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Il bello e il brutto dello Sci Italiano raccontato da Peter Fill

Fabio Bandiera

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Torna in Italia il Circo Bianco nelle splendide ed abituali cornici della Gardena e dell’Alta Badia, veri e propri santuari viventi della Coppa del Mondo, all’insegna dello sport e del fare festa in allegria e occasione unica per assistere dal vivo alle performance di straordinari funamboli, tra i quali la pattuglia azzurra recita degnamente la propria parte con i sempreverdi Innerhofer, Paris e il due volte campione del mondo di discesa Peter Fill, con cui abbiamo avuto il piacere di scambiare due battute sulle gioie e i dolori dello sci azzurro e la sua straordinaria seconda parte di carriera. Atleta esemplare e vincente, faccia pulita e spirito indomito montanaro, cocktail perfetto che ha fatto di Peter un campione assoluto riservandogli un posto indelebile nella storia dello sci alpino.

Peter buongiorno, partiamo dall’attualità delle tue gare italiane per parlare delle variabili imponderabili di questo sport. Anche quest’anno qualcosa è andato storto.

Beh si, analizzando entrambe le gare posso dire che in Super G sono partito con un numero alto e sono riuscito comunque ad entrare nei dieci trovando un feeling che ancora non c’era. Ero carico e stavo bene anche in discesa, ma la sfortuna come avete visto anche quest’anno si è accanita ed è scritto che queste gare sotto casa mia siano segnate dal destino, meglio prenderla con filosofia.

Lasciamo l’attualità e riavvolgiamo il nastro della tua carriera. Le ultime due stagioni che si commentano da sole, traguardi incredibili e un posto nella storia. Il tuo segreto?

Difficile rispondere a questa domanda anche perché l’impegno e la dedizione verso questo sport sono rimasti gli stessi, forse nella mia testa è scattato qualcosa da quando mi sono sposato, ho trovato la serenità giusta e da quel momento in poi sono riuscito ad essere molto più scorrevole sui piani e questo mi ha  reso completo e vincente. E’ ovvio che oltre a questo devo ringraziare il team fantastico di allenatori e compagni di squadra che hanno funzionato alla perfezione permettendoci di lavorare in serenità.



Peter hai spento trentacinque candeline e sei al top, si è allungata di tanto la carriera media di uno sciatore moderno?

Secondo me sì, oggi si fa un po’ più fatica da subito a capire le dinamiche interne di questo sport, ma se ci si allena con costanza e si preserva il proprio fisico anno per anno i risultato possono arrivare anche con la maturità alla quale si unisce l’esperienza e la gestione delle tensioni che da giovani possono giocare brutti scherzi.

A proposito di giovani, anche nella vostra disciplina esiste il problema cronico del ricambio generazionale. Come ne usciamo?

E’ un problema serio, di sicuro manca la grinta e quel fuoco che spinge a concentrarsi  e a dare il massimo  per raggiungere degli obiettivi. Queste motivazioni partono dalle famiglie e dagli educatori, nel mio caso posso dire grazie ai miei e i miei allenatori che questi valori me li hanno trasmessi senza mai essere troppo invadenti. Poi il resto lo fai tu,  il mio amore per questo sport mi ha spinto a dare tutto me stesso per arrivare dove sono oggi.

Peter Fill come ha iniziato la sua storia sugli sci? Pensavi di farne la tua vita?

E’ chiaro che essendo nato e cresciuto in un posto con lo skilift a trecento metri non potevo non avere gli sci ai piedi e sin da bambino ne ho approfittato divertendomi. Era un modo per esprimerci e girare per far le gare, ma senza nessuna intenzione seria. Poi sulle orme di mia sorella che era veramente forte ho incominciato a curare gli aspetti tecnici e a migliorarmi e lì mi si è aperto un mondo, che è esploso dopo l’infortunio di mia sorella. Da li è toccata a me dimostrare chi ero.

Tema sicurezza. La morte di Poisson è dietro l’angolo e la questione è tornata di attualità.

E’ chiaro che la questione è sensibile anche perché durante gli allenamenti non abbiamo le stesse protezioni che abbiamo durante la gare, ma per Poisson posso dire che si è trattata comunque di una tragica fatalità e la cosa dispiace perché siamo tutti una famiglia che vive e condivide per mesi la stessa vita. Poisson era una persona solare ed allegra eravamo coetanei e anche lui era diventato da poco padre, dispiace davvero tanto.

Peter, Il tuo futuro. Ti vedo ancora immerso nel circo bianco a trasmettere il tuo sapere e il tuo entusiasmo alle giovani generazioni. Sbaglio?

Mah, francamente non ci ho mai pensato ancora sul serio, ma di sicuro mi andrebbe di poter insegnare ai giovani la mia esperienza per aiutarli a crescere, ma comunque ho ancora qualche stagione da vivere e spero di essere protagonista ancora per un po’, poi allenare sarebbe un’evoluzione a mio avviso naturale che rientrerebbe nelle mie corde.

Tanta fatica, pochi guadagni: perché un giovane dovrebbe scegliere di fare oggi lo sciatore?

Beh economicamente sono ben pochi quelli che oggi possono vivere di rendita con questo sport, ma senza la passione e la voglia di divertirsi e migliorarsi non vai dai nessuna parte, e se poi vai forte forte puoi anche guadagnare abbastanza . Non sono i soldi certamente che mi hanno spinto a diventare sciatore, ma la voglia di vivere in mezzo alla natura e alla montagna e poi l’adrenalina che ti da una gara di per se ripaga tutti i sacrifici e gli allenamenti. Vittoria, sconfitta ed emozioni così forti, questo è quello che ogni giovane deve provare nell’approccio a questo sport.

Per chiudere. La carovana bianca itinerante, il vostro mondo. Aggettivi?

Siamo una famiglia unita, una sorta di circo vivente che si sposta di settimana in settimana. C’è competizione ovviamente, ma si vivono tutte le emozioni possibili dentro la comunità e per noi che facciamo discipline veloci la condivisione è totale visto che dalle prove alla gara viviamo le stesse situazioni  tutta la settimana tra hotel, giornalisti e località. E’ il mio mondo, il mondo di uno sport tra i più belli, sani e pulito, lavoriamo e ci divertiamo e per questo mi sento un privilegiato.   

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L’incredibile impresa di Carlo Airoldi: storia di un eroe italiano

Daniele Esposito

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Avrebbe compiuto oggi 149 anni Carlo Airoldi, un piccolo grande eroe che con la sua impresa ci ha mostrato cosa voglia dire davvero l’amore per lo Sport.

Carlo Airoldi era semplicemente uno sportivo appassionato, maratoneta e podista che aveva vinto solo qualche gara di paese, ma con grande passione. Figlio di contadini, lavorava in una fabbrica di cioccolato.

La sua storia non è nota perché, come sappiamo, chi non vince viene presto dimenticato. Ma, in questo caso particolare, vincere o perdere non ha inciso assolutamente sull’impresa che Carlo ha portato a termine. Qui si va ben oltre.

 

A poco più di un mese dall’inizio delle Olimpiadi di Atene del 1896, Carlo, non potendosi permettere i soldi per affrontare le spese del viaggio, decise di partire per la Grecia a piedi, sfidando qualsiasi corridore e qualsiasi cavallo, con la certezza di essere il migliore e non avere rivali.

Decise di farsi sostenere da un giornale sportivo: “La bicicletta”, al quale promise la corrispondenza e l’aggiornamento riguardo la propria avventura. La sfida era affrontare il viaggio da Milano fino ad Atene, in un mese. Fu un cammino pieno di ostacoli in cui il corridore rischiò anche la vita imbattendosi in gruppi di briganti. Tramite un  piroscafo che lo portò fino a Patrasso, proseguì poi il suo viaggio a piedi fino alla meta tanto bramata, Atene.

Airoldi arrivò nella capitale greca i primi di Aprile, giusto in tempo per l’inizio dei Giochi Olimpici. Ma la sua fama lo precedette, provocando chiaramente preoccupazione e apprensione tra gli organizzatori dei giochi olimpici: la maratona era la gara simbolo della competizione greca e a vincerla doveva essere assolutamente un greco. Grazie ad un cavillo burocratico, infatti, ad Airoldi non venne concessa l’autorizzazione a partecipare alla gara, perché considerato un professionista e i giochi olimpici erano esclusivamente riservati ai dilettanti. Le richieste del consolato italiano furono insistenti, ma servirono a ben poco. La maratona venne vinta, come da copione, da un dilettante greco, Spiridon Louis.

Carlo assistette alla corsa e rilasciò le seguenti parole a “La bicicletta: “E’ necessario che io parta al più presto, giacché ieri ed oggi dura fatica feci a reprimermi. Mi sentivo il prurito nelle mani e non posso tollerare più a lungo i sorrisi ironici di certi villani, ai quali avrei voluto far vedere, se non mi avesse trattenuto il timore di passare per un farabutto, che oltre alle gambe possiedo anche delle buone braccia. Dopo tutto mi consolo perché a piedi vidi l’Austria, l’Ungheria, la Croazia, l’Erzegovina, la Dalmazia e la Grecia, la bella Grecia che lasciò in me un ricordo indelebile.

La storia di Carlo Airoldi è sicuramente una storia che andrebbe raccontata o almeno menzionata nei libri di storia: è intrinseca, al suo interno, la voglia di un uomo di coltivare le proprie passioni nonostante le avversità e gli ostacoli. Carlo era un uomo umile e povero, ma ciò non bastò per frenare la propria indole di sportivo prima, e corridore poi. Dalle sue parole è possibile comprendere quanto l’obiettivo di partecipare fosse importante per lui, ma allo stesso tempo, che il viaggio stesso e la possibilità di credere in un sogno battendosi per quello che si ama, nonostante la sconfitta finale, fosse il vero scopo della sua eroica corsa. Beh, questa è la storia di Carlo Airoldi, un eroe vincente, senza medaglia.

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Esports: quando truccare le partite è un (video) gioco

Emanuele Sabatino

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Qual è il fine a cui tendono gli e-sport? La risposta è molto semplice: emulare nel modo più accurato possibile le stesse situazioni, le stesse dinamiche, della vita reale. O almeno, esclusi i giochi di fantascienza, è quello il proposito dei giochi sportivi e di guerra.

Purtroppo però quando si tenta di emulare al massimo qualcosa, si prendono sia i lati positivi sia quelli negativi. Ed eccoci al punto dolente. Nello sport una delle piaghe più importanti, insieme al doping, è quella del match-fixing, ovvero delle partite truccate.

 Eh sì, anche il mondo virtuale dei joystick e dei mouse e tastiera è entrato nel mirino dei criminali nel settore del match-fixing. Il motivo è sempre lo stesso ed è valido per tutti gli ambiti della vita. Dove girano soldi, tanti soldi, qualcuno vuole prendersi un bel vantaggio aggirando le regole, arricchendosi e trasformando quel mercato e quell’ambiente in marcio.

QUANTI SOLDI VENGONO SCOMMESSI SUGLI E-SPORT?

La domanda che molti, io in primis, mi sono domandato è stata la seguente: “Ok, ma quanti soldi potranno mai generare le scommesse legate agli e-sport?” La risposta è talmente incredibile che ancora oggi fatico a digerire la risposta. Le scommesse abbinate agli e-sport, solo nel 2017 sono state pari a 696 milioni di dollari.

Tantissimi soldi ed il motivo è molto semplice. In tutto il pianeta ci sono 385 milioni di persone che interpretano tre ruoli contemporaneamente: Giocatori, spettatori e scommettitori. A questi vanno aggiunti quelli che scommettono solamente, tra cui le organizzazioni criminali, che muovono tantissima moneta.

L’industria dei videogiocatori si è ampliata, è cresciuta, è diventata lucrosa. In Asia è una realtà già da tempo ed in Europa sta crescendo sempre di più grazie anche all’aiuto di Federazioni, come la Ligue 1 francese che ha istituito la versione virtuale della lega calcistica dove ogni settimana si giocano le stesse partite in programma negli stadi in modo virtuale, e altre squadre che hanno assunto dei pro-player per disputare le partite sotto la propria bandiera.

COME FUNZIONA LA CORRUZIONE

Esistono sono due tipi di corruzione, entrambe fanno leva sul fatto che questi ragazzi ritrovatesi di punto in bianco in auge e in un mondo molto ricco, non sono stati formati per essere professionisti e senza nessuna istruzione dal punto di vista etico. Il primo modo di essere corrotti è se vogliamo “di sopravvivenza”. I pro-player si vendono le partite per auto-finanziarsi l’iscrizione a tornei successivi. Il secondo invece è quello “associativo” dove ci sono dietro le organizzazioni criminali che vanno dai player e li convincono a vendersi le partite dietro lauto compenso.

Ian Smith, commissario per l’integrita della Esport Integrity Coalition (ESIC) ha dichiarato che il giro di scommesse clandestine ed illegali sulle competizioni virtuali si aggira intorno ai 2 miliardi l’anno.

COME SI PUO’ COMBATTERE?

Le quote vengono rilevate in tempo reale, quindi lo stato di allerta si genera subito intorno all’evento. Come per gli sport normali, più si va lontano dalla scena professionista main-stream più il rischio combine diventa concreto.

IL PROBLEMA DELLE SKIN:

Se per combattere le scommesse il vantaggio è quello di avere gli alert delle quote in tempo reale e poter vedere chi ha scommesso seguendo i flussi di denaro. La cosa  che rende più difficoltosa la scoperta e cattura dei giocatori corrotti è il fatto che essi sono internet-addicted, ovvero conoscono molto bene internet ed il mondo dell’informatica e sanno come celare la propria identità. Proprio per questo per ricevere la “mazzetta” per truccare una partita, utilizzano le SKIN. Le skin sono oggetti che vengono usati dai personaggi nei videogiochi. Può essere un’armatura o una spada o anche altro. Più è potente e più è costosa.

Vengono trasferite e vendute anche nel fuori dal gioco nel mercato nero quindi succede uno scenario simile a questo: Criminale vuole corrompere un giocatore. Compra una spada ed un armatura per un importo di 10.000 euro e poi la passa al giocatore da corrompere per perdere la partita. Il corrotto, può rimonetizzare la skin vendendola a sua volta per soldi ad un terzo giocatore.

ARRESTI ILLUSTRI

Nel 2016 il mondo e-sports venne scosso dall’arresto di Lee Seung-Hyun, uno dei giocatori più forti di tutti i tempi di Starcraft 2 che per essersi venduto due partite si è beccato 700.000 KRW di multa, pari a 532 euro, 18 mesi di carcere, 3 anni di spospensione e ban a vita dagli e-sport coreani.

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Tra povertà e persecuzione dei Rohingya, in Myanmar resiste solo lo Sport

Nicola Raucci

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La Corte penale internazionale dell’Aja ha annunciato che verrà aperta un’indagine sulle deportazioni in Myanmar, in passato nota como Birmania, nei confronti dei Rohingya, minoranza di fede islamica vittima di violenza e brutalità. Sotto accusa in particolare i vertici dell’esercito, accusati di genocidio. In un paese così devastato, lo Sport può rappresentare una speranza, una valvola di sfogo per chi non vede più un futuro.

Myanmar, Paese dell’Indocina, dalle condizioni di vita tra le più difficili al mondo. Sotto dittatura militare dal 1962 al 2015, la stagnazione economica, l’isolamento internazionale e i disastri naturali acuiscono i problemi che derivano dalla povertà diffusa e dai conflitti etnici che storicamente affliggono queste terre, tra i quali la persecuzione della minoranza musulmana dei Rohingya, per cui la nazione è tornata all’onore delle cronache nell’ultimo periodo.

A Yangon, città di oltre 5 milioni di abitanti e capitale fino al 2005, tra Anawrahta Road e Maha Bandula Road, strade del quartiere commerciale d’epoca coloniale che si diramano attorno alla Sule Pagoda, stupa birmana di oltre 2000 anni, simbolo inequivocabile della bellezza e della storia di questo Paese, i ragazzi vestiti di stracci palleggiano con piroette incredibili in una sorta di danza. Giocano a chinlone, sport tradizionale e nazionale del Myanmar. Uno dei tanti sport simili presenti nel Sudest asiatico: kator (Laos), sipa (Filippine), cầu mây (Vietnam), sepak raga (Brunei, Indonesia, Malaysia e Singapore) e il più famoso di tutti a livello internazionale, ovvero il sepak takraw (Thailandia). Giravolte e acrobazie incredibili tra l’umidità asfissiante, il frastuono incessante del traffico e i mille odori del mercato.

Il chinlone è praticato ovunque e da chiunque: uomini, donne e bambini, spesso insieme. Le esibizioni più rilevanti avvengono tra la folla, accompagnate dalla musica tradizionale in un’atmosfera mistica, dove movimenti e note si fondono in una simbiosi inestricabile veloce e fluida. Contraddistinto da regole rigorose per quanto concerne il posizionamento e l’orientamento di ciascuna parte del corpo in ogni specifica mossa, da eseguirsi in totale armonia con le altre, l’esibizione vede cinque o, più frequentemente, sei giocatori in cerchio. Senza l’uso di mani o braccia si passano una palla di fasce di rattan, bambù o canna che emette un tipico suono sordo quando colpita. Durante i passaggi i giocatori effettuano un movimento circolare intorno al giocatore posizionato al centro che si esibisce nelle diverse mosse. L’obiettivo è non far cadere la palla per più tempo possibile, realizzando contemporaneamente il maggior numero di movimenti perfetti.

Le origini del chinlone risalgono a circa 1500 anni fa. Il suo stile caratteristico deriva dalle esibizioni, influenzate dalle arti marziali e dalle danze tradizionali, ideate per intrattenere la corte reale birmana. Nel corso dei secoli sono state fatte diverse variazioni, soprattutto riguardo alle centinaia di movimenti da effettuare nel palleggio. Storicamente snobbato dagli europei che lo consideravano alla stregua di un semplice gioco indigeno più che un vero e proprio sport, ha tuttavia registrato un aumento di interesse internazionale nel primo Novecento, quando si sono tenute alcune dimostrazioni in diverse parti d’Europa e Asia. Nel 1953 il capo dell’Associazione Atletica Birmana, U Ah Yein, ricevette l’incarico dal governo di redigere un regolamento ufficiale. Queste regole fecero del chinlone uno sport a tutti gli effetti nel Myanmar e lo stesso anno si tenne a Yangon la prima competizione riconosciuta. Altra tappa fondamentale nella storia del chinlone è stato il 2013, durante i XXVII Giochi del Sud-est asiatico (SEA Games) svoltisi in casa, a Naypyidaw. In occasione di tale evento, è stato incluso come sport separato e le regole sono state aggiornate in modo da avere due squadre che si sfidano in campi circolari distinti. Il punteggio dipende dal livello della performance nello stesso lasso di tempo a disposizione.

La cerimonia di chiusura ha inoltre sottolineato l’importanza e la centralità del chinlone nella cultura birmana. Agli ultimi SEA Games di agosto 2017 a Kuala Lumpur in Malaysia il chinlone è entrato stabilmente tra gli sport della manifestazione, nella disciplina del sepak takraw, con quattro specialità: “senza ripetizione (primo livello)”, “stesso tocco”, “collegamento” e “senza ripetizione (secondo livello)”. Uno sport unico, capace di far risaltare la magnificenza delle tradizioni e della storia della Birmania, al di là dei suoi templi millenari e della sua incantevole natura. Una magnificenza che purtroppo viene tuttora eclissata dalle piaghe della povertà, della fame e dei conflitti armati.

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