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Basterà questa volta? Cristiano Ronaldo, O Maior

Matteo Calautti

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Da domenica sei diventato ufficialmente campione d’Europa. Un’impresa che non era mai riuscita a gente come Eusébio, Luís Figo e Rui Costa, solo per citarne alcuni. Ma a te sì.

Ricordo ancora quando, in televisione, ti osservavo galoppare sulla fascia sinistra del Manchester United con quella maglia, la numero 7, che era stata prima di George Best, Bryan Robson, Éric Cantona e di David Beckham. Ricordo i tuoi dialoghi palla al piede con Ruud van Nistelrooij ad Old Trafford, vere e proprie scintille che hanno incendiato la mia passione per il calcio.

Non dev’essere stato facile coltivare i tuoi sogni a Funchal, una cittadina di circa centomila abitanti situata nell’isola di Madeira. Sì, sotto il governo portoghese, ma distante più di 500 km dalle coste marocchine. Un’isola in cui ancora oggi pulsa forte un genuino cuore calcistico: nel campionato al via nella prossima stagione, infatti, ci saranno ben due squadre isolane come il Marítimo ed il Nacional, senza considerare l’União appena retrocessa. Una passione viscerale, la tua per il pallone, che ha saputo sublimare un’infanzia difficile. «Cristiano ha visto molto da vicino i danni causati dalla droga e dall’alcool», rivelava nel 2007 tua madre Maria Dolores al Sunday Mirrors. «Mio marito Dinis ha bevuto tanto da morirne», affermò, «mentre mio figlio maggiore Hugo ha cominciato a drogarsi quando Cristiano aveva quattordici anni». Nonostante la tua partenza verso la penisola iberica, il rapporto con tuo padre è stato solido e profondo fino alla sua morte. Un lutto, avvenuto nel 2005 a causa di una malattia al fegato, che ti ha segnato profondamente.

Nel frattempo iniziavi già a sorprendere il mondo intero. Cresciuto tra i Nacionalistas, lo Sporting Lisbona ti porta nella Capital all’età di dodici anni. Dodicimila euro ti permettono di diventare il ragazzino più costoso della storia del calcio lusitano, un leitmotif che ricorrerà per tutta la tua carriera. Cinque anni nel settore giovanile dei Leões ti hanno permesso di guadagnarti un piccolo spazio in prima squadra e di metterti in luce tra gli osservatori. Chissà come sarebbe andata la tua carriera se il Parma fosse riuscito a strapparti a quello che diventerà il tuo secondo padre: lo scozzese sir Alex Ferguson.

Così Manchester United fu. Per la precisione, il primo portoghese della storia dei Red Devils. Era il 2003 e stavi per intraprendere la tappa più importante della tua carriera. Sei anni impreziositi da 118 goal e 62 assist in 291 partite, ma anche densi di successi: tre Premier League, una FA Cup, due League Cup e due Community Shield. Ma fu la stagione 2007/08 a consacrarti come campione assoluto. Un campionato conquistato con due punti di vantaggio sul Chelsea, con annesso titolo di capocannoniere e Scarpa d’Oro grazie a 31 goal in 34 partite. Ma soprattutto una Champions League strappata con le unghie e con i denti ai calci di rigore, sempre contro i Blues. Prima realizzi la rete del vantaggio, poi fallisci ai calci di rigore, con ″strigliata″ finale del buon Ryan Giggs. Ma la coppa dalle ″grandi orecchie″ è tua, così come il Pallone d’Oro. Ma tutto deve ancora succedere.

È dopo la finale Champions League disputata a Roma nella stagione seguente, persa contro il Barcellona di Pep Guardiola, che realizzi di dover lasciare Manchester. La voglia di confermarti ad altissimi livelli in un altro campionato è grande e l’offerta del Real Madrid, alla ricerca della maledetta Decima, è un’offerta che non può esser rifiutata. Così nel 2009 ti trasferisci a Madrid, città nella quale dai un seguito al duello romanzesco avviato allo Stadio Olimpico con l’argentino Lionel Messi. Real Madrid e Barcellona, un’antitesi calcistica che grazie a voi due è diventata leggenda.

Neanche a dirlo, nella capitale spagnola ti dimostri disumano. Una cifra-monstre di 364 goal e 114 assist in 348 partite distribuite in sette stagioni in camiseta blanca. Una leggenda merengue come Raúl completamente oscurata e privata del suo numero 7, simbolo incontrastato per 16 lunghe stagioni in cui ha collezionato ″solo″ 323 reti. La bellezza di 41 goal in meno di Ronaldo, ma con nove stagioni in più. Una Liga, una Supercopa, due Copa del Rey e due Champions League (Décima e Undécima), che ti sono valsi altri due Palloni d’Oro.

Bastano per essere considerato il numero uno? Non per tutti. Sono anni in cui il dibattito calcistico si è polarizzato come mai prima d’ora: da un lato gli ammiratori di Messi, dall’altro i tuoi. Un duello senza esclusione di colpi, ma che spesso è sembrato non ad armi pari. Basti pensare all’ottobre del 2013 quando Joseph Blatter, presidente della FIFA, ha dichiarato che l’argentino fosse il figlio che tutte le madri vorrebbero avere mentre che tu, Ronaldo, pensassi di più a spendere i soldi dal parrucchiere. Parole che non hanno intaccato il tuo aplomb e che hanno di fatto preceduto il tuo secondo riconoscimento personale. Oppure come quando nel 2011, due anni prima, l’argentino aveva vinto il suo terzo riconoscimento consecutivo nonostante un palmarès stagionale insignificante, davanti al vicecampione del mondo e vincitore della Champions Wesley Sneijder, nonché davanti sia ai freschi campeónes Xavi ed Andrés Iniesta sia ad un incredibilmente escluso Diego Milito.

Sei stato attaccato per la tua presunta antipatia, per il tuo atteggiamento nei confronti dei compagni e perfino per l’eccessiva cura del tuo corpo. Sgradevole poi il continuo utilizzo dell’espressione «quello vero» per distinguerlo dal Ronaldo brasiliano. Non c’è da stupirsi considerata l’epoca degli haters internauti che stiamo vivendo in questa seconda decade del nuovo millennio. Cos’altro si può richiedere ad un campione come te per dimostrare la sua grandezza? Esattamente ciò che viene chiesto invano da anni al tuo rivale Lionel Messi: un successo con la propria nazionale. Un trionfo che ti è sfuggito nel 2004 contro la Grecia di Aggelos Charisteas, causa di un dramma collettivo da cui il Portogallo non si era più ripreso. Almeno fino a domenica.

Sono passati dodici anni da quella drammatica sera all’Estádio da Luz. Dopo aver portato i tuoi compagni in finale contro il Galles grazie ad un poderoso colpo di testa e un assist, l’avversario di domenica allo Stade de France era la Francia padrone di casa, vincente nelle precedenti undici sfide contro i Lusitani. Una maledizione che sembra materializzarsi anche all’inizio del primo tempo. Dimitri Payet, senza troppi problemi, entra duro sul tuo ginocchio e ti costringe ad uscire in lacrime. Tutto un Paese mantiene a stento le lacrime mentre tu stringi la fascia da capitano attorno al braccio di Nani, tuo compagno ai tempi dello United, sussurrandogli qualcosa nelle orecchie. Così, come nelle più belle favole, si realizza il trionfo della normalità: Éder, attaccante reduce da una stagione travagliata tra Swansea a Lille, prima fa a sportellate con la difesa transalpina e poi lascia partire una ″rasoiata″ che fa esplodere di gioia un Paese intero. Tu, zoppicante, dopo aver caricato i tuoi al termine dei novanta minuti, prima scoppi a piangere poi indossi metaforicamente l’abito del mister in seconda, spingendo perfino in campo un dolorante Raphaël Guerreiro. La coppa è tua, così come lo sarà il Pallone d’Oro. Per la quarta volta.

La tua storia insegna che il talento cristallino di per sé è nulla se non supportato da mentalità vincente e dalla voglia di migliorarsi giorno dopo giorno. Ma insegna anche che si può rimanere se stessi anche se sommersi da montagne de denaro. «Ci sono stati tanti calciatori segnalati come miei eredi», affermò nel 2008 un ″umile″ ex giocatore come George Best, «ma questa è la prima volta che è un complimento per me». Leader e vincente nei due campionati più prestigiosi del Vecchio Continente, così come leader e vincente con la sua Seleção. Basterà questa volta?

Cristiano Ronaldo, o maior.

FOTO: Matteo Calautti

13 Commenti

13 Comments

  1. alfa

    luglio 12, 2016 at 11:34 am

    Ha carattere, carisma , classe ed originalità.

  2. artizets

    luglio 12, 2016 at 12:41 pm

    Un’opinione personale. Secondo me per giudicare il talento di un giocatore non si devono contare i titoli, ma bisogna guardare la capacità di sconvolgere una partita come individuo. Questo è l’unico criterio che rende giustizia a differenze enormi dovute alle squadre di cui un giocatore fa parte (Totti, per esempio, non potrebbe certo competere con giocatori che hanno militato nel Real Madrid o nel Barcellona per anni), al tipo di calcio praticato nel periodo e nel posto in cui il campione gioca (oggi il calcio in Spagna è estremamente offensivo e fare una quantità di gol come Messi e Cristiano Ronaldo sarebbe stato molto più difficile per altri attaccanti in passato; la situazione comincia a cambiare anche in Italia, dove solo la Juventus ha una solidità difensiva che regge il confronto con il passato), ai miglioramenti tecnologici che influiscono sulla preparazione atletica e sulla condizione fisica degli atleti (per esempio, oggi l’età media in cui si appendono le scarpe al chiodo è molto più avanzata di dieci anni fa e si arriva ai 35 anni in ottima condizione), al livello delle rivali, alla fortuna (Cristiano Ronaldo ha vinto due finali uscendo in una al 25′ e segnando il rigore finale nell’altra dopo una partita anonima, Griezmann ha fatto almeno altrettanto bene nei due tornei e ha perso due finali), etc. Dando credito solo alla capacità di sconvolgere una partita come individuo, la mia sensazione è che Messi sia di gran lunga un giocatore più talentuoso di Cristiano Ronaldo, così come, volendo comparare periodi diversi, direi che Ronaldo brasiliano è stato molto più talentuoso del portoghese. Per quanto riguarda i Palloni d’oro, sono premi che ultimamente vengono assegnati con criteri diversi e mi sembra che non solo Messi, ma anche Ronaldo portoghese sia stato premiato in anni in cui non era il più vincente (nel 2013 per esempio avrebbe meritato qualche giocatore del Bayern, probabilmente Mueller). Personalmente, non lo considero un premio attendibile, soprattutto perché in base al sistema di votazione attuale, l’esito risente della conoscenza che hanno i vari campionati e squadre nel mondo (ovviamente, Real Madrid e Barcellona sono le più conosciute). Se fosse stato sempre assegnato dai giornalisti della testata francese, non credo che avremmo avuto per nove anni l’esclusiva Messi – Cristiano Ronaldo.

  3. Alex

    luglio 12, 2016 at 12:49 pm

    Non so se è il miglior calciatore…. ma sicuramente a vedere il suo comportamento fuori dal campo posso affermare che è una ottima persona!!

  4. bedrosian baol

    luglio 12, 2016 at 1:33 pm

    In senso tecnico Messi e CR7 stanno alla pari dei più grandi di sempre: non è affatto irriguardoso paragonarli a Pelé, Maradona, Di Stefano, o ai più recenti Van Basten e Ronaldo.
    Dal punto di vista statistico (reti, goal e trofei vinti) non c’è discussione.
    Dal punto di vista dell’impatto sulle partite importanti (uno degli aspetti più significativi su cui valutare un campione) qualche dubbio viene: CR7 gioca in una nazionale con la quale anche raggiungere una semifinale (Europei o Mondiali cambia poco) vale quanto un titolo vinto con la maglia di una delle tradizionali grandi del calcio, dunque gli va dato atto di avere ottenuto grandi risultati.
    Ma ritengo non sia un caso che il Portogallo abbia vinto con Cristiano fuori dai giochi.
    Su Messi il discorso potrebbe essere anche più impietoso.
    Ma è dal punto di vista del carattere, della personalità, che esprimerei qualche dubbio sulla loro grandezza rispetto a Pelé o Cruijff, Maradona o Di Stefano, Beckenbauer o anche Van Basten, Zidane e Ronaldo: tutti questi hanno lasciato un segno profondo con la maglia della nazionale, come uomini-squadra. Leo e Cristiano sembrano delle superstar da copertina, immensi dal punto di vista tecnico-atletico ma non fondamentali dal punto di vista della autorevolezza sui compagni.
    Maradona era un trascinatore anche in senso “spirituale”. Lo stesso vale per Beckenbauer, Pelé o Zidane, e perfino per Ronaldo.
    Il tempo gioca ancora a loro favore (ma Leo dovrebbe smentire se stesso tornando in nazionale)…

  5. achille ferroni

    luglio 12, 2016 at 2:09 pm

    no , non è un numero uno in assoluto come pelè , maradona , platini , anzi si è visto che senza di lui il portogallo ha assunto maggiormente la fisionomia di squadra formata da undici lottatori ; e soprattutto non merita il pallone d’oro che secondo me , se la giuria sarà onesta e gli sponsor non peseranno più di tanto , dovrebbe essere assegnato a pepe per la CL vinta col real e per essere stato il cardine della difesa portoghese in tutte le partite

  6. stefano fogato

    luglio 12, 2016 at 6:05 pm

    169 avenue de rosny

  7. stefano fogato

    luglio 12, 2016 at 6:07 pm

    Non ha giocato la finale, ha fatto un goal ed é il giocatore piu’ bravo del mondo? nell’europeo piu’ brutto del mondo? vabbé che oggi é il mondo dell’assurdo, ma…..

  8. TheNancy

    luglio 12, 2016 at 6:13 pm

    Miglior giocatore del mondo?Assolutamente no!! Il piu’ antipatico…sicuramente si!

  9. Flavio

    luglio 12, 2016 at 10:24 pm

    Sono d” accordo sul fatto che Cr7 sia il migliore oggi..Messi può competere solo quando gioca col Barca..fuori da questo contesto gioca bene solo con squadre minori..appena si alza il livello scompare o non serve a niente .Ronaldo sicuramente migliore calcolando club e nazionale..Comunque ritengo ancora superiore Eusebio…per non parlare di Zidane..Ronaldo il Fenomeno..Platini…Van Basten..Beckenbauer….e ancor di più Crujff..Di Stefano..Pelé è Maradona..tutti x per di livello superiore..hanno fatto bene ovunque..

  10. Niccolò Mello

    luglio 13, 2016 at 10:52 am

    Sono d’accordo con Artizets, i titoli non bastano per valutare un calciatore. Io ho visto in svariate partite intere Eusebio e secondo me come giocatore era più forte di Cristiano Ronaldo, anche se ha un palmares internazionale molto più scarno. Pensiamo in Italia a uno come Roberto Baggio, che ha vinto pochissimo eppure è molto più forte di tanta gente che ha vinto scudetti e coppe in serie. Il calcio è uno sport di squadra e proprio il Portogallo lo ha dimostrato, vincendo di squadra, senza nessun singolo (neppure Cristiano) che sia stato così dominante. Rispetto a prestazioni come Eusebio 66, Platini 84, Van Basten 88 o Zidane 06 (per non citare il solito inarrivabile Maradona 86) il Cristiano di questi Europei impallidisce, non scherziamo dai…

  11. Oneyx

    luglio 13, 2016 at 6:01 pm

    Chi critica cr7 è solo perché è invidioso e non capisce il calcio,in champions anche se non ha giocato bene la finale non vuol dire che non ha fatto niente perchè senza i suoi sedici gol e soprattutto senza la sua tripletta nei quarti il real non l’avrebbe proprio giocata la finale. Per quanto riguarda l’europeo è arrivato non al top e lo stesso è stato lui il trascinatore, senza la sua doppietta contro l’ungheria il portogallo non avrebbe passato nemmeno il gorone, contro la croazia senza il suo assist quaresema non avrebbe segnato, contro la polonia il rigore non lo ha sbagliato, contro il galles gol e assist facendo andare il portogallo in finale.

    • Flavio

      luglio 14, 2016 at 12:11 am

      Sei sicuramente un tifoso di Ronaldo..hai visto un Europeo da una prospettiva tutta tua..
      Nella prima partita non ha combinato niente.
      Nella seconda se non erro ha sbagliato un rigore
      Nella terza ha fatto la prima partita da protagonista..
      Contro la Croazia non ha fatto nessun assist ..Quaresma ha tirato su ribattuta del portiere..
      Contro la Polonia in partita niente di che
      Con il Galles ha fatto la seconda partita da protagonista ..anche se Bale ha giocato sicuramente meglio..
      Con la Francia non ha giocato praticamente è hanno vinto lo stesso..
      Ritornando a Bale ad esempio ha fatto un Europeo migliore..
      Non dico che ha giocato male..non era in formissima..ma il Portogallo non ha vinto grazie prevalentemente a Ronaldo….non ha fatto un Europeo da ricordare..come Platini ..Van Basten ..ad esempio

  12. francesco

    luglio 18, 2016 at 12:10 pm

    Premetto che sono un grande ammiratore di Cristiano Ronaldo, e che, avendo solo 20 anni, non ho mai visto una partita di altri campioni del passato da tutti voi in precedenza citati. Detto questo ritengo che i trofei vinti da un giocatore possano essere solo indicatori molto parziali (ma comunque rilevanti) della bravura dello stesso, dato che sempre di un gioco di squadra si tratta, quindi non si vince grazie ad un giocatore piuttosto che ad un altro, ma tutti assieme. Quindi ritengo opportuno focalizzare l’attenzione sulle prestazioni di un giocatore in partita “nel lungo periodo”!!! Penso che questo sia il dato più significativo: non sono aggiornato sulle varie statistiche, però penso sia evidente che C. Ronaldo abbia mantenuto negli anni un livello spaventoso, in termini di prestazioni, gol, assist e quant’altro, stabilendo inoltre numerosi record, alcuni dei quali difficilmente superabili!!! Quindi la cosa che più mi ha impressionato è proprio questa capacità di essere un fuoriclasse in questo modo per tutti questi anni e chissà quanti altri ancora con una costanza disarmante, che mi induce a ritenere non che sia il più talentuoso calciatore di sempre (tutti i grandi campioni lo sono), ma di sicuro il più “completo” giocatore della storia del calcio, tra i pochi capace di giocare il suo calcio in ogni campionato e in ogni situazione. Inoltre, al contrario di quanto si possa pensare o vedere, ha un grande carisma ed è un vero leader fuori e dentro dal campo (lasciamo da parte la sua vita privata), e lo ha dimostrato da ultimo agli europei. Detto questo non voglio assolutamente influenzare le preferenze personali, però voglio solo che sia dato a lui il merito che rispetta per quello che ha fatto, fa e continuerà a fare come calciatore professionista, e che la si finisca di considerarlo lontano anni luce a tutti questi altri campioni dei tempi passati, perchè penso sia del tutto infondato!!! Forse la cosa migliore sarebbe non fare paragoni, in quanto inutili e improduttivi. Ciao a tutti!!!

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Calcio

L’Antipatico Van Gaal, l’uomo Louis

Francesco Cavallini

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Compie 67 anni oggi Louis Van Gaal, uno dei tecnici più vincenti della storia del calcio. Un carattere forte, per molti antipatico, il tecnico olandese ha mostrato con il suo addio un lato che nessuno conosceva.

Da che mondo è mondo, vincere rende antipatici. Lo cantava anche Morrissey, we hate it when our friends become successful. E se siamo in grado di invidiare i nostri amici, figuriamoci qualcuno che non conosciamo e che già di suo non fa molto per accaparrarsi le nostre simpatie. Prendiamo Louis Van Gaal. Vincente come pochi, odiato come quasi nessun altro. Sarà quel volto perennemente corrucciato, l’espressione severa o quell’aura di superiorità che sembra sprizzare da ogni poro. O forse la causa è la sua profonda conoscenza calcistica, quella capacità di comprendere il gioco più bello del mondo che pochi hanno, che l’ha portato a far risorgere l’Ajax dalle sue ceneri e a vincere ovunque andasse.

Bravo, ma antipatico. Un uomo solo al comando, che porta con sé il fardello di una reputazione ormai dura da cancellare. Reputazione che probabilmente si è anche guadagnato, nel corso di una carriera da allenatore quasi trentennale. I suoi addii al veleno e i suoi ritorni in grande stile sono rinomati quasi quanto le sue vittorie. Un lungo filo rosso di scontri, incomprensioni e polemiche, ingredienti immancabili in ogni sua esperienza manageriale. Un palmarés come quello di Van Gaal dovrebbe garantire genuflessioni al suo passaggio un po’ ovunque. Del resto, su ogni panchina, nazionale esclusa, ha lasciato perlomeno un trofeo. Eppure non c’è mai quell’unanimità di pensiero, quel comune accordo sulla leggendarietà della sua figura che altri, vedi Ancelotti, riescono a guadagnarsi in ogni dove. Lui non piace a tutti. Soprattutto, non piace a chi ha un ego simile al suo. Lì, il conflitto è pressoché inevitabile. In un’idea di calcio in cui tutti sono utili ma nessuno indispensabile, chiunque, anche il Pallone d’Oro, deve piegarsi alla logica di squadra. E non importa che Rivaldo creda di rendere meglio da trequartista, se Van Gaal decide che deve giocare ala, il brasiliano deve adattarsi. Perché Van Gaal è testardo. A volte è un pregio, molte altre un difetto enorme.

Gli si chiede spesso di scendere dal suo piedistallo, ma lui quel piedistallo se l’è costruito con cura, con la consapevole mancata accettazione di un qualsiasi confronto con gli altri. Una volta che ha stabilito un’opinione, solo l’ortodossia più totale può garantire un accordo. Le critiche? Che vadano a farsi benedire, in particolare se provengono dagli odiati giornalisti. Amici della stampa, me ne vado. Complimenti. Il primo addio al Barcellona è il perfetto riassunto di una carriera intera. Vincente, ma mai amato. Forse accettato, di certo mal sopportato. Anche a casa sua. L’Ajax, che a lui tanto deve, lo richiama più volte come direttore tecnico, ma quando è costretto a lavorare con altre icone del club dalla personalità importante, come Koeman o, peggio ancora, Crujiff, lo scontro è garantito. In ogni città c’è spazio per un solo sceriffo, che deve necessariamente chiamarsi Aloysius Van Gaal. Per chiunque altro, le regole sono semplici. Niente personalismi, nessuno spazio per i sentimenti o la gratitudine, a Monaco di Baviera come a Manchester. Contano solo il cervello e le gambe.

Un tipo del genere porta persino a dubitare della effettiva presenza di un cuore sotto l’immancabile cravatta. Fa pensare che l’olandese sia un cyborg insensibile, il cui unico obiettivo è accumulare trofei, fama e denaro. Ma non è così. Il mondo se ne è accorto a inizio 2017, quando la facciata del manager di ghiaccio crolla inesorabilmente davanti alle difficoltà della vita umana. Cosa se ne fa Louis Van Gaal dei milioni cinesi se non è in grado di riportare il sorriso a sua figlia, che in quel periodo ha perso suo marito? Dà più emozioni alzare un’altra Champions oppure trascorrere il tempo che ti resta assieme alla donna, tua moglie, che ami? Già, l’amore. La più improbabile delle motivazioni, per uno come Van Gaal. Quella che offusca il cervello, che non fa ragionare, che a volte ti porta a scelte totalmente assurde. E che ora è lo specchio dell’anima di un uomo, che per anni si è auto-dipinto come una statua in un eremo solitario, ma che come tutti noi ride, piange e, soprattutto, ama. E quindi ha lasciato il calcio Van Gaal, tornando ad essere semplicemente Louis. Lascia la prosopopea delle dichiarazioni pre-partita, l’adrenalina dei novanta minuti e le polemiche del giorno dopo. Se ne è andato dal calcio con pochi amici e molti critici, come era naturale che fosse. Ma con quell’addio, per l’ultima volta in carriera, ha vinto. Ha vinto quell’apprezzamento, quel calore e quella stima che per anni si è volontariamente negato, uscendo tra tanti applausi e qualche lacrima. Perché i trofei soddisfano il cervello. L’amore, quello vero, accarezza il cuore.

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Calcio

L’Orlando City e i seggiolini arcobaleno in memoria della strage del Pulse

Gianluca Pirovano

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Il nuovo stadio di Orlando, inaugurato il 24 Febbraio 2017 in tempo per la data della prima gara ufficiale, contro il New York City, del 5 Marzo dello stesso anno, è un piccolo gioiellino da 25mila posti a sedere, interamente dedicato al calcio.

Un impianto che lo scorso anno finì al centro della cronaca per una decisione presa dal Presidente della squadra  che ha emozionato e mostratogrande vicinanza verso la popolazione della città della Florida, squarciata dall’attacco omofobo avvenuto proprio il 12 Giugno del 2017.

La franchigia viola, in MLS dal 2015, ha deciso infatti di colorare 49 seggiolini del nuovo stadio con i colori dell’arcobaleno.

Il motivo? Orlando, come dicevamo, è stata teatro di una delle peggiori stragi nella storia degli Stati Uniti. 49 morti e più di 50 feriti in seguito ad una sparatoria all’interno del Pulse, locale notturno frequentato dalla comunità omosessuale cittadina.

 “Sono posti che saranno visti da tutto lo stadio, proprio dietro le panchine, e questo ci è sembrato un buon modo per ricordare quel giorno” ha raccontato Phil Rawlins, presidente dell’Orlando City.

I seggiolini sono stati posti nella tribuna Ovest, settore 12.

Non una scelta casuale.

“Il settore è il 12 perché la data della strage è il 12 giugno” ha aggiunto Rawlins.

Chiudendo la presentazione dell’iniziativa e ringraziando chi ha reso possibile realizzarla, Phil Rawlins ha ricordato come scelte di questo tipo rafforzino l’immagine del club ed il suo obiettivo di creare una comunità “inclusiva, variegata ed aperta a tutti”.

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Sport & Integrazione

I bambini israeliani e palestinesi giocano insieme

Matteo di Medio

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Il Primo Giugno si festeggia la Giornata Mondiale del Bambino. Per l’occasione vi raccontiamo la bellissima iniziativa in cui, grazie ad un videogame, i giovani palestinesi e israeliani, vittime innocenti di un conflitto senza fine, giocano insieme, scoprendosi e condividendo.

Ormai le tecnologie e i videogame si stanno pian piano togliendo la cattiva reputazione di essere il male assoluto e la rovina dei giovani. Gli Esports sono diventati a tutti gli effetti degli Sport 2.0 con il riconoscimento da parte del Cio come disciplina e si sta tentando addirittura di farla rientrare nel calendario olimpico.

Esistono casi in cui i videogiochi ricoprono un ruolo fondamentale e rompono definitivamente con gli stereotipi della critica che vorrebbe abolire del tutto l’uso di questi nuovi strumenti come elemento di svago.

Riprendendo quanto scritto da Edwin Evans-Thirlwell nel sito Motherboard.com, raccontiamo il progetto portato avanti da Uri Moshol.

Uri Moshol, ex CEO della società di software Incredibuild, nonché ex militare dell’esercito israeliano, sfruttando il grande interesse verso il mondo del gioco digitale da parte delle ultime generazioni, ha realizzato un programma di carattere sociale per contrastare il clima di odio ed intolleranza religiosa sul territorio della Striscia di Gaza tra Israele e Palestina che ora più che mai è tornato ad essere rovente con conseguenze tragiche e sanguinose per tutta la popolazione.

La Games For Peace (G4P), con sede a Tel-Aviv, è un’organizzazione no profit che, attraverso videogames multiplayer ha l’obiettivo di formare ed informare i giovani delle comunità ebraiche e palestinesi, impegnati in partite online, sul tema dell’integrazione e del rispetto della diversità di fede verso quelle persone che fin da piccole vengono educate al disprezzo del diverso.

L’idea di Moshol nasce dopo una partecipazione nel 2013 ad una Conferenza a New York di Games for Change, organizzazione che pone l’attenzione sul ruolo positivo che i giochi possono avere all’interno della società. Uri è rimasto talmente colpito da questa realtà, non essendo un esperto del settore, da voler esportare questa nuova visione dell’universo videoludico anche verso i territori che ha più a cuore come la Palestina e Israele. Con l’aiuto di esperti del settore, ha individuato come la migliore strada da percorrere l’utilizzo di giochi già esistenti, piuttosto che crearne nuovi ad hoc, per combattere il razzismo e gli stereotipi verso culture che tra loro, in alcuni casi, non sono mai venute a contatto, non si sono mai confrontate.

Il motivo principale di utilizzare videogame già conosciuti è stato dettato dall’intento di creare, sin da subito, coinvolgimento ed adesione da parte dei giovani. Proprio per questo, il gioco scelto per il progetto G4P è stato Minecraft. Con milioni di copie vendute, il videogame creato dalla Mojang nella persona del Presidente Markus Persson, poi venduto per la cifra record di 2,5 miliardi di dollari alla Microsoft, ha come obiettivo quello di costruire città ed edifici di vario genere in un mondo virtuale nel quale il giocatore è il protagonista.

Come racconta Moshol, in alcuni casi, attraverso il videogame, molti bambini si mettevano in contatto per la prima volta con il mondo “dall’altra parte”.

Il progetto Games for Peace porta avanti due diverse iniziative: nella prima, la “Play for Peace”, viene chiesto, ad un numero indefinito di giocatori, di collaborare insieme online per costruire la città. Nella prima occasione di incontro virtuale, il 17 gennaio 2014, parteciparono 50 giovani provenienti da Israele, Palestina, Cisgiordania ed Egitto con l’obiettivo di creare la “Città della Pace”. Alla quinta edizione, nel luglio dello stesso anno, bisognava costruire uno stadio di calcio per i Mondiali.

In queste occasioni, così come nelle altre, le reazioni sono state più che positive e confortanti, tolti singoli casi di comportamenti abusivi, come quando un giocatore cominciò a creare svastiche ovunque. La risposta del resto della comunità fu esemplare: tutti insieme si sono adoperati a cancellarle immediatamente.

La seconda iniziativa è la “Play to Talk”, dove ragazzi di due scuole diverse si sfidano nella costruzione di una città, attraverso la cooperazione e la condivisione di informazioni, pur essendo di religioni od estrazione diversa. Al termine della sessione di gioco, vengono organizzati degli incontri reali tra i giocatori così da commentare tutti insieme l’andamento della partita e conoscersi un po’.

Moshol evidenzia come la Games for Peace stia portando a risultati promettenti e l’evidenza di quanto esposto sta nel fatto che molti giocatori sono rimasti in contatto tramite i social network o addirittura attraverso una frequentazione offline.

L’obiettivo finale del CEO è quello di esportare il G4P in tutto il mondo e in tutte quelle zone dove l’intolleranza e la mancanza di integrazione è il pane quotidiano per le giovani generazioni, diffondendo un messaggio universale senza bandiere o ideologie.

Questa volta, mettiamo da parte la facile critica verso i videogiochi, i peggiori nemici di mamme e papà “disperati”, e poniamo l’attenzione, riconoscendone il merito, sul ruolo che, grazie a persone illuminate come Moshol, la tecnologia ludica può avere per superare ostacoli vecchi un’eternità e far conoscere ai propri figli una realtà che gli è sempre stata tenuta nascosta.

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