trovare l’ispirazione per il meglio della sua carriera» proprio nella capitale argentina. Non solo. Il ferrarese non avrebbe dubbi neanche su un’eventuale assegnazione dell’Oscar di Riquelme come miglior attore protagonista. Il riferimento è alla Copa Libertadores del 2007, «vinta quasi da solo con due prestazioni memorabili contro il Grêmio». Ed è proprio qui che si chiude il cerchio. «In tribuna nella sfida d’andata a La Bombonera c’era Francis Ford Coppola», sottolinea Massimo, «uno dei modelli di ispirazione di Campanella».

«Il suo carattere era particolare», ricorda Alessio. Riquelme, infatti, era soprannominato el Mudo proprio per questo suo carattere introverso. «Un ragazzo molto chiuso ma che se eri in grado di aprire quella “porticina” nella sua testa», continua, «si dimostrava un ragazzo divertente e di grande compagnia». «Io ho dei grandissimi ricordi di Román in quanto è una persona meravigliosa», insiste Alessio lasciando trasparire profonda ammirazione per l’ex compagno di squadra. «È molto passionale con le amicizie e con gli affetti cari poiché è una persona di grande cuore», aspetto caratteriale che spesso lo portava rapidamente a passare «dai sorrisi più smaglianti alla momenti più bui», infatti «a volte sembrava che ce l’avesse con il mondo e veniva al campo di allenamento un po’ giù». «Un allenatore deve amarlo», sentenzia Alessio. «Pur facendogli capire due o tre atteggiamenti», continua, «se non lo ami non puoi avere il suo cuore». Quello con Carlos Bianchi, praticamente il suo secondo padre dopo quattro anni complessivi da suo allenatore agli Xeneizes, era un rapporto profondissimo. «Mi ricordo che mi parlava tantissimo di lui», sostiene l’ex Juventus, «un allenatore per cui aveva una predilezione». Tre sono invece gli aneddoti che menziona riguardo all’argentino. «Mi viene in mente sempre questa Coca Cola che beveva prima della partita», ricorda sorridendo, «la musica sempre a manetta e tanto carisma», grazie al quale costituiva un vero e proprio «accentratore di energie e leadership».

Fu difficile invece il rapporto con l’altro idolo de La Bombonera, ovvero quel Diego Armando Maradona che però sembra esser stato soppiantato dall’Ultimo Diez nei cuori dei tifosi. Infatti, prima in un sondaggio del 2008 il 33% dei boquensi hanno votato per Román mentre solo il 26% per Diego. In seguito, quando Maradona era CT della Selección, i tifosi lo hanno letteralmente scaricato a causa dei dissidi che hanno portato al momentaneo addio alla maglia albiceleste di Román. «Per quanto io abbia amato Riquelme», ammette Massimo, «non posso paragonarlo a Maradona, Pelé, Messi Cruijff e Di Stefano», ma neanche a «Cristiano Ronaldo e Ronaldo il Fenômeno». Il risultato dei sondaggi, invece, viene considerato dal ferrarese come un «risultato logico». «Prima di tutto perché questi sondaggi online sono condizionati dall’età di chi vota», continua, «poi perché Riquelme per il Boca ha giocato e vinto nettamente più di Maradona». Infine, una conclusione inequivocabile: «Tra il Riquelme giocatore ed il Maradona commissario tecnico, infine, anche io non avrei dubbi a scegliere il primo».

Come detto, il minimo comun denominatore di qualsiasi analisi sulla sua carriera è senz’altro il grandissimo “se” che l’ha colorata. Un velo ipotetico che, indipendentemente da tutto, purtroppo ha sempre offuscato, se non sminuito, la sua carriera nel senso stretto del termine. Ma un velo ipotetico che ha tuttavia anche alimentato l’epicità della sua figura. Un personaggio, quello di Román, che è stato largamente alimentato dalla gelosia con la quale il suo ricordo viene custodito dagli amanti del fútbol. Un personaggio che forse il mainstream avrebbe finito per inquinare, sbiadendo gli odierni connotati. Connotati preziosi, la cui polvere viene soffiata di tanto in tanto da coloro che l’hanno amato e che l’hanno potuto contemplare.

Juan Román Riquelme da San Fernando. In altre parole: el Ultimo Diez.

Calcio

Il Derby delle due Tirano e il Regio Decreto 28 giugno 1863

Francesco Beltrami

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Come anticipato qualche settimana fa, presentandovi il nuovo campionato unico Seconda e Terza Categoria della provincia di Sondrio, abbiamo approfittato di uno dei frequenti viaggi di famiglia in Valtellina, per andare a vedere una partita di questo particolare campionato, e riprendere le nostre cronache dal calcio minore. Non una partita qualunque tra l’altro, ma un derby che non credo abbia un nome, ma che mi verrebbe di chiamare Derby delle Due Tirano. Un po’ di storia.

Tirano è una cittadina di 9.000 abitanti in Alta Valle. Importante crocevia con la vicinissima Svizzera,  famosa per il Santuario della Madonna di Tirano e per essere capolinea di ben due ferrovie, quella nazionale sulla linea Milano-Lecco-Tirano e del cosiddetto Trenino Rosso del Bernina, linea elvetica di alta montagna che attraverso il Passo del Bernina raggiunge Saint Moritz. Il Trenino Rosso è da qualche anno patrimonio dell’umanità dell’Unesco e Tirano oltre che capolinea è l’unica stazione in territorio italiano.

La squadra calcistica di Tirano è la US Tiranese, attualmente in Seconda Categoria, con qualche trascorso in categorie superiori, una stagione in Promozione quando era quarta serie nell’immediato dopoguerra come livello più alto raggiunto.

Villa di Tirano invece di abitanti ne ha 3.000 e non è e non è mai stato una frazione di Tirano. E’ un comune autonomo confinante e transitando lungo la Strada Statale 38, la famosa via del Passo dello Stelvio, si attraversa, andando in direzione Nord prima Villa, poi ci si trova a Tirano senza quasi accorgersene visto che ormai tra gli abitati non c’è più alcuna separazione. Fino al 1863 Villa di Tirano era solo Villa, con le sue undici frazioni. Poi, con l’unità d’Italia sorse il problema che di località chiamate Villa ce n’erano troppe e un Regio Decreto del 28 giugno 1863 stabilì di aggiungere un determinativo. Villa del mandamento di Chiavenna divenne Villa di Chiavenna e Villa del mandamento di Tirano divenne Villa di Tirano. Percorrendo la statale 38 prima ancora di Villa, ma questa è un’altra storia e tra l’altro l’abbiamo già raccontata, si attraversa un altro comune, quello di Bianzone, patria del primo oro olimpico invernale italiano, Nino Bibbia che vinse la prova dello skeleton a Saint Moritz nel 1948. Torniamo al calcio.

 

La squadra locale è la sezione calcio Polisportiva Villa, associazione che si occupa di molti sport e anche collabora all’organizzazione di feste e sagre come la ormai trentennale Sagra dell’Uva e della Mela, motivo per cui eravamo in Valle lo scorso week-end. La squadra milita in terza categoria e gioca nello stadio di Stazzona, una delle undici frazioni, probabilmente quella in cui ci furono in epoca remota i primi insediamenti, in riva all’Adda dalla parte opposta della 38. Risalendo il fiume lungo la strada locale che attraversa vigneti e meleti si arriva al Comunale di Tirano, casa della US Tiranese.

Il Derby, reso possibile dalla fusione dei due campionati, non si giocava da oltre dieci anni, ed era dunque attesissimo, anche se la concomitanza con la Sagra della Mela a Villa e con la Corsa del Sole a Tirano oltre al non grande seguito che il calcio di provincia ha ormai in questi tempi in cui le TV offrono Ronaldo, Messi e compagnia in alta definizione tutti i giorni a tutte le ore, ha fatto sì che al Comunale di Tirano arrivassero non più di un centinaio di persone.

 

Zona tutta dedicata allo sport quella dove sorge il Comunale, campi da tennis, piscine, stadio, che confina a sua volta con il poligono di tiro, da cui per tutta la partita è arrivato l’assordante rumore di fucilate e pistolettate. L’esterno si presenta da impianto di una certa importanza, doppia biglietteria divisa da una parete su cui è dipinto lo stemma della US Tiranese. Come sempre vado in incognito, pago i miei 5 euro di biglietto ed entro, circa venti minuti prima dell’inizio. Il campo è in erba sintetica, la tribuna coperta. Lavori effettuati una decina d’anni fa con un notevole esborso economico, oltre 500.000 euro trovo su articoli di siti locali. I seggiolini singoli sui cinque gradoni della tribuna sembrano precedenti, a un rapido conteggio sono circa 350 il che fa pensare che in periodi antecedenti, quando ci si sedeva direttamente sul cemento, la struttura potesse arrivare ad ospitare quasi 500 spettatori.

Le squadre terminano il riscaldamento e qualche sostenitore inizia ad arrivare. Ci sono parenti e amici dei giocatori, diverse sorridenti fidanzate e qualche immancabile anziano che probabilmente vede calcio da una sessantina d’anni. Anche tre asinelli che guardano da un terreno confinate, insieme al loro proprietario e ad alcuni ragazzini. Si comincia. La Tiranese è nettamente favorita, ma nei derby non si può mai dire. Infatti la Polisportiva Villa regge tutto il primo tempo e al trentottesimo va addirittura in vantaggio con un tiro da fuori di Acquistapace. Passano cinque minuti e la Tiranese, punta sul vivo arriva al pareggio, grazie a un’autorete di Fiorina. Un minuto e con un altro tiro dalla distanza il Villa torna avanti con Bruga e va al riposo sorprendentemente in vantaggio.

In tribuna le fidanzate chiacchierano tra loro, lo stesso fanno gli anziani. Uno sostiene che un certo giocatore della Tiranese debba essere sostituito immediatamente perché non in grado di controllare la palla. Poi confida all’amico di aver mangiato la sera prima la crostata di frutta. – E il diabete? . Gli domanda subito l’altro. – E’ andato a 165! Ma per una volta…- Il discorso torna al calcio.

La ripresa è un assedio, dopo venti minuti la Tiranese ha l’opportunità di pareggiare grazie a un calcio di rigore, ma il portiere Zubiani del Villa si supera e devia in corner. L’assalto dei padroni di casa continua, gli ospiti si difendono come possono, qualche fallo in più ma il clima resta sostanzialmente sereno. Lunghissimo il recupero, poi il fischio finale e la festa dei giocatori della Polisportiva può iniziare. Per loro è un successo che vale quasi una stagione. In casa della Tiranese c’è tristezza, un ragazzo delle giovanili, sul campo come raccattapalle, si sfoga attraverso la recinzione col padre: – Che vergogna! Abbiamo perso con quelli del Villa!-

E’ il fascino del calcio più vero, della provincia più lontana, ai piedi delle grandi montagne. Che nessuna sigla CR7 trasmessa da TV certificate da altre sigle come HD o SuperHD, potrà mai avere.

 

 

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Truffe e affini: quando lo Sportivo è vittima di raggiro

Emanuele Sabatino

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Il detto parla di gallina dalle uova d’oro ma se ribaltiamo il sesso possiamo tranquillamente parlare del pollo dalle uova d’oro. Il pollo in questione è il calciatore, o atleta di successo in generale, spesso miliardario in giovane età, improvvisamente o quasi, contornato da persone che gli vogliono bene ma anche da falsi cortesi che salgono sul carro del vincitore, di chi nella vita ce l’ha fatta e ha un bel po’ di grana. Indifeso e sprovveduto corre spesso il rischio di fidarsi troppo buttando alle ortiche gran parte della propria fortuna monetaria. Di seguito una carrellata di casi in cui i poveri atleti sono stati vittime di truffe e raggiri più un paio di chicche extra.

ALESSANDRO GAMBERINI

Ultimo in ordine cronologico la truffa ai danni dell’ex giocatore della Fiorentina Alessandro Gamberini che sarebbe stato raggirato da due suoi ex amici di Prato ed un banchiere per una cifra intorno al milione e seicento mila euro. Gamberini credeva di aver investito 1 milione di euro in un fondo obbligazionario al 3% (era scontento della gestione della banca precedente che gli fruttava solo lo 0,7% annuo), rivelatosi inesistente, e gli altri 620.000 in una fideiussione che non si ricordava neanche di aver firmato. Questi soldi sono stati usati dai due truffatori per coprire i loro debiti e comprare delle case. Ora dopo la deposizione in tribunale è in attesa che la giustizia faccia il suo corso.

MACCHINE PAGATE E MAI ACQUISTATE

Cosa hanno in comune Mexes, Ferrari, Zotti e Vucinic? Oltre ad aver militato nella Roma, gli stessi sono stati truffati da un concessionario della capitale che vendeva le auto, incassava i soldi ma non era in grado di fare il passaggio di proprietà perché queste ultime non erano di proprietà del concessionario ma in leasing. Scoperta fatta dalle forze dell’ordine in seguito alla denuncia di uno dei tanti comuni cittadini raggirati.

QUELLA PORSCHE FANTASMA

Stessa città, Roma, sempre una concessionaria. Sorte malevole è toccata anche ai calciatori Giorgio Venturin ed Andrea Silenzi che hanno comprato una porsche da 200 mila euro ma che non hanno mai visto dal vivo. Per loro una doppia beffa: oltre a non guidare mai la supercar anche l’archiviazione del caso da parte del giudice e addio soldi.

IL MADOFF DEI PARIOLI

Vittime del più classico degli schema Ponzi sono stati i due calciatori ex Roma Stefano Desideri e Ruggero Rizzitelli che hanno mal riposto i loro soldi nella mani (bucate) di Gianfranco Lande detto “Il Madoff dei Parioli”. Garantiva investimenti con ritorni incredibili nel corto-medio termine e riusciva a pagare tutti fintanto che riusciva a portare soldi nuovi dentro il suo schema. Una volta saturo è scappato con la cassa. Rizzitelli ha perso circa 3 milioni di euro. Lande è stato condannato a 5 anni e mezzo di carcere, già scontati, per un ammontare di soldi rubati pari a 170 milioni di euro ma c’è chi giura siano molti di più.

MAMMA HO PERSO L’AEREO

Dall’erba al parquet il discorso non cambia. Anche un grande campione come Scottie Pippen è stato truffato alla grande. L’ex stella degli imbattibili Bulls di MJ ha comprato un aereo, rivelatosi poi rotto, per 4 milioni di dollari. Oltre il danno anche la beffa: per riparare ha dovuto spendere un milione di dollari aggiuntivo.

SE TI TRUFFA ANCHE LO STATO

Quante volte abbiamo sentito parlare della Spagna come il paradiso fiscale per i giocatori che lì pagavano meno tasse? Fu proprio Galliani a dire anni fa, prima che la situazione cambiasse, che non c’era partita perché la fiscalità spagnola a parità di offerta era sempre la metà preferita dai calciatori.

In Spagna però le cose sono cambiate ed i calciatori che pagano in Spagna il 50% di tasse, una volta venduti all’estero e cambiando la residenza fiscale abbattono l’aliquota fino al 20%. La differenza deve tornare nelle casse dei contribuenti. Non è stato così però per alcuni calciatori come ad esempio Sahin ai tempo del Real, Salvio con l’Atletico Madrid e Zapata con il Villarreal che una volta cambiato squadra e lasciata la Spagna non hanno ricevuto nulla. Dove finivano i soldi? Su un conto off-shore intestato ad un’ispettrice del dipartimento fiscale spagnolo. Il piano era perfetto perché in teoria i calciatori ignari del vantaggio fiscale non avrebbero mai preteso la cifra. Peccato per lei che alcuni calciatori sono sprovveduti ma altri si affidano a fior di professionisti per pagare meno tasse e avere vantaggi economici in continuazione (come il trasferimento di Ronaldo alla Juve).

TRUFFARE UNA FEDERAZIONE

Dovrebbe vincere il premio di truffatore del millennio. Il personaggio in questione è Wilson Perumal ora in carcere ma prima una delle persone più potenti ed influenti del calcioscommesse mondiale. Cosa faceva? Organizzava finte amichevoli tra nazionali comprando le divise e raccattando le persone per strada. Così da far uscire risultati clamorosi e scommettendoci sopra. Come è stato scoperto? Grazie ai suoi agganci organizzò a Manama un’amichevole tra Bahrein e Togo. Il Togo era una nazionale forte perché annoverava tra le sue fila Adebayor mentre il Bahrein era una squadra modesta. Quote stra-sbilanciate a favore dei togolesi che però persero 3-0. Il perché è da ricercarsi proprio nel fatto che chi vestiva la maglia della nazionale togolese erano dei figuranti. Mentre in Bahrein festeggiavano la vittoria, il ministro dello Sport del Togo lesse sul giornale di quella partita e incredulo scrisse una lettera alla Fifa: la nazionale, quella vera, era impegnata in Botswana nelle qualificazioni della Coppa d’ Africa.

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St. Pauli: i Pirati tedeschi che giocano contro l’odio

Ettore zanca

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Contro slogan di intolleranza e razzismo o provvedimenti che prendono a calci il buon senso, parlando di panini e mense autorizzate solo per pochi, contro l’autorità che si travisa dietro la legge per fare provvedimenti dubbi, una delle soluzioni sarebbe andare in un quartiere a luci rosse, poi, vedere una partita.
No, non è una boutade, è la realtà.

Ad Amburgo c’è un motto, esistente da sempre in quella che viene definita la Venezia del nord: «I posteri abbiano cura di conservare degnamente la libertà che gli antenati partorirono.». 
Già avete capito che qui la democrazia passeggia libera e anche un po’ libertina. Infatti al suo interno, c’è il covo, o l’alcova di un quartiere a luci rosse, che si confonde con portuali che farebbero arrossire un camallo, per la loro forza espressiva. Una zona in cui poco tempo fa perfino un serial killer era meglio girasse scortato.

Dentro questo ventre, o meglio, monte di Venere della città, alberga una squadra. Il suo nome è St. Pauli FC. Gioca in seconda divisione e fino a poco tempo fa sognava di scontrarsi e battere i cugini dell’Amburgo, famosi per avere un orologio che segnava da sempre il loro non essere mai retrocessi, fino all’anno scorso.

Il St. Pauli non è una squadra trascendentale, si suda salvezze impossibili e spesso con giocatori che si applicano tanto, ma poco ottengono. Eppure l’amore per questa squadra è incondizionato. Intanto perchè è una squadra dichiaratamente antinazista e multirazziale. Non è raro, come quest’anno, trovare sulle loro maglie ricamato anche l’arcobaleno, simbolo di pace e di molto altro. Inoltre sono una a polisportiva che ospita molti ragazzi che stanno lontani dalla strada.

I ragazzi di marrone vestiti però hanno tanti motivi per far battere i cuori dei rudi portuali. Intanto lo stadio e le sue zone limitrofe sono sede di vaste iniziative di creatività, musica pittura, scrittura e arti varie, qui sono bene accette e stimolate.

Poi tutto quanto quello che la squadra decide, viene concertato con i tifosi più rappresentativi, che cercano sempre insieme ai giocatori di organizzare incontri benefici o iniziative a favore delle categorie più deboli e svantaggiate.
Una delle giornate più belle, allo stadio del St.Pauli, si ebbe quando si giocò contro la Lampedusa Hamburg Football Club, nel 2013, una squadra improvvisata di migranti, venuti appunto da Lampedusa e rifugiatisi qui. La partita servì a finanziare acquisti di cibo, coperte e vestiti, inoltre la società cercò attivamente di favorire l’integrazione di chi era arrivato in questo covo di bellissimi pirati del calcio.

Già perchè il simbolo della squadra è la bandiera del Jolly Roger, quella dei pirati, portata per scherzo da alcuni tifosi tanti anni fa e rimasta nella tradizione del club. Inoltre, piccolo particolare, andatevi a vedere le maglie che hanno indossato dal 2014 ad adesso, sono delle meraviglie.

Insomma un posto dove la democrazia non è solo un modo per sciacquarsi la bocca. Già perchè anche a guardare un compagno di squadra a cui passare il pallone, dovremmo ricordare che “compagno”, ha origine dall’etimo del “mettere il pane in comune”, dividerlo.
E perchè forse bisogna ripartire da una forma di bellissima pirateria ribelle e sana, perchè tutto non vada a puttane. E non mi riferisco al quartiere a luci rosse, stavolta.

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