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Storie dell'altro mondo

“Battimuro non vale!”

Matteo di Medio

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In quel “tempo che fu”, giocare a pallone sotto casa era prassi quotidiana; una vera e propria abitudine di cui non si poteva proprio fare a meno. L’asfalto – poco colorato e tanto grigio – sbucciava, all’incirca, un milione di gomiti e ginocchia di ragazzini scalmanati in tutta Italia, mentre le partite continuavano senza sosta per pomeriggi interi.

Anzi, pomeriggi interi ma assai inoltrati, visto che gli incontri duravano, almeno, fino al nascere delle prime luci dei lampioni. E, quei “pomeriggi interi assai inoltrati” conoscevano la parola fine soltanto quando qualche strillo materno, ben poco affettuoso, veniva lanciato dai balconi o dalle finestre dei palazzi, “lassù”, verso uno o più giocatori sui marciapiedi o nelle piazze, “laggiù”.

Malgrado il bruciore delle ferite fosse maledettamente vivo e il sangue avesse già lasciato la sua perfida traccia “rossa fiammante”sui pantaloni vagamente sgarrati, in quel “campo di guerra” bisognava continuare a correre. Si stringevano forte i denti perché occorreva giocare e vincere la sfida, non si potevano mica lasciare i compagni da soli contro tutti gli altri. Anche perché, un “uomo” in meno significava, inesorabilmente, perdere il match. Occorreva giocare, punto, fregandosene del sangue e della sofferenza fisica. Tanto, poi, a casa c’erano litri d’acqua ossigenata o – peggio ancora – bottigliette di plastica da un litro con al loro interno quello spirito color rosa proprio come la pelle, insieme all’indimenticabile puzza d’alcool purissimo a ricordare i corridoi degli ospedali. Sì, ogni sera le bottigliette aspettavano felici per farci urlare dal dolore.

“Ora vedi quando arriva tuo padre..”, tuonava sempre minacciosa la mamma, “felicissima” di dover ancora rammendare, ricucire, aggiustare, rattoppare quell’immenso buco già bucato qualche giorno prima. L’asfalto, l’amico indiscusso d’ogni genitrice!

In quel “tempo che fu” il Golden Gol era già stato inventato; non ce ne vogliano Monsieur Blatter e la FIFA, ma il “vince chi segna” fa parte della Storia del nostro calcio di strada. Si poteva anche stare sotto di 18 gol, ma quel “vince chi segna” riportava immediatamente la gara in parità! Altro che Golden Gol..

Il “pre-gara” era così caratterizzato: finita la scuola si correva subito a casa per pranzare. Forchetta nella mano destra, mega bocconi e mente alla supersfida che stava per arrivare. Poi, il terrore che durava il tempo di un attimo – fra domanda di mamma e quel nostro innocente pensiero “Dio perdonami se sto per dire una bugia”.. – che dalla bocca d’ogni ragazzino – su ogni pianerottolo, in ogni palazzo italiano – uscivano sempre le solite otto paroline magiche “No mamma, oggi non ho compiti da fare..”. Approfittando di qualche secondo di confusione e della normale perplessità materna,… via!, come saetta si filava giù per le scale urlando nomi e cognomi degli amichetti di baldoria, mentre dall’alto s’udiva la solita litania: “Mi raccomando, alle sette a casa!”.

“Porca miseria!”, era già tardi – pressappoco le tre del pomeriggio.. – ed un sole sbiadito d’inverno o cocente subito dopo l’estate, dava il benvenuto a quel gruppetto di scalmanati, “laggiù”, sui marciapiedi o nelle piazze.

Tutti a darsi occhiate, occhiatacce, sbirciate, intese guardinghe nella speranza di poter giocare con l’amico del cuore. Ma, si sa, le squadre venivano fatte dai due ragazzetti più forti in assoluto, che sceglievano – di volta in volta – il calciatore da schierare nella propria squadra. Colui il quale era ritenuto il migliore, secondo i loro personalissimi canoni – che potevano andare dalla simpatia fino al “fratello di quella bella”, passando dall’evidente bravura tecnica – veniva selezionato.  C’era – inoltre – una sorta di corsia preferenziale per il bambino che portava sempre il pallone, perché, “se s’incazza lui”, addio partita.

Una volta fatte le squadre si iniziavano ad elencare le regole: “Battimuro non vale!”, quando si giocava sul marciapiede proprio a ridosso del muro di un palazzo; ciò significava non poter assolutamente “triangolare” con il muro, appunto.

“Portieri volanti”, se si era in pochi o si voleva dare maggiore suspense alla gara; in quel caso i portieri potevano uscire dalla porta quanto volevano fino ad andare – addirittura – a segnare nella porta avversaria. Dobbiamo dire che Rampulla – con il suo gol segnato all’Atalanta il 23 febbraio del 1992 – non ha fatto altro che imitare il calcio di strada..

“Dopo tre calci d’angolo un rigore”, regola che veniva applicata solo in quei contesti in cui era possibile batterli i calci d’angolo! Non sempre era così però, visto e considerato che spesso le porte prendevano tutto lo spazio fra muro da una parte – che agiva anche da palo – e fine del marciapiede dall’altra, con un lampione – solitamente – a fare da palo opposto.

“Non valgono i tiri al volo” o “non valgono i tiri forti”, forse per paura di cannonate a far male. Di solito era il portiere che voleva venisse assolutamente “infilata” quella specifica “regoletta”, perché – poi – le mani nude ce le metteva lui; e quando tutta l’esplosione al volo arrivava, pizzicavano le mani, eccome se pizzicavano!

A proposito di tiri al volo, è bene ricordare “La tedesca”: si giocava in una sola porta e si tirava – in questo caso – soltanto al volo. Chi non tirava al volo andava in porta. Povero il malcapitato portierino.. Da ricordare, inoltre, un altro gioco con una sola porta: “Mondialito”, ossia tutti contro tutti! Una bellissima confusione..

Tornando alle regole di cui sopra, valeva quella del “ad ogni gol si cambia portiere” oppure “un gol fatto o subìto si cambia portiere”, dove c’era un viavai di ragazzini – soprattutto nella porta della squadra più scarsa – da far rabbrividire anche i pinguini. E ancora, “Non esistono i fuori”, quando si giocava fino a “là in fondo” e poi tutti a gridare “Aò! Tornateee!”.

Poi,“Niente fuorigioco”, regola voluta quasi sempre dai soliti “due” – gli stessi ad ogni partita – che poca voglia avevano di correre e se ne stavano “lì”, vicino alla porta, a chiacchierare del più e del meno. Abitualmente erano il portiere di una squadra e l’attaccante – o pseudo tale – dell’altra. “Due” che non c’entravano mai niente con il calcio..

Queste, suppergiù, le regole prima della sfida.

Poi c’era il “campo” da fare. S’iniziava sempre dalle porte: borse, secchioni, maglioni, lampioni, spigoli di muro, linee con il gesso, macchine, alberi, sassi. Tutto era un palo! Mentre la traversa si fantasticava “a occhio”; ossia, un pallone che “transitava” appena sopra la testa del portiere era gol, un pallone un pochino più in alto era considerato fuori. Tranne da quello che tirava!

Giocare in piazza era il massimo, c’era molto spazio – quadrato o rotondo che fosse – sempre tanto appariva. Il “terreno” sembrava proprio quello vero. Grande. Immenso! L’unico problema delle piazze è che transitavano – di tanto in tanto – le macchine, ma bastava tirare giù un urlo “Macchinaaa!”, che tutti i giocatori si fermavano immediatamente. Anche il pallone si bloccava. Chissà, forse per solidarietà..

Meno evidente era, invece, giocare sul marciapiede: campo lunghissimo e strettissimo. Ma durante quei divertentissimi pomeriggi tutto faceva brodo. Anche un campo non regolamentare..

Le squadre erano pronte, “facciamo due capitani”, poi la scelta della porta – sole alle spalle o calcio d’inizio -, nome della squadra, “noi Roma!”, “noi Juve!”, “noi Agguerriti!”, le facce tese, lo sguardo pronto, il sorriso quasi cattivo perché tutto stava per cominciare e….. caspita, è vero!, abbiamo dimenticato la prima discriminazione nel mondo del calcio: “Lo scarso va in porta..”!.. Comunque, scherzi a parte – pari o dispari – la partita iniziava e tutti a correre dietro a quel pallone. Felicissimi. Finalmente si sognava.

E la partita? Spesso, durante la sfida, capitava che venisse commesso un fallo all’interno dell’area – sempre approssimativa e molto inventata –  ma che, poi, si segnasse il gol immediatamente dopo. A quel punto, inesorabile, partiva il solito coro “rigore su gol è gol!”, specialmente da parte di chi aveva appena segnato.

“La busta” – pallone in mezzo alle gambe o cosiddetto “tunnel” – era spesso vietata, perché si trattava di vera e propria umiliazione nei confronti dell’avversario, mentre qualche piccola rissa veniva solitamente tollerata.

C’era, inoltre, il solito ragazzino preposto, nominato o eletto all’unanimità per il recupero della palla sotto le macchine. La scelta ricadeva sempre sul più magro con le gambe lunghe. Invece si mandava quello più abile e coraggioso per i ritrovamenti maggiormente difficili. Ad esempio, quando il pallone spariva oltre il muro di cinta e dall’altra parte c’era sempre lo stesso cane a rompere le scatole.

C’erano, poi, anche i simpaticoni che mentre giocavano imitavano la voce di Enrico Ameri o Sandro Ciotti e quelli che bevevano litri d’acqua dalla fontanella, ma che con un occhio seguivano ogni azione pericolosa.

Le partite non finivano mai. Duravano per ore e ore. Pomeriggi interi di puro divertimento e tanta spensieratezza.

Poi, inevitabile arrivava “dall’alto” l’urlo di mamma: “Luigi!”, “Marco!”, “Francesco”..”è pronto!”.

Tutti a guardarsi dritti negli occhi. E una magica orchestra di voci, “Chi segna vince!”…..

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tre × cinque =

Altri Sport

Stupende lo stesso! Italvolley, la speranza (non solo sportiva) da cui ripartire

Emanuele Sabatino

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TricoloRosa: si ferma sul piú bello, ad un passo, il sogno mondiale della nazionale di pallavolo femminile. Dispiace per le ragazze ma arrivati a quel punto il risultato, che anche se positivo, sarebbe stato celebrarlo poco in quella triste e ridondante sfortuna che spetta agli sport minori, conta veramente poco.

Quello che resta é l’emozione, é il trasporto che queste ragazze hanno regalato al popolo italiano tanto da mettere i maxi-schermi nelle piazze.

Quello che invece non va dimenticato mai é che questo paese, nella magia che lo contraddistingue, nonostante i messaggi di chiusura e di xenofobia, per non usare altri termini, da parte dei suoi governanti, che sta pian piano incredibilmente rivalutando e rispolverando certe ideologie da solo, proprio perché magico, tramite lo sport, che é uno dei viatici piú importanti e popolari, mostra l’esempio da seguire e la realtá dei fatti.

Tutti conoscono il termine sliding door, porta girevole, un bivio esistenziale che determina il percorso di vita di ognuno di noi. La sliding door della nazionale azzurra risale a tanto tempo fa, quando non c’erano Ministri pronti a chiudere i porti e gli aeroporti, tanto da permettere ai genitori nigeriani di Paola Ogechi Egonu di approdare nel Bel Paese e nel 1998 dare alla luce un angelo di 190 cm, dal corpo marmoreo e dalla pelle color ebano che dal cielo, guardando le mani dei muri sgretolati delle avversarie, come il piú vendicativo degli stessi, sempre col sorriso genuino e stampato sul viso ha trascinano le sue compagne a suon di “martellate”.

É nata a Cittadella quindi per chi bada a queste cose, evidentemente nella vita non ha nulla da fare o a cui pensare, é 101% italiana.

Questa nazionale è il fulgido esempio di quello che una nazione nel 2018 la logica ci dice dovrebbe essere ed in parte nel silenzio é. Spavalda, giovane, multietnica. Perchè non esiste solo Paola: c’è  la Nwakalor, la Malinov, la Fahr e la Sylla.

Le ragazzine terribili sono il segno che si può emergere indipendentemente dall’etá anagrafica, e che se messi nelle condizioni giuste tutti possono essere integrati, essere felici e rispettare le regole arricchendo la nostra giá sconfinata cultura. Lo stato si auto-batte e ammette la sconfitta se evita il problema con mezzucci invece di affrontarlo e trovare una soluzione credibile e soprattutto al passo con i tempi.

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Pugilato

La storia dell’australiano Les Darcy, una fiamma bruciata troppo in fretta

Marco Nicolini

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James Leslie Darcy, detto “Les”, fu un pugile australiano di grande talento, i cui nonni erano emigrati agli antipodi da Tipperary, in Irlanda. Nacque a Maitland, nel Nuovo Galles del Sud, il 31 ottobre 1895, ed esordì quindicenne nel pugilato professionistico con una stupefacente serie di diciassette vittorie consecutive. Perso l’incontro per il titolo australiano dei welter, contro l’esperto Bob Whitelaw, la sua prestazione destò comunque l’attenzione di pubblico ed addetti ai lavori, favorendone il debutto al Sydney Stadium.

In quegli anni perse contro Fritz Fred Holland e Jeff Smith, ma vendicò ogni sconfitta subita in incontri epici che ne sancirono la qualità di combattente e rilanciarono, in suo nome, l’orgoglio nazionale degli australiani. Dall’incontro perso con Smith, avvenuto nel febbraio del 1915 e maturato grazie ad un colpo sotto la cintura da parte del suo avversario, non visto dall’arbitro, infilò un lungo filotto di ventidue vittorie consecutive terminato il 30 settembre del 1916, durante il quale arrivò a fregiarsi, nonostante la piccola statura, del titolo australiano dei pesi massimi. Durante questo periodo, trovò anche il tempo per combattere molti incontri d’esibizione e recitare in un film.

Alla fine del 1916, tutti i passaporti degli australiani in età da militare furono requisiti per impedire diserzioni alla coscrizione obbligatoria in atto: l’Inghilterra reclamava ogni potenziale soldato del Regno e l’Australia stava per pagare un prezzo elevatissimo in termine di giovani vite spezzate. Su una popolazione totale di 4,9 milioni di persone, quasi il 40% della popolazione maschile con meno di 45 anni e più di 17, pari a 420.000 individui, fu arruolata: 61.000 di questi trovarono la morte. La percentuale di deceduti dell’Australia, per numero di soldati impegnati in combattimento, fu la più alta dell’intero conflitto. Les Darcy chiese di aggirare il divieto, essendo in partenza per una serie di match d’esibizione negli Stati Uniti grazie ai quali avrebbe potuto sistemare la propria famiglia, ma rilasciò la dichiarazione per cui, una volta terminati gli incontri, avrebbe raggiunto il Canada per arruolarsi.

Il 27 ottobre 1916, prima che una decisione delle autorità preposte fosse presa al riguardo, Darcy s’imbarcò clandestinamente per l’America, affrontando il viaggio infinito nell’Oceano Pacifico chiuso in uno scompartimento minuscolo. Questa sua condotta, povero ragazzo, gli portò grande sfortuna. Un ricco e prestigioso match, organizzato a New York per pochi mesi dopo il suo arrivo, fu cancellato dal Governatore, il quale spiegò di non gradire la maniera in cui il campione australiano aveva abbandonato il proprio paese. Altri incontri, previsti in tutti gli Stati Uniti per il grande richiamo del suo nome, subirono la stessa sorte. Les, per sfuggire alla povertà, cominciò ad accettare incontri d’esibizione dallo scarso appannaggio finché, a fine aprile del 1917, stramazzò al suolo dopo un inatteso collasso. Ricoverato per una sospetta setticemia, gli furono asportate le tonsille ma, quasi un mese dopo, si spense per una polmonite contratta in ospedale. Il suo corpo ricomposto fu trasportato nell’Australia piegata dalla guerra, dove una processione di mezzo milione di persone lo accompagnò a sepoltura.

Sconfitto in soli quattro incontri, senza mai aver messo un ginocchio al tappeto, Les Darcy è tuttora figura di eroe popolare di grande potenza; se la fuga dall’Australia ne incrinò l’immagine eroica, la sua triste morte solitaria gli donò un’aura romantica che perdura nel tempo. A quasi cento anni dal suo addio alla vita terrena, ogni anniversario dell’infausto giorno della sua morte si ricorda con una bandiera a mezz’asta nel municipio di Sydney. Per generazioni, le penne di giornalisti e scrittori si sono mosse sulla carta con l’ispirazione giunta dalle sue gesta sul ring. Questo accadeva un secolo fa, negli anni in cui James Leslie “Les” Darcy da Sydney, pugile professionista scomparso a soli ventuno anni, scolpiva il proprio nome nel ristretto novero degli immortali.

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Calcio

La Strage allo Stadio Lenin di Mosca e l’insabbiamento del regime

Lorenzo Martini

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Il 20 Ottobre 1982 allo Stadio Lenin di Mosca una tragedia colpì il mondo del pallone. Durante una partita di Coppa Uefa 66 persone persero la vita. Una strage paragonabile all’Heysel, ma che a differenza di quest’ultima sappiamo poco perchè intervenne il Regime a nascondere tutto.

Da anni il problema della sicurezza negli stadi è uno dei temi che più sta a cuore agli organismi sportivi nazionali e internazionali. Controlli serrati all’entrata, le contestate tessere del tifoso, i DASPO e tanti altri provvedimenti sono stati gli strumenti principali per rendere gli stadi più vivibili e sicuri.

Purtroppo, però, le azioni intraprese dallo Stato sono state adottate in maniera poco strutturata e organizzata, andando a colpire spesso solo i tifosi, tralasciando gli aspetti legati alla manutenzione e alla messa in sicurezza degli impianti. Le ripercussioni conseguenti a questa incapacità gestionale hanno sfociato, in molti casi, in disordini, tafferugli e persino vittime. Tali fatti di cronaca hanno amaramente campeggiato su tutti i giornali nazionali, causando un totale oscuramento del calcio giocato per dare spazio a episodi di violenza che non avremmo mai voluto vedere.

Ma come veniva affrontato questo tema più di trent’anni fa, quando l’ambiente stadio e i problemi ad esso associati avevano una risonanza mediatica completamente diversa?

Quella del 20 ottobre 1982 è una data chiave per capire come una tematica simile fosse tutt’altro che prioritaria. Quella sera si disputava la partita di andata di sedicesimi di Coppa Uefa tra i padroni di casa dello Spartak Mosca e gli olandesi dell’HFC Harlem. Allo Stadio Centrale Lenin di Mosca – oggi stadio Luzhniki – erano accorsi oltre 15mila tifosi, malgrado gli oltre 10 gradi sotto zero. Questo perché lo Spartak era la squadra rappresentativa del popolino, della gente umile che si animava per le giocate dei proprio beniamini, contrapposta al Lokomotiv, la squadra dei ferrovieri, alla Dinamo e al CSKA, con cui si identificavano le forze di polizia.

A causa del ghiaccio, alcuni settori dello stadio non erano agibili e tutti gli spettatori erano stati disposti nella Tribuna Est, che era stato sistemato all’ultimo alla bell’e buona. Questa scelta era stata anche apprezzata dai tifosi moscoviti, visto che la maggior parte di loro – soprattutto operai e studenti – avevano preso la metro per arrivare allo stadio e la fermata dava proprio sulla Tribuna Est.

Dopo 16 minuti dal fischio di inizio, è lo Spartak ad andare in vantaggio, grazie ad un gol di Edgar Gess. Poi la partita scorre lenta e monotona, anche a causa delle pessime condizioni climatiche e del campo. Con la partita in stallo, verso l’ottantesimo molti tifosi moscoviti, allora, decidono di abbandonare lo stadio, così da non trovare file o intoppi alla metro. Sembrerebbe una tranquilla serata di calcio come tante altre, quando all’85 il difensore Sergei Shvetsov  sigla il definitivo 2 a 0: la gente, accalcata sulle scale per l’unica uscita, sente l’esultanza proveniente dalle tribune e quindi in molti decidono di tornare indietro, venendo però bloccati dalla polizia.

E’ una bolgia.

 Ma il peggio ancora deve venire. Infatti, mentre la persone restano imbottigliate tra le scale, spintonate a destra e a manca, accade l’imprevedibile: inadatte a sopportare un peso simili, le scale cedono di schianto. E’ una carneficina.

Alla fine il bilancio ufficiale è di 66 morti e 61 feriti, anche se, secondo alcune fonti, le vittime sarebbero addirittura 300. Il tutto a causa, non solo del crollo delle scale e della calca che si era generata, ma anche perchè le milizie erano tutt’altro che preparate per un intervento immediato e i soccorsi arrivarono con molto ritardo. La totale disorganizzazione della polizia provocò inoltre problemi nell’uscita degli altri spettatori ancora sugli spalti, che rimasero a lungo intrappolati nello stadio.

Al contrario, la polizia fu tutt’altro che disorganizzata nell’insabbiare tutta la vicenda. Appena terminato l’incontro, mentre ancora si cercava di capire l’entità dell’incidente, le due squadre vennero sbrigativamente allontanate dallo stadio. Il giorno seguente sul giornale “Il Vespro di Mosca” riportò che nello stadio Lenin “c’erano stati degli incidenti che avevano comportato lesioni a qualche tifoso”. Una rilettura totalmente distorta di ciò che era avvenuto.

Nei giorni successivi, i rapporti ufficiali sulla vicenda non sono per nulla chiari e omettono di spiegare la gravità dell’incidente. Come capro espiatorio viene identificato un tale Panchickin, il custode dello stadio, che viene ritenuto il responsabile delle precarie condizioni dell’impianto e viene condannato a 18 mesi di lavori forzati.

Perché tutto questo? Perché di mezzo c’è la politica. Breznev, ormai malato e sul punto di lasciare la guida della Russia, voleva che comunque l’Unione Sovietica avesse dato ancora un’immagine di sé forte e invincibile, lontano da qualsiasi debolezza. Uno scandalo come quello dello stadio Lenin sarebbe inaccettabile, ed è  per questo che viene dato inizio ad un’autentica campagna di disinformazione. Pur di non apparire una nazione in declino e lontana dalle superpotenze mondiali, si cerca di nascondere tutto.

Solo anni dopo, il nuovo segretario del PCUS Jurii Andropov ordinò un’inchiesta sul disastro avvenuto e vennero riportati alla luce molti dettagli e aspetti della vicenda che erano stati celati. Eppure il tentativo di insabbiamento durò ancora per anni e alcuni decessi furono tenuti nascosti dalle alte sfere del Cremlino.

Oggi lo stadio Luzhniki è uno stadio all’avanguardia, cinque stelle nel ranking UEFA, ed è uno degli impianti più sicuri al mondo. Eppure quelle 66 persone sono morte proprio su quegli spalti, a causa dell’incuria e dell’inesistente manutenzione della struttura.

 “Non avrei mai voluto segnare quel gol.”

Molti giorni dopo il tragico evento, furono queste le dichiarazioni del difensore Sergei Shvetsov, autore del raddoppio dello Spartak Mosca. Si sentiva responsabile di quanto era accaduto.

Ed è proprio per questo che il tema della sicurezza negli stadi deve essere affrontato con sempre maggiore attenzione e determinazione. Perché un momento di gioia sportiva non può e non deve essere mai la causa di una strage di vittime innocenti.

 

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