Connettiti con noi

Calcio

Suonava come Bob Dylan e giocava come Giggs: il triste destino del baby-fenomeno Adrian Doherty

Matteo Luciani

Published

on

“Siamo veramente orgogliosi del fatto che la storia di Adrian possa finalmente diventare nota a tutti. Spero che incoraggerà i giovani a tentare di raggiungere i propri sogni in ogni modo.”

Jimmy Doherty sta parlando di suo figlio, Adrian, che sarebbe potuto diventare uno dei più grandi talenti nel mondo del calcio.

La nota ‘generazione d’oro del 1992’ del Manchester United di Sir Alex Ferguson è divenuta famosa ed è stata celebrata a lungo in tutto il mondo: Giggs, Beckham, Scholes, Butt ed i fratelli Neville facevano parte di questa ristretta cerchia di fenomeni che aiutò i Red Devils a conseguire successi mai visti prima dalle parti di Old Trafford.

Tuttavia, quando la storia di questi eccezionali campioni è stata raccontata la prima volta, nessuno ha avuto modo di ricordare un altro talento di tale generazione, purtroppo segnato da un destino molto più sfortunato.

Adrian Doherty era un giovane dalla folta e scompigliata chioma, proveniente dalla piccola cittadina di Strabane, che meravigliò nelle giovanili del Manchester United a tal punto da essere descritto sulle colonne del Manchester Evening News come “capace di avere un impatto in prima squadra che probabilmente non si ricorda dai tempi del leggendario George Best”.

Doherty, però, finirà largamente sconosciuto al momento della sua triste morte in Olanda a soli 26 anni. Per molto tempo, la sua storia è rimasta sostanzialmente segreta. Due anni fa, tuttavia, la vicenda del povero Adrian è finalmente stata portata alla luce grazie alla pubblicazione del libro dal titolo “Forever Young”, scritto da Oliver Kay.

“Siamo molto contenti del risultato finale ottenuto grazie a Kay. Ovviamente è sempre difficile tornare ad una storia così tremenda come la perdita di tuo figlio, ma l’autore è stato fantastico e ha descritto il mio Adrian in maniera molto accurata”. Questo il commento di Jimmy Doherty.

“Di tanto in tanto, in passato diversi scrittori ci hanno avvicinato per chiederci di poter scrivere riguardo alla storia di Adrian ma noi ci siamo mostrati sempre disinteressati poiché siamo una famiglia che tiene molto alla propria privacy. Anche quando abbiamo parlato con Oliver Kay la prima volta eravamo molto esitanti ma la sua estrema sincerità ci ha davvero colpito. Ci disse che voleva scrivere il libro in un modo che noi avremmo davvero apprezzato ed effettivamente è stato così.

La famiglia Doherty non ha assolutamente il desiderio di finire sulle prime pagine dei giornali ma Jimmy ha affermato che sono stati tutti molto toccati dalle positive reazioni ricevute sul libro:

Tanta gente ci ha fatto sapere che è molto più che un semplice libro sul calcio e che ha ispirato molti giovani. Quasi nessuno conosceva la storia di mio figlio ma anche coloro che lo frequentavano hanno detto che non erano consapevoli di tutti i successi raggiunti da Adrian nel corso della sua breve vita. Il fatto che ora molti si siano affezionati a mio figlio è un tributo alla sua memoria, per un ragazzo che era davvero molto semplice.

La parola passa poi ad Oliver Kay, che riflette sul modo in cui è arrivato a progettare la propria fatica:

Quando sono incorso in questa storia per la prima volta, ero molto sorpreso perché pensavo di sapere tutto sull’ormai famigerata ‘generazione del ’92’ allo United. Ciò che ho trovato veramente strano era che quando i calciatori di quel Manchester United hanno scritto le proprie autobiografie o parlato dei grandi talenti nella squadra quasi nessuno abbia menzionato Adrian Doherty.

Doherty era un ragazzino timido e profondamente amante della musica. Giocava nel Moorfield Boys Club, nell’Irlanda del Nord, quando nel 1987 il tecnico della squadra e lo scout Matt Bradley contattarono il dirigente del Manchester United che si occupava dei giovani più interessanti nel territorio irlandese per segnalare il talento espresso da Adrian, uno dei più incredibili mai visti.

Ricordando quel periodo, Matt Bradley è ancora privo di dubbi sulle qualità di Doherty:

E’ il miglior giovane che abbia visto in oltre trent’anni di attività sia come allenatore che come scout. Dopo appena 15 minuti dall’inizio del match di prova, Alex Ferguson era già convinto e telefonò al padre di Adrian per far firmare il ragazzo con i Diavoli Rossi. Essendo tifoso dello United, ero doppiamente contento”.

Il segreto del talento di Adrian secondo papà Jimmy? Solo duro lavoro e passione:

Ho sempre creduto che Adrian fosse un talento naturale. Non fu allenato da nessuno in particolare nei primi tempi della propria carriera e riuscì ad avere successo grazie a ore di pratica e determinazione. Spero che la sua storia possa mostrare ai giovani cosa si può raggiungere con la sola forza di volontà e voglia di arrivare”.

Adrian impressionò tutti sin dai primi allenamenti al Manchester United, giocando nelle giovanili sulla fascia opposta rispetto a quella occupata da uno dei più grandi calciatori passati dalle parti di Old Trafford: Ryan Giggs.

Oliver Kay ha confermato che al tempo i compagni di Doherty rimasero a bocca aperta vedendo le sue giocate:

Ryan Giggs usava la parola ‘incredibile’ per descriverlo. Ho detto a Giggs che qualcuno mi aveva suggerito che tra i due il migliore fosse proprio Doherty e lui mi ha risposto che quel qualcuno non era lontano dalla verità.”

Lo stesso Giggs, in merito ad Adrian, ha affermato: Io giocavo sulla fascia sinistra e lui a destra. La sua velocità era pazzesca, una roba mai vista. Riusciva a superare gli avversari ed evitare i tackle dei difensori in un modo da non credere.”

Adrian Doherty era ben lontano dallo stereotipo del calciatore attuale e la sua creatività andava ben oltre il terreno di gioco. Scriveva canzoni e poesie, suonava la chitarra nei pressi di Old Trafford e non di rado per strada nel centro di Manchester. Era ritenuto eccentrico dai propri coetanei, spesso definito in inglese una ‘lost soul’ (anima perduta)..

Le persone gli dicevano che sarebbe diventato il nuovo Best? Lui rispondeva che avrebbe preferito essere il nuovo Bob Dylan. Sir Alex Ferguson lo ricorda come “il ragazzo silenzioso con il talento calcistico più limpido mai incontrato, che tuttavia era più attratto dalla propria vena artistica”.

A soli diciassette anni, Doherty era sul punto di debuttare con la prima squadra dello United, quando il fato intervenne per sconvolgere ogni piano. Adrian si ruppe i legamenti e restò fuori gioco per molto tempo. Tornò ma si infortunò nuovamente, non riprendendosi mai più del tutto. Old Trafford non ebbe così mai la possibilità di ammirare tutto il suo talento. Alla fine, Doherty risolse il contratto con la società e rimase senza squadra.

Oliver Kay ha aggiunto che Doherty, grazie alle sue qualità, avrebbe potuto sfondare senza dubbio ma che, allo stesso tempo, visto il suo carattere particolare, probabilmente non avrebbe avuto successo a lungo.

Aveva talento e su questo non ci piove. Qualcuno però ritiene che Adrian aveva iniziato ad essere disincantato nei confronti della vita già prima degli infortuni. I suoi interessi si stavano allargando e sentiva che nella vita c’era molto di più che il calcio solamente. Penso che se non ci fossero stati gli infortuni avrebbe fatto faville ad Old Trafford, salutando però tutti dopo 50, 100 o chissà solo 20 partite. Era un personaggio enigmatico e per questo molto affascinante.

Terminata la carriera calcistica, Doherty trovò diversi impieghi in altri ambiti. Nell’Aprile del 2000, ad esempio, Adrian lavorò per un’azienda che faceva mobili per la casa. Una mattina, poi, mentre si recava a lavoro, Adrian cadde in un canale. Rimase in coma per un mese ed il 9 Giugno del 2000 morì, un giorno prima del suo 27esimo compleanno.

Dopo la perdita del figlio, oltre al dolore enorme, la famiglia di Adrian dovette combattere anche contro le infondate infamie che volevano un Doherty sotto effetto di alcool o droghe e per questo finito in quel dannato canale. Gli investigatori e le autorità giudiziarie chiusero ben presto a qualsivoglia maldicenza, etichettando la faccenda come ‘tragico incidente’.

Per coloro che avevano seguito lo sviluppo come calciatore di Adrian sin dalla più tenera età, il dubbio su ciò che poteva essere e non è stato rimane molto forte a tutt’oggi, come spiega Matt Bradley.

“Penso che Adrian sarebbe divenuto il più grande talento mai espresso dal calcio irlandese insieme a George Best. Sono ancora in contatto con suo padre, Jimmy, ed è davvero triste pensare che non abbiamo potuto assistere ai successi del ragazzo sia nel calcio che magari nella musica”.

Quindi, in conclusione, come dovrebbe essere ricordato Adrian Doherty?

“Con un sorriso ed un senso di stupore per ciò che era,” afferma Oliver Kay “e poi con questa frase detta, da un suo vecchio compagno allo United: ‘suonava la chitarra come Bob Dylan e giocava a calcio come Ryan Giggs‘. Mica male, no?”

 

Clicca per commentare

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

20 − sei =

Calcio

La Strage allo Stadio Lenin di Mosca e l’insabbiamento del regime

Lorenzo Martini

Published

on

Il 20 Ottobre 1982 allo Stadio Lenin di Mosca una tragedia colpì il mondo del pallone. Durante una partita di Coppa Uefa 66 persone persero la vita. Una strage paragonabile all’Heysel, ma che a differenza di quest’ultima sappiamo poco perchè intervenne il Regime a nascondere tutto.

Da anni il problema della sicurezza negli stadi è uno dei temi che più sta a cuore agli organismi sportivi nazionali e internazionali. Controlli serrati all’entrata, le contestate tessere del tifoso, i DASPO e tanti altri provvedimenti sono stati gli strumenti principali per rendere gli stadi più vivibili e sicuri.

Purtroppo, però, le azioni intraprese dallo Stato sono state adottate in maniera poco strutturata e organizzata, andando a colpire spesso solo i tifosi, tralasciando gli aspetti legati alla manutenzione e alla messa in sicurezza degli impianti. Le ripercussioni conseguenti a questa incapacità gestionale hanno sfociato, in molti casi, in disordini, tafferugli e persino vittime. Tali fatti di cronaca hanno amaramente campeggiato su tutti i giornali nazionali, causando un totale oscuramento del calcio giocato per dare spazio a episodi di violenza che non avremmo mai voluto vedere.

Ma come veniva affrontato questo tema più di trent’anni fa, quando l’ambiente stadio e i problemi ad esso associati avevano una risonanza mediatica completamente diversa?

Quella del 20 ottobre 1982 è una data chiave per capire come una tematica simile fosse tutt’altro che prioritaria. Quella sera si disputava la partita di andata di sedicesimi di Coppa Uefa tra i padroni di casa dello Spartak Mosca e gli olandesi dell’HFC Harlem. Allo Stadio Centrale Lenin di Mosca – oggi stadio Luzhniki – erano accorsi oltre 15mila tifosi, malgrado gli oltre 10 gradi sotto zero. Questo perché lo Spartak era la squadra rappresentativa del popolino, della gente umile che si animava per le giocate dei proprio beniamini, contrapposta al Lokomotiv, la squadra dei ferrovieri, alla Dinamo e al CSKA, con cui si identificavano le forze di polizia.

A causa del ghiaccio, alcuni settori dello stadio non erano agibili e tutti gli spettatori erano stati disposti nella Tribuna Est, che era stato sistemato all’ultimo alla bell’e buona. Questa scelta era stata anche apprezzata dai tifosi moscoviti, visto che la maggior parte di loro – soprattutto operai e studenti – avevano preso la metro per arrivare allo stadio e la fermata dava proprio sulla Tribuna Est.

Dopo 16 minuti dal fischio di inizio, è lo Spartak ad andare in vantaggio, grazie ad un gol di Edgar Gess. Poi la partita scorre lenta e monotona, anche a causa delle pessime condizioni climatiche e del campo. Con la partita in stallo, verso l’ottantesimo molti tifosi moscoviti, allora, decidono di abbandonare lo stadio, così da non trovare file o intoppi alla metro. Sembrerebbe una tranquilla serata di calcio come tante altre, quando all’85 il difensore Sergei Shvetsov  sigla il definitivo 2 a 0: la gente, accalcata sulle scale per l’unica uscita, sente l’esultanza proveniente dalle tribune e quindi in molti decidono di tornare indietro, venendo però bloccati dalla polizia.

E’ una bolgia.

 Ma il peggio ancora deve venire. Infatti, mentre la persone restano imbottigliate tra le scale, spintonate a destra e a manca, accade l’imprevedibile: inadatte a sopportare un peso simili, le scale cedono di schianto. E’ una carneficina.

Alla fine il bilancio ufficiale è di 66 morti e 61 feriti, anche se, secondo alcune fonti, le vittime sarebbero addirittura 300. Il tutto a causa, non solo del crollo delle scale e della calca che si era generata, ma anche perchè le milizie erano tutt’altro che preparate per un intervento immediato e i soccorsi arrivarono con molto ritardo. La totale disorganizzazione della polizia provocò inoltre problemi nell’uscita degli altri spettatori ancora sugli spalti, che rimasero a lungo intrappolati nello stadio.

Al contrario, la polizia fu tutt’altro che disorganizzata nell’insabbiare tutta la vicenda. Appena terminato l’incontro, mentre ancora si cercava di capire l’entità dell’incidente, le due squadre vennero sbrigativamente allontanate dallo stadio. Il giorno seguente sul giornale “Il Vespro di Mosca” riportò che nello stadio Lenin “c’erano stati degli incidenti che avevano comportato lesioni a qualche tifoso”. Una rilettura totalmente distorta di ciò che era avvenuto.

Nei giorni successivi, i rapporti ufficiali sulla vicenda non sono per nulla chiari e omettono di spiegare la gravità dell’incidente. Come capro espiatorio viene identificato un tale Panchickin, il custode dello stadio, che viene ritenuto il responsabile delle precarie condizioni dell’impianto e viene condannato a 18 mesi di lavori forzati.

Perché tutto questo? Perché di mezzo c’è la politica. Breznev, ormai malato e sul punto di lasciare la guida della Russia, voleva che comunque l’Unione Sovietica avesse dato ancora un’immagine di sé forte e invincibile, lontano da qualsiasi debolezza. Uno scandalo come quello dello stadio Lenin sarebbe inaccettabile, ed è  per questo che viene dato inizio ad un’autentica campagna di disinformazione. Pur di non apparire una nazione in declino e lontana dalle superpotenze mondiali, si cerca di nascondere tutto.

Solo anni dopo, il nuovo segretario del PCUS Jurii Andropov ordinò un’inchiesta sul disastro avvenuto e vennero riportati alla luce molti dettagli e aspetti della vicenda che erano stati celati. Eppure il tentativo di insabbiamento durò ancora per anni e alcuni decessi furono tenuti nascosti dalle alte sfere del Cremlino.

Oggi lo stadio Luzhniki è uno stadio all’avanguardia, cinque stelle nel ranking UEFA, ed è uno degli impianti più sicuri al mondo. Eppure quelle 66 persone sono morte proprio su quegli spalti, a causa dell’incuria e dell’inesistente manutenzione della struttura.

 “Non avrei mai voluto segnare quel gol.”

Molti giorni dopo il tragico evento, furono queste le dichiarazioni del difensore Sergei Shvetsov, autore del raddoppio dello Spartak Mosca. Si sentiva responsabile di quanto era accaduto.

Ed è proprio per questo che il tema della sicurezza negli stadi deve essere affrontato con sempre maggiore attenzione e determinazione. Perché un momento di gioia sportiva non può e non deve essere mai la causa di una strage di vittime innocenti.

 

Continua a leggere

Calcio

Ranieri, il Leicester e lo zampino di Santa Rita, protettrice dei casi impossibili

Andrea Corti

Published

on

Compie oggi 67 anni Claudio Ranieri, attuale allenatore del Nantes, che verrà per sempre ricordato come colui che ha compiuto una delle imprese più belle della storia del calcio, quella del Leicester Campione d’Inghilterra. Una vittoria miracolosa, non a caso collegata ad un fattore divino che vi raccontiamo.

I gol di Vardy, ovviamente. I dribbling di Mahrez e la parate di Kasper Schmeichel, of course. E la tanta saggezza di mister Ranieri in panchina, nemmeno a dirlo. Ma a dare una grande mano al Leicester laureatosi clamorosamente campione d’Inghilterra nel 2016 potrebbe essere stato anche un fattore decisamente insospettabile: “Da anni Ranieri è devoto a Santa Rita – ci raccontò Claudia Mannelli nel ristorante ‘La Porrina’ di Roccaporena, gestito dalla sua famiglia da generazioni -, e credo ci sia lo zampino della protettrice degli impossibili nello scudetto che ha vinto”.

Siamo in Umbria, nel pieno della Valnerina, a pochi minuti da Cascia. Roccaporena è un paese tanto piccolo quanto grazioso, adagiato alla base di una piccola conca e abitato da poco più di 50 persone. In questo luogo è nata nel XIV secolo Santa Rita, passata alla storia per essere la patrona dei casi impossibili e disperati, e proprio qui Claudio Ranieri negli ultimi trent’anni ha portato molte delle sue squadre in ritiro pre-campionato. Il cuore pulsante di Roccaporena è il centro sportivo, gestito fino a poco tempo fa dal Rettore dell’Opera di Santa Rita, don Sante Quintiliani, scomparso nel 2017, con cui Ranieri aveva costruito negli anni una solida amicizia. L’Opera accoglie ormai da decenni orfani e ragazzi provenienti da famiglie difficili, che nelle scorse estati hanno potuto ammirare da vicino fior di campioni. Sul bel campo di calcio si sono allenati, tra gli altri, il Chelsea di Zola e Desailly e la Fiorentina di Batistuta e Rui Costa. Ogni volta che una squadra del tecnico testaccino ha fatto tappa qui è stata organizzata una sfida amichevole contro una selezione locale: “Tutte le volte abbiamo preso belle ‘imbarcate’ – ci racconta Luca Rasi -, ma ci siamo sempre divertiti e qualche volta siamo anche riusciti a segnare!”.

Al centro di Roccaporena c’è lo Scoglio di Santa Rita, piccolo promontorio sulla sommità del quale la Santa andava a pregare e ora c’è un santuario a lei dedicato. Tra gli allenamenti che Ranieri faceva fare alle sue squadre c’era anche la salita e la discesa di corsa di questa ripida scalinata: “Normalmente ci vogliono 20 minuti per arrivare su, – continua Rasi -, ma i giocatori impiegavano al massimo cinque minuti…”. Chiaramente questa piccola comunità ricorda ancora con stupore i giorni caotici in cui folle di tifosi invadevano gioiosamente la loro quiete: “All’epoca in cui qui veniva la Fiorentina – assicura Enrico Di Curzio, il direttore dell’hotel dove soggiornano le squadre – facevo salire Batistuta sulla mia Panda per evitare di farlo andare al campo di allenamento a piedi, e per fare un tratto di strada per il quale solitamente ci vogliono due minuti ce ne mettevamo trenta a causa dei tifosi che bloccavano il percorso”. Non mancano poi gli aneddoti: “Qui c’è poco da fare – spiega Rasi -, al massimo ci sono i bar: mi ricordo che i giocatori del Chelsea bevevano come matti!”. Inevitabile poi qualche ‘scappatella’: “I giocatori durante il ritiro sono sottoposti a una dieta ferrea – ricorda Claudia -, e spesso venivano nel mio ristorante per mangiare di nascosto dall’allenatore. Mi ricordo che una volta Ranieri stava per entrare e i ragazzi sono scappati dalla finestra nel retro!”.

Ovviamente nella vittoria della Premier non è intervenuta la mano divina, quel che è certo è che la sua devozione per la protettrice dei casi impossibili gli ha quantomeno portato bene nel realizzare quella che è da più parti considerata la più grande impresa dello sport inglese, che a molti ha ricordato le vittorie del Nottingham Forest di Brian Clough, regalando una boccata di ossigeno a chi si ostina a non arrendersi alla logica del calcio moderno in cui dominano le regole dello show business.

Continua a leggere

Calcio

Truffe e affini: quando lo Sportivo è vittima di raggiro

Emanuele Sabatino

Published

on

Il detto parla di gallina dalle uova d’oro ma se ribaltiamo il sesso possiamo tranquillamente parlare del pollo dalle uova d’oro. Il pollo in questione è il calciatore, o atleta di successo in generale, spesso miliardario in giovane età, improvvisamente o quasi, contornato da persone che gli vogliono bene ma anche da falsi cortesi che salgono sul carro del vincitore, di chi nella vita ce l’ha fatta e ha un bel po’ di grana. Indifeso e sprovveduto corre spesso il rischio di fidarsi troppo buttando alle ortiche gran parte della propria fortuna monetaria. Di seguito una carrellata di casi in cui i poveri atleti sono stati vittime di truffe e raggiri più un paio di chicche extra.

ALESSANDRO GAMBERINI

Ultimo in ordine cronologico la truffa ai danni dell’ex giocatore della Fiorentina Alessandro Gamberini che sarebbe stato raggirato da due suoi ex amici di Prato ed un banchiere per una cifra intorno al milione e seicento mila euro. Gamberini credeva di aver investito 1 milione di euro in un fondo obbligazionario al 3% (era scontento della gestione della banca precedente che gli fruttava solo lo 0,7% annuo), rivelatosi inesistente, e gli altri 620.000 in una fideiussione che non si ricordava neanche di aver firmato. Questi soldi sono stati usati dai due truffatori per coprire i loro debiti e comprare delle case. Ora dopo la deposizione in tribunale è in attesa che la giustizia faccia il suo corso.

MACCHINE PAGATE E MAI ACQUISTATE

Cosa hanno in comune Mexes, Ferrari, Zotti e Vucinic? Oltre ad aver militato nella Roma, gli stessi sono stati truffati da un concessionario della capitale che vendeva le auto, incassava i soldi ma non era in grado di fare il passaggio di proprietà perché queste ultime non erano di proprietà del concessionario ma in leasing. Scoperta fatta dalle forze dell’ordine in seguito alla denuncia di uno dei tanti comuni cittadini raggirati.

QUELLA PORSCHE FANTASMA

Stessa città, Roma, sempre una concessionaria. Sorte malevole è toccata anche ai calciatori Giorgio Venturin ed Andrea Silenzi che hanno comprato una porsche da 200 mila euro ma che non hanno mai visto dal vivo. Per loro una doppia beffa: oltre a non guidare mai la supercar anche l’archiviazione del caso da parte del giudice e addio soldi.

IL MADOFF DEI PARIOLI

Vittime del più classico degli schema Ponzi sono stati i due calciatori ex Roma Stefano Desideri e Ruggero Rizzitelli che hanno mal riposto i loro soldi nella mani (bucate) di Gianfranco Lande detto “Il Madoff dei Parioli”. Garantiva investimenti con ritorni incredibili nel corto-medio termine e riusciva a pagare tutti fintanto che riusciva a portare soldi nuovi dentro il suo schema. Una volta saturo è scappato con la cassa. Rizzitelli ha perso circa 3 milioni di euro. Lande è stato condannato a 5 anni e mezzo di carcere, già scontati, per un ammontare di soldi rubati pari a 170 milioni di euro ma c’è chi giura siano molti di più.

MAMMA HO PERSO L’AEREO

Dall’erba al parquet il discorso non cambia. Anche un grande campione come Scottie Pippen è stato truffato alla grande. L’ex stella degli imbattibili Bulls di MJ ha comprato un aereo, rivelatosi poi rotto, per 4 milioni di dollari. Oltre il danno anche la beffa: per riparare ha dovuto spendere un milione di dollari aggiuntivo.

SE TI TRUFFA ANCHE LO STATO

Quante volte abbiamo sentito parlare della Spagna come il paradiso fiscale per i giocatori che lì pagavano meno tasse? Fu proprio Galliani a dire anni fa, prima che la situazione cambiasse, che non c’era partita perché la fiscalità spagnola a parità di offerta era sempre la metà preferita dai calciatori.

In Spagna però le cose sono cambiate ed i calciatori che pagano in Spagna il 50% di tasse, una volta venduti all’estero e cambiando la residenza fiscale abbattono l’aliquota fino al 20%. La differenza deve tornare nelle casse dei contribuenti. Non è stato così però per alcuni calciatori come ad esempio Sahin ai tempo del Real, Salvio con l’Atletico Madrid e Zapata con il Villarreal che una volta cambiato squadra e lasciata la Spagna non hanno ricevuto nulla. Dove finivano i soldi? Su un conto off-shore intestato ad un’ispettrice del dipartimento fiscale spagnolo. Il piano era perfetto perché in teoria i calciatori ignari del vantaggio fiscale non avrebbero mai preteso la cifra. Peccato per lei che alcuni calciatori sono sprovveduti ma altri si affidano a fior di professionisti per pagare meno tasse e avere vantaggi economici in continuazione (come il trasferimento di Ronaldo alla Juve).

TRUFFARE UNA FEDERAZIONE

Dovrebbe vincere il premio di truffatore del millennio. Il personaggio in questione è Wilson Perumal ora in carcere ma prima una delle persone più potenti ed influenti del calcioscommesse mondiale. Cosa faceva? Organizzava finte amichevoli tra nazionali comprando le divise e raccattando le persone per strada. Così da far uscire risultati clamorosi e scommettendoci sopra. Come è stato scoperto? Grazie ai suoi agganci organizzò a Manama un’amichevole tra Bahrein e Togo. Il Togo era una nazionale forte perché annoverava tra le sue fila Adebayor mentre il Bahrein era una squadra modesta. Quote stra-sbilanciate a favore dei togolesi che però persero 3-0. Il perché è da ricercarsi proprio nel fatto che chi vestiva la maglia della nazionale togolese erano dei figuranti. Mentre in Bahrein festeggiavano la vittoria, il ministro dello Sport del Togo lesse sul giornale di quella partita e incredulo scrisse una lettera alla Fifa: la nazionale, quella vera, era impegnata in Botswana nelle qualificazioni della Coppa d’ Africa.

Continua a leggere

Trending

Copyright Io Gioco Pulito srls | Mail: redazione@iogiocopulito.it | Direttore Responsabile Antonio Padellaro | Sito web realizzato da Why Not Web Communication