Connettiti con noi

Storie dell'altro mondo

Boca Juniors: ¿BOMBONERA, ADIOS?

Valerio Curcio

Published

on

Forse è lo stadio più bello del mondo: per il calore e l’energia che riesce a trasmettere, per la sua forza simbolica ed i significati che racchiude. Quelli di un calcio vissuto come festa popolare, chiassoso, colorato, latino. Per alcuni, però, è solo un vecchio impianto fatiscente che merita di essere consegnato alla memoria. La Bombonera, sovraffollata ad ogni partita, condannata dalla densità del suo quartiere a non potersi espandere oltre il proprio perimetro, sembrerebbe refrattaria a qualsiasi restyling sulla falsa riga dei grandi impianti europei. Ma soprattuttonon sembra poter garantire tanti profitti quanti ne porterebbe la costruzione di un nuovo stadio per il Boca Juniors.

Il promotore del progetto è Daniel Angelici, divenuto a dicembre nuovo presidente del club a seguito delle elezioni in cui il popolo xeneize, come da Statuto, è stato chiamato a scegliere la propria guida. Angelici è un uomo di fiducia di Mauricio Macri, attuale presidente dell’Argentina e presidente del Boca dal 1996 al 2007. Per molti, è ancora quest’ultimo a tirare i fili del club più titolato del Sudamerica.

Angelici aveva presentato l’idea nel proprio programma e ora, forte del risultato elettorale, si sente legittimato a sciogliere un legame che dura da più di 75 anni. Il suo progetto prevede di costruire a pochi isolati di distanza dalla Bombonera un moderno impianto da 80 mila posti, con ristoranti, negozi e servizi di ogni tipo, sponsorizzato da una grande impresa. Un’idea che ha fatto rabbrividire buona parte della tifoseria e che è valsa al nuovo impianto l’eloquente soprannome di estadio-shopping, stadio-centro commerciale.

Alle elezioni per la presidenza del club, pur risultando come vincitore, Angelici ha ottenuto solo il 43%. Poiché il programma degli altri due candidati prevedeva di continuare ad usare lo stadio di sempre, sono in molti ora quelli che ora contestano al presidente la risolutezza nel volergli dare l’addio il prima possibile. D’altronde, è difficile ipotizzare che la maggioranza dei soci del Boca sia favorevole ad una proposta di questo tipo.

Ameal e Beraldi, gli altri due candidati, contemplavano invece un piano di restauro e ammodernamento dello storico impianto. In particolare, il primo, con lo scopo di aumentarne la capienza, aveva proposto di rinunciare alla famosa struttura “a forma di D”. Si sarebbe così abbattuta la struttura verticale, che ospita solo delle balconate, per costruire un’ampia tribuna speculare all’altra.

bombonera2

Il presidente macrista, però, procede sulla sua strada, sicuro di trovare una sponda anche presso istituzioni locali e nazionali. Le ragioni con le quali sta motivando il progetto sono molte, ma tre sono quelle più citate. In primis, il nuovo stadio sarebbe la soluzione al problema – riconosciuto da tutti – del sovraffollamento della Bombonera. Una soluzione che faciliterebbe l’accesso anche ai turisti e ai cosiddetti tifosi occasionali. In seconda battuta, Angelici dichiara di sottostare a delle indicazioni pubblicate dalla FIFA nel 2011, che raccomandano ai club di far sedere tutti gli spettatori allo stadio.

Infine, il presidente ha più volte richiamato una legge locale in cui si stabilisce che gli stadi della città di Buenos Aires debbano avere seggiolini per il 75% della propria capacità. Una modifica che ridurrebbe ulteriormente l’attuale capacità della Bombonera. Ma gli oppositori del progetto sostengono che il provvedimento sia sempre stato ignorato da tutti perché inapplicabile, tant’è che la data entro cui i club avrebbero dovuto adattarsi è stata posticipata già due volte.

Tale legge fu proposta nel 2008 all’organo legislativo di Buenos Aires da Oscar Moscariello, al tempo capogruppo del partito di Macri presso la Legislatura della capitale e in seguito vicepresidente del Boca. Un percorso che induce molti a pensare che i rappresentanti del partito al governo, in realtà, si siano prima preparati il campo con una legge inapplicabile per questioni di spazio nell’attuale Bombonera, per poi utilizzarla come uno dei motivi con cui giustificare il cambio di stadio.

Per molti tifosi del Boca, tra cui l’organizzazione Boca es Pueblo, il progetto rappresenterebbe essenzialmente un modo per alimentare i rapporti tra il partito di Macri e le imprese di costruzioni ad esso vicine, nonché un espediente per allontanare la parte più calda e popolare del tifo con prezzi più alti e modalità di accesso più restrittive.

Secondo buona parte del popolo azul y oro, abbandonare la Bombonera comporterebbe una perdita di identità per il club: i tifosi a stento si riconoscerebbe in uno stadio scintillante pieno di turisti, negozi e ristoranti. E, se è vero che la tifoseria del Boca è il jugador número doce, anche le prestazioni della squadra risentirebbero di un ambiente più freddo e composto.

Il nuovo stadio, inoltre, rappresenterebbe un’enorme fonte d’indebitamento per il club. Non a caso, Angelici si è già detto disponibile a vendere i naming rights a qualche multinazionale. Una soluzione che ha fatto inorridire gli amanti della Bombonera, chiamata così dal giorno della sua inaugurazione per essere stata paragonata dal suo architetto ad una scatola di cioccolatini.

I tifosi del Boca di certo non stanno a guardare e già si stanno dando da fare per contrastare il pensionamento dello stadio, che nei piani di Angelici sarebbe destinato ad eventi di intrattenimento e ad altri sport. A fronte del dissenso esternato in numerose manifestazioni in tutta la nazione, Angelici ha dichiarato che la questione sarà sottoposta ad un referendum tra i soci. Se ad alcuni è sembrato un passo indietro, o quantomeno un’apertura a soluzioni alternative, sono molti invece quelli che diffidano da questa dichiarazione: una consultazione di questo tipo non è prevista dallo statuto del Boca e le regole sarebbero scritte dalla dirigenza.

Referendum o no, Angelici ha già compiuto il primo, grande passo avanti verso la costruzione del nuovo impianto: si è aggiudicato a prezzo stracciato i terreni pubblici della “Casa Amarilla”, a qualche via di distanza dalla Bombonera. Senza ovviamente consultare i soci. Il Boca Juniors è risultato essere l’unico partecipante ad una gara d’appalto “per lo sviluppo e il miglioramento di Casa Amarilla”, con un progetto che affianca allo stadio alcuni servizi per i residenti, come una biblioteca e altri spazi ricreativi. A detta di alcune associazioni di quartiere, che non vogliono un altro stadio là dove erano state previste case popolari, la gara è stata pensata ad hoc: era infatti aperta solo ad organizzazioni di almeno cinquecento persone, con alle spalle un capitale milionario e con almeno 10 anni di esperienza nel quartiere della Boca. Praticamente, solo il Boca Juniors.

Al contrario di quanto accade in altre parti del mondo, non saranno dunque gli impedimenti burocratici ed economici a rallentare il progetto di Angelici e Macri. E mentre i cugini del San Lorenzo difendono la propria storia ottenendo la costruzione di un nuovo stadio, quelli del Boca saranno costretti ad opporsi al nuovo impianto per salvare la propria identità. Cammini opposti, ma mossi dagli stessi sentimenti.

Forse il popolo xeneize vincerà la difficile battaglia contro i poteri forti del club, della città e della nazione, riuscendo a salvare la Bombonera dal suo pensionamento. Agli amanti del calcio, tuttavia, è consigliato di prevedere a breve un viaggio a Buenos Aires, per non ritrovarsi costretti in futuro a dover comprare i biglietti di un musical solo per vedere quella che un giorno fu la Bombonera.

social banner

Calcio

Jules Rimet, il visionario padre dei Mondiali che ha cambiato il ‘900

Leonardo Ciccarelli

Published

on

Il 16 ottobre 1956 moriva Jules Rimet, il padre dei Mondiali di Calcio. Ripercorriamo la sua vita che attraversa tutti i momenti cruciali della storia moderna. Un uomo di sport, oltre lo sport.

Al civico 45 in Avenue Marx-Dormoy, in Bagneaux, provincia di Parigi, c’è un meraviglioso cimitero extra muros in cui sono sepolti alcuni importanti francesi, da Claude Berri a Frida Boccara, da Jules Laforgue a Charles Denner, c’è anche la salma di un visionario che ha cambiato per sempre la storia dello sport più radicato del pianeta, il calcio. Parliamo di Jules Rimet.

Nato nel 1873 e cresciuto nel bel mezzo del niente nelle colline della Francia di fine ‘800, si trasferisce a ridosso del nuovo secolo a Parigi insieme alla famiglia per sfuggire alla fame e alla povertà. Nella capitale ad 11 anni lavora nella drogheria di suo padre, ed in questa splendida città scopre il calcio giocato dai ragazzi nelle strade e si convince dei benefici dello sport nell’educazione fisica e morale dei giovani, che porta benessere e amicizia tra le persone. Diventa uno studente coscienzioso fino a diventare un avvocato.

Contemporaneamente si impegna nello sport e fonda col fratello nel 1897 i Red Star, una delle società più antiche della Francia, attualmente in Ligue 2, la Serie B francese, e l’anno dopo fonda anche un giornale cristiano, repubblicano e democratico, La Revue, che si fonde nel gennaio del 1899 con Le Sillon di Marc Sangnier, una rivista per la quale numerosi cristiani divennero ostili alla monarchia.

La politica è centrale nella vita di Jules Rimet che fin da giovane si avvicina alla Democrazia Cristiana transalpina, restando però con ideali vicini alla sinistra, chiedendo una collaborazione forte e reale tra la chiesa ed il popolo e pretendendo un riformismo che avvicini le classi sociali, smussando i conflitti sociali.

Vede nel calcio il mezzo per smussare i suddetti conflitti, vede lo sport e proprio il football in particolare, un veicolo serio e concreto di emancipazione per i meno fortunati e crede fermamente nello sport come un fattore reale di avvicinamento tra i popoli.

Rimet è un contemporaneo di Pierre de Coubertin, l’inventore delle Olimpiadi moderne e all’indomani della fine della Prima Guerra Mondiale la voglia di non spargere più sangue e risolvere i propri dissensi nello sport è davvero forte, prende forma in questo clima l’idea di un Campionato del Mondo di Calcio, un clima fortemente politicizzato proprio dal suo fondatore che usa questa idea per scalare i vertici della Fifa che approva questo nuovo torneo.

Il primo organizzatore è l’Uruguay che negli anni ’20 e ’30 è un felice Paese del Sudamerica e che nel calcio sta dominando nell’unico torneo mondiale fino ad allora esistente, il torneo olimpico, che la nazionale vince sia nel ’24 sia nel ’28. Sono i più forti del mondo, ed infatti vincono la prima edizione del torneo iridato, organizzato da loro che festeggiano quell’anno proprio il centenario dell’indipendenza. Il 31 luglio oggi è festa nazionale in Uruguay, per ricordare quel glorioso giorno.

E’ stato un successo, Jules Rimet diventa uno degli uomini più potenti del mondo, le nazioni guardano con coraggio questo sport inventato dagli inglesi e i capi di governo si ingolosiscono. Tra questi, Mussolini ottiene l’organizzazione dela Coppa del Mondo del ’34, vinta dalla stessa Italia che sulla bandiera ha il fascio littorio, impresa ripetuta 4 anni dopo nell’edizione francese della competizione iridata.

La Coppa del Mondo del ’38 è il manifesto di quello che sarebbe successo l’anno successivo: la Germania schiera 5 austriaci, poco dopo l’annessione dell’Austria al Terzo Reich, ed esclude ogni atleta di origine ebraica dalla competizione.

Dopo la Guerra le cose cambiano. Si riuniscono i comitati a Lussemburgo e stilano alcune regole ancora oggi in vigore, come quella di dedicare la coppa al suo ideatore e soprattutto di donare il trofeo alle nazioni in grado di vincerlo per 3 volte. La prima a riuscirci è stata la nazionale brasiliana, poi ha seguito l’Italia nel 1982, infine la Germania, nel ’90.

Rimet lascia la presidenza Fifa ad 84 anni, due anni dopo sarebbe morto in solitudine, con un ideale ben chiaro a lui, ben poco a chi i campionati li avrebbe organizzati come ha dimostrato l Italia e come dimostreranno il Cile di Pinochet, l’Argentina di Videla.

La sua idea di calcio romantico, che unisce i popoli sotto un unico dominatore, è parzialmente riuscita e forse l’esempio migliore è stata la sua nazionale, che nel ’98 lo omaggia con una piazza nei pressi del Parco dei Principi e con una scritta sulla fiancata del pullman: “Liberté, Égalité, Jules Rimet”. Una nazionale fatta da francesi, algerini, baschi, sudamericani, africani, tutti uniti sotto un’unica bandiera, quella francese, tutti uniti per un bene ideale, quello del Calcio.

Continua a leggere

Calcio

65 anni del Divino: Falcao, l’addio, la politica e il Papa

Matteo Luciani

Published

on

Compie oggi 65 anni Paulo Roberto Falcao, l’ottavo Re di Roma, rimasto nella memoria dei tifosi giallorossi per aver portato il tricolore a Roma. Ma ci fu un momento in cui il brasiliano fu ad un passo dall’Inter. Vi raccontiamo questa storia di calciomercato sfumata per un soffio.

Giugno 1983. La capitale d’Italia è in tripudio dopo che la sua parte giallorossa ha appena conquistato il secondo tricolore della propria storia. Merito di un gruppo di uomini e calciatori eccezionali guidati sapientemente dal ‘Barone’ Nils Liedholm.

Neppure il tempo di gustarsi il sapore della vittoria, però, che nei pressi di Trigoria scoppia la bomba: il ‘Divino’ Paulo Roberto Falcao, uno dei simboli del successo ottenuto soltanto poche settimane prima sul campo, vuole andare via ed ha trovato l’accordo con l’Inter per trasferirsi all’ombra della Madunina.

I tifosi della lupa sono sconvolti. Proprio lui, l’uomo che, arrivato a Roma soltanto tre anni prima (quando i giallorossi erano in possesso di una squadra ancora non eccellente), dichiarò subito senza dubbi “entro pochi anni vinceremo lo Scudetto”, cambiando il modo di pensare e rapportarsi alla realtà calcistica di supporter tutt’altro che abituati a trionfi e coppe, decide di abbandonare la nave ora che questa si appresta a salpare pure in Europa per dare l’assalto alla Coppa dei Campioni.

A gettare benzina sul fuoco, in quei giorni caldissimi, arrivano le dichiarazioni dello stesso Falcao, che da Porto Alegre, dove si trova in vacanza, parla già da ex giallorosso e dichiara: “Lasciare Roma è stato un trauma”. Sembrano ormai non esserci più speranze, dunque, per la permanenza del numero cinque nella Capitale. Dino Viola, però, sa bene che nessun club ha raggiunto un accordo anche con la società per lasciare libero il campione brasiliano e non si preoccupa più di tanto.

Si parla di offerte da parte di Verona e Napoli ma la realtà è che Falcao vuole solo l’Inter. Il merito dell’operazione è da ascrivere a Sandro Mazzola, allora dirigente nerazzurro, che insieme al procuratore del nazionale verdeoro Cristoforo Colombo ha lavorato per molto tempo nell’ombra. Alla fine, Mazzola riesce a portare l’accordo con Falcao tra le mani del presidente interista Fraizzoli. E’ ormai tutto fatto. Manca solo l’ultimo tassello: l’accordo economico con la Roma.

Fraizzoli, mostrando una correttezza d’altri tempi, alza il telefono per chiamare Dino Viola e comunicargli che ha la firma del numero cinque romanista in mano. La richiesta implicita è: “Quanto serve per lasciarlo andare?”. La risposta del numero uno giallorosso è sorprendente: l’assoluto silenzio. Viola, infine, comunica di aver preso atto della faccenda e attacca.

Da questo punto in poi, il calcio inizia ad entrarci poco. Per bloccare la partenza di Falcao, infatti, si muove addirittura Giulio Andreotti (insieme al fido braccio destro Evangelisti). La prima mossa riguarda il contatto con la mamma di Falcao, la signora Azise, a cui viene fatto sapere che anche Papa Wojtyla desidera che il campione brasiliano rimanga nella Capitale. “Non vorrai mica dare un dispiacere al Santo Padre?”, saranno le parole di Azise al figliolo.

L’accordo con l’Inter, ora, vacilla. A dare il colpo di grazia a Fraizzoli ci pensa Andreotti in persona. Quest’ultimo, infatti, chiama Fraizzoli e, ancor prima di parlare di Falcao, si rivolge al presidente interista con le seguenti parole: “mi dicono si tratti di affari importanti…..”. Il riferimento è ai capi d’abbigliamento che Fraizzoli fabbrica e che vengono distribuiti anche ai ministeri.

Il numero uno nerazzurro capisce che ormai la situazione si è fatta più grande di lui e contatta immediatamente Sandro Mazzola. “Il contratto di Falcao va stracciato”. La macchina della politica si è messa in moto ed il povero Fraizzoli non può far altro che lasciare il ‘Divino’ lì dove ha appena fatto la storia.

Il calciomercato non è mai sembrato argomento tanto ‘piccolo’.

Continua a leggere

Altri Sport

Dorando Pietri, storia dell’atleta che perse (vincendo) le Olimpiadi

Canorro

Published

on

Il 16 Ottobre 1885 nasceva Dorando Pietri, l’atleta che, alla maratona delle Olimpiadi di Londra 1908, si rese protagonista di una favola di sport. Tanto da diventare una storia da raccontare alle future generazioni con un fumetto.

Mi affascinava molto l’idea di un uomo considerato non adatto ad uno sport come la corsa che, grazie alla testardaggine, all’impegno e alla passione, è riuscito a diventare un campione. Era uno sprone ad applicarsi e a combattere per realizzare i propri sogni. E capii che raccontare la sua storia poteva essere interessante e divertente”. Così Antonio Recupero, sceneggiatore messinese classe 1977, autore insieme al fumettista e pubblicitario Luca Ferrara – Cava de’ Tirreni (Salerno) 1982 – dell’intensa e toccante graphic novel Dorando Pietri, una storia di cuore e di gambe. Edito da Tunué, il volume (144 pagine a colori, 16.90 euro) ripercorre l’epica narrazione del piccolo, grande atleta di Correggio (Reggio Emilia) che arrivò primo alla maratona dei giochi olimpici di Londra nel 1908 (era il 23 luglio e, pettorina numero 19, tagliò il traguardo in 2 ore e 54 secondi abbondanti), ma sorretto dai giudici di gara perché stremato, e perdendo per questo la medaglia d’oro. “Un uomo che, con la forza di volontà e contro ogni ostacolo, ha rovesciato ogni aspettativa. Suona davvero come un archetipo del mito”, aggiunge Ferrara.

Dunque nella storia delle Olimpiadi rimane vivo il ricordo di un atleta la cui memoria resiste da decenni, nonostante la sua gara non l’abbia mai vinta. Una vicenda affascinante, quella di Pietri, adesso declinata in un fumetto godibilissimo. Che dietro, però, nasconde un lavoro importante. “La fase delle ricerche è durata qualche mese, ed è stata complicata dalle discordanze trovate tra varie fonti, soprattutto tra quelle italiane e quelle di origine anglosassone, sulla vita privata di Dorando”, incalza Recupero, che ricorda: “Ci sono voluti tre mesi per realizzare la sceneggiatura. A Luca, invece, ne sono serviti nove per la realizzazione delle tavole, tempo dovuto anche alla ricerca e al perfezionamento di uno stile grafico che ha ideato appositamente per questo volume”. Un impegno importante, dunque, come rimarca proprio Ferrara: “Il lavoro è stato davvero titanico (per rimanere nel mito). La fase più frustrante? La ricerca di uno stile adatto e una modalità lavorativa ottimale. Quindi ho colorato in digitale le tavole e le vignette relative a ogni sequenza e ambientazione, per poi passare a un’altra, e così via. È stato emozionante vedere come tutto acquisisse senso mentre il libro si componeva”.

Ed ecco, pagina dopo pagina, delinearsi la storia del corridore emiliano attraverso un sapiente alternarsi di flashback e reminiscenze dal rilevante valore emotivo. Un impegno, quello nella realizzazione del libro, non privo di difficoltà per Recupero e Ferrara (“a nostra discolpa, dobbiamo precisare che nel frattempo, entrambi, dovevamo anche dedicarci ai lavori che ci permettono di pagare le bollette e fare la spesa”), ma che ha trovato il giusto approdo in un’opera che restituisce al lettore tutto il valore, congiuntamente alla forza, di un uomo e di uno sportivo indimenticabile.

Continua a leggere

Trending

Copyright Io Gioco Pulito srls | Mail: redazione@iogiocopulito.it | Direttore Responsabile Antonio Padellaro | Sito web realizzato da Why Not Web Communication