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Sport & Integrazione

Bayern Monaco e Bundesliga : le curve danno il buon esempio per l’integrazione

Federico Corona

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Quando dall’urna del sorteggio di Nyon, uno Javier Zanetti in versione nemico immortale ha estratto la pallina contenente il nome Bayern Monaco quasi fosse un volontario sgambetto di marca interista, in casa juventina, al di là delle frasi di circostanza tipo: “se vuoi vincere la Champions devi in ogni caso battere le più forti” non saranno di certo mancati pugni al tavolo e imprecazioni. Contro la sfiga, il fato, lo storico capitano nerazzurro. Non che i bianconeri fossero inconsapevoli del rischio concreto di incrociare i top team europei dopo il secondo posto nel girone, ma tra tutte le big del torneo, gli scongiuri di non doversela vedere subito con il Barcellona e, appunto, i tedeschi, si sprecavano.

Il Bayern Monaco, la superpotenza tedesca che può contare su tanti campioni in campo quanti in panchina, diretta da quel guru del calcio moderno qual è Pep Guardiola, con il suo gioco asfissiante e snervante, che non ti lascia respirare e ti fa spazientire. Squadra dal rigore teutonico e la fantasia spagnola, che domina i campionati e arriva sempre tra le prime quattro in Europa.

Massimiliano Allegri, il suo staff, i giocatori e tutta la dirigenza sapevano bene chi stavano andando a incontrare, conoscevano bene lo spessore dell’avversario da battere per accarezzare di nuovo le grandi orecchie di quella coppa tanto sognata e solo sfiorata lo scorso anno. Il Bayern fa paura, è il Golia del pallone, e serve un Davide perfetto e fortunato per superarlo. Ma pensate che la sua grandezza si limiti a quello che si vede in campo? Al livello tecnico dei suoi interpreti? Ai perfetti meccanismi tattici? Alla storia gloriosa che porta con sé? Occhio, perché il club bavarese è molto di più.

È un esempio di solidarietà. Una corrente anticonformista contro il conservatorismo della Baviera. Un club e una tifoseria che fanno del progressismo la loro seconda bandiera, oltre a quella biancorossa che sventola all’Allianz Arena a sostegno della squadra.

Germania, 2015: l’esodo dei profughi di guerra è ai massimi storici. Più di un milione di migranti sono pronti a mettere piede in terra tedesca, e migliaia di loro hanno come ultima fermata di quella infernale “rotta balcanica”, che rappresenta l’unico sentiero possibile per lasciarsi alle spalle la guerra, proprio la Baviera. Ogni giorno i disperati richiedenti asilo giungono alla stazione di Monaco per provare a ricostruirsi una vita. Un flusso continuo e incontrollabile: solo a gennaio sono 92 mila i profughi arrivati in Germania. E mentre Angela Merkel spalanca le braccia e si fa paladina dell’accoglienza, generando dissapori e scontri politici e sociali, il calcio, e in particolare l’universo Bayern, risponde con appelli e gesti solidali.

 Il club di Monaco decide di stanziare 1 milione di euro per l’emergenza migranti e si prepara ad allestire un campo d’allenamento riservato ai giovani profughi, dove verranno distribuiti pasti quotidiani, l’equipaggiamento necessario per giocare a calcio e dove i ragazzi riceveranno lezioni gratuite di tedesco, per scacciare via la paura che quella parola genera ancora in molti angoli d’Europa: integrazione. I giocatori, in occasione della partita con l’Augsburg, sono entrati in campo tenendo per mano un bambino tedesco e un profugo. Javi Martinez, centrocampista basco del Bayern, corre dal campo allo scalo ferroviario della stazione di Monaco per donare palloni e magliette ai piccoli rifugiati.

Ma per comprendere al meglio l’impegno preso dal club bavarese occorre riavvolgere il nastro, perché questa nobile iniziativa parte da lontano, e trova le radici nello spirito altruista della sua tifoseria, legata visceralmente alla storia del club e del Paese. È il 22 agosto 2014, quando nel settore dell’Allianz occupato dal gruppo ultrà Schickeria, viene srotolato un enorme striscione contenente il messaggio esplicito verso la dirigenza di accogliere i rifugiati: “Ob in der Bayernkaserne oder sonst wo: Solidaritaet statt Ressentiment. Refugees welcome“. Un gesto che negli stadi d’Europa non si vede tutti i giorni, ma che rappresenta solo il corollario di un attivismo che da anni caratterizza il tifo organizzato del Bayern. A sostegno della squadra, ma anche dei diritti. Il capo ultrà Simon Mueller, in occasione del ricevimento del premio antirazzismo vinto dalla Schickeria nel 2014, si presentò sul palco indossando una maglietta su cui campeggiava la scritta: “nessuna persona è clandestina”, al fianco di Karl Heinz Rummenigge e dell’ex presidente della Federcalcio tedesca Wolfgang Niersbach, stretti nei loro abiti firmati.

“Qui la tragedia della Seconda Guerra Mondiale ha cambiato il modo di pensare delle persone. Da noi gli estremisti di destra non sono accettati” racconta Mueller in un’intervista. Da queste parti sostenere gli altri è una tradizione. Una lezione che arriva dalla storia.

Perché così avvenne con il presidente ebreo del primo scudetto Kurt Landauer, deportato al campo di concentramento Dachau – dove oggi è stato allestito uno spazio proprio per ospitare i profughi – dopo la Notte dei Cristalli, poi costretto a riparare in Svizzera perché perseguitato da Hitler e tornato in Baviera solo nel 1947. Anche lui fu sostenuto dalla sua gente, il suo ricordo da queste parti è indelebile e ha contribuito alla creazione di quel manifesto di valori morali che oggi i tifosi del Bayern non perdono occasione di manifestare a costo di evadere il recinto dello sport ed entrare in quello di politica e società.

In occasione della partita con l’Eintracht Francoforte, la curva bavarese allestì un’enorme coreografia per rendere omaggio a Landauer, dopo che per oltre 50 anni il suo ricordo era stato tenuto nel cassetto dalla dirigenza: “era prima del mio tempo” rispose lapidario il manager Uli Hoennes. E poi ancora magliette, convegni, eventi, giornate di studi per diffonderne la memoria. “Aiutare gli altri è per noi un dovere morale” continua il capo-ultrà. E lo si capisce anche dai progetti che portano avanti durante l’anno: nel corso della settimana che anticipa le partite casalinghe, la Schickeria organizza attività sociali come visite periodiche agli ex campi di concentramento, invitando le tifoserie ospiti a unirsi a loro.

E mentre alcuni gruppi neonazisti attivi nel mondo del tifo organizzato assaltano e danno fuoco alle strutture che accolgono i profughi, nel palazzo della sede della Schickeria, oggi, vengono ospitati un gran numero di rifugiati, perlopiù minorenni.

Uno sforzo costante per combattere violenza e intolleranza, per abbattere un altro muro, questa volta invisibile. Diverse squadre di Bundesliga hanno seguito l’esempio del Bayern scendendo in campo per aiutare i rifugiati. Dal Borussia Dortmund che riserva ai migranti una quota di biglietti per assistere alle partite in casa e lancia messaggi sul proprio sito ufficiale affinché la Germania non finga di non avere le risorse per accogliere quella povera gente, all’Hoffenheim, che ha distribuito 900 paia di scarpe e 300 palloni da calcio ai bambini. Fino ad arrivare alle serie minori, dove il Babelsberg di Berlino ha fondato una squadra composta esclusivamente da immigrati, il Welcome United, che attualmente milita in una serie dilettantistica tedesca.

E l’Italia? Dalle curve della Serie A niente striscioni, nessuna iniziativa, nessun “welcome”. E pensare che il tifo organizzato tedesco nacque negli anni 90′ proprio sulle orme delle nostre curve. I supporters del Bayern prendevano il treno e venivano nei nostri stadi per studiare da vicino come sostenere con calore, passione e organizzazione la propria squadra. E hanno imparato. Oggi, forse, siamo noi che dobbiamo prendere esempio da loro.

FOTO: www.overpress.it

9 Commenti

9 Comments

  1. Emanuele

    marzo 4, 2016 at 10:14 am

    Per essere tra le società e non solo di calcio tra i migliori al mondo ci sarà più di un motivo. Vado spesso a Monaco di Baviera e ai miei figli faccio studiare tedesco..chissà magari un giorno saremo fortunati ad appartenere a quella società. Complimenti per l’articolo.
    Grazie.

  2. Lapo

    marzo 4, 2016 at 1:27 pm

    Vedrete appena gli cominceranno a rubarep osti di lavoro come li accoglieranno a braccia aperte. I bimbetit non capiscono mica niente: proprio le manifestazioni pro.migranti erano principalmente frequentate da studenti che ahimé sono ben lontani dalla realtà. LA societÀ a monaco é nel 90% deicasi contro la politicadiimmigrazione della merkel. Il ceto medio-basso é tutto contro. Tra quelli con cui ho parlato io non ce n’é uno che sia felice di trovarsi 50 migranti accanto casa o altri 400mila in germania a cui poi dovrà pagare gli aiuti sociali. Quindi inutule che la stampa faccia propaganda di regime. LA SOCIETÀ TEDESCA É TUTTA CONTRO QUESTA POLITICA.

  3. giancarlo

    marzo 4, 2016 at 1:49 pm

    certo, dopo aver affamato Grecia, Portogallo e Italia adesso i tedeschi sono solidali con i profughi. Che ipocriti. E non mi dite che voi credete veramente che un Afghano che chiede asilo politico in Svezia è un profugo vero. Vicino ci sta l’India, il PAkistan, l’Iran la Turchia ma lui vuole fare 10.000Km per andare in Svezia ! Ancora credete alla favole.

  4. rehfix@gmail.com

    marzo 4, 2016 at 2:56 pm

    Grüner Weg
    18

  5. rehfix

    marzo 4, 2016 at 3:11 pm

    Chi conosce la societa’ tedesca non si lascia trasportare da commenti rozzi e volgari. L’altruismo.tedesco e’ cosa che tocchi tutti i i giorni . Io ci vivo da 35 anni e so di cosa parlo, i pregiudizi che noi italiani nutriamo verso questo mondo sono senza analisi e contenuti. La tifoseria del Bayern München e’ un esempio vivente di solidarieta’ quotidiana in cui molti Clubs della Bundesliga si identificano. Qui non esistono Salvini vari, qui non trovono spazio

  6. oliviero

    marzo 4, 2016 at 3:50 pm

    Lo striscione si riferisce a quasi un anno fa:-)
    Quando la Merkel aprì le porte ai rifugiati (siriani, non i seneglaesi e nigeriani che arrivano da noi non si sa a quale titolo..).
    Le organizzazioni umanitarie accoglievano i profughi nelle stazioni e la gente solidarizzava.
    Vi garantisco che da Agosto dell’anno scorso le cose sono cambiate, e se forse non ve ne siete accorti, Germania e Austria hanno chiuso le frontiere:-)
    Ragazzi, quando scrivete un articolo documentatevi meglio

  7. Italokrukko

    marzo 4, 2016 at 3:57 pm

    Penso che come al solito la verità stia nel mezzo e anche “il fatto” faccia sensazionalismo con casi mediatici.

    Vivo in Germania da alcuni anni sposato con una ex tedesca dell’est.
    Germania come Italia è una moltitudine di idee e opinioni,però usare il Bayern come stile e buon esempio è ridicolo (città più ricca di Germania, disoccupazione inesistente e benessere)
    Prova un pò ad andare a Dresda a srotolare uno di quelli striscioni e poi ne parliamo.
    In Germania ti inculcano a scuola che “non devi” essere razzista per motivi storici, io preferisco il 99% di italiani che lo sono per indole (ricordiamoci che siamo primi al mondo per solidarietà e di solito nelle fasce più basse di reddito!)

  8. antonio conte

    marzo 4, 2016 at 4:14 pm

    …giusto per rispondere a Lapo, sara’ anche vero quello che dici ma rimane che nelle curve hanno sostenuto gli immigrati e da noi al contrario fanno solo cori razzisti! allora vuol dire che il livello culturale delle curve tedesche é molto alto!
    Quindi in questo sicuramente meglio di noi!

  9. fulviosiani23@gmail.com

    marzo 7, 2016 at 11:48 am

    Caro Oliviero, l’articolo parla della solidarietà e delle manifestazioni di accoglienza delle curve tedesche, non delle politiche europee sull’immigrazione.

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Calcio

St. Pauli: i Pirati tedeschi che giocano contro l’odio

Ettore zanca

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Contro slogan di intolleranza e razzismo o provvedimenti che prendono a calci il buon senso, parlando di panini e mense autorizzate solo per pochi, contro l’autorità che si travisa dietro la legge per fare provvedimenti dubbi, una delle soluzioni sarebbe andare in un quartiere a luci rosse, poi, vedere una partita.
No, non è una boutade, è la realtà.

Ad Amburgo c’è un motto, esistente da sempre in quella che viene definita la Venezia del nord: «I posteri abbiano cura di conservare degnamente la libertà che gli antenati partorirono.». 
Già avete capito che qui la democrazia passeggia libera e anche un po’ libertina. Infatti al suo interno, c’è il covo, o l’alcova di un quartiere a luci rosse, che si confonde con portuali che farebbero arrossire un camallo, per la loro forza espressiva. Una zona in cui poco tempo fa perfino un serial killer era meglio girasse scortato.

Dentro questo ventre, o meglio, monte di Venere della città, alberga una squadra. Il suo nome è St. Pauli FC. Gioca in seconda divisione e fino a poco tempo fa sognava di scontrarsi e battere i cugini dell’Amburgo, famosi per avere un orologio che segnava da sempre il loro non essere mai retrocessi, fino all’anno scorso.

Il St. Pauli non è una squadra trascendentale, si suda salvezze impossibili e spesso con giocatori che si applicano tanto, ma poco ottengono. Eppure l’amore per questa squadra è incondizionato. Intanto perchè è una squadra dichiaratamente antinazista e multirazziale. Non è raro, come quest’anno, trovare sulle loro maglie ricamato anche l’arcobaleno, simbolo di pace e di molto altro. Inoltre sono una a polisportiva che ospita molti ragazzi che stanno lontani dalla strada.

I ragazzi di marrone vestiti però hanno tanti motivi per far battere i cuori dei rudi portuali. Intanto lo stadio e le sue zone limitrofe sono sede di vaste iniziative di creatività, musica pittura, scrittura e arti varie, qui sono bene accette e stimolate.

Poi tutto quanto quello che la squadra decide, viene concertato con i tifosi più rappresentativi, che cercano sempre insieme ai giocatori di organizzare incontri benefici o iniziative a favore delle categorie più deboli e svantaggiate.
Una delle giornate più belle, allo stadio del St.Pauli, si ebbe quando si giocò contro la Lampedusa Hamburg Football Club, nel 2013, una squadra improvvisata di migranti, venuti appunto da Lampedusa e rifugiatisi qui. La partita servì a finanziare acquisti di cibo, coperte e vestiti, inoltre la società cercò attivamente di favorire l’integrazione di chi era arrivato in questo covo di bellissimi pirati del calcio.

Già perchè il simbolo della squadra è la bandiera del Jolly Roger, quella dei pirati, portata per scherzo da alcuni tifosi tanti anni fa e rimasta nella tradizione del club. Inoltre, piccolo particolare, andatevi a vedere le maglie che hanno indossato dal 2014 ad adesso, sono delle meraviglie.

Insomma un posto dove la democrazia non è solo un modo per sciacquarsi la bocca. Già perchè anche a guardare un compagno di squadra a cui passare il pallone, dovremmo ricordare che “compagno”, ha origine dall’etimo del “mettere il pane in comune”, dividerlo.
E perchè forse bisogna ripartire da una forma di bellissima pirateria ribelle e sana, perchè tutto non vada a puttane. E non mi riferisco al quartiere a luci rosse, stavolta.

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Altri Sport

Storia di Ciprian, l’atleta Special Olympics salvato da Madre Teresa di Calcutta

Olympics Italia

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Il 17 Ottobre 1979 veniva assegnato il Premio Nobel per la Pace a Madre Teresa di Calcutta, una donna divenuta Santa per le sue immense opere di carità verso i più poveri e i più sfortunati al mondo. Tra le tante storie che accompagnano la sua vita, c’è quella di Ciprian. Insieme a Special Olympics vi raccontiamo la sua meravigliosa vicenda.

Madre Teresa di Calcutta è stata proclamata santa da Papa Francesco; tra i suo “miracoli” c’è certamente quello di aver salvato la vita a Ciprian, oggi un Atleta Special Olympics.
La sua rinascita ha inizio quando, a Tirgoviste vicino Bucarest, Madre Teresa di Calcutta varcando la soglia di un orfanotrofio, per casi incurabili, con scarse condizioni igieniche e cibo insufficiente, lo prese in braccio e decise di portarlo via con sé, ancora piccolino. Un incontro che, invertendo un destino già segnato, ha aperto le porte ad una nuova vita fatta di attenzioni, cure ed attività di riabilitazione che gli hanno permesso di sentirsi parte di una famiglia e di avere le giuste condizione per poter vivere pienamente.

La nascita
Ciprian è nato in un piovoso giorno di gennaio, durante gli anni della dittatura di Ceausescu. Per i medici è già un miracolo che sia ancora vivo perché le conseguenze del parto si rivelano drammatiche: le ossa del cranio non si saldano, non permettendo un corretto sviluppo del cervello; il neonato è destinato ad andare incontro a seri problemi durante la crescita. Le gravi malformazioni alla nascita e le conseguenti preoccupazioni portano probabilmente la madre ad abbandonarlo.

L’arrivo in Italia
La sua nuova casa diventa, fino a quando non gli viene permesso di arrivare in Italia, l’Istituto delle Suore Missionarie della Carità a Bucarest. Accolto successivamente a Roma in un Convento delle Suore Missionarie, viene sottoposto, al Policlinico Gemelli, a diverse operazioni chirurgiche che riescono a salvargli parte della vista dell’occhio destro. Madre Teresa, negli anni, non si è mai dimenticata di Ciprian al quale, tornando in Italia nel 1993, fa da madrina di battesimo.

Il Serafico, una nuova famiglia
Nel 1995 per il Tribunale dei Minori di Roma Ciprian può essere adottato; le Suore Missionarie si adoperano per trovargli una famiglia ma le sue difficoltà spaventano così tanto che nessuno porta avanti, fino in fondo, l’intenzione di adottarlo. Ad occuparsi di lui nelle vesti di tutore legale, fino ai 15 anni, è una religiosa delle Suore Missionarie della Carità; successivamente si aprono le porte del Serafico di Assisi, centro di riabilitazione e ricerca per ragazzi con disabilità plurime, nonché team Special Olympics. Ciprian soffre di una encefalocele fronto-nasale a suo tempo corretta chirurgicamente con un residuo visivo e un ritardo mentale medio lieve, ma la riabilitazione, le numerose attività svolte, lo sport e l’affetto hanno fatto un vero e proprio miracolo in termini di crescita.

Lo Sport e Special Olympics
Ciprian è un ragazzo simpatico, vitale, sempre allegro; i volontari raccontano “uno straordinario smontatore di oggetti”, che ama conoscere nei dettagli per avere la certezza che ogni pezzetto, anche il più piccolo, ha un ruolo ed è prezioso. Nella struttura di Assisi diventa attore negli spettacoli del laboratorio teatrale, pittore al laboratorio grafico e un grande sportivo.
Partecipa ai primi Giochi Nazionali Special Olympics, nel 2007 a Lodi, dove conquista le sue prime medaglie, entrambe d’oro nei 100 metri e nel salto in alto; da lì un percorso di crescita continua la strada da fare è ancora lunga ma Ciprian non ha paura, ha già dimostrato a se stesso di avere una gran voglia di continuare a correre.

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Calcio

Fasce e lacci arcobaleno, ma il Calcio resta ancora uno sport omofobo

Matteo Luciani

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Il 14 Ottobre 1979 negli Stati Uniti, a Washington, si svolse la prima marcia per i diritti LGBT. A distanza di anni le cose sono migliorate, ma grandi problemi rimangono palesemente. Anche lo Sport soffre le stesse criticità. In particolare il calcio, dove è quasi impossibile mostrarsi per quello che si è.

Novembre 2016: i capitani delle squadre della Premier League indossano fasce color arcobaleno mentre tutti i calciatori scendono in campo con i lacci delle scarpe dello stesso tipo. La ragione? Tutto ciò è parte integrante della campagna anti-omofobia ‘Rainbow Laces’ promossa dall’organizzazione Stonewall.

L’evento viene visto dai media come un grande passo per uno sport spesso ritenuto reticente nei confronti delle comunità LGBT; ma lacci e fasce arcobaleno sono veramente un segno tangibile di progresso nel trasformare il calcio in uno spazio in cui i giocatori LGBT si sentano liberi di esprimere la propria sessualità anche in pubblico?

Francamente, no.

È piuttosto singolare, infatti, che soltanto un ex atleta della Premier League, passato pure in Serie A per una fugace apparizione con la maglia della Lazio, il tedesco Thomas Hitzlsperger, abbia ufficialmente fatto coming out (peraltro, soltanto a carriera conclusa) quando il 2% della popolazione maschile britannica oggi si identifica come gay e si è a conoscenza del fatto che oltre 500 giocatori della Premier League, tra passato e presente, sono omosessuali.

Hitzlsperger affermò, riguardo alla sua dichiarazione pubblica, di essersi ispirato a quanto fatto dal cestista John Amaechi, dal tuffatore Tom Daley, dalla stella gallese di rugby Gareth Thomas e dall’ex calciatore di Leeds United e LA Galaxy Robbie Rogers; il tedesco spiegò pure di sperare che il proprio gesto potesse aiutare altri colleghi a fare lo stesso.

Parole, purtroppo, poco utili se si pensa che addirittura il presidente della FA, Clarke, non certo il primo venuto, ha recentemente dichiarato che sarebbe “impossibile” per un giocatore attuale fare coming out poiché la lega non sarebbe in grado di proteggerlo a sufficienza dagli attacchi esterni di tifosi avversari.

Di certo, il precedente dell’ex attaccante del Norwich City e del Nottingham Forest, Justin Fashanu (peraltro, il primo calciatore di colore ad essere pagato un milione di sterline nel calcio inglese), in tal senso, ha segnato un profondo solco.

Fashanu, uscito allo scoperto nel 1990, decise di porre fine alla sua vita soltanto otto anni dopo a causa degli enormi problemi (lavorativi e non) che il suo coming out gli aveva creato.

Presso il già citato ‘Rainbow Laces Summit’, diversi atleti britannici si sono riuniti per discutere sul modo in cui poter aiutare la comunità LGBT nel mondo dello sport.

Due stelle dell’hockey britannico, Kate e Helen Richardson-Walsh, regolarmente sposate, sono intervenute, così come il rugbista Keegan Hirst.

A quanto pare, soltanto il calcio è rimasto così indietro sull’argomento.

In tal senso, durante il vertice, il presidente Clarke, ha dichiarato che il calcio è “due decenni indietro” rispetto alla possibilità di diventare oggi un posto sereno anche per gli omosessuali.

Clarke ha affermato che sta tentando di parlare con molti calciatori gay del mondo inglese, in merito alla chance di effettuare il coming out, ma che, tuttavia, nessuno si sente veramente tranquillo all’idea.

Mancherà ancora molto, in Inghilterra e non, per rendere anche il calcio uno sport più civile?

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