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Blade Runner 2049: più umani degli umani, anzi meglio

Marco Fiocchi

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Ci sono film che segnano la Storia del Cinema.

E’ riduttivo parlare di fantascienza citando certi lungometraggi, ma se apriamo le dita di un pugno e ci mettiamo a contare quelli che insieme all’effetto, colpiscono perché più “alti” e filosofici, che aprono dibattiti bioetici, possiamo dire che, cronologicamente parlando, dopo Metropolis di Fritz Lang (1927) e 2001 Odissea nello Spazio di Kubrick (1968, praticamente uno spartiacque del cinema), arriva quasi sempre Blade Runner di Ridley Scott. Nel 1982. Anche se ci mise diversi anni a diventare un cult.

Osare quindi, rimettere le mani su tale pezzo pregiato è stata sicuramente un’operazione discutibile. Purtroppo inevitabile, secondo le logiche dello show business. Per fortuna supervisionata dal team stesso dell’originale. A cominciare dal produttore:

Sir Ridley Scott. Forse l’ultimo maestro di cinema.

Ebbene, da fan generazionale del primo film, il preferito in assoluto nel mio personale cinepanorama, debbo dirvi che, giunto ovviamente scettico alla proiezione stampa di Blade Runner 2049, credo di poter ammettere di averlo promosso. Vi dico rapidamente perché, non lesinando le critiche.

Da qui in poi il post non deve essere letto da chi teme spoiler (che non scriverò, ma basta un aggettivo di troppo per qualcuno). Come richiesto da Denis Villeneuve.

Prima considerazione: pur potendo contare su effetti audiovisivi ovviamente superiori, il film di Villeneuve non impatta come accadde per chiunque vide al cinema la prima volta Blade Runner. Per anni.

Ciò è dovuto essenzialmente al fatto che siamo ormai “abituati a vivere nel futuro”. Vaccinati. Quel 2019 (a proposito, perché non aver progettato di farlo uscire proprio fra due anni?) dal 1982 sembrava molto più remoto di quanto possa sembrare il 2049 da oggi.

Forse perché abbiamo già scavallato il fascino ansioso del Millennio, e l’intelligenza artificiale già fa parte dei nostri orizzonti, con droni, stampanti 3D e realtà aumentata. Per non parlare della globalizzazione asiatizzante, le megalopoli, lo smog, le piogge acide oltre alle apocalissi quotidiane dei cambiamenti climatici. Per molti versi già viviamo nel mondo oscuro che Ridley Scott invece ci rivelava negli anni ‘80, ispirandosi alle skylines di Osaka e di Hong Kong e ad un futuro manga. Aggiungeteci la rivoluzione del web, e capirete come le video telefonate del primo film, facciano quasi nostalgia.

 

Detto questo Villeneuve e soci si sono molto impegnati per riprodurre scenari credibili, nonché pessimistici e distopici, proprio come aveva fatto Ridley. E tutto sommato la scenografia funziona. Forse si nota troppo poco il ruolo delle colonie extramondo e della Terra semi abbandonata. Che poi era un tema centrale nel racconto di P. K. Dick.

Quello che comunque piacerà, ne sono convinto, ai vecchi ipnotizzati da Blade Runner, in tutte le versioni conosciute, sarà l’aver seguito con attenzione maniacale il filo logico della storia. Rispettando con cura i 30 anni di “buco” tra il primo e il secondo. A tal proposito, ricordatevi se potete, prima di andare al cinema, di vedervi rapidamente i 3 corti, particolarmente quello animato di Watanabe. “2022: Black Out”.

(qui trovate tutti i link utili  https://www.warnerbros.it/recap/blade-runner-2049/?recap=blade-runner-2049)

Per la prima volta nella storia dei sequel, infatti, in una sceneggiatura così fragilmente perfetta, non ci sono evidenti aporie e conflitti. In confronto la saga di Star Wars sembra una telenovela sudamericana. Quello che hanno provato, in parte riuscendoci, in questo secondo film è stato di rovesciare diametralmente le parti. Non più l’umano che indaga e scopre l’esistenza, anzi l’essere dell’androide, i sentimenti dell’organismo cibernetico, quanto il replicante che va a caccia del proprio residuo umano, fra generazioni di replicanti, ormai consapevoli degli “innesti”.

So a cosa state pensando. Volete arrivare subito alla conclusione che in effetti la “tesi” dell’originale è che Deckard scopra infine di essere a sua volta un replicante? Non vi preoccupate, senza alcun rischio di spoiler. Non lo capirete nemmeno stavolta. Ecco perché il film funziona. Il cerchio resta sempre aperto. Ognuno trae le proprie conclusioni.

Cito la battuta migliore del film, non a caso sulla bocca del vecchio e scanzonato cacciatore magico, sempre antieroe in balìa degli eventi, Rick Harrison Ford: “il cane è vero?” – “non lo so, chiediglielo!”. Mentre sulla sintenticità (in senso biologico) di K’ Ray Gosling credo che nessuno possa avere dubbi. Senza colpi di scena. Solo Terminator ha avuto un protagonista con physique du rôle migliore.

Diciamo che questa volta si fa davvero fatica a capire chi è rimasto, fra gli umani. La cosa genera un po’ di confusione. Ammettiamolo. Sicuramente rimane la concezione di base che allaccia i due film, per cui i “lavori in pelle”, siano davvero “più umani degli umani”, e quindi tutto sommato molto meglio. Se non altro si fanno delle domande.

Anche la trama, che a molti critici è sembrata contorta e prolissa, secondo me funziona. Non starò certo qui a ‘spiattellarla’. Ma non è difficile indovinare cosa accada e accadrà durante il film. Mi restano solo da segnalare invece i preziosi camei, che vi faranno emozionare. Come il vecchio Gaff (E.J. Olmos) all’ospizio che regala dubbi amletici e origami. O la kareniniana apparizione di Rachael (Sean Young). Veramente sbalorditiva. Numerose anche le scene omaggio, come i vari “deicidi” fra macchine e creatori o viceversa. La ricerca che parte da un oggetto semplice. I “riconoscitori” di materiali. E la fotografia, però con molta più luce e bianco (e rosso), rispetto al maestro del chiaroscuro e della penombra. Ma qui siamo nel campo squisitamente tecnico che va dai plastici all’inquadratura fino alla pellicola, ormai tutto digitale.

Se devo proprio trovare un anello debole, mi sento di bocciare il ruolo e l’intera storia d’amore della dolcissima Joi (Ana de Armas) con K, incredibilmente ripresi da Her di Jonze che però faceva bingo con l’essenza/assenza fisico estetica di tale rapporto. Meglio lasciarla sexy esca gigante virtuale che farla entrare così direttamente nella storia. Forse occorreva per giocare con la piccola sosia di Pris (Daryl Hannah) Mariette (Mckenzie Davis). Ma il tentativo è modesto, non pare nemmeno lontano parente della storia punk tra Roy (Rutger Hauer) e Pris.

Comunque, sì. Se avete amato e amate Blade Runner (tutti i cut che volete) quanto il sottoscritto (ne dubito), potete andare a vederlo. Anzi dovete. Certo sappiate che non rivivrete le chandleriane atmosfere noir fra tapparelle e blues, né soprattutto gli epicizzanti dialoghi, tipici di Scott, con quel monologo finale di Roy Hauer divenuto cult virale, che anche Shakespeare avrebbe oggi recitato a memoria.

Ecco. Quello che manca stavolta è proprio Shakespeare. Per meglio dire la Tragedia Greca, Nonostante le parole bibliche di cui fa indigestione il pallido ed impalpabile Wallace Leto, non si avverte mai quella sensazione da coro ditirambico nel rimanere senza verbo davanti all’incompletezza del Tempo e del Destino in cui ci si ritrova ancora oggi, anche solo sulle note incombenti e melanconiche della prima colonna sonora del grande Vangelis

2 Commenti

2 Comments

  1. angelica

    ottobre 6, 2017 at 9:15 am

    Sul futuro distopico ci sarebbe da scrivere la Divina Commedia.
    Sono curiosa di vedere questo film, vedere se Goslin se la cava. Peccato per Roy Betty
    (Rutger Hauer) ; Avrei voluto rivederlo in qualche suo monologo.
    Presto andrò a vederlo.

  2. Marco Fiocchi

    ottobre 6, 2017 at 11:23 am

    Consiglio la lettura di questo pezzo sontuoso, su Deckard, Ford, Scott e Dick. Per avvalorare la mia tesi dei “rovesciamenti”. Così che da “negativo del negativo”, si arriva quasi ad un “positivo”…

    http://www.spns.it/2017/10/deckard-blade-runner-2029/

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Fanbody: arriva in Italia il progetto che, attraverso la chirurgia estetica, aiuta le donne che non riescono più ad accettarsi dopo un tumore

Angela Failla

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FanBody è un progetto rivoluzionario, tutto al femminile, unico nel suo genere: un vero e proprio crowdfunding della chirurgia estetica, creato per aiutare tutte le donne che combattono quotidianamente con la propria immagine e che non riescono più ad accettarsi dopo un incidente o un tumore.

L’idea nasce dall’esperienza di tante donne e dalla volontà di dare vita ad un progetto con un forte contenuto etico, conferendo un nuovo valore alla bellezza, soprattutto per chi ha combattuto dure battaglie contro il cancro e ne porta ancora le cicatrici sul corpo. Il portale si avvale infatti della collaborazione dei migliori professionisti della bellezza e di aziende leader del settore con lo scopo di offrire una possibilità a tutte coloro che vogliono correggere grandi e piccoli difetti fisici.

Fanbody ha uno scopo: permettere ad ogni donna di sentirsi bene con se stessa, aiutandola ad accettarsi, anche a causa di un evento traumatico come un tumore o un incidente.

E’ una nuova idea di bellezza.

E’ la chirurgia al servizio delle donne: un progetto mai sperimentato prima in Italia, social ma dal valore etico, perché chiunque potrà aiutare ogni donna a realizzare il proprio sogno, aderendo ad una o più campagne, acquistando prodotti o attraverso una donazione. In cambio si riceveranno premi e omaggi, ma il regalo più grande sarà la possibilità di aiutare qualcuno a ritrovare il sorriso.

Protagonisti del portale, oltre a donne dalla forte personalità con alle spalle storie intense, sono i chirurghi. Primo fra tutti il dottor Luca Grassetti, esperto in diastasi addominale, da sempre dalla parte delle donne. Definito anche il “chirurgo dal cuore d’oro” perché ha permesso a centinaia di pazienti con storie di traumi e sacrifici alle spalle, di sottoporsi ad interventi di addominoplastica a costi davvero accessibili.

Accanto a lui altri grandi professionisti del settore come: il dottor Vincenzo Nunziata, esperto in chirurgia plastica ricostruttiva; la dottoressa Mariza Moio, specializzata in tecniche ricostruttive soprattutto in ambito cranio-facciale; e il dottor Gianfranco Petrolo, spesso ospite di trasmissioni televisive in qualità di esperto di chirurgia estetica della mammella e del viso.

Le donne che combattono in silenzio le loro malattie e la loro immagine adesso avranno una voce in più e potranno sentirsi davvero meno sole.

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Terry Gilliam e il suo Don Quixote conquistano l’Ischia Global fest

Angela Failla

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Visionario, dal talento geniale. Una lunga carriera formata da grandi intuizioni intervallate a rovinose cadute, un cinema incantato e al contempo crudele. Questo e tanto altro è Terry Gilliam: regista, sceneggiatore, attore e all’occorrenza anche disegnatore, capace di creare nei suoi film piccoli mondi sospesi tra favola e realtà senza tralasciare il suo ecclettismo figurativo e quel suo personalissimo delirio poetico. Dall’apocalittico e distopico “Brazil” (che gli è valsa la candidatura agli Oscar come miglior sceneggiatura nel 1986) al Medioevo di “Jabberwocky”, attraversando la storia con i viaggi de “I banditi del tempo” e il beffardo “Le avventure del barone di Munchausen”. E poi ancora i bassifondi di New York in “La leggenda del Re Pescatore”, in viaggio per le strade di “Paura e delirio a Las Vegas”, nell’universo fiabesco e deformato dei “Fratelli Grimm”, senza tralasciare il faustiano “Doctor Parnassus”.

Finalmente, dopo quasi 30 anni di attesa, fatti di traversie inenarrabili, Terry Gilliam ha presentato quest’anno, all’Ischia Global Festival di Pascal Vicedomini l’anteprima italiana di “The Man Who Killed Don Quixote”.

«Ci sono voluti tanti anni per fare il mio “Don Quixote”, è stato un vero e proprio viaggio nel tempo, ma anche il mio primo western. Ho sempre amato e desiderato fare un western».

Ha esordito così Terry Gilliam raccontando quello che è il suo Don Quixote, liberamente ispirato all’opera incompleta di Welles, che l’autore di Bazil ha ambientato nell’epoca moderna.

«Ho sempre avuto il lavoro di Orson Welles in testa, probabilmente perché non è riuscito a portarlo a termine. Io sono stato, forse, più determinato. Mi piaceva molto la sua idea di portare Don Chisciotte nel XX secolo. Ma il mio progetto era diverso. Quando ho cominciato a lavorare al film, nel 1989, il problema principale che mi si è presentato è stato quello di spiegare al pubblico la differenza tra diciassettesimo e ventesimo secolo. Il film dell’epoca prevedeva un personaggio contemporaneo e la storia era ambientata tra XVII e XX secolo. Il mio film è completamente diverso perché è tutto ambientato nel XXI secolo. E sono davvero molto soddisfatto del risultato ottenuto».

Un Don Chisciotte diverso da quello che siamo abituati a vedere nell’opera di Cervantes e che, grazie a Gilliam si colora di chiaroscuri e debolezze umane. «La storia di Cervantes parlava di cavalieri ma anche di quel mondo che aveva corrotto la mente di Don Chisciotte. Più che sognatore lo definirei un pazzo con una visione confusa della realtà. L’immaginazione è il mezzo più potente che abbiamo e spesso mi ci perdo dentro. Per questo ringrazio mia moglie che riesce sempre a tenermi con i piedi per terra! A volte smarrisco completamente il senso del tempo».

E se Don Chisciotte è il protagonista indiscusso del libro di Cervantes, nel film di Gilliam assume una connotazione diversa e altri personaggi vanno alla ribalta.

«Don Chisciotte, a differenza di quanto si pensi, non è l’unico protagonista della storia. Accanto a lui c’è infatti Sancho Panza e tutti noi abbiamo dentro una parte dell’uno e dell’altro. Racconto questa storia attraverso gli occhi di Toby, il personaggio di Adam Driver».

Un film che diventa anche una denuncia verso quel mondo magico che travolge e spesso corrompe le persone. «Oggi è il cinema, con i suoi film, a corrompere la mente delle persone del nostro tempo. Ho fatto questo film per vedere  l’effetto che il cinema ha sulle persone e per mostrare cosa voglia dire realizzare un film».

Un lungo lavoro, durato quasi trent’anni, pieno di insidie. Una su tutte è stata, come racconta lo stesso regista, quella di trovare i finanziamenti per raggiungere il budget che serviva a completare l’opera.

«Non è facile, oggi, produrre un film a medio budget. Le difficoltà di finanziamento per produrre “The Man Who Killed Don Quixote”, sono state enormi. Avevamo 12 milioni e mezzo di dollari ma dovevamo arrivare a 16. Per fortuna ci è venuta incontro  una ricca signora che ha creduto nel progetto. Mi sembra ridicolo che oggi non si riescano a fare film a medio budget. E’ davvero una cosa assurda».

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Vite Spezzate

Patrizia Angelozzi

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Genova. Stavamo per augurarci questa mattina un buon ferragosto. Invece non sarà così.
Non lo sarà con l’ennesima tragedia che in moltissimi stanno seguendo in diretta per sapere se qualcuno, vicino o lontano, è vivo o no.
L’ennesima strage senza un perché.
Abbiamo imparato a restare inebetiti di fronte a un Paese che non funziona pi
, Ustica, l’irpinia, Rigopiano, il terremoto in Molise, la terra dei fuochi con tutti i malati di cancro…e molto altro.
Un’altra tragedia immensa dalla quale, insieme agli abitanti di questa nazione speriamo che questa Italia possa imparare a recuperare e tornare a vivere dentro la legalità dei controlli, dei collaudi, delle manutenzioni e non più garante di bandi da far gestire al minimo ribasso, perché stiamo pagando con la vita, tutto il fallimento di un Paese che crolla inesorabilmente. Mentre restiamo in attesa del numero delle vittime, allo stato attuale, sono 
440 evacuati e aumenteranno, 11 palazzi svuotati, in corso sopralluoghi…tra loro,un bambino di 10 anni. Solo dieci anni. E come lui, arriveranno nomi, facce, vite spezzate per incuria.
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