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Atleti contro: quando lo Sport fa a pugni con la politica

Roberto Consiglio

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Atleti contro: quando lo Sport fa a pugni con la politica

Poche ore fa è stato liberato, da un carcere thailandese, l’ex giocatore del Bahrein Hakeem al Araibi dopo ben 77 giorni di fermo. Tutto questo dopo che era stato emesso, con il beneplacito dell’Interpol internazionale, un mandato di arresto internazionale da parte del governo di Manama.

Al Araibi si trovava in Thailandia in vacanza. La sua assenza dal piccolo paese del Golfo Persico era, però, molto più datata. Proprio da qui, infatti, era stato costretto a fuggire nel 2014 dopo essere stato condannato a dieci anni di carcere per aver preso posizione, e aver partecipato, alle manifestazioni della cosiddetta primavera araba tra il 2011 e il 2014.

Dal Bahrein il difensore era riuscito ad arrivare in Australia, paese che gli aveva concesso il diritto di asilo. A fine 2018 aveva preso la decisione di passare qualche giorno di relax in Thailandia: una scelta che, però, era costata cara al giocatore bahreinita.

Durante il suo periodo in carcere, il governo di Manama ne aveva chiesto l’estradizione per poterlo processare in patria. Da Bangkok non c’è mai stato un minimo spiraglio di apertura riguardo questa richiesta.

Tale situazione negli ultimi mesi aveva subito un nuova svolta. “Non c’è motivo di trattenerlo qui” hanno detto le autorità tailandesi una volta appurato che dall’emirato non veniva più dato seguito alla domanda di estradizione.

Per questo motivo, dopo essere stato liberato, al-Araibi è potuto tornare nella terra dei canguri, precisamente nella città di Melbourne. Una volta arrivato nella capitale dello stato australiano del Victoria il protagonista di questa triste vicenda ha rilasciato le seguenti dichiarazioni: “È incredibile vedere tutte le persone qui, tutti gli australiani e tutti i media che mi hanno supportato. Volevo solo ringraziare il governo australiano e il popolo australiano”.

Purtroppo, quello appena descritto, è solo l’ultimo di una serie di episodi in cui sport e politica si sono scontrati frontalmente. Questo tipo di scontro, nel corso del tempo, ha interessato moltissimi stati in ogni angolo del globo.

Noi di Io Gioco Pulito, abbiamo cercato di riassumervi alcuni dei casi più eclatanti di questo ambito che riportiamo di seguito.

Turchia: gli sportivi contro Erdogan

Nel paese del presidente Recep Tayyip Erdoğan, fondatore del partito AKP con il quale è al potere nel 2003, sono molti i casi di sportivi messi sotto accusa, soprattutto dopo il tentato golpe fallito del 15 luglio 2016.

Quello più eclatante, senza ombra di dubbio, vede protagonista l’ex attaccante del Galatasaray Hakan Sukur che, nel 2000, riuscì a vincere con la casacca giallorossa la Coppa Uefa: il primo trofeo vinto da una squadra turca a livello internazionale.

Subito dopo il trionfo, data la sua immensa popolarità nel paese, l’AKP cercò di sfruttare la figura di Sukur. L’attaccante, nel frattempo, decise di entrare in politica e riuscì a farsi eleggere nelle file dello stesso partito filo-governativo.

Nel 2013 però, l’anno delle prime sommosse contro Erdogan, qualcosa va storto visto che Hakan Sukur venne sospettato sia di sostenere quelle manifestazioni anti-governative ma anche di supportare Fethullah Gulen, ex alleato di Erdogan in esilio da diversi anni negli Usa e che, oramai, veniva considerato il nemico numero uno dello stesso presidente turco.

La situazione si fece sempre più tesa e, di conseguenza, il calciatore prese due drastiche decisioni: prima si dimise da parlamentare e poi, nel 2015, decise di fuggire in esilio nello stato americano della California, dove vive tuttora, solamente pochi mesi primi del tentato golpe del luglio 2016. Oggi parlare di lui in Turchia è vero e proprio tabù, come del resto per chiunque sia sospettato di essere minimamente vicino a Gulen; il Galatasaray ha tolto l’intitolazione di alcune strutture dedicate ad Hakan Sukur, così come ha cancellato i documenti che riguardano i tanti anni che il giocatore ha trascorso con la maglia giallorossa.

Facendo un balzo in avanti dal punto di vista cronologico, un altro caso che si può citare è quello del cestista turco Enes Kanter. Anche questo personaggio, che attualmente gioca nella squadra del campionato NBA dei New York Knicks, si è schierato apertamente contro il presidente Erdogan ed è stato accusato da quest’ultimo di aver fomentato il sovra-citato golpe, poi fallito, del 2016.

Pochi mesi fa, dopo che aveva descritto su Twitter, il leader dell’AKP come “l’Hitler del nostro secolo”, Kanter è stato condannato a ben quattro anni di reclusione. Anche lui, che è stato inoltre accusato di essere un seguace di Gulen, è riuscito ad ottenere asilo negli Stati Uniti data la forte opposizione tra il governo americano e lo stesso Erdogan.

Ma i problemi in patria non sono certo finiti. E’ stato bandito dalla nazionale di pallacanestro turca e qualsiasi riferimento fatto a lui, da parte di cose o persone, non viene minimamente tollerato.

Vista questa sua presa di posizione il cestista ha rinunciato ad una partita giocata, a Londra, lo scorso gennaio, tra la sua squadra e quella di Washington. “Non andrò con la mia squadra a Londra, perché se lo facessi correrei il rischio di essere assassinato. Non potrò svolgere il mio lavoro a causa di quel maniaco lunatico del presidente”: queste la parole esatte del giocatore di basket per far capire i veri motivi di questa sua decisione.

Lo scontro tra Erdogan e il mondo dello sport turco non ha visto solo rapporti tesi tra il presidente e singoli sportivi di quel paese. Vi sono anche casi di intere squadre messe sotto accusa: un esempio che si può fare in questo ambito è quello dell’Amedspor.

Del caso ne abbiamo già parlato anche noi in un precedente articolo. Già il fatto che essa sia la squadra del più importante partito curdo della Turchia, il PKK, non rappresenta un buon biglietto da visita.

Si sa infatti che dal 1976, anno di fondazione dello stesso PKK, vi è un forte e chiaro contrasto tra questa forza istituzionale e il governo di Ankara.

Nel febbraio 2016 l’Amedspor, squadra di terza serie con sede a Diyarbakır, capitale del Kurdistan turco sulle sponde del fiume Tigri, si rese protagonista di una vera e propria impresa sul campo: eliminò dalla coppa nazionale il Bursaspor, squadra della massimo campionato turco, riuscendo a qualificarsi ai quarti di finale della competizione dove doveva affrontare il ben più blasonato Fenerbahce.

Pochi giorni dopo l’unità anti-terrorismo della polizia turca compì una irruzione nella sede dell’Amedspor, sequestrando computer e documenti dagli uffici del club. Di seguito si venne a sapere che tale blitz fu deciso dopo che era apparso un tweet, su quello che le autorità ritenevano essere l’account ufficiale del club, che, sempre secondo l’accusa, inneggiava al terrorismo.

Per molti si trattò di un vero e proprio atto intimidatorio contro i rappresentanti sul campo di una minoranza da sempre mal-vista nel paese. Questa repressione, purtroppo, colpì anche altri ambiti. Ai tifosi dell’Amedspor, per esempio, fu impedito di seguire la squadra nella trasferta successiva e alcuni degli stessi supporter furono arrestati ad Istanbul. Infine al giocatore simbolo della squadra, Deniz Naki, fu squalificato per 12 giornate e multato di 19.500 lire turche dopo essere stato accusato di “discriminazione e propaganda politica” visto che aveva fatto un tweet in cui metteva bene in chiaro la sua posizione sulla vincenda.

Nonostante ciò varie e numerose tifoserie di tutta la Turchia hanno espresso la loro solidarietà alla squadra turca. A tal proposito venne redatto un vero e proprio comunicato che metteva bene in chiaro ciò.

Stati Uniti: Il gesto di Abdul-Rauf

Dalla Turchia, adesso, ci spostiamo negli Stati Uniti perchè, anche in quella che viene considerata “la più grande democrazia del mondo”, non sono mancati episodi in cui sport e politica sono entrati in conflitto. Un caso può essere quello riguardante l’ex cestista NBA Mahmoud Abdul-Rauf .

Nel marzo del 1996, quando giocava nella squadra dei Denver Nuggets, il giocatore di basket fu protagonista di un gesto a dir poco eclatante. Durante l’esecuzione del consueto inno americano, Rauf si mise a sedere e rimase in silenzio.

Secondo lui, infatti, quella canzone rappresentava un cieco rituale nazionalistico, oltre che un simbolo di sopraffazione sociale. La stessa NBA, però, non prese bene quel gesto e squalificò il cestista a tempo indeterminato.

Da un punto di vista cronologico queste prese di posizioni politiche hanno da sempre interessato il mondo dello sport, soprattutto nel XX secolo. Addirittura durante gli anni bui della prima metà del ‘900, in cui erano al potere dittature come fascismo e nazismo, possiamo citare alcuni casi in questo campo.

Sindelar e Neri, la Resistenza nel pallone

Tra queste, le due più clamorose riguardano due calciatori: l’austriaco Matthias Sindelar e l’italiano Bruno Neri.

Il primo si fece notare durante la cosiddetta “partita della riunificazione”, giocata allo stadio Prater di Vienna il 3 aprile 1938, pochi giorni prima del cosiddetto Anschluss tra il governo di Berlino e quello di Vienna. I vertici della Gestapo consentirono alla nazionale austriaca di poter usare il nome «Austria» per un’ultima volta e di poter scendere in campo con maglia rossa e calzoncini bianchi; la squadra austriaca, però, doveva per forza perdere il match.

Sindelar, che indossò la fascia da capitano, non si piegò e, nonostante il clima intimidatorio, giocò una delle sue migliori partite, prendendo in giro gli avversari del Reich, segnando il gol dell’1-0 e andando ad esultare sotto la tribuna dei gerarchi nazisti.

A fine partita inoltre, con l’altro marcatore del match: Karl Sesta, Matthias Sindelar non fece il saluto nazista per salutare la autorità tedesche in tribuna.

Nell’Italia fascista, invece, rimane memorabile il gesto di Bruno Neri. Nel 1931, nella partita inaugurale dello stadio di Firenze “Giovanni Berta” (l’attuale Artemio Franchi), il centrocampista della Fiorentina si rifiutò di fare il saluto fascista per omaggiare le autorità presenti.

Di seguito a questo fatto, furono capite da tutti le reali simpatie politiche del giocatore che, alcuni anni dopo, entrò nelle file della Resistenza. Questa sua stessa militanza lo portò alla morte sopraggiunta il 10 luglio 1944 durante uno scontro a fuoco coi nazisti presso il comune toscano di Marradi, sull’appennino tosco-romagnolo.

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