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Calcio

Il bastone è meglio della carota: Tramezzani, la fabbrica e il miracolo Lugano

Luca Guerra

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A lavorare in fabbrica, i suoi calciatori, li aveva portati sul serio: perché di slogan, Paolo Tramezzani in campo ne ha sempre usati pochi. Così nello scorso marzo, all’indomani di una sconfitta rovinosa contro il Thun ultimo in classifica, l’ex vice allenatore di Gianni De Biasi nella Nazionale albanese era andato con i componenti della sua rosa a far visita agli operai di una fabbrica di Govesco. Il messaggio? Chiaro, senza risultare retorico o ridondante rispetto ai cori che spesso ascoltiamo negli stadi. “Guardate come la gente comune lavora e guadagna i soldi”. Forse non sapeva quale molla avrebbe toccato nello spirito dei calciatori del Lugano, o forse sì: nei fatti, i suoi calciatori hanno dato vita a una rincorsa senza fine, conclusa con il terzo posto nel massimo campionato svizzero e con il pass di accesso all’Europa League. Un traguardo tagliato al fotofinish, inimmaginabile ai tempi dell’arrivo di Tramezzani in panchina.

Già, perché su uno dei laghi più rinomati d’Europa, tra una villa e una cena di lusso, si fa anche calcio. Peccato che nei 18 mesi precedenti all’arrivo dell’ex terzino di Inter e Piacenza in panchina, gli investimenti del presidente Renzetti su Zeman e Manzo avessero prodotto macerie:  600mila euro di stipendio per il primo, bonus inclusi, cifre inferiori ma comunque importanti per il secondo. In mano, un pugno di mosche: Zeman aveva messo in luce i soliti vizi difensivi, Manzo aveva raccolto 18 punti in altrettante partite. Tramezzani, nonostante l’ironia dell’allenatore boemo oggi al Pescara (“Conosco un Tramezzani buon commentatore televisivo”). La squadra era molle, poco coesa in campo e negli schemi e ancora pativa l’eliminazione per mano dell’Aarau, squadra di seconda divisione, in Coppa di Svizzera.  Dopo il ko per 4-0 contro il Basilea e la rovinosa caduta contro il Thun, l’allenatore originario di Castelnovo né Monti, appennino emiliano, aveva preso la decisione che tanto ha fatto parlare di Lugano per la prima volta in questa stagione: “Qualcuno vuole uno di questi calciatori a lavorare sul serio?”. Che l’abbia detta o meno questa frase, indica il termometro presente a quelle latitudini appena tre mesi fa, quando Tramezzani avrebbe volentieri lasciato qualcuno dei suoi calciatori nella sede di un’impresa di vernici e pittura.

Lì ha preso il via la rincorsa del Lugano, conclusa nella 34a giornata di Super League con la vittoria di Cornaredo sul Vaduz con il risultato di 2-1, valsa il terzo posto davanti al Sion e i preliminari di Europa League assicurati.  In cassa una qualificazione in Coppa, grande assente dagli anni ’90, che vale più di 4 milioni (3,4 arrivano dall’Uefa, 950mila dalla federazione svizzera). Niente male per un “bravo commentatore televisivo”. Arrivato per condurre la squadra alla salvezza e terminato in terza posizione: il calcio, però, raramente riserva un lieto fine. Così, le strade di Tramezzani e del Lugano si sono separate. A spiegarlo una lunga nota congiunta di allenatore e dirigenza sulle colonne del sito ufficiale: “Non ho paura di niente, per far questo lavoro la paura non deve esistere e mi fa piacere che anche i ragazzi nei momenti difficili abbiano superato questo step andando oltre le aspettative individuali e di collettivo –ha spiegato Tramezzani- Gelosamente custodirò dentro di me il rapporto con i ragazzi, anche con chi ha giocato di meno. Mi hanno dato tanto e lo dimostrano i messaggi che ho ricevuto in questi giorni. Grazie a tutti, a chi lavora in segreteria, a chi cura la manutenzione dei campi e chi si occupa della lavanderia e a chi è stato vicino a questi ragazzi”. Va via abbracciato da un’intera città, rappresentata dalle parole del presidente Angelo Renzetti: “Non so cosa farà e dove andrà. Non è quello che mi interessa, mi interessa di avere un buon rapporto con lui, ha fatto tanto per l’FC Lugano, ci ha fatto toccare il cielo con un dito”.

La rescissione contrattuale, avvenuta su richiesta dell’allenatore, è stata concordata martedì sera nel corso di una cena alla quale hanno presenziato il presidente Renzetti, Tramezzani e il responsabile dell’area tecnica Manna.  Una situazione crollata negli ultimi 15 giorni, figlia di tensioni accumulate durante una lunga annata. Alla faccia degli stereotipi che vorrebbero la Svizzera come la patria della tranquillità. Dove andrà Tramezzani? Ci sono tante squadre su di lui, dal Novara in Serie B fino allo Young Boys e il Sion in Svizzera, passando per richieste da Polonia e Grecia. “Ho voglia di ricominciare da zero – dice Tramezzani nella nota- quello del Lugano è stato un percorso di crescita. Voglio iniziare da zero consapevole che l’unica cosa che so fare, non so se la so far bene, è dare il 100 per cento. Ho ricevuto diverse richieste e valuterò nei prossimi giorni cosa fare. Ho voglia di ripartire da zero, con zero punti in classifica, con la solita voglia e il solito grande entusiasmo”. E con una fabbrica vicina al campo di allenamento: perché non si sa mai…

1 Commento

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  1. Piero65

    giugno 16, 2017 at 2:50 pm

    Articolo interessante, però con qualche inesattezza. Il “pugno di mosche” raccolto da Zeman è stata la salvezza (non proprio così scontata, con l’organico della passata stagione) e il raggiungimento della finale di Coppa svizzera. Andrea Manzo, nelle prime nove partite di campionato, aveva fatto benissimo, compreso un pareggio casalingo contro il Basilea (che poteva essere una vittoria, se ai renani non fosse stato concesso un contestato rigore nei minuti finali). Poi, è vero, nella seconda parte del girone d’andata ha avuto dei problemi, anche per degli errori arbitrali davvero grossolani ai suoi danni. La sconfitta con il Thun non è venuta dopo Basilea, ma è seguita a un filotto di 4 partite senza sconfitte (3 vittorie un pareggio), con una squadra che, dopo la pausa invernale, aveva ricevuto il rinforzo di un attaccante come Armando Sadiku, uno in grado di fare la differenza in questo campionato. La rincorsa, tra l’altro, è finita alla 36/^ giornata, con un finale thrilling, e fondamentale è stata la vittoria di Losanna nel week end precedente, che seguiva la partita contro il Vaduz. Davvero non ci sarà il lieto fine? Non per Tramezzani, secondo me: va ad allenare una squadra che, nella prossima stagione, potrebbe avere le potenzialità per sfidare Young Boys e Basilea per le prime due piazze della classifica, visto che renani e bernesi stanno andando incontro a un ridimensionamento del budget. Anche la partenza da zero è un concetto un po’ forzato, visto che si è portato dietro da Lugano mezzo staff (e, si dice, proverà anche con qualche giocatore). Insomma, luci e ombre, soprattutto per uno che aveva giurato, a fine aprile, che sarebbe rimasto in Ticino. Sicuramente un allenatore carismatico: ma la vicenda della fabbrica è stata marginale. Molto, molto più importante la sua impostazione tattica (dal 4-3-3 zemaniano a un 3-5-2 molto efficace, grazie anche agli interpreti, soprattutto davanti). A Sion, anziché le fabbriche, troverà i ritiri nelle ex caserme, e un presidente piuttosto vulcanico: buona fortuna.

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Calcio

St. Pauli: i Pirati tedeschi che giocano contro l’odio

Ettore zanca

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Contro slogan di intolleranza e razzismo o provvedimenti che prendono a calci il buon senso, parlando di panini e mense autorizzate solo per pochi, contro l’autorità che si travisa dietro la legge per fare provvedimenti dubbi, una delle soluzioni sarebbe andare in un quartiere a luci rosse, poi, vedere una partita.
No, non è una boutade, è la realtà.

Ad Amburgo c’è un motto, esistente da sempre in quella che viene definita la Venezia del nord: «I posteri abbiano cura di conservare degnamente la libertà che gli antenati partorirono.». 
Già avete capito che qui la democrazia passeggia libera e anche un po’ libertina. Infatti al suo interno, c’è il covo, o l’alcova di un quartiere a luci rosse, che si confonde con portuali che farebbero arrossire un camallo, per la loro forza espressiva. Una zona in cui poco tempo fa perfino un serial killer era meglio girasse scortato.

Dentro questo ventre, o meglio, monte di Venere della città, alberga una squadra. Il suo nome è St. Pauli FC. Gioca in seconda divisione e fino a poco tempo fa sognava di scontrarsi e battere i cugini dell’Amburgo, famosi per avere un orologio che segnava da sempre il loro non essere mai retrocessi, fino all’anno scorso.

Il St. Pauli non è una squadra trascendentale, si suda salvezze impossibili e spesso con giocatori che si applicano tanto, ma poco ottengono. Eppure l’amore per questa squadra è incondizionato. Intanto perchè è una squadra dichiaratamente antinazista e multirazziale. Non è raro, come quest’anno, trovare sulle loro maglie ricamato anche l’arcobaleno, simbolo di pace e di molto altro. Inoltre sono una a polisportiva che ospita molti ragazzi che stanno lontani dalla strada.

I ragazzi di marrone vestiti però hanno tanti motivi per far battere i cuori dei rudi portuali. Intanto lo stadio e le sue zone limitrofe sono sede di vaste iniziative di creatività, musica pittura, scrittura e arti varie, qui sono bene accette e stimolate.

Poi tutto quanto quello che la squadra decide, viene concertato con i tifosi più rappresentativi, che cercano sempre insieme ai giocatori di organizzare incontri benefici o iniziative a favore delle categorie più deboli e svantaggiate.
Una delle giornate più belle, allo stadio del St.Pauli, si ebbe quando si giocò contro la Lampedusa Hamburg Football Club, nel 2013, una squadra improvvisata di migranti, venuti appunto da Lampedusa e rifugiatisi qui. La partita servì a finanziare acquisti di cibo, coperte e vestiti, inoltre la società cercò attivamente di favorire l’integrazione di chi era arrivato in questo covo di bellissimi pirati del calcio.

Già perchè il simbolo della squadra è la bandiera del Jolly Roger, quella dei pirati, portata per scherzo da alcuni tifosi tanti anni fa e rimasta nella tradizione del club. Inoltre, piccolo particolare, andatevi a vedere le maglie che hanno indossato dal 2014 ad adesso, sono delle meraviglie.

Insomma un posto dove la democrazia non è solo un modo per sciacquarsi la bocca. Già perchè anche a guardare un compagno di squadra a cui passare il pallone, dovremmo ricordare che “compagno”, ha origine dall’etimo del “mettere il pane in comune”, dividerlo.
E perchè forse bisogna ripartire da una forma di bellissima pirateria ribelle e sana, perchè tutto non vada a puttane. E non mi riferisco al quartiere a luci rosse, stavolta.

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Predrag Pasic: una scuola calcio per resistere alla Guerra

Simone Nastasi

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Compie oggi 60 anni Predrag Pasic, l’ex calciatore dell’ex Jugoslavia, che è voluto tornare in Patria per amore della sua terra e del suo popolo. Vi raccontiamo la sua storia e quella della scuola calcio da lui fondata per dare un calcio alla Guerra.

Ero orgoglioso di essere un cittadino di una città così aperta tutti. Solo a Sarajevo si potevano ascoltare le campane delle Chiese Cattoliche, i suoni delle Moschee e vedere gli ebrei andare in Sinagoga”. Agli inizi degli anni Novanta Sarajevo è ancora la città simbolo del multiculturalismo. La “Gerusalemme dei Balcani”. Aperta a tutti, dove le tre religioni convivono; l’Oriente e l’Occidente si incontrano e cristiani, musulmani ed ebrei possono finalmente darsi la mano. Una “città gioiello”, un laboratorio di integrazione etnica e religiosa. Fino a quando anche qui prevalgono i nazionalismi e arriva la guerra a distruggere tutto. E in poco tempo Sarajevo diventa una città ferita.

I palazzi sono deturpati dalle bombe. Molti di essi non esistono più: diventano solo un cumulo di macerie. La gente ha paura ad uscire per strada.  A molte ore del giorno c’è il coprifuoco. Non c’è più traccia di quella che può essere considerata una vita sociale. Non ci sono persone che camminano; non ci sono bambini che giocano per la strada.

Predrag Pasic, a Sarajevo, è tornato da qualche anno. Ha voluto terminare qui la sua carriera di calciatore, nella sua città, di ritorno dalla Germania, dove ha vestito le maglie di Stoccarda e Monaco 1860. E’ voluto tornare in patria per indossare la maglia della sua squadra del cuore: il FK Sarajevo. Quando nel 1992 scoppia la guerra, è ancora un calciatore in attività. Deve decidere che cosa fare. Potrebbe andare via, all’estero. Strappando magari un altro contratto con qualche altra squadra che lo cerca. Ma Pasic, invece, decide di restare. E in una città che per colpa della guerra è diventata l’ombra di se stessa annuncia di voler fondare una scuola calcio per bambini. Per aiutarli a tornare a giocare. Per qualcuno, l’idea di aprire una scuola calcio in una città assediata dalle bombe e con la gente nel mirino dei cecchini è semplicemente “una pazzia”. Ma ciò nonostante Pasic decide di andare avanti.

E’ così che nasce la scuola calcio di Bubamara. Vicino ad un cimitero che prima era un campo di calcio. Pasic è il suo fondatore e vuole che la scuola calcio sia prima di tutto un punto di incontro. Non vuole sentir parlare di nazionalismi. Non vuole ascoltare la gente come Radovan Karadzic che prima di diventare il temuto leader dei serbo-bosniaci era lo psicologo della sua squadra l’FK Sarajevo. Niente muri, soltanto ponti. Come quello che i bambini che si iscrivono alla Bubamara devono attraversare ogni volta per arrivare al centro sportivo. Sempre sotto l’occhio vigile dei cecchini, che sul ponte, hanno i fucili puntati. Oggi a distanza di anni, sono in molti a credere che Pasic abbia avuto ragione. Ventiquattro anni dopo la scuola calcio di Bubumara è ancora lì. Nel frattempo, le cose sono cambiate in meglio. Grazie al progetto Intercampus, la scuola calcio ha ricevuto il sostegno dell’Inter. E i ragazzi che giocano al Bubumara indossano la maglia nerazzurra. La soddisfazione più grande per Pasic è comunque sempre quella di vederli giocare. Con un piccolo rammarico. “La gente che mi incontra per strada mi ricorda sempre come calciatore. Vorrei che mi  riconoscesse per il Bubamara

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Quelli che sono stati anche figli di Beppe Viola

Ettore zanca

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Il 17 Ottobre 1982 ci salutava quel genio giornalistico, ma non solo, di Beppe Viola. Un uomo unico nel suo genere che è rimasto nella memoria di tutti. Per ricordarlo vi riproponiamo l’intervista alla figlia Marina, che ha scritto un libro a lui dedicato, facendoci scoprire quel Beppe che solo una figlia può conoscere.

Marina Viola ha un cognome importante, almeno lo è per chiunque si avvicini a lei dall’esterno. Perchè lei è figlia di una icona del giornalismo sportivo e non solo. Un uomo poliedrico e geniale, un punto di riferimento per chi parla e scrive di sport ancora adesso. Autore anche di una canzone indimenticabile, E la vita, la vita, cantata da Cochi e Renato e da Enzo Jannacci. Ma anche dei dialoghi di “romanzo popolare”, film con Ugo Tognazzi, Michele Placido e Ornella Muti. Marina ha scritto un libro in cui invece mostra l’animo intimo di quest’uomo, parliamo di Beppe Viola, il signor “Quelli che”. Parliamo insieme a Marina di questo manoscritto, del suo percorso. Mio padre è stato anche Beppe viola, il titolo.

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Il libro su tuo papà dà l’impressione di un buon vino in decantazione, è stato un percorso di consapevolezza graduale, un rimettere a posto le tessere di un mosaico. Quando scrivevi di lui, che spirito avevi? Le parole venivano fluide o è stato un percorso ad ostacoli?

Stava crescendo in me il terrore di dimenticarmi alcuni dettagli della mia vita con lui. Quando è morto avevo solo 15 anni, e già molte cose si stavano offuscando. Questo desiderio di mettere nero su bianco i miei ricordi e in qualche modo cementarli da qualche parte è stato il motivo che mi ha spinto a scrivere di lui. Spesso quindi scrivevo esattamente quello che la mia mente ricordava in certe occasioni: quando andavamo con lui alla RAI, o quando eravamo in vacanza insieme, o quando sono andata con lui a intervistare Umberto Tozzi o a fare una pubblicità per l’olio IP. In quei casi è stato abbastanza facile scrivere, perché era un po’ come raccontare un film. Poi ci sono stati alcuni passaggi difficili, per esempio quando mi sono sentita in dovere di analizzare, in un certo senso, questa figura emblematica che era mio padre, nascosto nell’ombra della sua popolarità. L’ostacolo più difficile da superare è stato raccontare alcuni episodi pertinenti al rapporto fra i miei genitori, che finora non erano mai stati discussi né all’interno della nostra famiglia e men che meno pubblicamente. Sapevo di far soffrire mia mamma e le mie sorelle, ma ho deciso comunque di parlarne, perché altrimenti non sarebbe stato un racconto onesto. Ma mi è costata moltissima fatica, devo ammetterlo.

Emerge un padre di grande cuore, dai molti gesti per dimostrarlo, una sorta di sanbernardo emotivo, dannoso, ma mai pernicioso, irruento, di cuore. Tanto da lasciare una traccia forte in molte persone, che anche dopo la sua scomparsa vi sono venute a dare prova del loro affetto. Sembra che tua mamma con la sua pazienza fosse l’ideale contraltare, come è stato il loro amore, che impressioni ti ha lasciato e che patrimonio?

A parte appunto un periodo difficile nella loro relazione, mia madre e mio padre si amavano moltissimo. Sono cresciuti insieme, e si conoscevano intimamente come poche altre persone. Il loro rapporto (da quel che mi posso ricordare) era basato su un profondo rispetto e era estremamente bilanciato: mio madre sapeva che non avrebbe mai potuto chiedere a suo marito di non volare via e fare il marito e il papà tradizionale. Non avrebbe funzionato. E mio padre sapeva che mia madre sarebbe stata una compagna perfetta con cui condividere una famiglia, ma non solo: per mio padre mia madre è stato forse l’unico punto fisso della sua vita: una persona estremamente intelligente e sensibile con cui confidarsi e a cui tornare, sempre e comunque. C’è anche da dire che erano altri tempi, e che allora i papà non si prendevano le responsabilità che si prendono adesso. Poi, fortunatamente per la moglie ma anche per i figli, la figura del papà è diventata più prominente nelle famiglie.

Da tutto il libro sembra emergere un dato interessante, più che le parole, nella vostra famiglia hanno contato i gesti. Si dimostrava il proprio amore con quelli. Molto bella ad esempio, la scena dell’orologio, tua mamma si tiene un ricordo di tuo papà molto significativo, senza dire una parola. è giusta questa impressione?

Mah, non saprei. Quando muore qualcuno così improvvisamente, quello che rimane sono le sue cose, che assumono d’un tratto un’importanza enorme, per esempio, appunto, l’orologio. Ci sono alcune cose che mi ricordano moltissimo mio padre, per esempio la sua scrivania, in sala. Quando vado a Milano mi piace sedermi su quella sua sedia e osservare il mondo da lì. Ma credo che tutto questo sia abbastanza normale per chi, come me non ha che alcuni ricordi. Un papà, specialmente per una figlia femmina, è una figura essenziale, e cerco spesso di rivivere alcune sensazioni, inventandomele, ovviamente.

Che cosa ti ha trasmesso sapere che alcune pietre miliari della canzone ironica italiana, del giornalismo, dei film, vengono da tuo papà, come hai vissuto questo suo continuare nelle cose che ha fatto?

Mah, mio padre non ci ha mai coinvolto nel suo lavoro, in parte perché eravamo piccole e in parte perché non gliene fregava assolutamente nulla di far sapere a noi o a nessuno i contributi che dava a amici e colleghi. Certamente è bello ritrovare il suo lavoro e le sue parole in alcune canzoni, o alcuni dialoghi nei film a cui ha partecipato ascrivere la sceneggiatura. Noi non eravamo interessate al fatto che mio padre fosse giornalista o men che meno famoso, anche perché per noi era solo il nostro papà.

Hai avuto nella tua vita alcuni momenti non facili, per cui hai combattuto, che cosa diresti di te, in questo momento? Come ti vedi nei tuoi traguardi e nelle tue lotte da fare?

Come tutti, anche io ho avuto la mia bella dose di momenti non facili, per esempio un figlio severamente autistico e con la sindrome di Down, che è sì il mio fiore all’occhiello, ma anche abbastanza difficile da gestire. Fortunatamente ho un marito molto bravo che supporta e sopporta ogni mio momento difficile e mi aiuta a superarlo. Non solo, ho il supporto di mia mamma e delle mie sorelle che anche se lontane sento vicinissime. Non vedo la vita o le sue difficoltà come una lotta da superare, ma piuttosto come delle opportunità di crescita e di esplorazione. Solo così, credo, si può raggiungere un certo strano tipo di cosa che qualcuno insiste a chiamare felicità.

Vi invito a porre una piccola attenzione in più a questa ultima frase, che credo contenga un buon modo di vedere la vita, anche quando sembra tutto prossimo al crepaccio del nulla.

Quelli che la vita la vivono esistendo, a volte fin troppo brevemente, come Beppe Viola, perchè la vita l’e bela.

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