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Armi Sportive o armi di morte: quelle pistole che sparano fuori dai poligoni

Sarita Fratini

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Nell’ultima decade sono quadruplicate le armi detenute per uso sportivo. C’è un nuovo interesse per il Tiro a Segno oppure gli italiani hanno trovato un escamotage per poter tenere una pistola in casa?

L’omicidio-suicidio avvenuto nei dintorni di Orte venerdì scorso riporta tristemente alla ribalta il problema delle armi da fuoco nelle case italiane.

Sarita Fratini da alcuni mesi scrive su questo argomento denunciando sul suo blog che molte delle pistole che sparano per uccidere familiari, soprattutto donne, siano regolarmente detenute.

Orte (VT). Venerdì 17 marzo 2017. Francesco Marigliani, 28enne di Amelia, chiede un incontro alla sua ex ragazza Silvia Tabacchi, 30 anni, per parlare della loro relazione finita. Lei ci va e lui porta una pistola. Con questa le spara e poi si suicida.

Da prime indiscrezioni sembra che soltanto due giorni prima, il mercoledì, Marigliani abbia ottenuto un legale permesso di detenzione e acquisto per una pistola ad uso sportivo e che subito dopo, il giovedì, sia andato a comprare una Glockin armeria.

Sembrerebbe un omicidio-suicidio con movente passionale, eppure pianificato. Nell’attesa che gli inquirenti facciano maggiore luce sulle dinamiche che hanno portato uno studente 28enne ad armarsi e uccidere la sua ex fidanzata, facciamo un salto indietro nei casi di cronaca nera italiana.

Sono storie di persone all’apparenza normali, incensurate, che si trovano a vivere piccoli e grandi drammi della vita, primo tra tutti una fidanzata che ti lascia. La storia si ripete, sempre uguale, da diversi anni.

Montebelluna (TV). 2013. Anche Matteo è stato lasciato dalla sua fidanzata, Denise. Sta male. Vorrebbe riaverla a tutti i costi. Le telefona, le manda tonnellate di messaggi. Ma quella ragazzina di 14 anni più giovane di lui non lo vuole, non lo vuole più. Allora Matteo pensa che deve fare un grande gesto e a gennaio compra un’intera pagina del giornale per dichiararle il suo amore. Ma di nuovo niente, lei non risponde. Quindi Matteo opta per un approccio più diretto: la aspetta sotto casa tutti i giorni, la segue ovunque vada. Ma è un altro buco nell’acqua: Denise va dai carabinieri e Matteo viene convocato in caserma per una ramanzina. Non è amore il suo, lo avvertono, è “stalking”.

Cosa fare, cosa fare ancora quando Lei non ti vuole e la vita non ha più senso?

Quando si parla di lucida follia si pensa proprio ad un momento del genere, in cui lucidamente si pianifica un gesto folle: un omicidio. E in Italia troppo spesso la pianificazione di un omicidio parte dalla richiesta di un porto d’armi.

Succede anche in questo caso: Matteo si informa e scopre che per avere una pistola legalmente bastano pochi giorni e pochi soldi. E’ sufficiente un certificato medico per richiedere il “Diploma di Idoneità al Maneggio delle Armi” in una sezione di Tiro a Segno Nazionale e subito dopo “l’Autorizzazione all’acquisto di Armi e Munizioni” presso un qualsiasi Commissariato italiano. Lo chiamano volgarmente “porto d’armi per uso sportivo”. Online si trovano tutte le istruzioni e qualche sito internet promette che per tutte le pratiche bastano solo 48 ore.

Il 16 aprile 2013 a Montebelluna Matteo Rossi uccide l’ex fidanzata Denise con una Beretta Iver regolarmente acquistata e detenuta con permesso sportivo.

Per la prima volta in Italia la via legale è la più veloce e la più economica. Basta autodichiararsi “sportivi” e si può comprare legalmente una pistola e tenerla in casa.

porto-darmi

Quante sono oggi le armi sportive nelle case italiane?

Non si sa con precisione e manca un’anagrafe delle armi consultabile dai cittadini. Vecchie statistiche parlano di 127 mila armi per uso sportivo nel 2002 e di 470 mila nel 2015. Quasi quadruplicate nel giro di una decade, a fronte di una lieve diminuzione delle armi da caccia e del dimezzarsi dei porti d’arma per difesa personale (da 45 a 19 mila). Perché? Sicuramente la caccia è diventata un’attività meno popolare, ma l’ossessione per la difesa personale invade sempre più l’animo degli italiani. Il problema è che per avere il porto d’armi per difesa personale, l’unico che consenta di girare con una pistola carica in tasca, bisogna avere un valido motivo: un lavoro che preveda il trasporto di ingenti quantità di denaro o preziosi per esempio. Per il permesso di detenzione sportiva invece basta la motivazione dello sport, è una soluzione facile e veloce. Quindi tutti sportivi.

C’è da dire che il Tiro a Segno in Italia è uno sport serio e importante. Non evoca certo un’idea di violenza, piuttosto di calma e concentrazione: un uomo solo contro un bersaglio di carta. E’ disciplina olimpica fin dalla prima Olimpiade moderna, Atene 1896, e quella italiana è una delle squadre che vediamo più spesso sul podio. Sono più di 300 le sezioni di Tiro a Segno Nazionale (TSN) presenti sul territorio italiano, più tutta una serie di poligoni privati.

Dato il proliferare di armi e tiratori i poligoni saranno pieni di gente che fa la fila per sparare, immaginiamo. Invece pare proprio di no. Con un po’ di fatica riusciamo a farci dare le statistiche di affluenza da una delle sedi di Tiro a Segno Nazionale. E’ in una cittadina di appena 50 mila abitanti ma nel 2016 ha rilasciato quasi 800 certificati di idoneità al maneggio delle armi e l’anno precedente più di 800. Quanti di coloro che hanno preso l’agognato patentino sono tornati a sparare presso quel poligono? Il dato è agghiacciante: appena 5 persone.

Che gli italiani ricorrano alla facile etichetta dello sport per armarsi non pare un’illazione, ma un fatto. Ognuno ha i suoi motivi, tra cui primeggia l’ansia per la difesa della proprietà privata, ma i fatti ci dicono che queste pistole non sparano contro ladri, sparano contro familiari e conoscenti.

Quante sono in Italia le armi sportive che hanno ucciso?

Da una comunicazione della Commissione al Parlamento Europeo datata 21 ottobre 2013[1] sappiamo che quell’anno l’Italia era al primo posto in Europa per numero di omicidi commessi con arma da fuoco rapportati agli abitanti: 0,71 ogni 100 mila abitanti. Un tasso esorbitante se si pensa che nella vicina Francia erano 0,06 e nel Regno Unito 0,07. Ma non sappiamo quante di queste armi fossero regolarmente detenute né quante lo fossero per uso sportivo. Statistiche ufficiali non ce ne sono e per farci un’idea bisogna scartabellare i casi di cronaca.

Il sociologo Giorgio Beretta, che malgrado il cognome non è parente della famosa azienda produttrice di armi da fuoco e anzi è un membro attivissimo della Rete Italiana per il Disarmo (RID), in questi giorni ha lanciato online la creazione di un database degli omicidi e reati compiuti con armi legalmente detenute (https://www.facebook.com/DatabaseOmicidiReatiConArmiLegali/). I cittadini possono segnalare i casi. L’iniziativa sembra funzionare, nei soli primi due mesi del 2017 sono state individuate ben 6 armi da fuoco legali che hanno ucciso 7 persone. Tra esse troneggia la calibro 9 detenuta per uso sportivo del calciatore Fabio Di Lello, a Vasto, acquistata poche settimane prima dell’omicidio del ventiduenne Italo D’Elisa.

Se l’unico modo per sopperire all’assenza di dati ufficiali sul fenomeno è recuperare gli articoli di cronaca nera, lo facciamo anche noi. Veniamo travolti da un numero impressionante di casi e di pistole. Storie di malattie mentali ignorate al momento del rilascio del permesso di detenzione per una pistola come la Stoeger-Cougar 9 mm della strage del Broletto del 2013 con cui Andrea Zampi uccise due impiegate della regione Umbria. Storie di casi etichettati come “Femminicidi”: mariti e fidanzati respinti che rivolgono l’arma contro le loro ex e a volte anche contro i loro bambini. Ricordiamo Daniele Antognoni che uccise la moglie Paula e il figlioletto Christian di soli 5 anni con una Beretta 9×21; Ciro Vitiello che sparò i quattro colpi calibro 22 che posero fine alla vita della moglie Rosa Landi; il medico Luigi Alfarano che dopo la moglie uccise il figlioletto di 4 anni con una Beretta 98.

Tutte pistole detenute legalmente, per uso sportivo.

In Parlamento il problema è in discussione e c’è una proposta di decreto legge, firmata dalle senatrici Amati e Granaiola, che vorrebbe confinare le armi sportive nei poligoni vietandone la detenzione in casa e istituire un’anagrafe dei possessori di armi consultabile da medici e personale sanitario. Possiamo immaginare cosa ne pensino i falsi sportivi, ma chissà cosa diranno i veri sportivi …

[1] COMUNICAZIONE DELLA COMMISSIONE AL CONSIGLIO E AL PARLAMENTO EUROPEO Le armi da fuoco e la sicurezza interna dell’UE: proteggere i cittadini e smantellare il traffico illecito. Bruxelles, 21.10.2013.

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Paul Allen: storia del Genio tifoso innamorato dello Sport

Alessandro Mazza

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Genio, rivoluzionario, magnate, filantropo. Non bastano le parole, gli aggettivi. Scrivo. Meglio: pigio i tasti del mio PC. Il Personal Computer in ogni casa, la visione, il sogno della Microsoft. E di uno dei suoi fondatori, Paul Gardner Allen, che ci ha lasciato a 65 anni, sconfitto dalle complicazioni legate ad un Linfoma non-Hodgkin, rara forma di cancro che già lo aveva colpito nel 2009 e contro il quale stava combattendo nuovamente, come lui stesso aveva annunciato soltanto pochi giorni fa. Il co-fondatore di Microsoft se ne va nella sua Seattle, la città dello smeraldo e della prestigiosa scuola privata Lakeside, dove giovanissimo conobbe William Henry Gates III, meglio noto come Bill, con il quale fonderà nell’Aprile del 1975 il colosso informatico destinato a cambiare la vita di miliardi di persone. Servirebbero libri, film, documentari. Ci sono stati, ci saranno.

Un uomo diverso, dai molteplici interessi, la sua enorme ricchezza (oltre 20 miliardi di Dollari secondo Forbes) messa a disposizione di svariati progetti. E delle sue passioni. La musica, con la sua band, gli Underthinkers, e il mito di Jimi Hendrix che lo accompagnerà tutta la vita. E lo sport, l’altro grande amore di Paul Allen. Nel Giugno del 1988, Allen acquista i Portland Trail Blazers, storica squadra NBA: 70 milioni di Dollari a Larry Weinberg, uno dei fondatori della franchigia e un “sogno che diventa realtà” per il genio dell’informatica. La squadra è buona, futuribile, la stella del giovane Drexler ha cominciato a brillare e il tocco di Allen (all’epoca il più giovane proprietario nello sport professionistico americano) sembra quello di Re Mida. Dopo una prima stagione interlocutoria, Portland cambia marcia: tre Finali di Conference consecutive, due delle quali vinte. Si perde in Finale NBA, troppo forti i Bad Boys di Detroit nel 1990 e il Michael Jordan del ’92, lanciato nell’Olimpo dal primo titolo conquistato l’anno prima contro i Lakers (che avevano sconfitto proprio i Blazers nelle finali dell’Ovest). Vinceranno, si pensa, questo giovane miliardario troverà il modo di trionfare anche nello sport. E invece non vince. Si ricomincia con le uscite al primo turno dei Playoffs, Drexler chiede e ottiene la cessione, la squadra non ingrana. Alla fine degli anni ’90, uno spiraglio: un gruppo nuovo, giovani promettenti (Wallace, Stoudamire), veterani di spessore (Pippen, Smith), leggende europee (Sabonis, Schrempf). Sembrano pronti, dopo le Finali dell’Ovest perse nel ‘99, nel 2000 si mettono alle corde i soliti Lakers, stavolta in versione Kobe&Shaq. Ma il quarto periodo della decisiva gara7 è un calvario, la rimonta di Los Angeles stronca i sogni di Portland e la finale di Conference va di nuovo ai gialloviola.

Paul Allen spende tantissimi soldi, spesso male. La squadra non migliora, anzi, si riempie di personalità e caratteri discutibili (a qualcuno viene in mente di chiamarli Jail Blazers vista l’attitudine comportamentale di qualche giocatore di riferimento). Fuori dal campo le cose non vanno meglio: la Rose Garden Arena va in bancarotta, per molti Allen pensa di cedere la squadra o addirittura di trasferirla nella sua Seattle, destinata di lì a poco a perdere la franchigia che verrà spostata dai nuovi proprietari ad Oklahoma City. Paul Allen, invece, mantiene il controllo dei Trail Blazers. Non solo, smentisce categoricamente l’idea del trasferimento a Seattle. Dove invece aveva salvato un’altra squadra. Già, perché nel 1996 Paul Allen decide che la NFL deve rimanere a Seattle e acquista i Seahawks da Ken Behring, orientato a trasferirli in California. Col Football, la storia sembra ripetersi: la squadra va bene praticamente da subito, cominciano ad arrivare le vittorie in Regular Season, le qualificazioni ai Playoffs e soprattutto il primo Superbowl, anno 2006. Anche stavolta, però, una sconfitta: sulla strada dei Seahawks, gli Steelers di Roethlisberger, la storia che va ancora una volta da un’altra parte, anche decisioni arbitrali controverse. Ma quando vince Paul Allen? Fidatevi, vince. E lo fa proprio con la squadra della sua città, trionfando nel Superbowl XLVIII in una partita in cui la clamorosa difesa dei Seahawks, la “Legion of Boom”, metterà in ginocchio l’attacco dei Denver Broncos e del leggendario QB Peyton Manning. Paul Allen alza al cielo il Vince Lombardi Trophy, festeggia, si narra che nel party per la vittoria abbia nuovamente imbracciato la chitarra e suonato. Come faceva nelle sue celebri feste sull’Octopus, lo yacht (oddio “yacht”, il palazzo galleggiante di sua proprietà) che ospitava la serata più divertente dell’intera settimana del Festival di Cannes. Chitarra che, a proposito, secondo il leggendario Quincy Jones sapeva suonare proprio come Hendrix.

Paul Allen perderà ancora: un Superbowl in maniera clamorosa, con uno scellerato ultimo possesso che toglierà ai Seahawks il bis del titolo e consegnerà l’anello ai Patriots dei monumenti Brady e Belichick. E perderà ancora con Portland, dove infortuni, scelte sbagliate e avversari oggettivamente troppo superiori hanno tenuto i Blazers lontano dalle Finali e da un titolo (l’unico) che manca dal 1977. Ma questo miliardario tifoso c’è sempre stato, fino alla fine, nella vittoria e nella sconfitta. Persino in qualche trasferta (cosa assai rara per i proprietari statunitensi), seguendo le proprie squadre con una passione probabilmente unica. Domenica per Seattle c’è il turno di riposo, Portland invece comincerà ufficialmente la stagione tra un giorno, tra le mura amiche e proprio contro i soliti Lakers. Sarà l’esordio con Los Angeles di LeBron James, per i Blazers sarà soprattutto la prima gara senza Paul Allen. Il posto vuoto sotto al canestro, il ricordo, certamente le lacrime.

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Storia di Ciprian, l’atleta Special Olympics salvato da Madre Teresa di Calcutta

Olympics Italia

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Il 17 Ottobre 1979 veniva assegnato il Premio Nobel per la Pace a Madre Teresa di Calcutta, una donna divenuta Santa per le sue immense opere di carità verso i più poveri e i più sfortunati al mondo. Tra le tante storie che accompagnano la sua vita, c’è quella di Ciprian. Insieme a Special Olympics vi raccontiamo la sua meravigliosa vicenda.

Madre Teresa di Calcutta è stata proclamata santa da Papa Francesco; tra i suo “miracoli” c’è certamente quello di aver salvato la vita a Ciprian, oggi un Atleta Special Olympics.
La sua rinascita ha inizio quando, a Tirgoviste vicino Bucarest, Madre Teresa di Calcutta varcando la soglia di un orfanotrofio, per casi incurabili, con scarse condizioni igieniche e cibo insufficiente, lo prese in braccio e decise di portarlo via con sé, ancora piccolino. Un incontro che, invertendo un destino già segnato, ha aperto le porte ad una nuova vita fatta di attenzioni, cure ed attività di riabilitazione che gli hanno permesso di sentirsi parte di una famiglia e di avere le giuste condizione per poter vivere pienamente.

La nascita
Ciprian è nato in un piovoso giorno di gennaio, durante gli anni della dittatura di Ceausescu. Per i medici è già un miracolo che sia ancora vivo perché le conseguenze del parto si rivelano drammatiche: le ossa del cranio non si saldano, non permettendo un corretto sviluppo del cervello; il neonato è destinato ad andare incontro a seri problemi durante la crescita. Le gravi malformazioni alla nascita e le conseguenti preoccupazioni portano probabilmente la madre ad abbandonarlo.

L’arrivo in Italia
La sua nuova casa diventa, fino a quando non gli viene permesso di arrivare in Italia, l’Istituto delle Suore Missionarie della Carità a Bucarest. Accolto successivamente a Roma in un Convento delle Suore Missionarie, viene sottoposto, al Policlinico Gemelli, a diverse operazioni chirurgiche che riescono a salvargli parte della vista dell’occhio destro. Madre Teresa, negli anni, non si è mai dimenticata di Ciprian al quale, tornando in Italia nel 1993, fa da madrina di battesimo.

Il Serafico, una nuova famiglia
Nel 1995 per il Tribunale dei Minori di Roma Ciprian può essere adottato; le Suore Missionarie si adoperano per trovargli una famiglia ma le sue difficoltà spaventano così tanto che nessuno porta avanti, fino in fondo, l’intenzione di adottarlo. Ad occuparsi di lui nelle vesti di tutore legale, fino ai 15 anni, è una religiosa delle Suore Missionarie della Carità; successivamente si aprono le porte del Serafico di Assisi, centro di riabilitazione e ricerca per ragazzi con disabilità plurime, nonché team Special Olympics. Ciprian soffre di una encefalocele fronto-nasale a suo tempo corretta chirurgicamente con un residuo visivo e un ritardo mentale medio lieve, ma la riabilitazione, le numerose attività svolte, lo sport e l’affetto hanno fatto un vero e proprio miracolo in termini di crescita.

Lo Sport e Special Olympics
Ciprian è un ragazzo simpatico, vitale, sempre allegro; i volontari raccontano “uno straordinario smontatore di oggetti”, che ama conoscere nei dettagli per avere la certezza che ogni pezzetto, anche il più piccolo, ha un ruolo ed è prezioso. Nella struttura di Assisi diventa attore negli spettacoli del laboratorio teatrale, pittore al laboratorio grafico e un grande sportivo.
Partecipa ai primi Giochi Nazionali Special Olympics, nel 2007 a Lodi, dove conquista le sue prime medaglie, entrambe d’oro nei 100 metri e nel salto in alto; da lì un percorso di crescita continua la strada da fare è ancora lunga ma Ciprian non ha paura, ha già dimostrato a se stesso di avere una gran voglia di continuare a correre.

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Federico Turrini: “Quitters never win”. Mi riprendo il tempo che mi è stato tolto

Angela Failla

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Occhi accesi e il sorriso di chi non si è mai arreso. Lo sguardo è fermo, le mani tracciano piccoli segni nell’aria, con una calma quasi surreale. Ma quando indossa la cuffia e si tuffa in acqua sembra quasi un supereroe. Lui è Federico Turrini, 31 anni, toscano, uno dei grandi protagonisti del panorama di nuoto mondiale e attuale capitano della nazionale italiana. Il primo a stupirsi dei suoi successi è stato proprio lui. Con il suo metro e 93 di altezza e la medaglia di bronzo 400 misti agli europei in vasca lunga, si prepara, insieme ai compagni, a dare del filo da torcere alle squadre avversarie nei prossimi Mondiali. Un percorso, il suo, iniziato da piccolino e da allora un crescendo di successi consacrati dalla fascia di capitano. Ma anche un periodo buio, quello della squalifica per doping a soli vent’anni. Ma Federico non si è mai arreso e come recita il tatuaggio sul suo addome: Quitters never win si riprende le sue rivincite e insieme ad esse il tempo perduto.

Nel 2014 ha vinto la medaglia di bronzo in una competizione europea in vasca lunga. Una bella soddisfazione, non è vero?

Le medaglie di bronzo che ho vinto ai campionati europei in vasca lunga sono state sicuramente le emozioni più grandi perché arrivare all’appuntamento estivo, che poi è quello che conclude il ciclo di lavoro che hai fatto durante l’anno, e ottenere quello che avevo prefissato come obiettivo massimo, mi ha riempito di gioia e mi ha anche dato la forza di continuare a lavorare per gli anni successivi.

Nel 2007 durante un controllo antidoping l’hanno trovata “non negativo” e squalificato per due anni. Cosa ha provato?

E’ stato uno dei momenti più difficili della mia vita, anche perché si è trattato più che altro di una ingenuità compiuta ad appena 20 anni. Ho usato un collirio che non pensavo potesse contenere sostanze dopanti. Con me sono stati molto severi perché sono stato costretto ad una squalifica di due anni mentre in casi analoghi le squalifiche sono state diverse. Però, senza voler fare polemica su un capitolo ormai chiuso e ampiamente superato grazie ad altre soddisfazioni che mi ha dato lo sport, devo dire che è stato davvero difficile stare fermo per così tanto tempo senza poter gareggiare. Portare avanti allenamenti senza avere mai una verifica e senza lo stimolo della gara non è facile. Ho avuto una grande forza di volontà. Non nascondo che lì per lì ho anche pensato di smettere di nuotare e fare altro visto che comunque sono sempre andato bene a scuola. Ricordo perfettamente quell’estate: c’erano le Olimpiadi di Pechino, alle quali, ironia della sorte, mi ero pure qualificato. All’inizio non riuscivo nemmeno a vedere le gare. I miei compagni di nazionale mi scrivevano messaggi da laggiù e mi facevano ancora sentire parte di loro. E così qualcosa in me è cambiata. Mi è tornata la voglia di mettermi in gioco. E ho ricominciato ad allenarmi.

E cosa è successo dopo?

Sono stato 14 mesi senza poter competere, allenandomi però tutti i giorni. Quando sono rientrato, mi sono ripreso le mie soddisfazioni. Adesso posso dire di aver una carriera lunga anche perché ho già 31 anni e ancora nuoto. Spero di poterlo fare ancora per un po’ di tempo. Magari se non avessi avuto questo stop, mi piace pensare che la mia carriera si sarebbe conclusa prima. Invece le ho dato più longevità perché mi voglio riprendere il tempo che mi è stato tolto.

Cosa significa essere capitano della nazionale italiana di nuoto?

Essere capitano della nazionale italiana di nuoto è davvero una bellissima soddisfazione, senza dubbio.  Questa qualifica era per me una cosa impensabile! Il capitano viene votato dalla squadra e quindi significa che anche all’interno della squadra la mia figura è riconosciuta e può trasmettere qualcosa ai più giovani. I miei compagni di squadra mi hanno dato fiducia e spero di portare avanti questa carica il più a lungo possibile perché è davvero un bel ruolo. E poi succedere a una figura come quella di Filippo Magnini, che ha fatto la storia del nuoto italiano, è un onore e onere.

Le ha dato qualche suggerimento Filippo Magnini?

Mi sono sentito con Filippo Magnini la sera in cui è uscita la notizia della mia elezione come suo successore e, oltre a complimentarsi, mi ha detto che ero la persona adatta a prendere il suo posto. E questo mi ha riempito di gioia e orgoglio. Mi ha anche dato un po’ di consigli su come interfacciarmi con l’ambiente e su come fare il mediatore tra gli atleti e lo staff.  Ho cercato di fare tesoro dei suoi consigli.

E’ fidanzato con la nuotatrice Chiara Masini Luccetti, che abbiamo intervistato, un po’ come è stato tra Federica Pellegrini e Filippo Magnini, sono tante le coppie di atleti che condividono storie d’amore e allenamenti, non trova?

Il nuoto è uno sport dove maschi e femmine fanno le stesse identiche cose, non c’è divisione come invece può esserci in altri sport. Nuotatori maschili e femminili fanno esattamente gli stessi allenamenti, passano le stesse ore di palestra e quindi è facile che si creino dei legami. Con una persona al di fuori del nostro ambiente non credo sarebbe così facile. Ci assentiamo per grandi periodi e siamo costretti anche a parecchie rinunce soprattutto nel periodo di gara, di conseguenza stare con una persona che condivide le tue stesse passioni e stile di vita è più facile. Una persona che conduce una vita diversa dovrebbe comunque, in qualche modo, adattarsi o sacrificarsi.

Galeotta è stata la piscina, possiamo dirlo?

Hai perfettamente ragione. Io e Chiara ci siamo conosciuti durante un collegiale in Sudafrica perché lei si era aggregata alla nostra squadra per fare un periodo di allenamento insieme a noi e da lì tra una cosa e un’altra è iniziata la nostra storia d’amore. Adesso sono 5 anni che stiamo insieme.

Un aggettivo per definire la sua fidanzata?

Chiara è estremamente talentuosa e anche abbastanza testarda. Per questo mi piace da impazzire.

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